mercoledì 31 ottobre 2007

Anima mundi! Il salento per il mondo

Il pianto cantato da Ninfa Giannuzzi
di Mauro Marino

Abbiamo imparato ad immaginare il Salento come luogo di musica: terra eletta del ritmo, del perdesi e del trovarsi coi suoni e col canto. Sta nel suo raccontarsi!
Una vocazione musicale per anni rimasta sottesa, conservata nello scrigno della memoria, di una “tradizione” per lungo tempo inespressa. Trattenuta in una soggezione lentamente mutatasi in orgoglio, in assertivo trovarsi nello schiarirsi del ‘pensiero meridiano’ col suo invito a riguardare “i luoghi, nel duplice senso di aver riguardo per loro e di tornare a guardarli” trasformando “il rapporto cognitivo ed affettivo con essi” per “ricostruire attraverso la pietas, i beni pubblici, quei beni che appartengono a tutti e che sono insieme veicolo di identità, solidarietà e sviluppo” (Franco Cassano, Il pensiero meridiano, Laterza 2005). Questo è accaduto sedimentando convinzioni e tessuti valoriali, crescendo una leva di musicisti e di interpreti di tutto riguardo.
Oggi siamo testimoni di un processo maturativo che da i suoi frutti. E che sapore hanno! Che vigore e che energia donano! Una terra mostra la sua arte quando questa si fa segno comunicativo tangibile, riconoscibile e quando i suoi interpreti vanno incontro al mondo accogliendo l’intero dei suoni.
Non a caso allora la titolazione “Anima Mundi” (www.suonidalmondo.com), per chiamare le edizioni musicali che l’otrantino Giuseppe Conoci dedica alla produzione e distribuzione della musica salentina. Un catalogo che valorizza e sollecita ricerca, in una mescla di alta qualità tra capacità di arrangiamento e di esecuzione, vestito dall’impeccabile segno di Bigsur.
Di questo catalogo abbiamo ascoltato “Tis klèi (chi piange)” opera diretta e cantata da Ninfa Giannuzzi, creata in collaborazione con Valerio Daniele, Egidio Marullo ed Emanuele Licci.
Ninfa la ricordiamo cantante acida, front line di una scena scura nell’angolo remoto della “Torre di Merlino” tinta di venature grunge dal suono dei Geremy prima e degli N/d’Otages poi. Lì la fucina d’una passione dove la “mancanza” trovava calore, vai e vieni, vittorie e sconfitte. Poi… un’altra scena, con le “spalle larghe” della riproposta del canto tradizionale, l’esperienza “latina” dei Kaus Meridionalis e il laboratorio dell’ensemble della Notte della Taranta.
E Ninfa canta, con voce piena graffia e carezza, la forza grika modula le lingue, interprete di un repertorio che valica i confini, impasta i generi, se ne appropria connotando l’unicità del suo stile esecutivo. Di questo avevamo bisogno! Di cantanti capaci di tradurre il “sentire” salentino, l’osare del canto in una contaminazione all’inverso: da noi al mondo.
Le nove tracce di “Tis klèi” attraversano il mare vanno all’incontro e come un “lungo fado” carezzano la sostanza emozionale dei popoli: il loro pianto.

lunedì 29 ottobre 2007

Un piccolo inedito del poeta di Galatone

FREQUENTAZIONI CON NICOLA LISI
di Ercole Ugo D'Andrea

Non tutti i poeti scrivono in versi.
Anzi, i poeti leggono prosa, la prosa è il grande serbatoio a cui attinge il poeta; credo proprio che sia Leopardi a rammentarcelo laddove dice che è errato mangiare solo grassi se si vuole ingrassare. Nicola Lisi, nativo di Scarperia (nel Mugello) certamente dovette leggere molta poesia, perchè comincio la sua carriera di scrittore inventando, con Piero Bargellini e con Carlo Batocchi, il cattolicissimo e strapaesano “calendario delle pratiche solari”, nonché il frontespizio dove traspariva una certa ruvidità di timbro poetico e pittorico insieme (si pensi a Soffici, a Palazzeschi o a De Pisis).
Il primo libro di Nicola Lisi si intitola L’acqua ed è in forma di dialogo.
Fu Oreste Macrì a invogliarmi, saputo che io leggevo le opere di Lisi, ad andare da questi con un registratore affinché mi raccontasse qualcosa della sua vita. Cominciarono così le mie frequentazioni con Lisi nella sua casa fiorentina in via degli Albizi. Lui mi accoglieva ogni volta sorridente, la moglie, signora Margherita, finissima nel tratto e nella parola, seduta poco distante da noi, sferruzzava e mi offriva sempre squisiti dolci e un po’ di ananas e di cedro. Lui mi leggeva in bozze la Parlata dalla finestra di casa. Mi andavo accorgendo della presenza, in lui, di uno spirito concretissimo e affabile, proprio come certi suoi personaggi, semplici ma niente affatto ingenui. Questa caratteristica salta agli occhi leggendo tutti i libri di Lisi, da La nuova Tebaide ad Amore e desolazione, da Paese dell’anima al Diario di un curato di campagnada Natalino a mangiare una fetta di tonno alla livornese. Si avviò anche tra noi una fitta corrispondenza epistolare. Dopo la morte di Nicola incontrai al premio “Il ceppo” di Pistoia la signora Margherita, le chiesi dove ora stesse e con chi e lei, quasi stupita, mi rispose con fermo candore : Nicola Lisi, nativo di Scarperia (nel Mugello) certamente dovette leggere molta poesia, perché cominciò la sua carriera di scrittore (esattamente l’opposto del curato di Georges Bernanos). La vicino al borgo Albizi si andava talvolta
“ma in borgo Albizi, coi figli, con Nicola”.

Antonella Gaeta su Puccetto























Parlano i suoi quadri (forti, dolenti, decisi), parlano le sue poesie che sono graffi all’anima. Ma, soprattutto, parla Puccetto pittore, poeta e casellante da ventidue anni della stazione Sud-Est di Tricase-Tutino. “Il casello lo amo –racconta alla sua maniera, viscerale- le pareti sono per me specchi e l’edificio è una persona alta due piani”. Puccetto non lascia mai il casello “se non quando le penne si consumano e i pennelli anche”. A notte fonda, è parte integrante di questo luogo che, in qualche maniera, l’ha salvato. E’ tornato qui dopo un lungo pellegrinaggio per le vie d’Europa, redento dalla sua terra ma, soprattutto, dal suo straordinario fuoco creativo. Dipinge (o come preferisce lui “imbratta”) alla Pollock, facendo cadere tagli di colore sulle tele e i suoi lavori hanno richiamato l’attenzione della Galleria Sempione di Milano, della Galleria Rossi di Bologna e della Rex di Fiuggi. E un paio di occasioni clamorose delle quali preferisce non parlare. Forte personalità che non poteva non attirare chi di storie così vive. Antonio Rocco D’Aversa, classe 1957, è diventato così uno dei protagonisti del film “Italian Sud Est" dei Fluid Video Crew . Ma ora Puccetto (“nome comune di cosa”) s’aspetta di più. Presto tornerà la troupe del regista franco-algerino Rachid Benhadj (“Il pane nudo”) che su di lui sta girando un documentario. Mentre tra le ultime visite importanti al suo casello-laboratorio c’è quella di Giuseppe Bertolucci. Lui non si scompone, a malapena ne ricorda i nomi che segna su foglietti, continua a dipingere e, soprattutto ultimamente, a scrivere. "Ho finito ieri un’autobiografia”. La parola passa agli editori. (a.g.)

domenica 28 ottobre 2007

Tis klei (chi piange)

















Dove ti mando
ogni goccia che cade e brucia nella mente vaga.
Allora nell'acqua, trovo zolfo,
che dagli occhi cade
lontano dai miei occhi cade.
E tra la nebbia si fa vento l'odore,
l'odore negli angoli della pelle,
si fa vento che spacca o accerezza.
Ogni vita mia dimentica il peccato,
annusa un incantesimo e,
non è più vino, non è più bacio
non è più piega della mano mia piega della mano tua.
Tutto trasuda.
c'è odore acre,
di vita.

mercoledì 24 ottobre 2007

Sulla messa in latino.

Terraterra

di Teresa Ciulli

Una volta tanti anni fa. In Umbria. Entrai in una chiesa dove era in corso una messa: in latino. Una atmosfera da cenacolo; un raccoglimento insolito; tutto intorno a quella chiesetta di pietra una intera regione dell’Italia che somiglia a una foresta medioevale tutto intorno città e paesi dove le tue scarpe risuonano sugli stessi ciottoli sulle stesse pietre che hanno sorretto il piede di Chiara, e Francesco, e Domenico. Una messa che era più una esperienza estetica che qualunque altro tipo di esperienza. Ora io che amo l’arte potrei anche arrivare a dire, embè? Che male c’è in una esperienza estetica, la bellezza non avvicina forse a dio? Però veramente a questa domanda mi verrebbe da rispondere sovvertendo le aspettative perché una domanda che ha già in sé la risposta non è proprio una domanda ma forse una civetteria. Prima di tutto che cos’è una messa e se lo chiede una donna che ci va tanto di rado; una messa è un tempo della settimana, un’ora se ci pensi, un’ora sulle centosessantotto che sono il bottino di sette giorni, in cui stai insieme ad altre persone che come te si sono date appuntamento, stesso posto stessa ora, intorno a una speranza intorno a una idea intorno a un uomo che non c’è perché sta da millenovencentosettantaquattro anni in un mondo che chiamano regno dei cieli. Nessuno di noi che si riunisce quell’ora sulle centosessantotto lo ha mai conosciuto, perché nessuno è così vecchio, ma è questa condizione di fede che fa quell’ora della nostra vita rivoluzionaria: perché in nessun altro luogo della terra che non siano le Chiese si trovano e si riuniscono persone in nome di un uomo che non c’è e che ha predicato cose veramente ridicole e assai fesse: porgi l’altra guancia; rispondi al male con il bene; accetta il dolore. Non rubare non uccidere pratica la giustizia. Tutto un altro mondo; davvero il cielo. Perché noi invece costantemente rubiamo. Le risorse di questo mondo che appartengono a tutti senza distinzione. E non solo a noi adesso ma agli animali alle piante alle nuvole alle stelle alla via lattea e a quelli che, cosa che punge se potesse più ancora, a coloro che ancora non godono di quella montagna delle nuvole in secondo piano sull’orizzonte, e non sanno dell’acqua che si beve dalla fontana perché non ancora nati uomini, non ancora nati animali e piante, stelle, talpe. C’è poco da parlare in latino qui c’è invece da spiegare, e terraterra, in modo che si capisca bene bene, e quindi manco in italiano ma in dialetto perchè è necessario che la chiesa affronti, con un coraggio che non ha mai dimostrato in duemila anni di potere, i necessari cambiamenti nell’ordinamento e nella istituzione che possano finalmente liberarla dalla sua inquietante sessuofobia: come se dio non fosse veramente il dio dell’amore: della intimità all’uomo della condivisione. E poi, se anche dio non fosse e Gesù è stato solo un uomo un profeta straordinario che come una meteora ha attraversato la terra lasciando l’impronta divina del suo piede in noi a me va bene lo stesso, perché quello che quell’uomo ha predicato è talmente potente e talmente fuori dalla mia portata e talmente astronomicamente lontano anni luce da me che basterebbe già solo essere attaccata a una di quelle profonde liane di parole che legano la vita di un uomo a questo pianeta e al mistero immensissimo che lo circonda a far diventare questa mia esistenza come la punta acuminata di un compasso. Tutto il resto non sarà che un cerchio. Che io vorrei sempre più ampio tanto da imparare a includere qualcuno fra i magistrali paradossi della vita di un dio: un re nato con i pidocchi.

lunedì 22 ottobre 2007

Fuori dal casello delle sud-est Tricase Tutino


La mia pelle è una terra
Il mio corpo un sentiero senza destino
La mia vita è un errore
La mia mano una radice disposta sull'orizzonte
L'odio è una bocca piena di sabbia
La mia pelle rubata al tempo
Nel pozzo profondo esistono immagini e
Un grido che nessuno ascolta
lo sono affascinato dal pozzo poiché è là che
Le mie grida mi abbandonano
Il mio corpo è blu e non riflesso di luce
lo sono un secolo di silenzio e di argilla
Un campo tracciato dalla notte
Il mio corpo è un incendio

Puccetto

Saluti!

Io non sono, esisto / esito

Guido Picchi al Fondo Verri

per "ipoeti" venerdì 26 ottobre 2007 dalle ore 20.00

Guido Picchi ha mani operose e occhi attenti. Fa immagini prese di lato, di sbieco che il senso viene fuori inatteso e allarga l’amaro e il ridere. Costruisce una lingua fatta di suoni, di accidenti, di repentini a capo, in cerca d’una rima per far canto. C’è musica, parole impastate di ritmo che svagano una camminata tutta tesa al cercare. Esplora il Salento lui, milanese di fresco residente a Torre Paduli, luogo di mito e di coltelli dove la danza perde i sensi nell’incontro gitano che fa sfida. Ci dice: “Non esistono domande /che non avranno risposta / solo cuori che non / sanno parlare”, “io non sono, esisto / esito / tra il dubbio e la certezza / di sostare nella nebbia / della vita che ti scorre / tra le dita monche.


Malate d’amore
Dal sole le rose
Scesero in terra
Di ogni colore.

Meriggiare pallido e assorto
Un carciofo era nell’orto
E per quanto fossi storto
Vi giuro:”non son morto!”

“ancora non sono esploso!
aspetto e godo l’istante
pregusto il giusto gusto
che avrà se arriverà e finirà
col retroamaro sapore
della vita.”

attimi fuggenti si rincorrono la notte
così t'incontro per caso e il caso si ripete
e se non ci sei.... ti sogno!

non esistono domande
che non avranno risposta
solo cuori che non
sanno parlare

io non sono, esisto
o esito
tra il dubbio e la certezza
di sostare nella nebbia
della vita che ti scorre

tra le dita monche
lento passare la mano sul mento
vano cercar di frenare la mano
garba l’idea di tagliar questa barba?
Ma vaffanculo!

La vita mi scioglie
I nodi del cuore
In un rush di dolore
Che non ha alcun sapore

di segno di vento di verso

final mente l amor te
sor prende l' anima le
si mo stra ni ti da mente

fine stra na te m’a la ta
la vi te ste(S)sa lenti na
nutri te coi (m) puri fichi
(LA) da (VA) nza li cuori

se (n) ti l’odo re
dell )a( mare (g) gia te
sà lento (s) pazza te (o)
so stare nel l’as senza

ogni tratto d’inkiostro
che segna lo foglio
mi lassa elucubrare
sull’a mi a identità

…. A (t) te (n) do so (s) peso
Tra fiato coeso
Che sta per finire
Non nel far ma nel dire

era la luna che col
suo riflesso mi
di (S) si (n) cantò
nella silente sirena
che lascia alla strenua
mano contrita
la scelta di vita

soStare pe (n) dente
su pino m’at te nde
e strane e col le gia li
s’in bianca lu na su

ho (s) messo le vesti
del fatuo splendore
di esser chi sono

è un gioco che brucia
le ali a(n)che al sole
senza pe(n)na nè dolore
sol col se(n)no dell’autore

venerdì 19 ottobre 2007

Dalla foresta brigantifera

Mi domando spesso perché vengo definito selvaggio, selvatico, naïf, infantile…

Rispetto molto le opinioni altrui, specie quelle dettate da un sano linguaggio, e le accetto; è un onore essere considerato tale e non so se me lo merito.
Solo posso dirvi che per essere tale pago prezzi elevati, non mi troverei a mio agio nel mondo cosiddetto civile che fa discorsi da grandi troppo seri per essere veri.
Sogno un mondo più vero dove tutti gli ammalati vengono curati con amore, dove tutti i piccoli hanno la possibilità di studiare e ricevere una educazione per non metterli in condizioni di sbagliare da grandi perché nessuno ha insegnato loro il vivere comune; sogno un mondo dove i vecchi, pardon, gli anziani, non vengono buttati in posti squallidi e non dimentichi nessuno che noi saremo gli anziani di domani e nutro la speranza che ci sia personale all'altezza per assolvere a questo delicato compito, più civile, sì, più civile. Scusatemi se chiedo spazio e se vendo le mie produzioni, ma lo faccio per sopravvivere e difendere il mio mondo, quello che mi è rimasto, quello che è sopravissuto all'era moderna degli scempi degli ultimi cinquant'anni.Non mi voglio atteggiare con i miei suoni e con le mie parole a paladino del passato. No!!!!!! Voglio solo difendere quel mondo che è dentro di me, che mi porta lontano ...lontano, che mi fa stare bene e che custodisco e coltivo tutti i giorni rinunciando ad un po' di civiltà.

Salvatore della foresta brigantifera.

Voci della terra
Salvatore Brigante,
La quercia e il peccatore, romanzo indipendente
2007, Periferie del mondo (Grafiche Giorgiani)

www.salvatorebrigante.it

mercoledì 17 ottobre 2007

Su “L’incanto delle macerie”, raccolta di versi di Rossano Astremo

Dopo ogni fine, la poesia
di Antonio Errico

In principio fu Walter Benjamin: quel suo frammento sull’Angelus Novus di Paul Klee; quella figura dell’ angelo della storia con gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese, che si alza sulle rovine con il viso rivolto al passato e una tempesta impigliata nelle sue ali che lo spinge verso il futuro. “ Ciò che chiamiamo progresso, è questa tempesta”. Con questa tempesta si è ritrovata a fare, inevitabilmente, i conti ogni poesia; con le contraddizioni, le deformazioni, le deviazioni del tempo della storia; con l’esplicito e con l’implicito, con l’affiorante e con il sommerso, con il compreso e con l’incompreso, con gli eventi che accadono e si sviluppano in modo lineare, quasi chiaro, decodificabile, e con i macigni che improvvisamente irrompono nei giorni, e li travolgono, in modo misterioso, o comunque semanticamente aggrovigliato. Hanno un incanto, talvolta, le macerie della storia: covano dentro una specie d’attrazione, quasi un canto di sirene della modernità. Ed a questo canto, a questo incanto, va incontro Rossano Astremo con “L’incanto delle macerie”, primo volume di una bella collana di Icaro realizzata con il coordinamento editoriale di Mauro Marino e il progetto grafico di Valentina Sansò. Tra le macerie della storia Rossano Astremo si muove con uno sguardo acuto, profondo, perforante, con la coscienza lucida dell’assoluta inutilità di tutte le domande, con l’amara consapevolezza ideologica e culturale che tutto è già accaduto, che tutto è stato già scritto, che la storia si ripete – a volte anche stancamente - all’infinito. La voragine dell’odio, gli scheletri, i martìri, le catastrofi, i campi della morte, le devastazioni, i piccoli e grandi tradimenti, i cumuli di colpe e di innocenze. E’ tutto già accaduto: cominciato, concluso, ricominciato, spesso con varianti impercettibili,oppure con i missili al posto della clava, ma sostanzialmente con gli stessi aberranti risultati. Viene in mente Theodor Adorno quando diceva che dopo Auschwitz non si poteva più fare poesia. Probabilmente non può essere vero. Forse una rinuncia alla poesia sarebbe dovuta avvenire immediatamente dopo l’assassinio di Abele, perché ogni atto di violenza non è altro che la conseguenza di quel gesto che segna il confine tra il bene ed il male. Ma se una rinuncia non c’è stata non è perché si è pensato che la poesia potesse in qualche modo rappresentare una salvezza per i destini individuali e collettivi; una rinuncia non c’è stata perché per molti, come per Rossano Astremo, l’espressione poetica è la traduzione – parziale e spesso infedele – di un vivere poetico, “ serve o non serve,/ ma è necessaria , come sangue che pulsa”. Questo è, dunque, per Astremo la poesia: un elemento e una condizione del corpo e del pensiero, una necessità e un richiamo con cui confrontarsi istante per istante, una dimensione della coscienza cui dar conto ed a cui giustificare quello che si è fatto o non si è fatto, uno specchio su cui guardarsi per riconoscersi o non riconoscersi, un modo per essere e mostrarsi nella propria autenticità ed essenzialità, la storia del sé che scorre tra le sillabe ma anche la storia dell’altro che si era l’istante prima di scrivere una sillaba e che si sarà l’istante dopo averla scritta. “ L’incanto delle macerie” è un libro consistente e compatto; soprattutto è un libro vero; come ogni libro vero è un libro che costa; come ogni libro che costa è un libro che si paga. E si paga con l’inquietudine, l’insonnia, il desiderio prepotente di fuggire da se stessi, quello più prepotente ancora di tornare. Forse è vero che poeti si nasce, che non si diventa. Quello che poi diviene, si fa, matura, è il mestiere delle parole che coincide con quello di vivere. Ecco, “ L’incanto delle macerie” è un libro così, che dice del mestiere di vivere con le parole.

[Publicato su Nuovo Quotidiano di Puglia / Lecce martedì, 16 ottobre 2007]

sabato 13 ottobre 2007

Francesco Rizzo

Nel cosmo salentino

Intervista di Francesco Rizzo (nella foto)
ad Ercole Ugo D’andrea registrata su nastro nell’ Aprile 2002.

Qual è stata la sua prima raccolta di poesie?

La mia prima raccolta di poesia è stata Rosario di stagioni, fin dal lontano 1964 nei quaderni del Tritone diretti da Vittorio Pagano a Lecce; è tipicamente prima prova perché quello che avevo scritto in precedenza erano soltanto esercitazioni. Fu accolta con benevolenza da Oreste Macrì e da Mario Luzi. Però passò inosservata alla critica.

Pur essendo la prima raccolta sono presenti i temi che saranno ripresi più tardi come lo spazio domestico, o quello della madre…

Certamente, i temi che si affacciano in Rosario di stagioni sono gli stessi che riprenderò successivamente nel ’67 con Spazio domestico e nel ‘73 con Ozi e negozi. Ma poi in tutta la mia produzione questo tema della madre e della casa e delle stagioni ritornerà con maggiore consapevolezza. Oreste Macrì riprese poi in un suo piccolo saggio, per me molto importante, Spazio domestico, su “L’albero” nel 1972 nel numero 48 della nuova serie, nuova perchè ripresa da Donato Valli e Oreste Macrì dopo la morte di Girolamo Comi.

Ozi e negozi ha la prefazione di Mario Luzi. Come e quando è avvenuto l’incontro con Luzi?

Ricordo che quasi sicuramente è stato nel 1966, quindi io avevo esattamente 29 anni e andai appunto a trovare Oreste Macrì che era a Otranto, mi ci mandò con una lettera la compianta Maria Corti grande filologa e romanziera. Macrì mi accolse con molta affabilità, lesse la lettera e mi dette una letterina d’accompagnamento per Betocchi. Io mi recai a Firenze anche per un altro motivo - che non sto qui a dire - e lì, al caffè Paskoski, c’erano un po’ tutti, da Alessandro Bonsanti a Silvio Ramat, che diventerà poi il mio critico migliore, uno dei poeti più in vista di questa seconda metà del Novecento e c’era anche Sergio Baldi studioso di letteratura spagnola, c’era lo stesso Betocchi, e sul tardi comparve Mario Luzi, in modo quasi clandestino direi, andò a sedersi in un angolo e ci scambiammo qualche parola: lui mi chiese se conoscevo Vittorio Bodini, io che lo conoscevo poco tuttavia dissi di si, e cominciò questo affabile colloquio. La sera stessa mi invitò a cena.

Luzi conosceva già le sue poesie?

Gliele mandai io nel primo libretto (Rosario di stagioni), e lui mi scrisse queste parole: “Mi piacciono quei poeti che partono da qualcosa di reale, lei è di questi”.

Quali sono state le sue prime letture?

Landolfi, Sinisgalli, Betocchi, sono questi tre quelli che mi hanno influenzato di più. Più anche di Montale, Ungaretti e Quasimodo, che sono la triade con la quale ognuno ha fatto un po’ i conti.

Ungaretti lo conobbi a Roma. Mentre ero studente di giurisprudenza passavo a sentirlo nella facoltà di Lettere mancando alle lezioni di economia politica del rettore dell’Università.

Cos’è lo “spazio domestico” di Ercole Ugo D’andrea?

E’ già detto nel titolo, si tratta di tematiche e contenuti a livello domestico, dove compare molto di frequente la madre e anche i nipotini, le stagioni, le fioriture, gli autunni, quindi il mio modo di vivre queste cose era disarmante, avevo già, come diceva Elio Vittorini, degli astratti furori.

Qual è la raccolta di poesie dove lei sente e descrive di più il Salento?

Questa è una bella domanda e meriterebbe una bella risposta, senz’altro è La Confettiera di Sevres, la più vicina al cosmo salentino, uscita nell’89 da Lacaita, editore di Manduria.. Ricordo che era d’estate e con la macchina andavo a visitare i paesi del basso Salento, ci passavo dentro, e poi al ritorno avevo sempre pronto un mucchietto di versi perchè mi lasciavo intridere dalla bellezza di questo nostro paesaggio, anche se ora è molto cambiato. Veramente questo libro è stato il più fortunato, fu anche premiato a Pistoia con il premio Ceppo D’Oro. E’ senz’altro il canto più libero, uno “spazio aperto”, questa volta dovrei dire, e non domestico.

Quindi nella Confettiera di Sevres si apre la porta e si passa da un microcosmo spolverato e sistemato ad un macrocosmo dove c’è la campagna dove c’è l’elemento più profondo anche da un punto di vista estetico.

Certo, ricordo perfettamente che mi preparavo a questa specie di rituale incontro con la campagna salentina in certe ore particolari della sera, indubbiamente in questi miei viaggi in macchina fino all’estremo capo di Leuca coglievo degli aspetti prima di tutto nel paesaggio una specie di macrocosmo rispetto al microcosmo domestico e mi lasciavo quasi permeare da questa bellezza del paesaggio, un’ abbondanza di fiori, di frutti. Originai questo libro nell’estate dell’84 e lo terminai nell’86, nell’89fu editato.

So che ha anche incontrato Girolamo Comi?

Conoscevo di nome Comi. In un recital di poesie che si tenne a Poggiardo, avendo avuto già il mio libretto Rosario di stagioni, mi invitò ad andarlo a trovare nella sua casa patrizia, il palazzetto avito di Lucugnano. Ho conosciuto Comi negli ultimi quattro anni della sua vita, dal ‘64 al ‘68, lui morì mi pare nel ‘68. L’impressione che mi fece Comi come uomo fu particolarissima perché era molto arguto, si faceva benvolere per certe sue battute, come poeta indubbiamente era notevolissimo soprattutto sul piano dello stile.

Poeta è l'asino!

venerdì 12 ottobre 2007

“Solleva l’anima amico / perché dobbiamo camminare"

La poesia di Comasia Aquaro
di Mauro Marino

La poesia vive stagioni alterne, segue il flusso della necessità: viaggia sotterranea e tesse umori, sensibilità, ascolti, a volte emerge, si fa lingua e cerca occasioni per fare “scasso ai cuori”.
Poeti, piccoli libri, antologie, sforzi di comprensione che coinvolgono critici, editori ed organizzatori, laboratori, happening di voci, rassegne e festival, nuovi certamen e gare tra poeti si rappresentano nelle cronache culturali.
La Puglia appare grande interprete di questa nuova scena, quasi che questa “democratizzazione” della poesia abbia svegliato e motivato alla scrittura chi a lungo è rimasto ai margini del letterario, senza voce; per prime le donne.
Comasia Aquaro è, di questo movimento di poesia, interprete di riguardo.
La sua lettura è uno scatto continuo di voce che riempie lo spazio.
Il verso non sta fermo, muove sensi e corpo, riempie la bocca come un urlo nell’urgenza della salvezza. “Sono d’altri pianeti i poeti”, scrive Comasia, “se toccano terra / è solo per l’erba / per quant’è bella verde / aspra di luce”. Un alfabeto povero svela ciò che è trattenuto nel cuore. Ciò che non si può dire trova nei versi parola.
“Non è poco / per una proletaria piena di botte”, la conquista della scrittura.
“A torto o a ragione / in bocca comando io. / Spianate spianate / e anche se bruciate i libri / le lingue resistono ai roghi / le piazze sono piene / di libri mai scritti coi polsi bianchi / di libri di libri / che odorano di cedro”. Parole dirette, immediate si sporgono sull’abisso dell’ignoto, dell’incomprensione e dell’indifferenza, in cerca di verità, esortano un’altra coscienza del Tempo.
Lei è nata a Martina Franca, nel crudo incanto di pietre della bassa murgia, porta il nome d’una santa legata al culto della pioggia: “Come Sia” (da cui Comasia). Non se ne sapeva il nome, traslata dalle catacombe romane e trasferita con solenni cerimonie in Puglia, faceva piovere e piovere ad ogni uscita. Lacrime di cielo a nutrimento della sete, come i versi a colmare l’arido umano.
Un libro della Aquaro, Vesto il vento, uscito nel 2004 per Lieto Colle, porta l’introduzione di Franco Loi e, leggendo questo suo I fiori nei cantieri, titolo tratto da una poesia dedicata alla morte di una bimba-operaia, edito quest’anno da Campanotto, capiamo perché, colui che riteniamo padre della poesia civile contemporanea, si sia dedicato a Comasia.
Ella è guerriera, porta una lingua forte, certa nel suo farsi: “Vado e torno / passo dal tempo maledetto / lo vedo ne scrivo / rivivo il malore / il dolore d’essere stata / vittima innocente / delle sue lancette”.
Una lotta propria di molte, di molti, di tutti coloro che non trovano corrispondenza sensibile col Mondo, con ciò che ne è rimasto: “Sono figlia della periferia / ho il sangue dei disperati / gli occhi zingari / la bocca delle puttane / il cuore spaventato dei cuccioli scacciati / e le mie gambe sanno tutte le strade”. Le sue parole non descrivono, non si attardano in digressioni, ma vanno all’essenziale. Come cosa “sacra” la poesia si affaccia dalla pagina e diviene arma necessaria contro la paura.

giovedì 11 ottobre 2007

Quel frutto dolce / che mi passava la fame


di Comasia Aquaro, I fiori nei cantieri, 2007, Campanotto


... e non avevo che questa
umana bilancia
del sentire
che della mia imperfezione
facevo metro d'umanità
e amavo più forte che potevo

H
o i pugni al sole
e nel volto una folla
si scuce il viso
e si ricuce il cuore
poca luce respiro
e sono folle.
Mi sboccia un ombra sulle labbra
ed ogni sillaba è pietra d'ambra
che sfilo dagli occhi
abracadabra
che mi serra le palpebre
e m'incolla le ciglia
di terra e di pianto
di miseria collettiva
che grido e grido
fino a farmi sangue
senz' ossa e carne
e scorro tra lune rosse
fino a farmi immune
da questa vita di carne.

***

Non mi adeguerò mai a nulla
sono d'altri pianeti i poeti
se toccano terra
è solo per l'erba
per quant'è bella verde
aspra di luce.
Ho nel cuore
quel che non si può dire.
Vietato essere
in quest'universo
veri.
Allora siano chiuse le mie porte
ed entri solo Poesia
che sola passa
come lana di nuvole
dalle sbarre.
E filo... filo...
come questo fuso d'inchiostro.

***

Questa corsa da me
mi sfianca
mi stanca restando
e non so più davvero
se sono me
o altri
e mi sveglio spossata
spaesata di me.

lunedì 8 ottobre 2007

La mia voce che viaggia

di Guido Picchi

"Non è come il suono di un sax
ma è la mia voce che viaggia
solitaria nella notte di stelle
e la luna, da sola, ascolta."


Parole. Come fare a dare un senso all'infinito mescolarsi di segni, quale magia porta la capacità di comunicare. Sempre se siamo capaci di comunicare.
Semplicità. Quale altro mezzo dà le stesse garanzie di completezza e non fraintendibilità?
Regole. Quale è il loro scopo.
Non è facile stabilire un punto di partenza.

Creiamo processori sempre più veloci, ma l'unica cosa certa è che del pensiero non puoi misurare la velocità.
In un attimo non puoi fare che un azione o pensare all'eternità.
Nell'eternità hai solo tempo per pensare, non ne hai per compiere alcuna azione.
Il poeta. Vive in eternità finché non si materializza un istante per compiere un gesto.
La poesia è come un bagliore istantaneo che non vedi con gli occhi, lo senti nel cuore e già sai che è terminato.
La poesia è felicità.

...

Il problema è che dio è donna.

"Donna. Enigma solubile
solo con l'aiuto della fantasia.
com'è che non riesco a
immaginarti vera."

"Vivere,
dolce condanna
che suona il suo richiamo
da che siamo nati."

Cosa è l'amore; oltre al sesso, c'è solo affetto o anche amicizia,
quale parte ha la complicità, quale il riso e quanto influiscono le abitudini?

"si ride da soli,
e si è felici.
Si ride in due
ed è amore."

L'albero i cui rami tendono verso le radici

Il Territorio
di Sandro Rizzo

Terra di terra, zona di radici e luogo di ritorni.

Questo era il territorio.

Intorno non c’era un paesaggio ricco di bellezza;

nessun particolare attraeva lo sguardo che arrivava senza alcun ostacolo dritto all’orizzonte; era, più che in senso, piatto il territorio.

L’unico stupore che lo riguardava era quello che avrebbe provato chi si fosse trovato ad ascoltare qualcuno che ne parlava.

D’altra parte, come per ogni argomento apparentemente insignificante, trovare qualcosa da dire sul territorio, non era uno sforzo da poco.

Proprio per questo bello sarebbe stato, ad esempio, cogliere un significato nascosto, scoprire un dettaglio trascurato che avrebbe potuto dare al territorio un nuovo aspetto.

S’intende, la trasformazione non sarebbe avvenuta fisicamente: la si sarebbe vista negli occhi della gente, di quella che tornava, magari.

Sì, perché di partenze dal territorio ce n’erano state tante e ancora ce ne sarebbero state; ma in fondo era un luogo di ritorni.

Una era la strada di partenza, tante, invece, quelle dei ritorni.

Era un capolinea di avventure da li cominciate ma altrove vissute, un risveglio da sogni sognati in altri sonni, un solido muro sul quale le proprie conquiste si frantumavano con rabbia.

E comunque rimaneva un luogo di ritorni.

E radici probabilmente.

Infatti, come per un albero, per quanto il tronco si innalzi al cielo, per quanto numerose possano essere le direzioni prese dai rami, per quanto bello possa sembrare coi suoi fiori, foglie e frutti, sono sempre le radici la chiave, perché sono a contatto con ciò che è più importante ma inesorabili aggirano e attraversano non viste ostacoli ostinati, si nutrono dell’essenziale ma danno potenza e bellezza, così per chi si stupiva e si chiedeva : “Perché parlarne?”, il territorio, il territorio diventa bello di semplicità e con qualche significato in più.

Come ogni altro luogo del resto: ogni posto diventa il ritorno per qualcuno, non più vuoto di ricordi.

Nota. Per una coincidenza, piuttosto che scrivere queste righe, avrei potuto descrivere e commentare lo stemma di Salice, che raffigura, per quanto ne so, l’unico albero i cui rami tendono verso le proprie radici.


Sandro Rizzo, classe 1968, marzo 2002

La poesia necessaria di Stefano Cristante

“A chi non sa amare”

La poesia merita luoghi, spazi di confronto e di sperimentazione.

La pagina è stretta, la voce preme, nascosta dietro ogni rigo, presa in ogni virgola, in ogni “a capo”, in ogni scarto di ritmo.

La voce dei poeti è oggi, ancora una volta, necessaria a scaldare le Arti nel confronto con i “capricci” del Tempo.

Voce di poeta è quella di Stefano Cristante, sociologo della comunicazione e della politica, in libreria con una raccolta di versi edita da Besa nella collana Lune Nuove: “Visite inattese”, dedicato “A chi non sa amare”. Versi volti al dire in una tessitura che gioca la poesia tra necessità e disincanto. Un “diario poetico” dove l’osservazione e l’analisi del reale si riversa in una lingua densa di significazioni intime, di interrogazioni: “Io non voglio abbandonarmi ai ricordi. / Io non voglio piangere. / Vorrei sapere perché / abbiamo scelto quelle strade, / quelle lame piantate sul selciato, / perché le abbiamo guardate, / così poco attraenti, / così velenose.”

Un dialogo aperto con il Mondo, cose piccole e cose grandi, intrecciate, strette nel mormorare del pensiero, si fanno scrittura, scherzo e sferza, tuono e ticchettìo di pioggia. Un quotidiano che non si basta nel suo ordinario costruisce questi versi, li spiega in una ritmica sapiente che rende la poesia cosa possibile, utile all’incontro, non lingua segreta o vezzo stilistico, monumento inutile dell’autocelebrarsi: “Sì, io vivo adesso, con tutte le mie pene, / io vivo adesso / occluso al mio futuro / superato il passato come macchina lenta / perso all’ingegno del segreto / svelato il paradigma antico / come enigma: oggi, / mondano arrampicarsi / allo specchio del giorno / quello di Oggi / che ha ucciso Ieri / e che nessun Domani prega.”

Bellissimi i versi che Cristante dedica al Salento. Così recita “Dimora”: “Per me abitare non è appartenere. / E’ amare la mia terra / per quante vie di fuga mi regala. / […] Intendo le volte / che arrivo alla fine di questa terra / e i miei occhi sono obbligati a vedere / solo cielo e mare e nient’altro. / Intendo quando parole greche / entrano d’improvviso nell’autoradio / e mi prende l’idea che questa terra / appoggiata sul mare come una ninfea / viva se stessa come un’isola remota / lontana da ogni paragone / lontana da ogni altra terra / per quanto magnifica.”

Una poesia distesa, chiara e chiarificatrice, che prende andature “classiche”. Di quel classicismo della poesia italiana del Novecento militante ed impegnato. Danilo Dolci, il sociologo-poeta che a Partinico inventò lo sciopero alla rovescia e l’università dei poveri cristi di Spine Sante, è sponda efficace per comprendere il “perché poeta” di Stefano Cristante. Certo egli non ha la stessa “santità” del triestino che si fece siciliano. La natura del loro “sacrificio” è differente, così le urgenze del tempo che attraversano, la maieutica che dispiegano, ma non l’affinità di funzione e il travaglio intellettuale. Il tormento provocato dallo stare sempre vigili, mai quieti al cospetto del Mondo. Mai domi dell’aver compreso e, se lo si è fatto, si e pronti a sgualcirsi, rovinarsi, a tornare nell’interrogazione. “Gareggiandomi contro / lascio dietro a me / spirali di angoscia / e fiumi di equivoci. / Io vivo nell’errore, / attendo la violenza come rimedio / la metto in pratica / la sento / la trasmetto. // Esiste un solo antitodo / uno solo / ma io / - come voi - / ne ho scordato il nome.”

C’è speranza, non c’è speranza? Questo non sappiamo dirlo. C’è amarezza ma: “Come blitz o colpo di stato / il buon umore sale al potere nel mio cuore. // E io non so attendere gli eventi / - eleggendo un governo-fantoccio dei miei sentimenti - / o se organizzare la resistenza armata / al nuovo usurpatore / degli umori neri precedenti. / L’economia interna dei miei nervi / s’adatta assai bene / a quel malessere vago e dominante. // Ma ora - nel frattempo - / il buon umore ha preso il sopravvento.”

Mauro Marino

sabato 6 ottobre 2007

Visite inattese di Stefano Cristante (Besa)


Se parlo come mangio
parlo poco.
Se mangio come parlo
mangio troppo.
Non mi resta che scrivere:
forzarmi al silenzio
con in pancia ben poco.
[...]
Casa mia certo non è quaggiù,
ma altrove
non so dove e triste e smarrito
per questi impicci misteriosi
guarisco come posso e voglio: narrando.
Amico mio,
mutato sia quel tuo sovente vezzo di distrarmi
e un pò più assorto il tuo pensiero vaghi
dove il muro che è tra noi
presto si perda.

Il Salento di Stefano Cristante


Dimora


Per me abitare non è appartenere.

E' amare la mia terra

per quante vie di fuga mi regala.


Intendo le volte

- stanco della mia casa -

che mi allontano di pochi chilometri

per farmi vicino a un ulivo

per scaldarmi in una masseria

per star fuori coi cani.


Intendo le volte

che vado a spasso lungo le rive

tiro sassi contro il mare

fumo una sigaretta con la tramontana

lascio orme che l'acqua cancella in un secondo

come se le onde fossero donnole

che giocano sotto la schiuma.


Intendo le volte

che mi getto sul cibo in un osteria

come un lupo costretto a lungo al digiuno

le volte che bevo il Primitivo e avvampo

quando l'antipasto già mi ha tolto la fame

ma seguito a mangiare per puro piacere

assaporando magnifiche storie narrate

dai cibi ai miei sensi.


Intendo le volte

che arrivo alla fine di questa mia nuova terra

e i miei occhi sono obbligati a vedere

solo cielo e mare e nient'altro.


Intendo quando il sole cresce dall'acqua

come una radiosa stella del cinema

e rincasa come un antica diva fiammeggiante.


Intendo quando parole greche

entrano d'improvviso nell'autoradio

e mi prende l'idea che questa terra

appoggiata sul mare come una ninfea

viva se stessa come un'isola remota

lontana da ogni paragone

lontana da ogni altra terra

per quanto magnifica.


Abitare è amare questa terra

per quante vie di fuga mi regala.


venerdì 5 ottobre 2007

"rifiuto il secolo / con furia delicata”.

Su Ercole Ugo D’Andrea
di Antonio Errico






Ci sono poeti che a un certo punto perdono ogni cognizione della differenza tra una cosa e il suo nome, tra una sillaba e un respiro, una parola e un batticuore, tra un verso e le ombre della memoria, tra gli eventi che accadono nella realtà e quelli che accadono in una poesia.
A un certo punto diventa tutto confuso; tutto viene avvolto da una nebbia, e il poeta guarda le figure della vita galleggiare come luci fioche dentro quella nebbia.
Ci sono poeti che a un certo punto non riescono più a fare a meno di pensare come fossero parole anche l’aria che respirano, le vene delle mani, la polvere sul tavolo, un inciampo, un souvenir, i riflessi degli occhiali, una lumaca sulla cornice di un ritratto, il fiorire dei mandorli, il sonno della madre, una neve improvvisa, i ceci messi a mollo.

Ercole Ugo D’Andrea fu un poeta così.

Fu un poeta che a un certo punto si accorse che tutta la poesia possibile era dentro la sua casa, che non c’era bisogno di cercare nulla fuori, oltre quel perimetro, al di là dei muri di confine; tutto l’universo era dentro la sua casa: il nascere, il morire, il vivere l’attesa, il sentire la speranza, il soffrire di un’assenza, il fantasticare una diversa vita senza davvero mai volerla.
Ercole D’Andrea si accorse, a un certo punto, che in quella casa c’era tutta l’eternità e tutto il transeunte, le felicità e i dolori di tutte le stagioni, i frutti ancora acerbi e quelli oramai sfatti, le parole da tacere e i silenzi da parlare, le menzogne e le verità che si aggrovigliano nel mondo. Si accorse che in quella casa c’erano tutte le metafore, che bastava soltanto attraversare le stanze, osservare le trasparenze degli occhi, comprendere stanchezze, interpretare delusioni, tessere i ricordi. Era tutta lì ogni poesia. Per scoprirla occorreva solo uno sguardo perforante, capace di raggiungere il mistero che ci cela nell’apparenza anonima e innocente.
Aveva un libro già scritto tutto nella mente, Ercole D’Andrea: un’opera che ininterrottamente compattava frammenti, scaglie, minuzie, attimi del tempo, millimetri di spazio.
Diceva di avere un diario celeste e terreno anche quando non scriveva parole.
Usciva poco da quella casa. Usciva sempre di meno. Sempre più stancamente, malvolentieri. Come se ogni uscita fosse uno strappo, una diserzione.
Era quella la sua misura, era quella il suo confronto, il suo conforto, il rifugio, la clausura per vocazione. I percorsi occasionali tra i paesi del Salento, per Lecce – “la morta” - o per Firenze, o per Urbino, forse erano soltanto provocazioni che faceva a se stesso, in modo da sentire un desiderio bruciante di ritorno.
Ma questa condizione del vivere lo spazio era – probabilmente – derivante dall’esperienza del vivere il tempo.

“ Non scendo a patti/ rifiuto il secolo/ con furia delicata”.

Nel tempo poeticamente ed esteticamente misero, Ercole D’Andrea viveva con il disagio di uno straniero che non comprende i linguaggi, che non sente richiami, che si disorienta nelle strade troppo anonime, troppo grandi, sommerse da una folla solitaria.

Allora elabora un proprio presente di parole.

Sospeso. Mitico. Separato da qualsiasi altro tempo presente.
In questo presente colloca lo spazio: quello spazio che gli dà motivo e materia di poesia.
Lo spazio è una casa tra grata e gelsomino;una casa che è “ quasi una leggenda”.
Probabilmente questo verso contiene il senso intimo, (una poetica segreta aspirazione), che D’Andrea attribuisce allo spazio di quella casa e al tempo di quello spazio. La leggenda ha sempre un’origine indefinita, un tempo svincolato da ogni cronologia e quindi indifferentemente identificabile come passato, presente, futuro, in relazione ai significati che si vogliono consegnare agli accadimenti e ai personaggi della leggenda. E in questa dimensione spaziale e temporale, in questa rarefazione di leggenda, D’Andrea consuma il suo quotidiano continuo monologo con le care presenze: con i vivi che con lui abitano la casa; con i morti che condividono i destini dei vivi attraverso il ponte del ricordo saldamente legato alle due sponde.
Nessuno è mai davvero andato via da quello spazio e da quel tempo.
La morte non ha mai sciolto nessun nodo. La poesia resuscita gli esseri, li riporta alle faccende di ogni giorno. Tutto è sempre vero perché forse niente è assolutamente vero. Tutto e una mistione di realtà e immaginazione. Come in una leggenda. O in una poesia.

Ogni cosa è sempre prossima alla fine, nella poesia di Ercole D’Andrea: ogni corpo, ogni passo, ogni sguardo, hanno sempre un rapporto con la fine. I fiori, i grilli fra le case, il mandorlo, l’alba, la foglia, il passero sul davanzale, tutto precipita verso la fine.
E’ poesia che dice la consapevolezza, a tratti angosciosa, della fragilità dell’esistenza, che dice lo sbigottimento, la rassegnazione davanti allo sgretolarsi delle creature, al dissiparsi delle loro storie.
La morte si affaccia nel paesaggio discretamente o con prepotenza, affiora dalle pagine di un libro, si insinua dentro un verso come similitudine o metafora, assume le sembianze di un perduto affetto.
Tutto è transeunte nella poesia di D’Andrea, e tutto è eterno. Ma l’eterno non è altro che una rivelazione della realtà: è lo stupore che viene da un ricordo, dai fenomeni delle stagioni, da un abbaglio, dai colori del cielo o di un’icona.
L’eterno è nella metafora del mare, nel desiderio di un senso d’infinito, indefinito, sconfinato: “ Ditemi: prima di morire/ avrò varcato il mare?”.
Prima di morire: l’eterno, quindi, è un’ansia che attraversa l’esistenza, che non sta dopo, oltre, ma dentro, nelle profondità.
Il tempo della poesia di Ercole D’Andrea, non è che continua replica: tutto quello che accade è già accaduto; ogni pensiero è già stato pensato; i giorni e le notti sono soltanto la copia – copia annerita- dei giorni e delle notti che sono ormai stati.
Una figura di madre va e viene tra il transeunte e l’eterno, tra la vita e la morte, tra il presente e il passato, tra la veglia ed il sonno, tra una ragione e un incanto.
Creatura di cielo e di terra, la madre è l’incarnazione dell’idea del tempo, il punto di riferimento nella spazio quotidiano, l’archetipo dell’origine dell’universo.
Da una figura di madre D’Andrea ha in dono temi, motivi, modelli culturali, significati che vengono continuamente caricati di valenze nuove e poi rinviati alla madre stessa, forma primitiva ed esemplare, che li accumula, li stratifica, li pone in relazione.
La madre è un codice dell’esistenza; è un reticolo segnino, un testo fluttuante, in continua espansione.
Ed è verso questa forma, verso questa figura, che si orienta la ricerca del senso dell’esistenza; in essa si cercano le ragioni, si generano le domande e le risposte, si indagano i rapporti con il passato, con la propria storia e con quella dell’altro; è questa figura che muove il desiderio di conoscenza che poi si realizza – o tenta di realizzarsi – con un gesto di tradimento: “ la madre racconta, ma il figlio/ vuole vedere il mare,/ la prima stella sul mare/ e lascia il pozzo bianco al verdeoro della campagna”.
Al figlio non basta più il racconto della madre, la sua conoscenza, la sua esperienza. Vuole cercare altre storie da aggiungere, da sovrapporre, da confrontare, da stingere, da tramandare con le sillabe di una poesia. Per l’istante che una poesia può durare.

L'immagine è tratta da www.bpp.it/.../2003/IV/img/122%20pag.jpg
(dove c'è un bellissimo, lungo articolo sulle corrispondenze di Ercole Ugo D'Andrea)

Odio il servile, l’appiattimento (…) La vita dei ribelli invece m’appassiona. Ercole Ugo D'Andrea

di Luciano Provenzano


Accostarmi alla poesia di Ercole Ugo D’Andrea è ricollocarmici vicino per rievocarne aspetti sentiti in maniera diretta, in lontani incontri con lui. Lontani per il tempo che passa e la vita che cambia: sono in debito con Ercole, un debito di visite e di doni. Spero mi perdoni. Ma anche una rilettura delle sue poesie è tornare a incontrarlo. Lo sentivo straniero, talvolta anche a se stesso: era uno sguardo dal di fuori sulle cose, quasi che poco avesse a cuore entrare in interiore contatto con qualcosa o qualcuno. Di fatto partecipava profondamente la realtà e sorprendeva per gli slanci con cui sviluppava emozioni di contatto. Sant’Isidoro, con i frutti di mare, a mangiare, mi meravigliò non poco: luoghi affollati e lui – noi, insieme - a farne parte, su sua proposta (e mi disse che ci andava spesso). Un’altra volta, a Civitella Alfedena, nel bar: era lui! nel paese d’origine del padre – ma casuale l’incontro - e ci portò nella sua casa. Un giorno venne a trovarlo Mario Luzi, nella sua casa a Galatone: ci scrisse un quaderno di quell’incontro. Sperava molto dalla poesia; ci ha investito la vita intera per rimediarne qualche briciola – non per dire che sia poca – ma rispetto a quanto ne sperava e ne parlasse anche una biblioteca intera sarebbe stata poca. Poesia entrava e poesia usciva; autori dappertutto, letture, e appunti, quadernetti. E tanta generosa produzione: Spazio domestico (Padova, 1967), Ozie e Negozi (Vallecchi, Firenze, 1973), La confettiera di Sèvres (Lacaita, Mandria, 1989), Fra grata e gelsomino (Garzanti, Milano, 1990) Il bosco di melograni (Passigli, Firenze, 1996), L’orto di ribes di corallo (Lacaita, Manduria, 1999), I colombi di Urbino (QuattroVenti, Urbino, 2001).

Il prendere posizione da seduti, questo gli dicevo, è troppo comodo! “Odio il servile, l’appiattimento (…) La vita dei ribelli invece m’appassiona”; ch’egli, Ercole Ugo D’Andrea, abbia potuto mai scrivere una tal cosa? Passione per i ribelli – quindi per la ribellione -? Se gli covava dentro l’ha risolta, di fatto, esclusivamente in poesia.
“Ho scelto la solitudine / perché il rovescio della medaglia è clamore, / rozzezza, arroganza.” Ma la verità è anche un’altra: solitudine “perché così un tempo m’avanza di puri addii alle cose”: E allora solitudine perché oltre vi è solo ‘rozzezza’ e ‘clamore’ o solitudine per coltivare quel legame interiore col mondo? “Ospite o esiliato nel pianeta / ho scelto via più breve la distanza”.
Una distanza da egli anche misurata: “che va dalle stagioni (…) fino al fiorito niente delle stelle”. Ma se quel ‘fiorito delle stelle’ è un ‘niente’, e allora potrebbe la ‘distanza’ trasformarsi eventualmente in una vicinanza? Quindi non più ‘ospite’ né ‘esiliato’, il poeta sarebbe a pieno titolo un abitante del mondo, nascendovi in esso. Ma è proprio il termine nascere, che in sé richiama il rapporto con la madre, a racchiude il senso profondo della personalità poetica di Ercole. Ed è a cogliere i tratti di tale rapporto – per come in tante poesie il poeta la nomina o la rievoca - che si comprende appieno la poesia di Ercole Ugo D’Andrea.

L'Angelo che sorride alla mia stoltezza

Ercole Ugo D’Andrea ( 1937/2002 )

Un’ ora d’imbrunire - 1981

Vecchie luttuose
tengono
linde le corti,
ne sono come a guardia
con le mani in grembo;
scrutano il passante
elegante, un foulard al vento,
non sanno che sono uno di loro.

S’incrociano gli sguardi,
forse i destini s’incrociano.

E’ un ora d’imbrunire, di sgomento.


L
a solitudine - 1982

Ho scelto la solitudine
perché il rovescio della medaglia è clamore,
rozzezza, arroganza.

Ho scelto la solitudine
perché così un tempo m’avanza
di puri addii alle cose.

Ospite o esiliato nel pianeta
ho scelto via più breve la distanza
che va dalle stagioni
- come ruotano vorticosamente –
sino al fiorito niente delle stelle.


C
he fa… - 1982

Che fa la tristezza…
Che fa la solitudine…
Io tengo un diario celeste e terreno
anche quando non scrivo parole.
Creativi sono
il piatto di ceci della madre,
il poco vino, la cruda cipolla
che mi strizza la lacrima,
i lupini, il caffè,
i vetri gialli, più oltre le viole,
le arance appese,
l’azzurro tra il fogliame di quei frutti d’oro,

l’Angelo (non mia invenzione)

che sorride alla mia stoltezza
e prega per me e per mio padre morto
e mi ricaccia in una
povertà di sogno.

Prima che venga l’uomo – 1982

C’è qualcosa che mi turba se devo essere io a parlare.
Ed è tutto questo grande silenzio che mi s’è fatto intorno.
Pure, vi parlo, perché siete tremendamente soli
(dunque, per voi, una gran felicità. Che mi dovete comunicare).
E voi siete le stelle, e voi siete i fiori
e voi siete gli alberi e voi siete le nuvole
e voi siete il mare e la spiga e la rosa
(anche quella dei venti). Tutto si compie.

E voi siete tutti i morti della terra
con le stesse grandi parole di silenzio che dicevo prima,
ma che ammiccano forte.

E voi siete i giardini e le maree
e i limoneti chiari
e gli angioli barocchi della morta città
e i gelsomini di pena
e le cariatidi e i voli
e la pianura lenta

prima che venga l’uomo
prima che venga l’uomo,

prima che venga
demente, fornicante,
con la sua scienza senza carità,
col suo feticcio della storia.


Visita alla casa di Giulio CesareVanin - 1981

O sacro uomo!
F. Hölderin

Ho fiancheggiato le terre salentine,
dall’altro lato un tempesta
di fiori di tabacco.

Ho attraversato paesi
nell’umidore d’uno scirocco fiaccante.

Sono arrivato a Taurisano
nell’ ora della messa vespertina.

Nella tua casa fanno il nido le rondini.
Com’è lontana Tolosa
E il buio secolo.

Ma che aria di sonno
Nella tua patria di cenere,
o Vanini!


O voi che venite dopo -1981

Quando sarò pietra,
muschio e pietra,
forse rosa,
e comunque il candido ossame di questa terra mia,
io che già sono una creatura della notte,
delle stelle e del mare,
naturali moralità dinnanzi alle quali
il mio umano destino si ferisce,
o voi che venite dopo, sappiate

che non sono stato invano,
che ho amato e sofferto anche per voi
e che solo le illusorie apparenze
mi dicono morto.

lunedì 1 ottobre 2007

La memoria dell’altro Salento
















Dopo quattro anni
“chiude” il mensile Coolclub.it

di Osvaldo Piliego

Senza una reale consapevolezza in questi ultimi anni un gruppo di ragazzi e ragazze si è cimentato in un’operazione che ad oggi ha tutti i contorni e i tratti di un archivio. La memoria delle cose piccole e nascoste che in questo territorio si sono succedute e hanno lasciato tracce. Da quattro anni la Cooperativa Coolclub pubblica una rivista mensile distribuita gratuitamente in tutto il Salento e (seppur in poche copie) a Brindisi e Bari. Un giornale che, nato come un foglio informativo (fotocopiato) delle attività della cooperativa, da sempre attiva nell’organizzazione di eventi culturali, è cresciuto fino a divenire una rivista di 48 pagine con una tiratura di più di tremila copie. Un giornale che, fin dai suoi esordi, si è posto in netto contrasto con il resto della stampa cosiddetta free, distribuita a pioggia in tutte le città. Perché come direttore responsabile – ma solo nominale di una redazione che ci è piaciuto chiamare collettivo - pensavo che questa terra avesse bisogno di contenuti. Così è: questa terra ha disperatamente bisogno di contenuti, di spessore che irrobustisca le radici di una cultura che oggi vede spuntare nuove gemmazioni che non si possono ignorare. Ecco perché Coolclub.it ha cercato da subito di tastare una realtà culturale più nascosta, non quella (o non solo) istituzionale dei grandi numeri ma quella del sotterraneo, della nicchia culturale. Questo ha avvicinato moltissima gente a nuovi ascolti, nuove letture, nuove visioni; ha aperto a molti un nuovo modo di consumare musica, letteratura, cinema. Queste le tre passioni principali di Coolclub.it che in questi anni ha raccolto commenti, consigli e critiche di una serie di penne importanti ma che è stato anche una palestra per nuovi aspiranti giornalisti (e scrittori). Coolclub.it ha ospitato collaboratori di giornali, radio e riviste nazionali e regionali come Il Manifesto, L’Unità, la Repubblica, Radio Capital, Radio Popolare, Left, Primavera Radio, Ciccio Riccio, Controradio, Corriere del Mezzogiorno, Quisalento, Gazzetta del Mezzogiorno, Nuovo Quotidiano di Puglia, Paese Nuovo solo per citarne alcuni (e mi scuso con gli altri). Il lavoro di tutta la redazione ha condotto a importanti collaborazioni con case editrici, etichette e distributori di tutta Italia. Il giornale è stato veicolo per la nostra regione e per le produzioni che qui nascono e crescono con numeri dedicati alla nuova musica (con Studio Davoli, Bludinvidia, Negramaro – in tempi meno sospetti – Insintesi, Amerigo Verardi ospitati in copertina), al cinema prodotto e ospitato, alla letteratura sempre così abbondante e di qualità. Dal marzo 2003 a oggi, cinquanta numeri hanno prodotto una mole di materiale imponente che ha nutrito in tutto questo tempo un sito internet che supera ad oggi il milione di contatti. Segno di vivacità e curiosità che da più lati arrivano e incoraggiano. C’è poi però l’altro lato di questa erma bifronte. Quello dolente, ritratto di una città (e di un territorio) che ai contenuti preferisce contenitori del disimpegno. Offrire un regalo dovrebbe vedere corrisposta la sorpresa, non dico meraviglia, la gratitudine per lo meno. Ma come in alcune coppie annoiate a volte sopraggiunge la consuetudine e ci si comincia a guardare in modo diverso. Si è insinuato in noi il dubbio che questa rivista non fosse necessaria, che la sua assenza non avrebbe fatto rumore. Matura l’idea che Lecce si sopravvaluta, sopravvaluta i suoi talenti, i suoi portavoce e soprattutto il suo pubblico. Esiste in città un referente reale per le proposte culturali che affollano i calendari? Operazioni come quella di Coolclub.it rischiano addirittura di sembrare egoiste, l’affermazione ostinata della propria esistenza in una terra. Ci vuole allora tempo per pensare, digerire e darsi delle risposte.
È per questo (e per altri motivi) che il giornale Coolclub.it non uscirà per qualche mese, per darsi delle risposte e per registrare le reazioni di un territorio che ne resta privato e che forse neanche se ne accorgerà. Restano in compenso la raccolta di più di quattro anni di storia di un territorio visto da un’angolazione diversa e un sito che continua a crescere e diventare comunità e contenitore di creatività salentine e non.

(*) Direttore responsabile Coolclub.it