martedì 4 febbraio 2020

Sulla poesia di Giuseppe Fioschi in “Tra l’attimo e l’infinito”


Tra l'attimo e l'infinito, quarta e prima di copertina


di Luciano Pagano

“Tra l’attimo e l’infinito” (Spagine/Poesia) è il titolo della raccolta di poesie di Giuseppe Fioschi, uscita in 100 esemplari nel maggio del 2019. Il libro contiene due note di lettura, a cura di Mauro Marino e di Marcello Buttazzo. Mi sono addentrato nella lettura di queste poesie in cerca di una voce, di un percorso, che già avevo conosciuto per aver letto, circa tre anni fa, “Il coraggio di cambiare” (Spagine, 2017), nel quale Giuseppe Fioschi presentava la sua esperienza personale e poetica, in un testo che univa al racconto diretto quello fatto in versi. Quindi, anzitutto, se prima mi aveva incuriosito leggere le sue cose, per una vicinanza diretta e quindi per una curiosità spontanea, adesso la curiosità era nei confronti dei versi, per vederne e coglierne una progressione in atto.

La prima poesia della raccolta descrive una scena naturale, in un paesaggio campestre, in un giorno d’estate, all’orario mattutino che precede l’arrivo del caldo opprimente, dell’afa che strozza la gola. “Nonostante tutto/ attraverso il mio tempo/ accolgo chi viene”. In quel “nonostante”, posto nel componimento che ha il sapore di un invito, di un saluto sulla soglia di casa, c’è un po’ del senso di questa raccolta, dove le poesie non hanno titolo, seguono il flusso di un racconto per versi, e ce n’è una (p. 10, p. 11) che ha come dedica “In memoria di Piero”, senza mediazione che non sia quella di seguire il proprio dettato interiore. Dopo un ingresso estivo, solare, l’amicizia è il secondo tema che incontriamo, la scomparsa di un amico fa sgorgare lacrime che “germoglieranno/ sul suolo sacro/ della nostra amicizia”. Bastano due poesie per accorgersi subito di una delle intenzioni che l’autore versa nella propria scrittura, ovvero sia mettere da parte, per il lettore, le cose che sono più significative, importanti. L’atmosfera rarefatta di una tarda mattinata, nella solitudine dell’attesa, l’amicizia, un abbraccio.

Il paesaggio, l’amicizia, i ricordi, come quello della madre (p. 12) e dei giochi da bambino, come se dal tempo si potessero rubare e riportare indietro attimi di una vita che non ci aveva ancora gettato in pasto al suo tempo senza tempo, con la sua frenesia. La parola “tempo”, sin qui già comparsa in ogni componimento, è una ricerca dei suoi attimi, in modo consapevolmente disperato, per trovare quelli in cui il tempo era propizio. Il poeta è un uomo che cerca (p. 13), va incontro alla vita e alle persone, “mi muovo”, “ti cerco”, “giro e rigiro”, il mondo oltre a favorire l’ispirazione al racconto di ciò che accade come campo visivo, è anche il luogo della stessa ricerca/scrittura.

“Tra l’attimo e l’infinito” trasmette l’idea di una scrittura che non avviene tra quattro mura, ma in strada, nella corsa, nella natura. E la terra chiamata per nome (p. 14), Gaia, è il luogo spensierato, con echi leopardiani “Nei campi, mirando/ lo spensierato vuoto/ nell’aria infinita”, e nonostante il dolore la percorra non è ancora persa la speranza di rintracciare in essa sogni, visioni, colori, la natura è un “porto quieto” di foscoliana memoria.

Il centro della raccolta (p. 15) ospita un componimento che fa da spartiacque, perché racconta di una nuova nascita che segue a un episodio cruciale, a una vera e propria morte, “In questa terra strozzata, morivo”. La terra che è madre, generatrice di sogni e visioni, è strozzata. Così anche nel componimento successivo, dopo la condanna, l’autore scosso disseppellisce le orme del passato e forse è pronto a ricominciare. Si tratta dell’interpretazione di un racconto personale, un itinerario nella propria esistenza, un colloquio con sé stesso e una confessione, allo stesso tempo. E effettivamente ciò che segue (p. 17) è un ritorno della bella stagione, la primavera, col suo senso di rinascita che va di pari passo con la rinascita del poeta “al limitar del nuovo giorno è primavera”, il vento è “frizzante”, l’invito al nuovo si concretizza con una passeggiata nel centro storico di Lecce, dove nelle viuzze, tra il sacro e il profano, gli elementi di una natura nascosta si mescolano alle “vestigia” del passato, in una piacevole confusione. Il poeta si abbandona al paesaggio che lo circonda e vuole comunicare al lettore la sua sensazione di risveglio dopo il turbamento delle esperienze passate. Dopo l’immersione-rinascita nel paesaggio il poeta è pronto per un nuovo canto (p. 19): questo è il secondo inizio della raccolta, il vero prologo in cui sono comunicate le intenzioni, ciò che verrà raccontato non saranno la bellezza della natura, delle sue creature e i suoi misteri, ma i misteri dell’animo del poeta, la consapevolezza dei drammi, il desiderio di riscatto dopo la trasformazione, le inquietudini, le lacrime e i sorrisi. Quindi l’elemento primo di “Tra l’attimo e l’infinito” è l’uomo, il poeta, l’autore, il suo percorso e la sua vita propria, senza maschere né menzogne.

Tuttavia questa decisione di darsi al mondo non può dettarsi per scelta in una relazione univoca, non è scontato che il mondo accetti i nostri doni, e soprattutto ― come accade nella scrittura ― esiste un moto di reazione allo stesso gesto del dono. Il dono non è problematico per chi dona, il dono pone degli interrogativi a chi riceve, che non sempre è pronto. Così il poeta in questo percorso di avvicinamento al mondo (p. 20) sperimenta il rifiuto, e la sensazione che l’accesso al sogno di bellezza di una Chimera, intesa come sogno che si realizza, è interdetto. C’è un forte anelito alla ricerca dell’altro (p. 21), dell’amore (p. 22, p. 23), che sono sospesi e che si allontanano, che non sono negati, in modo esplicito, ma nemmeno raggiungibili per vie semplici, non tortuose.

Riassumiamo allora le tracce, sin qui, di questo viaggio. La contemplazione del paesaggio e l’immersione nelle sensazioni che la natura ci offre, permettono di raggiungere una certa quiete, un riposo del cuore al riparo dal mondo. Questo sentimento si accompagna al ricordo di ciò che è stato, nel tempo passato e solo in quello, in quella età della fanciullezza in cui si nascondono i ricordi felici, prima che il mondo ci avesse presentato il conto dell’esperienza. L’ispirazione si misura con il proprio passato e si adegua al presente, trovando gli spunti per raccontare una nuova nascita, che subito si scontra con una realtà effimera, fatta di maschere e incontri sfuggenti. Ci vuole un momento di riflessione, per fare tacere “Il respiro affamato” (p. 24). È il tempo del ricordo (p. 25) che torna nuovamente, perché forse è il tempo, “tra l’attimo e l’infinito”, la chiave di tutto. Forse solo nella comprensione del proprio ruolo nel tempo, che avviene la comprensione di questo percorso poetico, di questo racconto della vita in versi. I luoghi di questi versi sono situati tra Lecce e San Pietro in Lama, la provincia e San Cataldo/Lido York, quest’ultimo costituisce, col capoluogo salentino, un’asse non solo geografico, ma anche ideale e poetico.

La prosa conclusiva (p. 31), spiega al lettore l’episodio da cui si sono originate queste poesie, l’uragano si è placato (p. 26, p. 27), restano i versi dedicati a chi (p. 28, p. 29) cerca la salvezza, proprio prendendo il largo di quel mare che in una notte di tempesta è stato apportatore di sconvolgimento. Così si chiude la raccolta (p. 30), e il lettore intuisce anche quali sono stati i motivi che l’hanno originata, quasi in un paragone tra ciò che il mare ha recato al paesaggio, con la sua tempesta e ciò che la vita ha recato nell’autore.

Luciano Pagano


domenica 2 febbraio 2020

Una poesia di Benedetta Pati

Benedetta Pati


È che vivo in una città così piena
di cose, case, chiese.
È che vivo in una città che sembra non fermarsi mai
anche di notte, notte fonda, notte scura, quando tutto è fermo
c’è un ubriaco che, al centro della pista, si declama
Ci declama.
È che vivo in una città in cui chiunque è impegnato a fare:
c’è chi fa la scuola,
c’è chi sta in ufficio,
c’è chi ha la vita
e c’è chi
lo ha
la morte.
È che vivo in una città…
È che vivo in una città che è simile ad un paese.
È che vivo in una città che sembra una me-tro-po-li.
È che vivo in una città dagli enormi trambusti.
È che vivo in una città senza tram, con tanti busti.
È che vivo in una città con grandi busti fissi.
È che vivo in una città in cui la gente ha paura di parlare,
in cui la gente
non sa
parlare.
È che è una città aperta, la nostra;
una città in cui non c’è l’italiano,
una città col senegalese, lo spagnolo ed il cinese ed il polacco.
Allora, chi è che sa parlare?
Parlare cosa, poi…
È che vivo in una città in cui tutto è già successo.
In cui ogni fase si ripete un’altra volta.
Una città in cui non c’è niente di nuovo perché il nuovo lo inventano gli altri.
Eppure, vivo in una città che non ha paura di sbagliare,
in una città che non ha paura di ripetere
perché gli errori, fatti due volte, custodiscono delle sorprese.
È che vivo in una città poco mia, a cui appartengo.
È che vivo in una città che non ho scelto, che mi ha scelto.
È che vivo nella città degli illuminati,
dei circoli belli, del sapore amaro.
È che vivo / nella / città.
E questo mi basta per starci bene.

sabato 1 febbraio 2020

"Un ulivo a Milano" di Giuseppe Semeraro



Giuseppe Semeraro
Un ulivo a Milano

Salve, buongiorno, mi presento
sono un ulivo di Milano.

Mi spiego meglio:
in verità non sono nato a Milano
mi ci hanno solo trapiantato.
Mi strapparono dalla mia terra dieci anni fa
alla giovane età di centoventisette anni
mi strapparono via come un filo d'erba
come si tira via un fiore di campagna.
Difficile descrivere quel dolore
non ci riesce nessuna parola
ed è meglio a volte un sorriso
per asciugare le lacrime sul viso.
Allora non vedevo chiara la mia condanna
al massimo mi aspettavo di finire in un vivaio
e mi vedevo nella tomba di un vaso
o dietro i muri alti di una villa
e non immaginavo il dramma del mio caso.
Fatto sta che da allora vivo tutto solo
al sedicesimo piano di un attico a Milano.


Ho bestemmiato tutto il repertorio,
tutti i santi del rosario
i beati e le madonne
i martiri e gli angeli
ho bestemiato i morti
ma soprattutto i vivi.
Ho maledetto gli architetti del nuovo
i santoni del design e dell'arredo urbano
i guru del verde in città e pure sti minchia di giardini verticali.
All'inizio, quando arrivai a Milano, volevo morire
volevo farla finita, volevo togliermi la vita
e la cosa più assurda è che
abitando al sedicesimo piano di un attico a Milano
avevo la morte a portata di mano.
Ma come spesso accade
la paura è più forte del coraggio
ci spaventa più l'idea del dopo
che la miseria del presente
così per paura sopporto questo affronto
e sopravvivo nel timore
sapendo di morire lentamente.
Quando mi strapparono con tutte le radici
lo fecero di notte sotto la luna d'aprile.
Il viaggio fu molto duro, credevo di morire
di finire come legna in qualche pizzeria
o tra le lame di qualche segheria
scusatemi la rima ma non è colpa mia
lo faccio solo per alleggerire
con questo dramma non vi voglio appesantire.
All'inizio mi tennero nascosto
senza luce e senza sole
sotto la volta di un capannone,
poi un giorno mi legarono un'imbracatura,
mi misero a testa in giù
e mi issarono sulla cima di un gru,
scusate la rima ma non lo faccio più,
con un filo d'acciaio mi tirarono su
fino al sedicesimo piano
di un attico a Milano.
Con tutta quell'altezza venivano le vertigini
credevo di non farcela
ma per fortuna s'affacciava maggio
e con la luce della prima estate
superai anche questo oltraggio
vinsi solitudine, altitudine e pure latitudine
e alla mia condizione ci feci l'abitudine.
Certo non posso negare,
la mia terra mi mancava
mi mancava la cantica delle cicale
le carezze del maestrale
l'umido sale portato dal mare,
mi mancava la giostra delle lucertole sul tronco
la tana della volpe sotto le radici
i salti pazzi del pettirosso
ma soprattutto mi mancavano i miei fratelli.
Li immaginavo già vestiti del frutto nuovo
e intorno a loro sentivo in lontananza
le voci dei contadini, i canti delle donne
la festa della raccolta
i riti d'ottobre.
Io ero solo come un cane
al sedicesimo piano del mio attico a Milano
e non mi importava se a quell'altezza
potevo grattare il cielo
se al fianco avevo una grande piscina,
la musica e una proprietaria molto carina.
Nonostante tutta la mia tristezza
devo ammetterlo ma con pazienza
mi abituai a quell'altezza.
Poi all'improvviso un giorno
presi i calci dell'inverno
e lì ricomincio il mio inferno,
non avevo più speranza, solo  lacrime in abbondanza
sui rami la coperta trasparente del gelo
sulle foglie avevo un velo di piombo nero.
Ho maledetto il mio destino
il colore acre di questo cielo
questa cappa di veleno
gli architetti vip di Milano
la crudeltà di chi mi ha strappato
l'indifferenza di chi mi ha venduto,
ho maledetto i contadini delle mie parti
quelli che si sono arresi
quelli che si sono venduti pure le bestemmie.
Non so come ho fatto
ma dopo il primo, ogni inverno ho superato
e a malincuore ho scoperto
della rassegnazione il suo cattivo effetto
infatti non ho per niente un bell'aspetto.
Ho scoperto che quest'attico al sedicesimo piano
anche gli uccelli lo considerano fuori mano
qui non arriva nessun pettirosso
non arriva neanche un canto
neanche le rondini osano tanto.
Così me ne sto solo,
passo le mie stagioni
creando per diletto
l'illusione di un altro tempo
vivendo ancora nel passato
il presente che mi è toccato.
Un giorno, poi, all'improvviso
è successo qualcosa d'imprevisto,
forse per la mia malinconia o per farmi compagnia
mi hanno fatto un regalo
mi hanno messo un vaso accanto
con dentro un ulivo delle mie parti.
L'ho visto combinato proprio male
la chioma arruffata, qualche ramo secco
sembrava sopravissuto a un brutto temporale.
Ho pensato subito ai dolori del trapianto
alle vertigini dell'altezza
alla fatica del lungo viaggio,
ma lui mi ha subito smentito,
non erano quelle le sue sventure
non era colpa del viaggio ne della malinconia
ma per colpa di una strana malattia
che a lui l'avevano salvato appena in tempo
e che per sicurezza era meglio stargli lontano.
All'inizio non capivo e ho chiesto chiarimenti
così a bassa voce mi ha chiarito il suo dolore
mi ha detto che giù in paese
nel terreno dov'è nato
dei suoi novanta fratelli
neanche uno s'è salvato
nel giro di pochi anni
si son seccati quasi tutti.
Mi ha detto che gira una brutta epidemia,
all'inizio si seccano le foglie una a una
poi muoiono rami interi
infine i tronchi nel giro di una primavera
sembrano scheletri presi a morsi dal vento
cadaveri impalati al suolo
bandiere infilzate nella patria della resa.
Mi ha detto che è tutto in rovina ormai,
fanno pena tutti quegli alberi potati storti
sembrano le croci tristi di una guerra
lapidi di un cimitero sotto il cielo.
Mi ha detto che ormai dalle nostre parti
niente cicale, niente nidi sui rami
niente volpi nelle tane, niente voci di contadini
niente canti di donne, niente feste per la raccolta
niente piccoli cerchi sotto gli alberi,
adesso è un mortorio di silenzio
nessun vento risuona tra gli ulivi .
Mi ha detto che adesso, disperati
i contadini piantano solo ulivi nani
messi in fila come ai supermercati
facili da coltivare
facili da potare
facili per guadagnare.
Dicono che per questa malattia
non ci sono cure
non ci sono rimedi
che non c'è niente da fare
si può solo eradicare,
che in due parole vuol dire
radici da tegliare
vogliono bruciarci le nostre radici
questo vogliono fare.

Allora ho cominciato a pensare, a ragionare
senza dire una parola, senza neanche respirare
neanche una bestemmia mi sono lasciato scappare.

Così ho pensato con grande tristezza
che visti i  tempi e quello che accade
in fondo si sta bene a quest'altezza,
che nella cattiva sorte ho avuto fortuna
anche da qui a Milano si vede la luna
e anche se non do più nessun frutto
il mio destino non è poi così brutto
mi dovro accontentare di non diventare secolare
e di finire i mie giorni qui al sedicesimo piano
di un attico a Milano.

domenica 15 dicembre 2019

La poesia di Alessio Ursoleo in "Potresti essere tu"

La materia prima della poesia
di Giuseppe Semeraro

La poesia di Alessio non è mai esatta, svelata, non ha soluzioni né conclusioni.
I suoi versi mi fanno pensare a un campo di battaglia dove sul campo restano frammenti di vita spezzata, lamenti appena udibili, pezzi strappati a brandelli e lasciati ai fuochi della notte. Come nella cieca violenza di una guerra, si sentono gli opposti combattersi, ci si sente circondati da proiettili, urla, esplosioni.
Nelle sue parole sento una lotta continua e incessante, un'azione che dall'intimità tende verso il suo interlocutore senza nascondere le sue unghie consumate e resistenti. Non ci sono né cadute di retorico ottimismo né l'arrovellarsi troppo negli angoli del dolore. La partita è davanti a noi, davanti ai nostri occhi, si sta giocando nel presente senza formule o ricette ed è tutta lì nella battaglia costante per l'umano, senza vincitori né vinti. Siamo nella scintilla, nel suo eterno portare la fiamma per l'altrove, senza resa e senza bandiere bianche.
Una partita aperta fino alla fine e che probabilmente non avrà mai fine. Mi sembra di ascoltare la melodia della polvere da sparo, "...ascolta la povere da sparo..." oppure "...avvicinati ho poche parole per questa poesia", "...gesti proletari si muovono sul letto..."
Come nella vita sento un conflitto necessario, la materia prima della poesia.

Nell’epoca del disincanto
di Mauro Marino

Sono mentecatto nei colloqui
gioco con poche rime e
poche sillabe.
Aduno i versi con la mano,
invidio chi tace,
sosto nelmezzo.
Mimo il canto del mattino,
porgo la guancia destra
mi trucco
nella tua reggia.
Sfioro la dimora,
sigillo le porte,
resto in prigione:
onta suprema
 della decadenza.

Parole ti vengono incontro. Sai, “potresti essere tu”, rigo dopo rigo, a ritrovarti nella densità che dipana senso. Cercalo, trovalo! Stai nei versi, abitali, inseguili! Immagini continue, sollecitano e non c'è consolazione. Rumore, quello sì! Quello del tempo intorno, quello del “labirinto cittadino” che cattura e quasi mai  salva lasciandoti meditare, “senza riposo”, “sul fiore/ l'ultima frode”.
Così è oggi, nell'epoca del disincanto. Non rimane che la poesia. Lì trova dimora il sentire, la sensibilità di chi sceglie di rimanere attento, vivo nella vita.
“L'ispirazione è una posizione, un'esigenza assoluta, [una rivendicazione di] autonomia” dove “la musa ha carne e ossa” e fa “tempesta nel petto”.
Il tempo è più forte del mio coraggio / il gregge ha latte ricco”, scrive Alessio e scrive anche “non ho cerotti”, “non so se (…) la vita / ha capacità ancora di slanci / generosi”. Amarezza? No! Constatazione, sì, presa d'atto. A questo ci ha allenato il divenire del Mondo, chi sa guardare, vede; chi ha memoria, sa!
A che serve il poeta, la poesia, se non ha questo allenamento continuo di attenzione e di critica? Tempo sprecato, meglio il latte del gregge? Ci viene a volte di dire: sì, meglio! Meglio quello, meglio sopravvivere nel presente, nella condanna della ripetizione, al riparo dallo stupore. Ma l’amore chiama, grida e solo chi è sensibile, chi veramente vive sa ascoltarlo, accolglierlo per tradurlo in suono, in parole, in senso. Questo Alessio Ursoleo fa, giorno dopo giorno provando la sua calligrafia, tessendo parole nell’accapo del tempo.

Alessio Ursoleo, "Potresti essere tu", Spagine Fondo Verri edizioni 2019.