ASIMMETRIE FRA EUROPA E MEDITERRANEO PRIMA E DOPO GAZA - LA POESIA DI GIUSEPPE GOFFREDO




di Maria Grazia Palazzo

Il 25 febbraio h 18,30 a Lecce al Museo Castromediano, all’interno del progetto, “Love Difference” Mar Mediterraneo, movimento artistico per una Politica inter-mediterranea, promosso da Michelangelo Pistoletto, ci siamo ritrovati seduti, in ascolto e in risonanza, intorno all’opera chiave del progetto “Il tavolo specchiante”, al cui centro Giuseppe Goffredo ci ha condotti con la sua voce in un excursus poetico e politico di testimonianza e di condivisione.

Ho appuntato solo alcuni passaggi della sua lectio che provo a rammemorare, non come report testuale ma come risonanza personale. In questo sconcerto di fuoco incrociato in cui stato di diritto e umanità sembra oscurata, in che modo essere “utili”? Alludo al modo di scendere “in campo” nel tempo che viviamo per servire ad uno scopo, prestare aiuto, fornire un supporto concreto per leggere quello che sta accadendo intorno a noi, anche perché, per mutuare le parole dello stesso Pistoletto, l’arte è un dispositivo attivo e relazionale che trasforma la società, superando la pura estetica per farsi etica e responsabilità. L’arte avrebbe questo potenziale, di connettere cultura, politica, economia con il sogno di rigenerare il tessuto sociale e persino il pianeta.

Dopo i saluti di rito di Mauro Marino, Paolo Paticchio, Raffaela Zizzari, la breve introduzione a cura di Anna Rita Merico per meglio contestualizzare l’evento, si è dipanato l’intervento di Giuseppe Goffredo, poeta-militante tra le rive del Mediterraneo, per continuare a costruire una cultura di pace, anche quando sembrerebbe troppo tardi. E proprio intorno ad una agorà simbolica, in un cerchio corale di presenze, il tempo della narrazione si concluderà con una lettura poetica di frammenti in finale. Molte le relazioni possibili ma ciò che Goffredo richiama sono le memorie del Mediterraneo come una esperienza storica stratificata. Tutti “noi siamo immersi in una memoria e in un sogno che è mediterraneo” e siamo drammaticamente testimoni di uno sfacelo agghiacciante, anche noi tra le onde come su un guscio di barca che si rovescia, dinanzi a un possibile futuro che ci sfugge e si colora di nero. Intorno al grande tavolo specchiato “noi serviamo, seduti intorno ad un diwan, perché parliamo di noi”. È il nostro destino in gioco. Non possiamo arrenderci, accettare passivamente il mainstream, quella cultura commerciale, massificante, espressione del pensiero dominante che livella ogni capacità critica, riducendo all’omologazione come in un rituale collettivo indifferenziato.

“Noi stiamo vivendo sull’orlo di un crinale. L’orrore è già qui: Gaza.”

Goffredo ha depositato sul tavolo decine di libri, riviste, saggi, libri di poesia, donazione per la Biblioteca Bernardini. La poesia è il battito cardiaco di Gaza, scrive Goffredo, all’interno di una antologia - Poiesis editrice - che prende il titolo da un famoso verso iniziale di Rafaat Alaree, “Se io devo morire / Tu devi vivere” - quasi un mantra, anche nelle tante traduzioni e raccolte antologiche in giro per il mondo, in cui è contenuta. Sono corpi innocenti quello di amici, di famiglie, di donne, bambini, di intellettuali vittime della follia sadica di pochi. La lucida parola umana che dai poeti di Gaza si leva oggi manca in Occidente.  “Questa l’infamia: uccidere bambini, farli morire di fame, bombardare le loro scuole, i loro asili, ridurre in cenere gli ospedali per non dar modo ai medici di curare i feriti, smantellare le università e le biblioteche”. Alaa al-Qatrawi, poeta di Gaza, ha vissuto una tragedia indicibile, dilaniante, ha perso i suoi quattro figli durante un bombardamento sulla sua casa e ha subito, come può una madre, il divieto delle forze occupanti di cercare i loro corpi. La disumanizzazione è anche impossibilità di compiere un atto di pietas nei confronti di vittime innocenti, i cui corpi restano sotto le macerie, senza degna sepoltura, come in una tragedia antica. Ci si deve indignare, dunque, anche dinanzi alla narrazione che ci viene propinata di una società militarizzata e violenta, in una guerra permanente e diffusa e chiederci se questa narrazione non alteri il senso della realtà. Bisogna rigettare ogni macabra soddisfazione. Già A. Camus in più di un’opera, pone alla nostra attenzione l’assurdo a cui siamo consegnati, dichiarando un senso d’impotenza di fronte all’ingiustizia che annienta l’umanità dei “vinti”. C’è un sadismo suprematista che ormai occupa la scena e una sorta di negazionismo della realtà. Basti pensare agli Israeliani che preferiscono chiamare i Palestinesi semplicemente arabi, intendendo con ciò negare ogni pretesa identitaria o nazionalità. Una sorta di contraddizione in termini, a rigor di logica del diritto positivo, ma anche del diritto umanitario.


Eppure, Gaza racconta perché la gente non dimentichi.

È una responsabilità morale di tutti! Il grande poeta palestinese Darwish rivendica la soggettività plurale palestinese. Il dolore del mediterraneo è anche nostro. L’aver dato alle fiamme distese di ulivi è un atto che uccide il cuore del Mediterraneo.  Gaza, insomma, è l’anticipazione del modello finale che è monito agghiacciante per tutti, Si tratta di una irrazionale esplosione di ὕβρις, di una hybris individuale che indica la tracotanza, il delirante orgoglio e la superbia di chi spinge a superare i limiti propri dell’umano, sfidando le leggi etiche più elementari. Inevitabile ricordare il “fascismo eterno” di U. Eco, come ad un progetto, ad una postura, a un metodo che è odiare gli altri, scatenando conflitti sociali, destabilizzanti e distruttivi. E ciò avviene cavalcando l’onda del ridurre tutto ai minimi termini secondo i paradigmi del conflitto di civiltà - Oriente e Occidente, Cristianesimo e Islam, ecc. - C’è sempre un despota che muove la guerra, ma non ci sono eserciti a combattere, ci sono civili che subiscono feroci attacchi e finiscono imprigionati, torturati, puniti, infine, eliminati, destinati a morire barbaramente. La violenza ha preso il posto di qualunque principio etico umano.

Le rivolte delle piazze arabe, continua Goffredo, sono state come nel nostro ’68, annunciatrici di cambiamento ed evoluzione. Ma la repressione è stata tremenda, in diverse tappe, trame internazionali, diplomazie, politiche mistificatorie. Accade così di accorgersi come dalla istituzione dell’accordo per la zona Schengen, che avrebbe dovuto promuovere e tutelare la libera circolazione alle frontiere interne, ad oggi, in Europa è stata spenta la pulsione viatoria anche dei giovani. Si viaggia, quando si viaggia, correndo non pochi pericoli. E spesso si rinuncia a viaggiare nei paesi del mediterraneo per timore di controlli di polizia violenti e irragionevoli. Lo stato di diritto, ormai, è una parvenza che non garantisce più neanche i diritti umanitari e le tutele minime di contraddittorio e di difesa legale. Ebbene le tragedie non sono fatte naturali, lo aveva detto a chiare lettere, il compianto Alessandro Leogrande. Pensiamo ai naufragi che si ripetono e non solo. Pensiamo a Cutro, ai 99 morti, alle promesse del governo.

Eppure, sottolinea Goffredo, siamo chiamati a cercare la bellezza. La bellezza che è nella luce, nel cielo, sulla terra, in questo mondo martoriato ma bellissimo. Dall’arma atomica in poi l’aspirante autocrate può con tracotanza e rancore far male agli altri. Ma il Mediterraneo è un continuum di valori condivisi. Da Ur in poi, dai Sumeri in poi, c’è una archeologia di valori, di visioni, di sogni condivisi, una circolarità di cultura plurale. M. Bernal nell’opera Atena nera, smitizza l’eurocentrismo, affermando il debito preesistente di civiltà millenarie, pregreche, non europee, le civiltà semitiche, asiatiche e africane. G. Semerano, grande filologo pugliese, afferma le origini mesopotamiche comuni di Oriente ed Occidente, facendo dialogare le lingue antiche in un movimento che è la cultura del Mediterraneo da recuperare, una koinè culturale tra lessico, lingua e archetipi, innegabile, perché stratificata nel tempo.

L’excursus della lectio tocca molteplici corde. Dal Romanticismo in poi, non può negarsi, che il colonialismo brutale diventerà la base culturale della questione razziale, dell’antisemitismo, di cui anche l’islamofobia è derivazione.  Nell’opera Elogio del Tradimento l’autore G. Haddad, psichiatra ebreo tunisino scrive un pamphlet sull’antisemitismo. Dodici lettere sulla natura del sionismo e sullo Stato di Israele, in cui s’indaga il contesto storicoculturale e la natura del tradimento sociopolitico. È necessario leggere quanto accade, forse, come il portato di un già visto, un già detto. La "macchina celibe", introdotto da Marcel Duchamp, nel primo Novecento, descrive meccanismi immaginari o reali capaci di convertire l'amore e il desiderio in una meccanica di morte, che sembrano riecheggiare in certe dinamiche dell’orrore.

Qualcosa di umano si è perso per sempre? Come nella Melencolia, opera misteriosa di Durer, fitta di simboli indecifrabili, messaggi esoterici, alchemici, dentro un quadrato magico, sembra preconizzato il delirio di onnipotenza del dominio di pochissimi. Se appena l’1%, dei più ricchi del mondo, ha strumenti enormi, anche di coercizione, mezzi di comunicazione e di controllo delle masse, di persuasione e dissuasione, anche violenta, c’è da mobilitarsi. È il nazifascismo eterno che si nega esistente e s’inocula nei talk show e nel dibattito popolare, in modo sempre più pervasivo e perverso. Forse bisogna recuperare un ordine simbolico diverso, non violento, quello di civiltà millenarie che avevano al centro la Dea Madre. In definitiva l’Europa che dovrebbe inventare una politica per il Mediterraneo, avendogli voltato le spalle è decaduta. Eppure, gli intellettuali migliori vogliono dialogare, fare rete, cambiare le cose. Ma sono perseguitati, ovunque, o silenziati. E che dire del prezzo che stanno pagando, tra loro, le donne.

Noi siamo Gaza, dunque.

Lea Rabin (Leah) moglie di Yitzhak Rabin, Primo Ministro israeliano assassinato nel 1995, racconta in modo intimo e toccante alcune memorie, in forma di epistole o lettere al defunto da cui emerge il loro impegno per la pace, il suo dolore, la solitudine e la frustrazione per le sfide politiche in Israele che rivelano la ferma opposizione politica contro B. Netanyahu, definito in una lettera del 1998 come un "incubo" e un disastro per la società israeliana. In un dialogo ideale col marito ormai morto emerge la domanda “come finirà questa tragedia?” e la risposta non tarda ad arrivare “con un’altra catastrofe”. L’incontro con il poeta Giuseppe Goffredo si è concluso con un caldo invito a ritornare per presentare il suo ultimo lavoro, Cadere nutre la terra, Poesie 1976-2022.


Maria Grazia Palazzo


 

Giuseppe Goffredo poeta e scrittore nato ad Alberobello in Puglia. Per la poesia ha pubblicato: Fra Muri e Sogni, Torino, Einaudi, 1982; Paesaggi di Maggio, Milano, Mondadori, 1989; Elegie Empiriche. Guerini e Associati, Milano 1995; Alle Porte di Alessandria (poesie 1977-2000), ed. La Mongolfiera, 2003; Contrade Madri di Aprile ed. Lieto Colle, Milano, 2007. Per la Poiesis Editrice sono pubblicati: Canto e oblio,  2010; Nessuna solitudine è più vera dell’azzurro dopo ogni spavento, 2015-2016; Nelle voci del mare perdute, 2019; Cadere nutre la terra. Poesie 1976-2022, pubblicato nel 2024. Per la narrativa: Con i fiori dei mandorli in faccia (romanzo), 2006, Palomar, Bari; Il Cielo Sopra Baghdad. Diario di un viaggio in Iraq, 2006-2012; Verso il mare che tace (romanzo), Poiesis, 2012; Lo sguardo del paesaggio. Un viaggio attraverso il paesaggio italiano, Poiesis, 2015; E’ Alberobello, il patrimonio, la tutela, l’amor loci. Poiesis 2022. Per il teatro ha scritto: Baghdad Baghdad (2005); Nelle voci del mare perdute (2020) musiche di Stefano Battaglia. Per la saggistica: Cadmos Cerca Europa - il Sud fra il Mediterraneo e l'Europa, Bollati Boringhieri Editore, Torino, 2000; I dolori della Pace. Crisi o scontro di civiltà nel Mediterraneo. Poiesis, 2009. Soli con il mondo. La specie umana dentro la crisi di civiltà, Poiesis Editrice, 2020. È direttore dei ‘Seminari di Marzo’ colloqui fra il Mediterraneo e l’Europa (1983-2025). Ha fondato e dirige dal 1995 ‘Poiesis Editrice’: le letterature fra l’Europa e il Mediterraneo; ha fondato e dirige la rivista ‘Da qui letteratura arte e società fra le culture mediterrane’. A tenuto numerose letture fra paesi mediterranei ed europei. È tradotto: in tedesco, francese, inglese, arabo, turco, croato. Nel 1987 gli è stato assegnato il Premio Pier Paolo Pasolini.