di Vito Antonio Conte -
Sin da
ragazzino casa mia è stata sempre presenziata da (almeno) un gatto. È quella
l’età giusta, secondo la mia esperienza (non pretendo, né mai ho avuto l’ardire
di pensare d’essere il depositario di alcunché, men che mai di alcuna verità
assoluta), per iniziare a prendersi cura d’un gatto (…), ché prima (spesso,
l’età) incorre (tra gli altri sentimenti) in quella sorta di sadismo infantile
pericoloso per umani e no. Ho giocato, gioito e sofferto per le alterne vicende
dei miei felini, sempre rispettandone l’indole e l’essere. Tuttora quella
domestica-selvaggia presenza continua. Parlare di Zimaleto, il gattone che sta
con noi da circa dodici anni (forse tredici), sarebbe tediare chi (per avventura)
dovesse leggere questo pezzo e,
dunque, eviterò accuratamente di farlo. Anche perché qualche parola cercherò di
spendere su Tequila, che (in questo caso) non è il famoso distillato messicano
di agave blu, bensì un altro felino. Di colore nero. Bellissimo. Ruffiano e
anarchico come soltanto i gatti sanno essere. Schivo: come d’essere riluttante
e solitario, se così gli va. Elegante: con quel suo incedere leggiadro ch’è
movimento di grazia e potenza. Misterioso: non c’è gatto che sfugga, almeno in
un atteggiamento, a evocare qualcosa di enigmatico, indecifrabile,
incomprensibile, arcano e occulto. Sarà (forse, anche) per questo che intorno
alla figura del gatto sono proliferati miti, superstizioni e leggende: penso a
Bastet (antica dea egizia), ma esempi si trovano anche nelle mitologie
scandinava e greca, per non dire del magico Nekomata della cultura giapponese.
Da quel che ho appena annotato emerge, per definizione, che il gatto non ammette
qualsivoglia definitiva definizione. È, credo, proprio questa peculiarità a
aver suscitato (e continua a generare) verso questo felino l’interesse (anche)
della letteratura d’ogni latitudine e tempo. E, in particolare, una sorta di
fascinazione sui poeti. Ché (spesso) i poeti sono caratterizzati dall’essere
creativi e solitari. Proprio come i gatti. Vi è che italiani e stranieri,
viventi e no, han versificato sul gatto. Tra gli altri, stante la personale viscerale simpatia per Hank, mi piace
ricordare che Bukowski (ironicamente) ha scritto “Lo sapevate che i gatti dormono venti ore su ventiquattro? Non c’è da
stupirsi che abbiano un aspetto migliore del mio”. Sto divagando e rischio
di deragliare. Dovevo spendere qualche parola su Tequila. In realtà non conosco
Tequila, quindi dovrei dire di Tequila traverso quel che su Tequila ha scritto
un caro amico. Dunque, non dovrei scrivere di gatti, ma della scrittura di Rob
e dei suoi versi dedicati a Tequila (e dintorni). Ma non sono un critico (né
tante altre cose) e, quindi, lascerò qualche impressione da lettore, non
potendo evitare di affermare che quel che sinora ho inchiostrato già è frutto
della (altalenante) lettura di LA TEQUILA NERA E ALTRE POESIE FELINE (felide
silloge di Roberto Dall’Olio, edita nel c.a. per i tipi di Giuliano Landolfi
Editore). La prima cosa m’ha trasmesso questa lettura è lo straordinario amore
dell’Autore per il suo micio di colore nero. Amore nel senso di vera e viva
affezione. Che lascia spazio a possibili metafore: Tequila è femmina e nera:
ancora oggi esser donna e avere il colore della pelle nero è fonte di
pregiudizio. Il gatto nero era (e, purtroppo per molti, ancora è) presagio di
sventura. Gli occhi del gatto nero trasmettevano inquietudine in quanto animati
da oscure forze (pregiudizio anche questo, purtroppo tutt’oggi persistente).
Aver versificato per Tequila con la delicatezza, la tenerezza, la passione e,
soprattutto, il rispetto, come ha fatto Rob è rovesciare la creduloneria ancora
esistente, la superstizione ancora imperante, l’ignoranza dilagante sull’essere
donna e sull’essere di pelle scura oggi. È uno schiaffo al razzismo e a tutti
gli ismi. La seconda cosa che ho
colto è l’indipendenza della scrittura di Rob, libero di liberare parole a
cristallizzare il suo rapporto viscerale con quel che per altri è soltanto un
animale. E anche qui qualche metafora potrebbe cogliersi. E qualche monito. Ché,
forse, c’è talmente poca umanità tra i c.d. umani che bisogna cercarla altrove.
Ma questo è soltanto un pensiero e non m’appartiene totalmente. Né affermo che
appartiene all’Autore. Sia ben chiaro. La terza cosa che m’ha colpito
nell’intera silloge è una certa sensazione di assenza ch’è (come qualcun altro
ha detto e scritto e come pur’io già ho detto e scritto altrove) più forte di
talune presenze. Anche questa è una delle note che caratterizzano il mondo
felino: il gatto, in particolare, anche quando è assente è comunque presente
nella vita di chi lo scelto come compagno. Ed è vero anche il contrario: quante
volte Zimaleto è lì, presente, ma trasmette un’aria di completa meditabonda
assenza? Proprio una specie d’ignavia. Un’indolenza sconosciuta. Quel mistero
che lo fa amare. Quel mistero che fa cantare
Rob e può suscitare nel lettore tutto quel che io potrei ancora dire e
scrivere, ma che prudenza mi consiglia di smettere per non ammorbare (come ho
avuto cura d’avvertire nell’incipit)
quello sventurato lettore di questo pezzo.
Lecce,
15 marzo 2026
Vito
Antonio Conte
