"La tequila nera e altre poesie feline" di Roberto Dall'Olio

 


di Vito Antonio Conte - 

Sin da ragazzino casa mia è stata sempre presenziata da (almeno) un gatto. È quella l’età giusta, secondo la mia esperienza (non pretendo, né mai ho avuto l’ardire di pensare d’essere il depositario di alcunché, men che mai di alcuna verità assoluta), per iniziare a prendersi cura d’un gatto (…), ché prima (spesso, l’età) incorre (tra gli altri sentimenti) in quella sorta di sadismo infantile pericoloso per umani e no. Ho giocato, gioito e sofferto per le alterne vicende dei miei felini, sempre rispettandone l’indole e l’essere. Tuttora quella domestica-selvaggia presenza continua. Parlare di Zimaleto, il gattone che sta con noi da circa dodici anni (forse tredici), sarebbe tediare chi (per avventura) dovesse leggere questo pezzo e, dunque, eviterò accuratamente di farlo. Anche perché qualche parola cercherò di spendere su Tequila, che (in questo caso) non è il famoso distillato messicano di agave blu, bensì un altro felino. Di colore nero. Bellissimo. Ruffiano e anarchico come soltanto i gatti sanno essere. Schivo: come d’essere riluttante e solitario, se così gli va. Elegante: con quel suo incedere leggiadro ch’è movimento di grazia e potenza. Misterioso: non c’è gatto che sfugga, almeno in un atteggiamento, a evocare qualcosa di enigmatico, indecifrabile, incomprensibile, arcano e occulto. Sarà (forse, anche) per questo che intorno alla figura del gatto sono proliferati miti, superstizioni e leggende: penso a Bastet (antica dea egizia), ma esempi si trovano anche nelle mitologie scandinava e greca, per non dire del magico Nekomata della cultura giapponese. Da quel che ho appena annotato emerge, per definizione, che il gatto non ammette qualsivoglia definitiva definizione. È, credo, proprio questa peculiarità a aver suscitato (e continua a generare) verso questo felino l’interesse (anche) della letteratura d’ogni latitudine e tempo. E, in particolare, una sorta di fascinazione sui poeti. Ché (spesso) i poeti sono caratterizzati dall’essere creativi e solitari. Proprio come i gatti. Vi è che italiani e stranieri, viventi e no, han versificato sul gatto. Tra gli altri, stante la personale viscerale simpatia per Hank, mi piace ricordare che Bukowski (ironicamente) ha scritto “Lo sapevate che i gatti dormono venti ore su ventiquattro? Non c’è da stupirsi che abbiano un aspetto migliore del mio”. Sto divagando e rischio di deragliare. Dovevo spendere qualche parola su Tequila. In realtà non conosco Tequila, quindi dovrei dire di Tequila traverso quel che su Tequila ha scritto un caro amico. Dunque, non dovrei scrivere di gatti, ma della scrittura di Rob e dei suoi versi dedicati a Tequila (e dintorni). Ma non sono un critico (né tante altre cose) e, quindi, lascerò qualche impressione da lettore, non potendo evitare di affermare che quel che sinora ho inchiostrato già è frutto della (altalenante) lettura di LA TEQUILA NERA E ALTRE POESIE FELINE (felide silloge di Roberto Dall’Olio, edita nel c.a. per i tipi di Giuliano Landolfi Editore). La prima cosa m’ha trasmesso questa lettura è lo straordinario amore dell’Autore per il suo micio di colore nero. Amore nel senso di vera e viva affezione. Che lascia spazio a possibili metafore: Tequila è femmina e nera: ancora oggi esser donna e avere il colore della pelle nero è fonte di pregiudizio. Il gatto nero era (e, purtroppo per molti, ancora è) presagio di sventura. Gli occhi del gatto nero trasmettevano inquietudine in quanto animati da oscure forze (pregiudizio anche questo, purtroppo tutt’oggi persistente). Aver versificato per Tequila con la delicatezza, la tenerezza, la passione e, soprattutto, il rispetto, come ha fatto Rob è rovesciare la creduloneria ancora esistente, la superstizione ancora imperante, l’ignoranza dilagante sull’essere donna e sull’essere di pelle scura oggi. È uno schiaffo al razzismo e a tutti gli ismi. La seconda cosa che ho colto è l’indipendenza della scrittura di Rob, libero di liberare parole a cristallizzare il suo rapporto viscerale con quel che per altri è soltanto un animale. E anche qui qualche metafora potrebbe cogliersi. E qualche monito. Ché, forse, c’è talmente poca umanità tra i c.d. umani che bisogna cercarla altrove. Ma questo è soltanto un pensiero e non m’appartiene totalmente. Né affermo che appartiene all’Autore. Sia ben chiaro. La terza cosa che m’ha colpito nell’intera silloge è una certa sensazione di assenza ch’è (come qualcun altro ha detto e scritto e come pur’io già ho detto e scritto altrove) più forte di talune presenze. Anche questa è una delle note che caratterizzano il mondo felino: il gatto, in particolare, anche quando è assente è comunque presente nella vita di chi lo scelto come compagno. Ed è vero anche il contrario: quante volte Zimaleto è lì, presente, ma trasmette un’aria di completa meditabonda assenza? Proprio una specie d’ignavia. Un’indolenza sconosciuta. Quel mistero che lo fa amare. Quel mistero che fa cantare Rob e può suscitare nel lettore tutto quel che io potrei ancora dire e scrivere, ma che prudenza mi consiglia di smettere per non ammorbare (come ho avuto cura d’avvertire nell’incipit) quello sventurato lettore di questo pezzo.

Lecce, 15 marzo 2026

Vito Antonio Conte