venerdì 30 novembre 2007

La Favola Salentina di Matteo Fraterno.

Un esperienza di arte relazionale nel Salento.

di Mauro Marino

C’è un luogo poco lontano da Lecce, nelle campagne tra Galugnano e San Donato, che condensa in sé un equilibrio ancora antico. Sospeso, di pietre, troviamo un sistema di architetture rurali ancora integro, denso di energie evocative: menhir, muretti a secco, il piccolo santuario della Madonna della Neve, il loro apice simbolico è rappresentato da due meravigliosi pagliari. Maestosi, di fine fattura, dotati di quei piccoli confort di saggezza contadina capaci di fare regale anche la più umile delle abitazioni. L’essenzialità e il vertiginoso salire delle pietre gli unici ingredienti di un costruire nato dalla necessità primaria di toglierle dal fastidio nei campi. Ammucchiarle per dare luogo alle coltivazioni e, in maniera funzionale, utile, recuperarle all’abitare. Questo luogo è divenuto leva d’attenzione e motivo di ricerca creativa per un viaggiatore artista, il napoletano Matteo Fraterno, giunto nel nostro Salento in cerca di suggestioni ma soprattutto di relazioni, di incontri, di scambi creativi. Questa la reale materia del suo fare, del suo costruire opere. L’arte col suo agire prefigura, significa, dove riflette mancanza, vuoto, segni di crisi. E’ nella relazione che l’ultimo operare si confronta, nel tentativo di rifondarla, di colmare ciò che la vita, nell’ ordinario quotidiano, lascia scoperto ed esposto.

Ciò che la politica, ormai usurata nel suo motivo etico, non riesce più a guidare a governare in una sincera e aperta tensione civica. In questa deriva gli artisti cercano e rifondano la loro pratica, definendo uno statuto dell’arte propositivo di modelli non più soltanto estetici. La ricerca della bellezza motiva il creare nella sua funzione sociale, nel suo divenire strumento di mediazione relazionale. L’artista agisce collocandosi, in piena scienza e coscienza, nel cuore della problematica del proprio tempo per divenire operatore d’allerta, di cambiamento. Il Salento è sponda di arrivi, accoglie e motiva ispirazioni, desideri d’operare, è nel suo carattere. Matteo Fraterno nella sua estraneità costruisce indagando. Ri-cerca unità di senso, in quei segni ormai a noi consueti. Chiede, vuol sapere, sprona la memoria, invita nell’ascolto il ricordo, per cogliere tracce, per rinsaldare legami. E il dialogo si fa piccola opera. Straniero è colui che vuol sapere, chi chiede costruendo assonanze, condivisioni, stesso sguardo. Straniero è colui che aiuta a guardare. In Matteo Fraterno la curiosità, nella sua origine campana, è la chiave della presenza, l’elemento connotante, la vèrve autrice dell’incontro. La Favola Salentina, pubblicata dall’editore Besa, con il sostegno dell’Amministrazione Comunale di San Donato – dedicata ai due pagliari delle campagne di Galugnano ed alla storia di Pantalicchio Mazzeo di sua moglie Angelica e delle loro tre figlie che lì hanno vissuto - è il primo atto di un’ opera in divenire aperta all’interazione con altre comunità (Melendugno, Calimera, Caprarica, San Donato, Copertino, Leverano), su un tratto geografico che “da mare a mare” presenta molteplici aspetti comuni che consentono una lettura articolata del territorio attraverso la quale è possibile relazionare fra loro architettura, letteratura, paesaggio e colture in un intreccio nel quale sono protagonisti gli uomini, le pietre e le loro storie. Raccontare questi paesi che orizzontalmente si incontrano senza confini, con i feudi divisi da muri a secco dove le pietre si attraggono come fossero calamite, permette l’individuazione di margini aperti per re-inventare proposte culturali ed artistiche, che sempre nascono e si sviluppano attraverso la conoscenza ed il confronto con il territorio teso a legare il passato con la contemporaneità in una tensione di unità simbolica. Un archivio della memoria vivo in interazioni sollecitate da un indagare che elabora l’incontro motivandolo e valorizzandolo in atti di creazione. Ripercorrere tracce, segnate di pensiero e di atti militanti nel loro affermare tensioni volte alla Cultura. Atti puri, altri, eccentrici ed inconsueti mirati da una osservazione generante, attiva nella lingua e nel desiderio della conoscenza. Di questo Matteo Fraterno prosegue la tradizione e la ricerca, cercando nel quotidiano, l’ispirazione al pensiero per esercitarlo poeta, interprete nella visione. Civile inoltre ad ogni vincolo. Aperto, possibile leva di mutamento.

segni e poesia, le illustrazioni di Efrem e Giulia












http://www.efrem.biz

Ad Efrem

da Mauro Marino

Ci sono mani e mani!

Occhi ed occhi!

Anche le voci, anche i gesti, il camminare…

ci sono, differenti.

E’ nelle persone l’ineguale,

in ognuno cuoce particolarità e stile.

Quanto clamore, voci e voci…

Ehi! Una pausa, vi prego, una pausa!

Ci sono alcuni che nell’essenzialità si ritrovano,

condensano i colori, calibrano il tratto

sfuocano intorno, fanno solitudini beate.

Tutto silenzio… Tutto silenzio, nel castello interiore.

In quiete ci lascia scorgere l’opportunità che, dalla moltitudine

si possa cavare una traccia di qualità.

Un soffio, un respiro, il segno d’una necessità.

Un osar dire al riparo dal “dover” e dalle convenzioni.

Efrem è in volo, dall’alto contempla

scorge e s’accorge.

Mani lievi, le sue, delicate nell’apprendere e nell’ interpretare.

Mischiare segni

quelli che agli occhi fanno clamori

gli è stato sempre congeniale.

Nella piega trova la realtà, il suo intrigo

il freno, il blocco che non dice

lo mostra scegliendo la poesia

d’un segno,

quello essenziale, che dicevamo prima,

quello capace di far silenzio intorno, una pausa!

Fortunato

s’è messo al riparo

infinite linee di verde lo accolgono e cieli, cieli, cieli

gli guardano il cammino.

In levità lo immagino nella “sua” Umbria

A noi un po’ manca… Un po’ manca!

Bentornato!

Carlo M. Schirinzi al Torino Film Festival

Nuovi talenti. Schirinzi, un video per il festival di Moretti

di Rossano Astremo

Carlo Michele Schirinzi, artista e videomaker di Acquarica del Capo, tra i più brillanti e innovativi della sua generazione, è alla sua terza presenza al Torino Film Festival, che quest’anno si svolgerà dal 23 novembre al 1° dicembre e sarà diretto per la prima volta da Nanni Moretti. Nel 2002 partecipò con “Astrolìte”, mediometraggio realizzato con Antonello Matarazzo con la partecipazione amichevole di Enrico Ghezzi e Gabriele Perretta e nel 2003 con “Il nido”, cortometraggio che ottenne una menzione speciale. Quest’anno sarà ne “La zona”, la sezione sperimentale internazionale curata da Massimo Causo. Abbiamo sentito Schirinzi prima della sua partenza per Torino.

Il lavoro che porterai al Torino Film Festival è “Oligarchico (mosaico da camera)”, un video di 14 minuti autoprodotto…

«Sì, il tema è l’esclusione dalla Storia e l’incapacità di dialogare con essa. Il titolo riassume l’intimità della linea di condotta integralista del personaggio, da me interpretato, mentre tenta di ricucire i legami con le sue passioni mancate, illudendosi di partecipare a storie e a rapporti sessuali da videocassetta diventandone il protagonista assoluto, ma solo sul set della propria casa».

I tuoi lavori si muovono sull’esile soglia che separa la videoart dal cortometraggio vero e proprio. Nei tuoi video le storie sono lievi e lasciano spazio ad una scansione delle immagini di forte impatto lirico…

«La distinzione dei generi è sempre molto difficile e serve solo ad incasellare un prodotto per meglio gestirlo e classificarlo. Viviamo in un momento in cui la Storia si è dimostrata effimera ed è stata sconfitta dalla Geografia. Basti pensare a come le verità assolute sono quotidianamente scardinate dalle continue scoperte sull’origine della specie umana e sull’evoluzione del mondo. Questa idea di Geografia è alla base del mio linguaggio a scapito della narrazione tradizionalmente intesa, sempre più spesso utilizzata per confezionare prodotti prevedibili: un impianto sensoriale partorito dai luoghi del corpo, della mente e dell’anima, in grado di attraversare trasversalmente arte, musica, architettura, letteratura, cinema. Da Riefensthal a Lynch».

Quanto il lavoro cinematografico di Carmelo Bene, al quale tu hai dedicato la tua tesi di laurea, ha influenzato il tuo modo di creare?

«È un’influenza viscerale e non intellettuale: la riesumazione giocosa del passato, l’interferenza nel linguaggio, la disperata lotta per sostituirsi ad un dio assente mediante un sacro soliloquio votato all’impotenza, e poi l’approccio scientifico allo studio della phoné e dell’autoamplificazione, la grande tecnica dell’ “auttorialità” sdoppiata al di qua e al di la della macchina da presa».

Il Salento diviene scenario privilegiato anche delle grandi produzioni. Cosa pensa un giovane videomaker che lavora in questa terra di una simile visibilità nel nome della settima arte?

«Per il Salento è sempre una buona occasione di pubblicità a livello nazionale. Vanno bene tutte le produzioni, peccato che la maggior parte delle volte la scelta della location sia dettata solo dalla curiosità esotica generando così una stridente incompatibilità tra la storia del film e la sua ambientazione: immagina se il Salento diventasse la scenografia naturale del cinema italiano, impegnato solo a spedire cartoline da centri storici e coste!»

Dopo il Torino Film Festival, quali sono i tuoi progetti del prossimo futuro?

«Dopo “(videoverture ad otto)” e “Lapisardens (mistura per nastro dauno)”, sto montando il terzo documentario della collana Intramoenia Extrart – Castelli di Puglia” commissionatomi da Achille Bonito Oliva e Giusy Caroppo e legato alle mostre in corso a Lecce, Acaya e Muro Leccese, contemporaneamente lavoro al mio progetto fotografico “Otrantiade”, una rivisitazione dell’iconografia musiva del pavimento della Cattedrale dei Martiri, e soprattutto cercherò i finanziamenti per il prossimo film».

Articolo pubblicato il 29 novembre 2007 sul “Nuovo Quotidiano di Puglia”

mercoledì 28 novembre 2007

Schivare il presente

L’ALTER EGO
(a)periodico di estetica e cultura letteraria
Numero unico – autunno 2007
[ovvero: Fortunae Reducis]
A cura di Angelo Petrelli in collaborazione con Paolo Antonucci, Marco Caloro, Jonathan Imperiale, Vito Lubelli, Antonio Pagliara e Roberto Lucchi.
SABATO 1 DICEMBRE
ore 18:00 c/o Libreria Ergot, Lecce

La nostra ambizione, è ovvio, è schivare il presente di questa cultura per essere inattuali: dopotutto, a quale più alta condizione si dovrebbe anelare? Questo non sarebbe un preoccuparsi di un prima e un dopo, di un passato e un futuro. Bisogna essere più vecchi rispetto ai più vecchi e più giovani al cospetto dei più giovani; nulla ci trattiene dall’essere primi. Ma qual è allora la nostra superabile condizione? Siamo poi così diversi da quegli eupatrìdes di medietà che rifiutiamo? È pur vero che non siamo ancora del tutto esclusi dal potere; anzi, che invece, alcuni di noi sono dei piccoli prepotenti! Io in prima persona lo ammetto, attorniato da coloro che disprezzo, stando alle cronache, l’avrei ammesso: «prima che Abramo fosse, io sono!» disse. Dunque sono tutt’ora un enigma, anche per me stesso. Tanto mi basta per andare avanti, la ricerca e la conoscenza, compresa quella dei miei limiti; la volontà di remare contro mi è di grande sollievo.
Remare contro, appunto, ma in quale direzione?! Chi sono, dunque, i nostri nemici?! Senza nomi e cognomi il popolino non sa dar pace all’appetito né direzione all’occhiatacce (quand’anche si adegui, senza prevaricare l’idea della non violenza), e in definitiva è molto facile essere querelati di questi tempi, perciò farò di più: vi dirò chi saranno i nostri nemici.
Al momento sospetto fortemente che gli ipocriti lo siano per davvero. Facciamo finta, putacaso, che i nostri ipocriti non siano altro che dei semplici incapaci, ovvero, che i nostri non siano in grado di fare diversamente da quello che stanno facendo, come certe specie di spugne che si spostano inermi per la spinta delle correnti marine.
Quindi, come possiamo colpevolizzarli tanto da punirli e estrometterli da quel movimento, dal loro potere?
Al riguardo, solo attraverso una forma d’ingenuità possiamo trarre una qualche conclusione ragionevole, che definisca cosa è bene e cose è male, o comunque sufficiente ad individuare la causa del potere (il male) che noi rifiutiamo. Dunque, non ci resta che affidarci all’estro e all’intuizione!
Il problema dell’essere profetici è che poi, nell’azzardo, si finisce per aver ragione veramente; questo dovrebbe sconsigliarci di praticare una simile confutazione della nostra limitatezza nel constatare la realtà: se siamo limitati è perché vogliamo esserlo! Il mito della salvezza ne è l’esempio più lampante. L’asino che porta misteri non è mai stato tanto carico; dai devoti dell’”unto” ai partigiani della mediocrità non possiamo che aspettarci questo: il buonsenso....(continua)
Testo tratto da: L’editoriale dei buoni sentimenti, di Angelo Petrelli

via da me via con me

di Vito Antonio Conte

nel golfo del mio piegarmi

senza vele vorrei vederti

incontrarti per caso

esco a piedi

cammino per ore

ma non incontro

né il caso né te

*

nevica sui tuoi capelli

se ti chiamo

e poi mi guardi

in una strada intera di silenzio

e fa male

*

ti prendo per mano

e ti porto via

via da me via con me

lasciami fare

chiudi gli occhi tuoi

lascia le scarpe

dove ti porto non servono

lasciati amare

che altro non è che sfiorare

e lasciarsi sfiorare

*

soltanto per dire ogni cosa

intorno a me

in questo spazio minimo

che contiene un tempo lungo

la finestra aperta

si porta via il fumo

estenuo sempre un pensiero e

me ne sto qui indefinitamente

*

non c’è penna a fissare

umida parvenza

di tuo esistere

sfocato sullo specchio

dei giorni tuoi

martedì 27 novembre 2007

La vita mi chiedi?

LIBERTA’

di Laura La Penna
L’utopia chiamata Cavallo
Dove volgi cuore selvaggio?
Perché non ti fermi…è questo il tuo alloggio.
Ove trovi fonte di baci e d’amore,
per quanto ancora andrai e per dove?
Quando più non saranno carezze,
a chi narrerai le tue amarezze?
Perché non stai qui?
Perché ti dai pena e per chi?

Ma sapere tu vuoi
cosa c’è là, davanti a te,
al di là di quel muro,
dopo i campi,
dentro il bosco più oscuro.
E’ l’umana ragione a frenare il tuo istinto
ed altri han per te il mondo dipinto.
Cavallo selvaggio,
chi domarti provò
il suo morso ti impose
e vigliacco ignorò
il tuo grande occhio vivo
e con rabbia sprezzò
il tuo sguardo più schivo.
Or nel recinto , girandogli intorno,
com’è triste dare al sole il buongiorno:
“libera stella tra tante tue pari,
tu libera t’alzi, sorridi e scompari…
e ai pianeti che ti girano attorno
luce elargisci e non chiedi un ritorno…”
dici così, cavallo selvaggio
e già ti rinneghi per acqua e foraggio.
La gallina che raspa
ed il cane che abbaia
felici son di viver nell’aia
E convincono te
che non credi
che all’uom leccar si possono i piedi:

“ a noi cosa costa? In fondo ,
è lui che ci tiene qui apposta”
“ un po’ di pane e un po’ di scena…
ci sto volentieri alla catena.
La vita mi chiedi?
Ma cosa sarà?
Oggi ce l’hai …domani chissà?
…ma via! prestagli il muso,
piega la spalla!
Salve tu avrai la biada e una stalla!”
Ma appena finito ei han di cianciare
Tu l’orizzonte torni a mirare:
nuvole azzurre, piana infinita…
…spezzi il tuo giogo e ti riprendi la vita!

domenica 25 novembre 2007

Martina Gentile

é on-line il nuovo book trailer del romanzo Non è più tempo di
Martina Gentile

http://it.youtube.com/watch?v=lDYmo1ERZhA

sabato 24 novembre 2007

Toma è feroce, è sanguinario come tutti i veri poeti!

T O M A
di Antonio Errico

L’espressione più stupida e banale è quella che il tempo passa . E’ stupida, banale, probabilmente anche falsa: perché il tempo non passa, né rapido, né lento: il tempo guarda gli uomini passare; guarda passare anche le cose: i muri che si scrostano, le carte che si tarlano; guarda passare i fiori che appassiscono. Guarda passare quello che esiste e che non esiste: le fantasie, i sogni, le emozioni.
Forse il tempo è soltanto quello che noi diveniamo, il modo in cui diveniamo continuamente altro da quello che siamo o che crediamo di essere. Dice Martin Heiddegger ( “ Il concetto di tempo”, Adelphi) che la domanda “ che cos’è il tempo” dovremmo trasformarla in “ Chi è il tempo? “, e più precisamente “ siamo noi stessi il tempo?”, e con ulteriore precisione: “sono io il mio tempo?”. La stessa cosa dicono gli angeli fatti uomini nei film di Wim Wenders.
Non esiste quasi nulla in natura, che sia stato creato da uomini o dei, che non passi – non si trasformi – sotto lo sguardo del tempo. Quasi nulla. Solo la scrittura ha il potere di restare immutabile: cambiano le idee riguardo una poesia, i giudizi, le interpretazioni. Il tempo guarda passare – trasformarsi – le piramidi, ma i geroglifici non passano, non si trasformano. Siamo noi che cambiamo emozioni e opinioni.
Sono passati esattamente vent’anni da quando è morto Salvatore Toma. Era il diciassette di marzo dell’ottantasette. E nevicava. Era da una settimana che nevicava. Sono passati vent’anni esatti e chi gli è stato amico gli è amico ancora, chi non gli è stato amico lo è diventato o ha fatto finta di diventarlo perché essere amico di un poeta ( morto) certo non può procurare i fastidi che a volte ( spesso) procura l’essere amico di un poeta (vivo).
Essere amico di Totò Toma (vivo) procurava fastidi. Perché era spontaneo – troppo-, sincero – troppo- , immensamente timido e quindi esibizionista per reazione, personaggio, istrione, provocatore, sarcastico, così autenticamente riservato da farsi artificiosamente sfrontato. Allarmato e strafottente. Vorace di conoscenze, di sensazioni. Attratto dai colpi di teatro, dagli effetti strabilianti. Gli piaceva ( voleva) dissacrare e stupire. Attore comico e tragico. Una compagnia straordinaria ma da tenere sotto costante controllo. Diceva Antonio Verri: Toma è feroce, è sanguinario come tutti i veri poeti; come i veri poeti ha il diritto di mandare al diavolo un po’ di gente; è un batuffolo di ironia e di smaliziato candore; è una polveriera di angoscia e di sarcasmo.
Quando Toma morì, su questo giornale dicemmo che sapeva essere anche dolce, delicato; che sapeva usare colori tenui, smorti, a volte, parole che erano fluide, delicate, mescolate con metafore ardite, toni bassi, come se raccontasse confidenze.
Sono tornato spesso sui suoi libri, in questi vent’anni., soprattutto su quei tre – gli ultimi tre – che già nei titoli annunciano un evento straordinario: “Un anno in sospeso”, “Ancora un anno”, “Forse ci siamo”. Poi sul “ Canzoniere della morte” pubblicato da Einaudi dodici anni dopo la morte, con interessamento, introduzione e cura di Maria Corti. E tutte le volte ho avuto l’impressione che ad ogni poesia crescesse la paura.
A un certo punto Toma ha cominciato ad avere paura della parola. Quasi che vivesse la tragedia della transustanziazione ( posso dirlo?) quasi che la parola si facesse carne, sangue ribollente, che bruciasse, si raggelasse, si contorcesse, urlasse mugolasse trasudasse. Vivesse, semplicemente. Fosse vita. Anche se sconvolta, disperata. Ha cominciato ad avere paura della parola che gli faceva vedere lo sguardo del tempo sulla sua vita, gli mostrava le rughe, le ferite, i filamenti di sangue dentro gli occhi, i tormenti per un verso non riuscito, gli stessi tormenti anche per una perfezione di forma e di sostanza. Gli faceva paura accorgersi che quella parola restava intatta mentre tutto dentro di lui si trasformava, si dissolveva, e tutto intorno a lui si deformava, si sgretolava.Gli faceva paura accorgersi che quella parola era la sua “ anima nera”, capace di contare i secondi , di capire “ l’attimo in cui scatta/ la tua metamorfosi/ esattamente”.
E’ nei confronti della parola che si tende, che si dilania fino a comprendere, a mordere il senso condensato nell’attimo della metamorfosi, che Totò Toma ha sempre più paura. Ha paura di una parola che sillaba dopo sillaba diventa terribilmente capace di dire, di mostrare, di rappresentare l’essere che diviene sotto lo sguardo del tempo fino ad annullarsi e a sentirsi costretto a domandare l’elemosina di una memoria proprio a quella parola che impaurisce sempre di più. ( Ma un grande poeta – diceva – si riconosce soprattutto dalla paura che si fa).
Gli fa paura la parola che riesce a dire l’essere stati senza possibilità di ripetersi, l’aver amato, l’essere stati amati, senza più la possibilità di riamare, di essere riamati, che può raccontare un delirio, lo sgambetto della vita, la roulette russa dell’ alcool, la truffa della cosiddetta realtà, la bancarotta del sogno, l’agonia di un tramonto, la deriva di ogni giorno.
Gli fa paura quella poesia che amava fino alla vita e anche fino alla morte, con cui avrebbe tentato di lasciare in eredità l’ultima emozione, uno scoppio di felicità, uno smembramento leggero.
E’ anche per questa paura che, come diceva, poeti si nasce e a volte non si finisce. Si finisce uomini soltanto. Magari un po’ stravolti dalla ingenua smania di conquistarsi il cielo con le stelle di parole.

Un libro necessario...
























Città del libro 2007
domenica 25 novembre ore 19.00
piazza Libertà, Campi Salentina


Stefano di Lauro
La mosca nel bicchiere - la poetica di Carmelo Bene
I libri di Icaro Poetiche 1

interverrà l'autore
insieme con
Maurizio Nocera e Mauro Marino

Oltre la scena, dietro le maschere dell’attore, “attraverso lo specchio”.
La struttura intellettuale di un genio rivoluzionario, rigoroso, indisciplinato, beffardo. E inevitabilmente frainteso.
Impervi ma non impraticabili sono i sentieri lungo cui si snoda il Bene pensiero, saldamente ancorato al decadentismo europeo, alla temperie culturale francese degli anni ’50, non meno che a un orizzonte mistico-teologico malgrado lo sbandierato ateismo.
Con questo saggio, di Lauro ci offre una scansione degli scritti di CB, dotandoci così d’un prezioso kit per intenderne la poetica, ripensarne l’opera, nonché per meglio assaporare la stravaganza di certe memorabili apparizioni televisive.
L’autore intesse, con certosina finezza, una sorta di dialogo tra l’artista salentino e i pensieri che hanno definito la sua estetica, e si prova a riconfigurare un paesaggio mentale organico a partire dalle schegge del genio, portando alla luce tanto i detonatori dell’urgenza creativa che l’insanabile mal di vivere. Una vita riarsa la sua, “dis-voluta” eppure così voluta.

martedì 20 novembre 2007

a Paride De Masi (patron di Italgest)

di Guido Picchi

Canto l’arme e gli ardori di chi pieno di onori

si appresta a soccorrer la terra natia dalla lenta agonia

del futuro negato da un ingiusto passato.

Filantropo eccelso come i fiori di gelso non gli sfuggirà certo

l’occasione propizia per far della giustizia

con il soffio divino che gli spira vicino.

Non fosse che il gesto proposto sì presto

non ha che il pretesto di un ricco compenso

che non viene indicato nel parlar prolungato.

Quel che è stato fin qua certo racconterà

che l’uomo ci ha dato un sogno velato

dalla ricca promessa di un guadagno privato.

Non si dica con ciò che l’uomo rubò

perché generoso sarà chi più guadagnerà

da quel piatto sociale che non può andar a male.

E con ciò che vi dico che può esser capito

chi marciando spedito dal profitto invaghito

non vede per gli altri il guadagno mancato.

Non è certo pel bene che si scontan le pene

né per la gloria che si onora la storia

è per il profitto che si riga si dritto.


lunedì 19 novembre 2007

Trilogia del tempo ingiusto

Elisabetta Liguori

I

Sono nata quando tutto l’amore

s’era già prosciugato.

Ho preso treni già partiti

allo sfrecciare dei finestrini e al passo offeso del controllore di turno

che rientrava togliendo il berretto dalla sua calvizie.


Ho amato uomini già morti

palpato i loro romanzi pubblicati millenni prima.

e partorito figli molto più vecchi di me.


Ho gridato - e guerra sia! – quando i coscritti con lo zaino in spalla

già tornavano a casa nei loro anfibi.

Ho cenato freddo a cucine serrate e forni spenti

Ho acceso la tivù in appartamenti abusivi già abbattuti.


Per questo, quando hai composto il mio numero e io ho risposto

Pronto.

Sono io.

Io, chi?

Quello.

mi è sembrato di sentire dentro una voce

gli applausi della sera giusto al calar del sole,

ed ho riso.

II

Adesso mi pare più evidente

d’essere arrivata al nostro primo appuntamento

con un vestito troppo elegante.

Tu avevi sul cappotto avanzi di piume

come avessi tenuto a lungo a bada

un piccione ubriaco.

D’essere inopportuna coi miei tacchi a spillo

l’ho capito appena t’ho visto

nascosto a tratti dalle gente,

ma l’estate m’ha spinto a mentire.

- Non c’è assolutamente nulla che io abbia voglia

di fare –

dicevi.

Ed io ho infilato

le scarpe strette nella tua pozzanghera

a inzaccherarti.

Non avrei dovuto togliere le calze a maggio.

Questo è il punto.


III

Questa notte

sono stata al nostro funerale.

Stavamo in due bare lunghe e nere

messe vicine e verticali.

I fiori sul coperchio erano dello stesso colore della tua giacca da camera.

Un colore liso e molto più morbido di quello che dovrebbe avere una buona giacca.

Ma di quale colore fosse davvero la stoffa di qui petali lo sanno solo

i nostri vecchi giorni.

Stavamo nelle bare e pure tra gli scanni,

nella chiesa con le altre sagome

profumate d’olio.

Stavamo miti come cani da salotto,

vicini sempre,

mentre tu mi dicevi:

cara

ma

che bella cerimonia,

così emotivamente trionfante e vaga!

Tanto è lo spazio che riempivano insieme

e l’abitudine ad amarsi,

che quei due

di certo

non lo hanno capito neppure d’essere così morti.

sabato 17 novembre 2007

2007. Carmelo Bene, da cinque anni ci manca.


di Mauro Marino

Da cinque anni Carmelo Bene ci manca.
Manca al teatro e manca al mondo l’intensità creativa della sua “leggerezza”, il suo scatto geniale, la sua arguzia e il suo profondo senso dell’humor.
Un teatro di scosse ,il suo, di continue frammentazioni di senso in un movimento di rimandi, di sospensioni sonore, di folgoranti immagini. “Io sono già un classico perché vivo nell’eternità”, diceva “sono eternamente vivo”. Una antropologia sincretica, colta e popolare insieme, quella del Maestro. L’unicum CB, capace di tenere in sé, nell’ agire, l’essenza della rappresentazione: il fiato dell’origine nel continuo farsi della tradizione.
Macchina attorale complessa e articolata in sperimentazioni microfoniche che osavano, oh, quanto osavano con i Kilowatt, in potenze che caracollavano dalla Torre degli Asinelli per la sua “Lectura Dantis” e rimbombavano le cave salentine, vibranti del suo ancor più orfico Campana.
Genio assoluto CB, di un istrionismo lontano dalla retorica, sempre puro, profondo, umanamente popolare nel suo inseguire il volo dei santi e la materia liquida dell’esserci, nel potere della voce, ri-trovandosi in sintonie poetiche.
Carmelo Bene è la punta più alta di un Salento che profondamente sa il teatro.
La radice tarantata, che rompe schemi per far rituali e celebrare incanti al disagio, con la danza.
Già allora, nel suo greco necessario il teatro tra altalene, pampini e acqua chiamava il pubblico, tutt’intorno a celebrare. Flauti e corde di violino, e pelli tese tese facevano vibrati d’animo.
Questa la madre, la matrice che ha saputo con il barocco far quinte alla Vita, esaltando visioni, incanti, passioni. La pietra è del popolo, così morbida, amica, nel lasciarsi interpretare in diavolo, in santo, in voce di natura.
Già la Voce, la sua! Che emozione, sentirlo! Quale pregio un teatro che celebra l’opera del Tempo continuamente tradendola e negandola nel suo inesorabile fluire. Oggi, quella voce, nell’assenza del capolavoro attorale, torna a far vibrare le corde del nostro amore e della nostra passione.
Agli occhi viene il palazzo moresco di Nostra Signora dei Turchi a Santa Cesarea. Gli scogli, il mare, i teschi dei martiri nella cattedrale, scorrono sul grande schermo della nostra malinconia. E, quella appartenenza mai retoricamente portata, viene fuori, forte d’una tessitura che inesorabile dichiara radici in uno spaesamento barocco, anarchico e folgorante. Questo era ed è Carmelo Bene, questo ci manca!

(Paese Nuovo sabato 17 marzo 2007)

venerdì 16 novembre 2007

L'incanto delle macerie... presentazioni


Rossano Astremo: L'incanto delle macerie (Icaro, 2007)

microtour
http://vertigine.wordpress.com/lincanto-delle-macerie/

Bari - sabato 17 novembre ore 12 presso la Libreria Laterza premiazione del Poetry slam della Notte dei Ricercatori. Intervengono Nicola Laforgia, Roberto Santoro, Gianfranco Viesti. Saranno presenti i due vincitori Rossano Astremo e Marthia Carrozzo. In collaborazione con l'ARTI.

Bari - domenica 18 novembre ore 18 presso la Taverna del Maltese presentazione del libro L'incanto delle macerie. Oltre all'autore interviene Alceste Ayroldi. Interventi musicali di Cristian Mele al sax e Vincenzo Abbracciante alla fisarmonica.

Roma - mercoledì 21 novembre ore 21,30 presso l'associazione culturale Simposio, via dei Latini 11 angolo via degli Ernici - San Lorenzo presentazione del libro L'incanto delle macerie. A presentare il libro, assieme all'autore, lo scrittore Mario Desiati.

Trani - giovedì 22 novembre ore 21 presso lo Spazio O.F.F. (Opificio Fabbrica Famae) presentazione del libro L'incanto delle macerie, alla quale seguirà una performance dell'autore accompagnato dai suoni elettronici di Rob Future.

In queste occasioni sarà, inoltre, possibile assistere alla proiezione del Book Trailer (http://www.youtube.com/watch?v=HoNk87INQSA) del libro, realizzata dal videomaker Giovanni Currado, con musiche originali di Francesco Giannico, in arte Mark Hamn.

Germinazioni!

















Valentina Sansò e Teresa Ciulli
animatrici del Presidio del Libro Germinazioni
la foto è di Daniela Zedda,
scattata nella vecchia manifattura dei tabacchi di Cagliari
nei giorni del Forum Nazionale del Libro.

mercoledì 14 novembre 2007

Intervista sulla poesia

Comporre la vita in versi è una vocazione o un esercizio che si affina nel tempo?

C’è un sentire, un desiderio di accogliere i “suoni” della vita e di tradurli in una lingua che senti possibile, vicina, utile alla necessità di esprimersi. Quel sentire è la poesia, il tempo serve a sperimentarsi, a sedimentare lo stile, la capacità di scrivere, di dire e dare parole utili, efficaci, essenziali.

Ha una musa ispiratrice o si lascia cogliere dalla quotidianità e gli aspetti più semplici della vita?

E’ la poesia stessa, la musa. La poesia è un filtro, un setaccio ed insieme una sollecitazione che ti aiuta a guardare, ad interpretare il quotidiano e la vita. L’intorno è la musa, con la sua complessità di natura e sociale, col suo graffio sempre più prepotente, col suo “negare” sempre più invasivo e ossessionante.

Quanto pensa che sia utile la poesia nella società?

La poesia è fondamentale, necessaria. Ridona senso dove il senso appare perduto. Rifonda il significato delle parole svuotate da una cultura che le consuma col suo eccesso “comunicativo”. Trovare poesia, esprimerla attraverso la scrittura, la parola, le azioni significa oggi opporsi ad una “normalità” senza indirizzo e senza essenze valoriali. La poesia è bellezza, accoglie e non dice giudizio. Sollecita, scortica, smuove, esorta, esclama, interroga, s’innamora, canta e rende vivo l’esserci.

Lei si occupa di attività culturali presso un’associazione molto viva nel territorio. Il Fondo Verri ha degli obiettivi? Come rispondono i cittadini?

Il nostro obiettivo è quello di costruire uno spazio utile alla creatività e a quei “cittadini” in cerca di scambiare “fatti espressivi”. Penso sia necessario essere attenti al bisogno degli altri. Questo è poesia “servire”, essere utili agli altri nella loro necessità di capire, di interpretare, di farsi autori.

Se dovesse presentare la figura di Verri comporrebbe brevemente dei versi per lui?

Ho composto dei versi dedicati a Verri, ho “giocato” anche a scomporre suoi versi per costruire dei brevi dialoghi teatrali, mischiandoli a quelli di altri poeti. E’ questa una pratica della poesia che mi entusiasma: traversare la poesia per ricavarne un utilità discorsiva, per illuminare e trovare indirizzo dove il buio della contemporaneità oscura, toglie il respiro, impoverisce le parole.

Perché si dovrebbe aderire ad un’associazione? Qual è l’input che coinvolgerebbe un partecipante?

E’ il “fare” il motore della partecipazione. Il fare creativo chiama l’altro perché ad esso è necessario lo scambio, l’incontro con l’altro.

Qual è il gesto più poetico che ha compiuto nella sua vita?

Far conoscere la poesia a chi pensava di non conoscerla, di non portarla in sé. A chi non la vedeva, nascosta da una ferita ritenuta insanabile.

Ha mai pensato di produrre in canzoni i suoi versi?

No, ma ritengo che la poesia sia canzone, canto volto all’altro, voce detta dal suonare delle parole.

Per amare la poesia occorre conoscenza, concentrazione o puro romanticismo?

Per amare la poesia ci vuole ascolto, capacità sempre più indebolità nel nostro tempo. Per amare la poesia è necessaria l’attenzione, l’allerta, la presenza. Una vivezza capace di scambiare il sentire. Interpretare la poesia è un atto di libertà, ogni poesia vive di libertà…

Ritiene che l’uomo riesca ancora a sognare?

La poesia non ppartiene al mondo dei sogni, ne alla fantasia. E’ un fatto tremendamente concreto e crudo (almeno dovrebbe esserlo, fuori dalla visione leziosa oppure noiosa o scolastica cui siamo abituati). La poesia è un atto, un atteggiamento, una visione che vuole svelare incanti e disincanti, che cerca verità nello scortico di chi da interprete vuole stare al Mondo.

lunedì 12 novembre 2007

Luciano Provenzano - Creattivaria

ho fatto un sito
un... sss che?
si si to
ah si, ah bhe
ma ch'è e de ché
cosi cos'è
cre cre
ah, rane
in atti...
yes creatti
bien
fuori dai denti e dì
creattivaria
oh oh si si già vengo
e dai allora
(era l'org... finale che mi frenava un po')
luciano provenzano

mercoledì 7 novembre 2007

Il book trailer de L'incanto delle macerie

Rossano Astremo
L'incanto delle macerie (Icaro, 2007)

Qui
http://it.youtube.com/watch?v=HoNk87INQSA
è visibile il BookTrailer del libro di versi di Rossano Astremo, girato dal videomaker Giovanni Currado, con musiche di Francesco Giannico, in arte Mark Hamn.

Un uomo. Una donna. I loro corpi rinchiusi in uno spazio domestico. Un amore totale, il loro. Uno schermo proietta immagini. Programmi di tutto il male che c'è. Flashback della realtà lasciata alle spalle. Potere, guerre, collassi. Due solitudini. Un'unione. Inseparabili, mediatizzati: vivono attendendo un mutamento che li travolga. Questa in sintesi la storia raccontata in versi in "L'incanto delle macerie", seconda raccolta poetica di Rossano Astremo, edita da Icaro, pubblicata ad oltre tre anni di distanza da "Corpo poetico irrisolto".
> http://vertigine.wordpress.com/lincanto-delle-macerie/

giovedì 1 novembre 2007

Sulla scultura di suoni di Antonio De Luca

Il suono l’ho sentito
materia di attese
consumate coi piedi scalzi
senza fretta
accogliendo battiti e riverberi.

Il suono l’ho visto
gocciolare dal soffitto
venire col vento
carezzare superfici di rugine
strati d’un disco “originario”
accudito, guidato, cresciuto
da orecchie sapienti
che inventano
e mischiano
le arie del mondo

L’ indeterminato
trova forma
viene, sotteso
apre, smuove la piega
trova, attento al silenzio.

Pazienza d’un tempo donato!

[MM]
[www.antoniodeluca.org]

Ri-taglio

di Gioia Perrone
da http://valvolamitralika.splinder.com


E’ da giorni che te lo dico (....).
Ho fatto sogni. Ho preso a trascrivere i sogni, ma spesso non rimane che un senso di caos, un arruffarsi e nient’altro. Se potessi fotografare anche quelli... Tu mi dici di questa malattia di scattare le foto, mi dici che scatto e scatto, ma quand’è che vivo lo scatto, quand’è che mi faccio scattare? Ho bisogno di fermare tutto. Ho bisogno di fermare, fermare. Anche Brunel si è fermato, non vuole fare nulla senza un mio accenno, senza un destino e un progetto. Ma io non tesso progetti, non sono progettuale, io butto, io spargo, al massimo, per rimediare, fermo. E Brunel mi dice tutto ma senza l’audio. Con le Malboro e il bavero alzato. (...)
con quale gelido distacco il passante alla mia destra noterà il mio corpo muoversi, sparire dietro la pupilla?
Ho ritirato i provini. Devo riconoscere ogni cosa e nessuna cosa è dove l’avevo lasciata. Tutto è nuovo, tutto è imperfetto. Ci sono i bambini che correvano sul marciapiede di fronte l’albergo. Dalla stanza si sentivano le grida i giochi. Io aspettavo alla finestra che il bambino sbucasse correndo e poi un altro, allora scattavo. Li ho fermati a mezz’aria, come grilli tutto gambe, solo i piedi, piccoli piedi, si vedono nitidi.

… Vorrei qualcosa di forte tipo uno sparo. Qualcuno dalla finestra di fronte.. nella villetta serrata da sempre, nella tramontana che porta il silenzio, che una pistola si lasciasse sfiorare, che tutti i vetri tremassero..
E’ da giorni che te lo dico.