venerdì 31 agosto 2007

Puccettu


Amore che serve alle grandi cose

di Puccettu - Rocco Antonio D'Aversa
Vele tagliano il mare
una donna seduta
il ginocchio piegato sugli scogli
la carne bianchissima
la sopravvalutazione
la pittura
l’infinito
addormentarsi salmodiando le aderenze
che gli empi non vedono ma che ci sono.

Un’altra storia un altro sogno
ci si cammina per le strade
e al tempo stesso si va a raggiungere la luna
vele scorrono al largo
altri gli occhi.

Amore che serve alle grandi cose
parole che mai cadono inascoltate
da un cuore ad un altro cuore feconde.

[...]

Tutto qui è slegato
amore desiderio senso di colpa
come prima
ciliegie che sanno di cielo
il tuo corpole tue parole.

martedì 28 agosto 2007

A Reggio! A Reggio!
























VERSO SUD

Straordinario appuntamento poetico a Reggio Calabria. Nei giorni 14, 15 e 16 settembre si svolgerà la prima edizione di “VersoSud. Incontri internazionali di poesia” con la partecipazione di alcune delle voci più importanti del panorama poetico internazionale .La manifestazione, promossa dalla Regione Calabria (Assessorato alla Cultura) e dal Comune di Reggio Calabria (Assessorato ai Beni Culturali e Grandi Eventi), è curata dall’Associazione Culturale Angoli Corsari e dalla Casa della poesia. L’evento si svolgerà presso il Castello Aragonese di Reggio Calabria: la sera, alle ore 21,00, nella piazza appena ristrutturata, con letture spettacolari e con a volte l’ausilio di musicisti che interagiranno con i diversi poeti; nel pomeriggio, invece, alle 18,00, nelle salette interne del Castello, con seminari, incontri, proiezioni, esposizioni. Grande il livello delle partecipazioni da varie parti del mondo: Amiri Baraka (al secolo LeRoi Jones), Michel Cassir, Josip Osti, Gregorio Scalise e tanti altri. Reggio Calabria, andando incontro alla propria vocazione culturale, storica, artistica, si propone all’attenzione internazionale per tre intensi giorni, come snodo e punto di riferimento per la poesia e per l’incontro tra popoli, culture, religioni. “VersoSud”, verso un sud ideale, luogo di partenza e di approdo, luogo di incontro e di scambio, di accoglienza e convivenza. “Ci piace immaginare questa manifestazione più che come un festival come una festa, il luogo dove la poesia, che qualche sacerdote vorrebbe confinare in tabernacoli e loculi racchiusi in cripte accessibili solo agli adepti, celebra la propria vitalità, sfugge alle classificazioni ma non alle contaminazioni, esce dalle pagine dei libri e si fa voce, e si fa canto e si fa musica e si fa danza e azione e perfino video o segno grafico o qualunque altra cosa serva per poter esprimere l’inesprimibile, la contraddizione più radicale… Una festa in un luogo dove la storia sfuma nel mito, dove l’incontro tra i popoli e le razze ha radici antichissime e problemi attualissimi, dove il mare sfida la terra e il fuoco del vulcano minaccia il cielo, per ricordarci che tutto ciò che è vivo è in perpetuo movimento, che la storia non è affatto finita, ma anzi si arricchisce di sempre nuove ed impreviste varianti. Portati da un vento leggero, atterreranno, in una dolce notte mediterranea, i migratori della parola e l’incantesimo, almeno per tre giorni, potrà essere rinnovato: la poesia potrà tornare nella vita. Sussurrerà, o magari urlerà, ad ognuno di noi, che la “tenerezza è rivoluzionaria”, che l’amore è sovversivo, che la diversità è ricchezza, che il cambiamento è possibile, anzi indispensabile per impedire che l’offesa fatta al mondo si ritorca contro tutti noi.” L’evento si svolgerà presso il Castello Aragonese di Reggio Calabria: la sera, alle ore 21,00, nella piazza appena ristrutturata, con letture spettacolari e con a volte l’ausilio di musicisti che interagiranno con i diversi poeti; nel pomeriggio, invece, alle 18,00, nelle salette interne del Castello, con seminari, incontri, proiezioni, esposizioni.
Grande il livello delle partecipazioni da varie parti del mondo: dallo straordinario e ormai avvolto nel mito Amiri Baraka (al secolo LeRoi Jones) e sua moglie, Amina Baraka, veri punti di riferimento della comunità afroamericana che si esibiranno con un quartetto jazz italiano, all’intenso poeta del Ciad, Nimrod, che ci porta la voce dell’Africa profonda, dolorante e bellissima; dalla seducente siriana Maram al Masri con la sua poesia sensuale e femminile, alla poesia profondamente mediterranea del libanese Michel Cassir; da uno dei maggiori poeti di lingua ebraica, colto, irregolare, scandaloso, oppositore delle politiche israeliane nei territori palestinesi, l’israeliano Ahron Shabtai, all’umanesimo profondo, carico di compassione del portoghese Ivo Machado; da Tony Harrison, inglese, tra i maggiori poeti contemporanei, “autore in trincea”, corrispondente dal fronte e storico e coscienza della nostra epoca”, allo spagnolo Manuel Rico, con la sua poesia come memoria intima e collettiva; dalla poesia densa di emozione della cilena, sopravvissuta ad un altro 11 settembre, Carmen Yañez, alla poesia combattiva e “cantata” dell’afroamericana Devorah Major; dai reduci di quel “mondo ex”, gli straordinari slavi, Josip Osti (bosniaco) con una poesia d’amore che si scontra con la tragedia del suo paese e Sinan Gudžević (serbo) che recupera con ironia e ferocia la forma classica dell’epigramma, agli italiani Giuseppe Conte (uno dei nostri poeti più importanti ed internazionali), con le sue poesie più recenti nelle quali abbandono, inquietudine e malinconia investono di senso inedito il grande tema della sua poesia e della nostra vita: il destino della cultura occidentale e Gregorio Scalise (calabrese di nascita, bolognese di adozione) con la sua scrittura poetica intelligente ed ironica, filosofica e di forte spessore culturale, antiretorica e asciutta.
Gli incontri pomeridiani, con esposizioni e proiezioni, saranno centrati su tre temi: “Allen Ginsberg, beats e dintorni” (in occasione dei dieci anni dalla scomparsa di Allen e degli appena trascorsi 50 anni dalla pubblicazione del celeberrimo “Howl”, con esposizione di Chris Felver, proiezioni, seminari); “Sarajevo, mon amour” (dedicato al grande poeta Izet Sarajlic, a Sarajevo e alla “poesia in tempo di guerra”) “Il Taccuino del vecchio. Giuseppe Ungaretti” (con l’ausilio di video e documenti filmati).
Nel corso dell’evento saranno allestiti alcuni juke-box poetici.
Per informazioni di carattere logistico (alberghi, bed & breakfast, treni, aerei, ecc.) per quanti pensassero di vivere insieme a noi questi tre giorni di grande poesia e musica e un programma dettagliato, biografie artisti e dell’Associazione “Angoli corsari”
www.cyberludus.it nella sezione “Verso sud home”
Direttrice artistica: Giada Diano, Cell.3398022713, angolicorsari@yahoo.it

domenica 26 agosto 2007

Chissà quante cose hai visto tu!

Luna otrantina
(di Rina Durante 1928/2004)

Luna luna otrantina
chissà quante cose hai visto tu
pescatori che annodano le reti
lunghe come i capelli di una donna
alla torre del serpe il timoniere gettò la prua
gettò la prua nell’onda
e il suo cuore ancora affonda
e il saraceno che venne dall’Oriente
a rapirci le stelle e il monaco pittore
che una nave crociata dipinse nella grotta

Luna luna otrantina
chissà quante cose hai visto tu
l’agonia del delfino
ultimo pescatore di corallo
e del mio sogno e del mio sogno più dolce
più acerbo e più selvaggio
luna luna otrantina
la speranza è appesa ad un oleandro
e le notti di Puglia sono lunghe
troppo lunghe per finire.

La Notte della Taranta 2007


La Notte di un Salento musicale ormai maturo
di Mauro Marino

I dotti, i filologi, i critici diplomati non sanno la vertigine dell’essere pubblico, non battono le mani, non mischiano sangue, non danzano. Non smarginano, non si lasciano suggestionare e se ascoltano, lo fanno con la testa, il loro cuore rimane fermo, estraneo, lontano. Giuliano Sangiorgi “ci svela” - ed egli stesso ne è conferma - che il Salento ha un’anima musicale: al di là delle sue declinazioni, la musica è essenza del “sentire”, prima arte, sua poesia. La Notte della Taranta di questo “sentire” è manifesto e laboratorio.
“Son tutte piccole poesie, canti d’amore” quelle che l’intreccio di lingue e di stili lascia sul palco di Melpignano, una mescolanza esaltata dalla presenza dell’Orchestra di Piazza Vittorio, prima d’ogni altra cosa, esperienza civica di convivenza: quindici musicisti di paesi, lingue e religioni differenti divenuti “modello di un mondo possibile e migliore nelle orecchie. Un mondo pieno di diversità in cui però i Caschi Blu timbrano il cartellino e muoiono di noia”.
Altrettanto simbolicamente conta in questa decima edizione, segnata dal vagare teso di Mauro Pagani, la presenza sul palco dell’architetto musicista Piero Brega, fondatore del Canzoniere del Lazio, gruppo che negli anni settanta spinse avanti l’impegno del folk revival con l’obiettivo di costruire una musica nuova che, affondando le sue radici nella tradizione popolare, divenisse espressione dei nuovi bisogni metropolitani. Esperimento che aprì alla contaminazione e allo scambio tra interpreti di diversa estrazione musicale. Questa è la musica, quella che smuove energie e costruisce consapevolezza nella festa. C’è un’esattezza, un equilibrio che sta nell’ascolto reciproco, nell’accogliersi in quanto risorsa e ci accorgiamo che tutto diventa ‘lingua’ se accudito, coltivato, curato dall’idea creativa del fare. Chi ha una patria, ha anche una lingua in continua crescita e in tutta la sua pienezza, capace di dare forza a chi le si accosta. La poetica prodotta riflette una verità contingente, brilla di una sua evidenza incontrovertibile, tale da far coincidere singolarità e universalità. Mettere a dimora germogli serve a crescere, questo in questi anni s’è marcato con testardagine, costruendo un modello unico in Italia. La grande scena salentina è una palestra ricca di fuoriclasse. Una generazione di interpreti è confermata: con orgoglio, coraggio ed umiltà ha raccolto il testimone ed ha saputo fare la corsa adattando le andature alle proposte venute dall’avvicendarsi dei maestri concertatori. Antonio Castrignanò, Claudio Cavallo, Enza Pagliara, Emanuele Licci, Claudio Prima, Emanuela Gabrieli, Luigi Del Prete, sono interpreti capaci di determinare una produzione musicale senza vincoli, autonoma nel bilico tra tradizione e contemporaneità. L’Arte, la sua necessità, rinnova il canto, continua a vivere. I centomila di Melpignano lo testimoniano con il loro esserci, all’unisono.
E l’esattezza dell’accordo, il suo costruirsi nella coralità, può essere scuola della politica. Viene desiderio di qualcosa che assomigli alle prove d’orchestra di Sarkozy guardando il parterre dei vip. Trasversalità politica confermata dalla presenza del sindaco di Lecce. Ah, trasformare sorrisi e salamelecchi di circostanza in atti di costruzione. Il ‘concertatore’ potrebbe essere soltanto la buona volontà e il desiderio di servire il Bene Comune. Oggetto non del contendere ma del “suonare insieme”.

sabato 25 agosto 2007

I girotondi, le muse, la memoria

di Vincenzo Ampolo (poeta e psicoterapeuta)


1 – Le figlie della memoria

Secondo la mitologia greca, Mnemosine “la memoria”, figlia di Gea (la terra) e di Urano (il cielo stellante) divise per nove notti il sacro talamo con Zeus, lontano dalle altre divinità.
Passato un anno, Mnemosine partorì, sotto la vetta nevosa dell’ Olimpo, nove figliole, le Muse, intente solo a cantare e danzare nella modalità ludica del girotondo.
Di là Apollo le portò sul monte Elicona, dove, sotto la guida, indulgevano a canti e danze nel sacro bosco presso la fonte Ippocrene.
Le belle muse, avvolte nelle nuvole o coperte dalle “spesse nebbie della sera”, si spostavano, danzando e cantando, facendo la spola fra l’Elicona e l’Olimpo.
Figlie della memoria ed a volte chiamate esse stesse Mneiadi, ossia “le memorie”, le Muse fanno si che l’anima Ricordi la sua elevata condizione perduta.
L’ Esortazione psico-politica di “tener viva la Memoria” fatta dallo psicoanalista americano James Hillman qualche anno fa, potrebbe intendersi come tener viva la tensione verso l’Arte, (espressione più alta della coscienza umana secondo Marcuse) come deterrente ad un malessere interno ai singoli individui ed alle realtà sociali esistenti.

2 – Insiemeverso

La mitologia greca attribuisce ad ogni Musa un proprio nome, una propria immagine, propri sentimenti e una propria arte.
Nonostante ciò, in Grecia l’Arte era vissuta come un insieme di aspetti differenti, ma reciprocamente necessari alle attività culturali e sociali.
Iispiratrici di una voce divina le Muse, ambigue ed illuminanti al tempo stesso, danno visibilità, unità e senso a situazioni altrimenti caotiche e non rappresentabili.
L’immagine delle Muse che cantano all’unisono facendo il girotondo evidenzia questo bisogno unitario e sintetico delle attività artistiche reciprocamente indispensabili.
La separazione delle varie discipline dell’Arte ed il conseguente studio per settori separati, che abbiamo visto avere un corrispettivo, nello studio “scientifico” dell’essere umano, ha spesso negato lo spazio comune entro cui le varie arti hanno la possibilità di convivere creativamente, di comunicare e di influenzarsi vicendevolmente.

3 – L’incanto delle sirene

Il mito delle Muse si intreccia con altre storie mitologiche tra cui quelle che riguardano le Sirene.
Le Sirene, secondo alcune fonti sono esse stesse figlie di una Musa, trasformate in uccelli da Demetra, per non aver salvato la sua Persefone, loro compagna di giochi, rapita e fatta regina da Ade.
Da allora messaggere della regina dei morti, raccoglievano le anime e a lei le inviavano.
Sconfitte dalle Muse nel canto, furono da queste private delle ali a dispregio.
Mostri di incanto e di morte richiamavano i naviganti nelle loro isole dove, nei prati fioriti di ossa e di uomini era morte certa.
Se le Sirene rappresentano forme e sostanza di seduzione, fascino, incanto, droga, pietrificazione, le Muse si contrappongono ad esse nei modi del girotondo creativo.

4 – Elogio del disincanto

Ripensando a queste immagini e giocando con le analogie che l’attualità ci propone, pongo a voi alcune domande.
In che modo le Arti possono tener viva la Memoria ?
La Coscienza collettiva, il sentimento comunitario e la passione civile possono avvantaggiarsi del contributo della Memoria ?
Si può ipotizzare uno “ spazio comune”, una pratica ed una lettura interdisciplinare del fare artistico?
Quanto del fare creativo rientra nella ricerca e nella pratica scientifica ?
Quanto potere ha in noi e nella società in cui viviamo l’Arte e la Creatività ?
Che valore ha, ai nostri giorni, la richiesta della Creatività al Potere ?
E’ possibile contrastare le “Sirene medianiche” attraverso una “disincantata” pratica creativa ed artistica ?

Aspetto le vostre risposte.

mercoledì 22 agosto 2007

All'erta!

Ma a volte devo scrivere

di Andrea Aufieri

Se con te sapessi

suonare in accordo un concerto

di corde o di fiati

ne verrebbe un amore razionale

ma

ognuno a modo suo cerca,

con prove ed errori,

di comporre la sua melodia

...

se invece di scriverti

potessi ora baciarti

se avessimo entrambi

il potere d’apparirci

misticamente, carnalmente

mischiati, condivisi

uniti

...

ho imparato ch’è inutile

ribollire nel desiderio

lo stesso ci cado

fa male


parlare per non delirare

:

penso a quando ho avuto

la percezione d’amarti

un attimo prima ed uno dopo

dell’esaltante verità

...

tra di noi uno sguardo

che troppo poco durò

ma quant’è fondo il sentimento

che neanche un libro

di parole - immagini

potrebbe pallido imitarne

l’intensità

...

farfalle psichedeliche

volteggiano languide rischiando

di bruciarsi sul calore immenso

delle tue labbra

...

anche se provi con dolcezza

e per un attimo

a toccarle con due dita,

già sbiadisce il colore delle ali

svanisce il soffio vitale

:

ogni istante con te è una farfalla

che il solo condividerne

la visione e la bellezza

dà il senso a questa poesia

che le parole ucciderebbero

.

giovedì 16 agosto 2007







da “Curve di livello”

di Annamaria Ferramosca

Marsilio, 2005, Venezia

Mediterraneo

Marina Serra. *Assalto

di un’alba nitida, capace

di spingere i monti d’Albania

fin qui, sotto il balcone

Posso toccarli quasi

fianchi verdi e radici

intrecciate alle mie

Da costa a costa

scintillano di senso le correnti

lu rusciu de lu mare *

canta in mediterraneo

Potevo essere nata su quei monti

e mia madre avermi lavata nel canale d’Otranto

nutrita con zuppa d’alghe e filastrocche di Lushnje

potevo trovarmi in quella barca

così traboccante di speranza

che i fianchi non reggevano al rimorso


Mi trovo in quella barca, sono

albanese, pure

messapicagrecaegizialibica

il mio sangue è incontro d’onde

paziente e antico

( continua a mescolare

questo inascoltato mare )

* località sulla costa adriatica del Salento

* sciabordìo del mare ( dialetto salentino )

lunedì 13 agosto 2007

Questa mano sussulta!

Poesia inserita in "Graffi",
di g.


Non esiste la vita anallergica!
Testata su pelle di angioli e belle ragazze allevate
vacche del sole.

Qui lo senti questo motore
che come bacca tremula erompe e bagna mascelle.

Qui le poesie si sprecano su come si può amarsi nel giorno,
su come muore l’amore puro. Le vocali nella parola ferrovia
tremano al fischio passato, non conoscono riparo, buco caldo
talpe inette che mimano il volo. E io come loro vedi questa mano
sussulta! come piccolo sistema d’eliche!
Non sapremo quale vino guasterà delicate digestioni di giorni
se mai potremo dirci uniti in muscoli e giunture per essere pronti a gioire, perché la gioia non disperda ogni forza
e ci sparpagli nel vento..

Qui le curve delicate prendono a gonfiarsi di globi estranei
prendono a fuoriuscire dirottate navi
e con molto dolore, immaginando diversi i destini.

Manifestarsi nel suono

Rossano Astremo su La poesia detta

Oggi pensavo a quell'e-mail che ti scrissi un annetto fa, subito dopo l'ultima edizione della Notte della Taranta, dove ti dissi che forse l'unico grande evento che mancava nel Salento tanto osannato era un Festival di Poesia. Un territorio come il nostro, patria di Bodini, Pagano, Toma, D'Andrea e Verri, un territorio che negli ultimi anni ha allevato giovani poeti ora apprezzati nel resto d'Italia, meritava il suo Festival. Ci siamo scritti per un po', ci siamo confrontati su una possibile idea di evento, e poi la tua caparbietà, la tua voglia di fare e di portare avanti con forza e testardaggine tanti progetti contemporaneamente hanno portato a "La poesia detta".
Oggi pensavo anche a questa tre giorni che ci aspetta. Mi sembra di individuare una duplice linea di azione nei confronti della poesia orale che si alternerà a Martignano. Da un lato una linea interna alla parola, ossia che nasce dal testo scritto per farsi suono, una lettura in cui è la parola "performata" ad occupare la scena, e dall'altro lato una linea esterna alla parola, nella quale il testo scritto diviene suono non isolato, in cui la parola non è "performata" ma "rappresentata", in cui il corpo non si genuflette al potere del testo, ma agisce, interviene, si fa anch'esso significato.
Pensavo al mio essere sul palco la stessa sera di Giuseppe Semeraro, di Roberto Corradino, di Gabriella Rusticali, tutti attori di grande valore ed esperienza peri quali la poesia è intimamente connessa al loro agire sul palco.
Anche laddove sabato sera Giuseppe, Roberto e Gabriella si limiteranno a leggere i loro testi, il lavoro che negli anni hanno fatto sul loro corpo interverrà impercettibilmente ad orientare il senso del loro dire.
E pensavo alla mia esperienza di lettore, consumata negli anni nei piccoli e per me fondamentali palchi del Salento e della Puglia. Leggere per me è stato ed è terapeutico. La mia poesia si palesa a me stesso nella forma orale, una volta cantata, sussurrata, urlata, detta. Il libro "L'incanto delle macerie", come sai, è stato un work in progress durato tre anni, un accumulo di frammenti che mutavano ogniqualvolta mi capitava di leggerli in pubblico. È lì che trovavo il giusto equilibrio, quello che Sara Ventroni, in un'intervista che le ho fatto qualche giorno fa, chiama "la presenza di due forze di cui non potevo non tenere conto: un forza "bianca", centripeta, che voleva tenere le parole scritte al di qua della sonorità, nel recinto visivo della pagina, e una forza centrifuga (rossa?, blu?) che le chiamava a rendersi vive, in un certo luogo, in un certo contesto e a fare quello che è nella loro natura: manifestarsi nel suono". Ho trovato questa frase perfetta per spiegare il mio rapporto con la poesia e la necessità di "cantarla" ad un pubblico che spero, in questa tre giorni, sia il più numeroso possibile.

sabato 11 agosto 2007

Resta il vento, unico uomo

Considerazioni sulla sposa nera
di Ilaria Seclì

[ i tre incanti della sposa nera in scena per la Poesia detta, venerdì 17 a Martignano ]

La sposa è fibra di vento, unico Uomo. Non sa, ancora. Sono suoi i decori all’altare, gli incensi, le preghiere d’amore sui muri bianchi, le nenie di cetra e arpa che intona, accovacciata ai tabernacoli muti. Vocazione d’amore e nulla, nessun recinto oscura la moltiplicazione dei fili d’erba, fiori, attesa, unguenti sacri, passi indomiti di eterna pellegrina.
Scomoda il gomito, poi, l’ortica di sosta, ripetizione di inganno, sortilegio. Rifare intera la geografia di atlante e riporla nel lembo più in ombra del pozzo: non sono le leggi di questa vita. Non ora, non qui.

Le nenie dalla caverna, (primo Incanto) dove siede il signore più scuro: lo dicevano Orfeo. Lei lì, attesa di sposa, figlia, madre, amante. Giorni e notti graffiati alla roccia. Stette, affacciati precipizi, mani ai venti, gomiti e fianchi prestati agli abissi. Confidenze di altezze. solo eco asciutta, preghiere e pudori.

Poi venne dalle primavere perdute un fruscìo di can-can (secondo Incanto) che accompagnava la visione di Casa, marciapiedi di Parigi e Vienna, il bistrot delle sere più lunghe e care, della luce che dura, respiri stretti alle mani, la Vita ai polsi, esatta coincidenza. Non più un ricordo di ciò che spegne se tende la mano.

Ferma lì, ora, immobile (terzo Incanto) si congeda, nessuna attesa più. Resta il vento, unico uomo. L’altare vuoto.

La poesia non sta più sui fogli








nell’urgenza “d’impugnare la voce con incoscienza / santo naufragio senza appello / giusto imbroglio che ci sveglia sempre dopo la rivoluzione / il mio urlo è una vocazione che non sta più sui fogli / imbratta l’aria di voci selvagge / dipinge il cielo di nuove tristezze”
versi di Giuseppe Semeraro

La poesia detta 1° giorno

Martignano, giovedì 16 agosto dalle ore 20.30

Parco Turistico Culturale “G. Palmieri”

Con la poesia e la forte voce di Elio Coriano si apre, a Martignano, giovedì 16 agosto, con inizio alle ore 20.30, la prima edizione de “La poesia detta” rassegna di poeti e di poesia del Festival della Notte della Taranta curata dai Presidi del Libro e dal Fondo Verri in collaborazione con il Parco Turistico Culturale “G. Palmieri”. Il poeta di Martignano leggerà accompagnato dai suoni delle Anime Bianche dal suo “H, letture pubbliche”. “Vorrebbe trasformare il mondo con le parole, Elio Coriano. Ma possono trasformare il mondo le preghiere? Possono trasformarlo le bestemmie? Può trasformare il mondo una poesia, e qualsiasi cosa fatta dal vapore di parole che abbiano natura diversa da quella dell’imperativo di un potente che comanda avanzate o ritirate? È mai accaduto? Potrà accadere mai?”. A questi interrogativi prova a dare una risposta Annamaria Ferramosca, poetessa nata a Tricase, romana da molti anni, che propone, in un recital accompagnato dalle tessiture sonore degli Adria, “La poesia dell’incontro”. Alle mille domande di senso la poesia di della Ferramosca risponde con una spiazzante fiducia nella forza empatica della parola, quella che sa tenere la distanza dal frastuono mass mediatico e che può indicare un nuovo modo per sopravvivere insieme.
Ma la poesia non è solo parola. Si confonde con l’osare dei suoni, è gioco e leggerezza, sgrammatica, rompe le forme e mischia i linguaggi corrispondendo al desiderio di “rimanere con gli occhi chiusi con le cuffie indosso, come in una gabbia dalle sbarre dorate e farsi travolgere dai suoni e dalle immagini in un labirinto soffice e ‘profumoso’. Suonare, toccare, guardare, odorare semplicemente “immaginare” su un pentagramma spontaneo, timido e inatteso”. Questo è SudOdorando performance di Giorgia Angiuli che suona il laptop, i giocattoli, un pianetto e la chitarra, di Patrizia Oliva che suona la sua voce e di Silvia Bianchi che ci mostra immagini “sognificando”. Sogno e presenza, fuga e scavo, di quante tensioni son fatti i versi? Tanti da farsi anche banda magnetica, frame digitale. Di questa materia è fatta la poesia di Fernando Bevilacqua che presenta il dialoghetto mitico de “I ciechi”, un piccolo film agreste di sapore “pasoliniano” interpretato da Agostino Casciaro (Tiresia) e Carlo Bevilacqua (Edipo) che parla le ossessioni e i tormenti intorno alla natura dell’uomo che Cesare Pavese ‘condivideva’ con Leucò.

La poesia detta 2° giorno

venerdì 17 agosto dalle ore 20.30

Con un Omaggio ad Antonio Verri di Piero Rapanà e Simone Giorgino concertati dai suoni dell’ensamble di Claudio Prima si apre la seconda serata de La poesia detta. Un atto che ripercorre l’appassionato lavoro letterario del poeta di Caprarica, motore ed essenziale nutrimento dell’ultima generazione di scrittori salentini con il suo ‘fate fogli di poesia poeti!’. Esortazione a leggere il mondo, i segni del cambiamento nel tentativo di interpretarli e comprenderli attraverso una poesia che si fa atto, agire politico. E il Tempo, la Storia è modello ispirativo della poetica di Sara Ventroni, apprezzata interprete della scena performativa italiana che presenta Nel gasometro, lettura corredata dalle immagini di un rudere industriale realizzate da Carlo Di Brina nel 2005 in una solfatara intorno a Roma Ostiense. Il gasometro è per Sara Ventroni figurazione densa di significati emblema della nostra archeologia industriale, del lavoro spietatamente duro, delle battaglie per i diritti ma anche, dei catastrofici nodi incontrati dal ‘pettine novecentesco’ nello spazzolare la storia contropelo: il gas è pure lo strumento della Shoah. Allegoria d’un universo di senso circolare e coerente che da molto tempo appare tramontato: in esso si riverbera il mito di una modernità ormai fossile ma tuttora durevole: rugginosamente splendente. Come il Tempo/Novecento che Ilaria Seclì invoca con La sposa nera, performance allestita con l’attore Adamo Toma. Nostalgia e mancanze che mischiano desiderio e sentire. Poesia bambina che guarda il mondo inconsolata, sposa di nessuno nella speranza d’un tempo bello, al riparo, con le stagioni scandite. Sposa votata all’amore è la poesia: prega, invoca, lamenta e canta, ma le sue ginocchia stanno su cuscini di pietre aguzze e vetri. A chiudere la serata una divagazione nel teatro e nel testo di ispirazione classica con ContrOdissea una produzione di Terrae e Faraualla, in scena: l’attrice Anna Garofano, e le voci-strumento di Gabriella Schiavone e Teresa Vallarella, per la regia di Stefano di Lauro. Ulisse non c’è, ci sono le sue donne, che raccontano di lui, e si raccontano: Euriclea, Anticlea, Calipso, Circe, Atena, Nausicaa, Penelope, le Sirene. Il rapporto tra Mito e Storia, Poesia e Vita, Erotismo e Sapienza; il rovescio femminile di Ulisse; il contrappasso delle metamorfosi; il tramonto di un’era arcaica e del suo Olimpo. Tutti motivi già nel testo e nelle successive leggende, segrete profezie, interrogativi lanciati al futuro. La poesia digitale è affidata alle visioni di Carlo Michele Schirinzi con due lavori: “L'ultima vhs di krapp” frame ispirati a Samuel Beckett e Palpebra su pietra” che guarda il barocco leccese attraverso il battito di ciglia Essenza e anima straniata e straniante del Salento. Carezza che mai s’appropria e fa memoria.

La poesia detta 3° giorno

sabato, 18 agosto dalle ore 20.30

Ancora un omaggio in apertura: un poeta-icona, nume di una contemporaneità densa di esperienze. Laterale al mondo, selvatico, allevatore di cani, conoscitore di voli e di piume, preferiva il bosco alla caciara magliese per noi lo incontra Renato Grilli in un Omaggio a Salvatore Toma costruito con i toni d’una lezione di liceo. Anche qui il teatro e le doti attoriali incontrano il dire poesia. Grilli indaga il verso e lo amplifica, lo balbetta, lo grida svelando a pieno le significazioni emozionali e le tensioni esistenziali che abitano la scrittura di Toma. La performance sarà accompagnata dai suoni di Rocco Nigro e dalla voce di Nadia Martina. Poi, ancora, una parola energica, Rossano Astremo accompagnato dai suoni di Giorgio Viva presenta L’incanto delle macerie. Un poetare che incontra i vigori e le visioni di una forte verve beat contagiata e cullata dai confini culturali d’un Meridione che guarda sempre più a Sud e a Est dove i rumori crescono e “l’odore del fumo” toglie il respiro, mischia e amplifica l’incanto delle macerie. Resti dell’orrore di un presente che mastica la Storia, la strugge in un “non” senza orizzonte. Il poeta si ferma, respira, prosegue in avanti con il petto legato ai seni della donna che è con lui. Lei ne accoglie i respiri, rincuora, ancora nutre, in una speranza che solo può venire nel quietarsi della natura. Al pomeriggio degli ulivi, questo il titolo del recital dell’attore e poeta Giuseppe Semeraro. Una poesia di voce soffiata, poggiata al sussurro che considera. Poesia che entra nel cuore, fortemente emotiva, ottenuta attraverso una sapiente ricerca lessicale e ritmica, mai sfociante in complicazioni snervanti, nell’urgenza “d’impugnare la voce con incoscienza / santo naufragio senza appello / giusto imbroglio che ci sveglia sempre dopo la rivoluzione / il mio urlo è una vocazione che non sta più sui fogli / imbratta l’aria di voci selvagge / dipinge il cielo di nuove tristezze”. A seguire Roberto Corradino attore ed autore teatrale che con Diario 2006/2007 scrive poesia politica portandoci sul bilico d’una scena sapientemente eccedente preludio necessario ad introdurre Esse (essere senza ‘re’ finale) opera a quattro mani di Gabriella Rusticali, mitica attrice del Teatro della Valdoca e Monica Petracci. Un tempo guidato dal ritmo. Lo spazio è libero da scenografie, le immagini si materializzano guidate dai suoni di Mirko Fabbri, dando vita al luogo e lasciando libero l' immaginario dello spettatore. L'attrice indossa un abito da sera colore blu notte, come per una festa che forse c'è già stata. Memoria e presente sono strettamente intrecciati. Le immagini sommergono, spazio e attrice diventando un tutt' uno. Le parole e il canto si stagliano alternandosi, per tutta la durata dell'opera. La voce, il volto, la bocca della Rusticali si deformano e ne scaturisce una sorta di monologo interiore. Note cadenzate, strascicate, parole e puro suono. Parole che pulsano dentro il corpo prima di vivere attraverso la voce. In chiusura i suoni degli Adria con Maria Mazzotta, Claudio Prima, Redi Hasa, Emanuele Coluccia, Ovidio Venturoso, Valerio Daniele, Vito De Lorenzi, Antonio Esperti.

venerdì 10 agosto 2007

Da bambina non temevo

CASSANDRA
(o del riso dissipato)

di Marthia Carrozzo

Senza
fiato, voce, corpo o finestre da poter aprire,
né fuori, per dove aprire, né giunchi di membra da piegare, né d’occhi, lampi scorticati rubati alla corteccia delle mani, a far filtro alla luce, all’ossicine in ginocchio tutte cave.
C’è salvezza, all’inizio e c’è astuzia, scavalcamento di materia e ampiezze inattese nel girogiro a vortice degli atomi in ascolto.

Divinare è l’indizio.
Inizio d’indecenza tuttaperta.
Le unghie infitte nella carne, bianco spalmato abbraccio scheggiato di verdeoro.

Aprire gli occhi, sempre, sopra ogni pietà. Questo, mi è stato insegnato, e la pancia, pure, come su un lettino operatorio. Con il taglio verticale, lucente dei giorni annodati aggrappati alle viscere.

Da bambina non temevo.
Indicavo, senza smalti a tenere la direzione puntuta del dito più magro.
Di quale forma?
Di quale, ferma, forma e davanti.
Scorciamento indolore del mare,
tutta l’acqua sottratta, sopraffatta dal moto ineguale del sangue;
Ogni moto del sangue smagliato, smerigliato di polvere asciutta che sfuma i contorni sbiancati di labbra già morse disposte in un bacio.

Verità.
Ver - di primavera, ancora prima che venisse.
Non so dire il colore degli occhi già ciechi.
La sua pelle non ne aveva, né bisogno di pupille.
Di salvezza e cattiveria, prima.
Di miseria e tutto ancora ad apparire.
Del suo sesso nodoso sottratto di tutta la luce.
Rotazione già inetta di gemme in frantumi.
Non sapremo, quale vino laverà delicate giunture di membra discinte,
se mai potremo dirci uniti e salvi nella forma, immobili e inviolati
(e puri di più spuria vanità);
ma mai e mai dispersi dalla gioia e dissipati.

L'offerta di una mano

Notte taranta

di Annamaria Ferramosca


Anche se quell’aia è lontana

e l’eco dei tamburelli si perde

resta un’essenza ritmica di grano

l’impronta danzante di una mano


Anche se tutto il male di stelle

che doveva piovere è piovuto

la notte regala ancora lumi

fuochi fatui di timpani

ancora note sul ciglio della morte

fiati sul collo della serpe

passi che sollevano le onde

sospingono il buio nella rete


Si sale inconsapevoli su fili

tesi tra terra e luna

già l’eco fossile canta

allo spazio la rivincita sul ragno

il pane ha battuto il ferro

il sangue rientrato in vena

In alto il nostro suono è indelebile

oscilla quantica

l’offerta di una mano

mercoledì 8 agosto 2007

E' lì che sentono...

Di Gesu’ che spiega dove sta l’anima

di Vittorino Curci

A nove anni mi capitò di avere per maestro un uomo chiamato Gesù che faceva il barbiere dirimpetto al dazio.

Il primo giorno che mio padre mi lasciò al salone, Gesù disse: "Vuagliò, ti dico subito che qua ti devi imparare bene tre cose: a fare la barba, i capelli e a suonare uno strumento. Che ti piace di più, la chitarra o il mandolino?" Stava aspettando la risposta che entrò un cliente. Senza perdere altro tempo con le chiacchiere, il maestro passò ai fatti. Mi fece vedere come si insaponava il pennello e si pittavano le facce con la schiuma.
Quando il cliente se ne andò, ripigliò il discorso: "Puoi scegliere con calma." Guardò sul muro dove stavano appesi una chitarra e un mandolino. La chitarra mi sembrò troppo grande per me. Perciò dissi il mandolino, e il maestro mi sembrò contento: "Appena cominci a suonare due note ti porto appresso a me a fare pratica ai festini. E poi ricordati che questo è un mestiere difficile. Se vuoi impararti barbiere devi stare sempre dietro a me. Dove guardo io devi guardare tu."
La sua faccia era bianca come la calce del muro. Portava i capelli alla poeta, lunghi dietro. E quando parlava si prendeva tutto il tempo.

"Adesso vai a casa e chiedi a mia moglie che cosa si mangia a mezzogiorno."

Mi spiegò dove abitava e io pigliai il passo. Per strada tre ragazzi più grandi di me stavano accoccolati a giocare con le palline di vetro. Passai in mezzo a loro con l'aria di uno che non teneva tempo da perdere.

Quando non si vedeva la testa di un solo cliente e le dita non si volevano godere una bella musica, Gesù faceva la posta sulla soglia del salone per invitare qualcuno dei suoi amici a tirarsi un pett'a petto con lui a scopa. E per vincerlo bisogna chiedere l'aiuto dei santi, pure i giorni che non gli veniva un sette. Per di più all'ultima mano di ogni giocata era capace di indovinare tutte e tre le carte dell'avversario. Questo fatto a me pareva una specie di miracolo. Mai una volta che si sbagliava mezzo punto.
Come faceva me lo disse un giorno che stavamo soli. Quello, era un vecchio trucco che sapevano soltanto i giocatori come lui. Si chiamava il "quarantotto," e non appena crescevo un altro poco me lo spiegava bene bene così i miei compagni li facevo morire di invidia.
Le parole di Gesù mi lasciarono contento. Rimaneva solo un pizzico di curiosità per gli altri trucchi segreti che lui sicuramente conosceva. Esisteva per esempio un "trentuno"? Un "quarantasette"? Un "novantatré"? Soprattutto mi chiedevo se anche il pallino da bigliardo che stava nel cassetto degli attrezzi era pure lui una roba del genere. Lì dentro, in mezzo a forbici e pettini, a rasoi e tosatrici, sembrava il regalo di un bambino.

"E questo che numero porta?" gli chiesi un giorno.

Dallo sguardo sembrava che non avesse capito la domanda. Ad ogni modo mi spiegò che l'oggetto che tenevo in mano era "la palla" (si chiamava semplicemente così) e serviva per fare la barba ai vecchi che erano rimasti senza denti.
Dopo averla sciacquata sotto il rubinetto il barbiere la ficcava nella bocca del cliente per fargli arrotondare la pelle della guancia e lavorarci meglio col rasoio. Fatta mezza faccia, il vecchietto se la doveva passare dall'altra parte come una caramella e si completava il servizio.
Alla fine veniva sputata, risciacquata sotto l'acqua, asciugata e riposta nel cassetto degli attrezzi, in attesa di passare nella bocca di qualcun altro.

Con il mandolino andavo bene. Dopo appena un mese già ti facevo il ritornello di "Cuore napoletano" e il maestro diceva che come tempista non c'era proprio nulla da dire. Dovevo solo fare un po' di progressi con la diteggiatura, e per questo c'era una regola sola: lo strumento bisognava toccarlo tutti i giorni.
Ma la lezione più importante che ricevetti da Gesù è che l'uomo tiene un'anima. Non si spiega diversamente il fatto che la gente perde tanto tempo a fare chiacchiere, a godersi le belle giornate, a sentire un pezzo di musica, a stare dietro a tante altre cose inutili.
Il punto del corpo umano abitato dall'anima è esattamente dove c'è la bocca dello stomaco. E' lì che si sentono la contentezza e la sofferenza, il piacere e la paura.
Se uno si mangia qualcosa che poi gli fa male, da noi si dice che gli prendono le doglie dell'anima. Se si vuole descrivere il momento in cui nasce una sensazione piacevole, la persona che racconta si porta le dita appena sotto lo sterno e dice che la punta dell'anima sta cominciando a godere. Un pugno nella parte alta dello stomaco è nient'altro che un pugno nell'anima. E via dicendo.

Gesù mi insegnò che se ci sono tutti questi modi di dire, una ragione ci deve pur essere.

Tratto da Era notte a Sud, Besa 2007

Leggerezza!












venerdì 3 agosto 2007

Primo ritrovamento per Verso il largo!
















Luana ha trovato la bottiglia n.7 !
Questa è la sua email di contatto con Germinazioni.

" Ciao!Sono una ragazza di 22 anni di Roma, il mio nome è Luana. Ho trovato una bottiglia con una bellissima poesia mentre facevo il bagno al mare giù vicino a Otranto, con la mia maschera. Ero intenta a trovare una collana che aveva visto mio padre in fondo al mare, ma poi ho trovato un altro "tesoro" "in cima" al mare.
Prima di trovarla avevo pensato anche io di scrivere una poesia e buttarla in mare... o forse una lettera. Ma non l'ho mai fatto. E devo dire che trovarla è stato molto bello. Ma visto che mi avete dato tanto vi restituirò qualcosa di mio... quello che posso darvi. A me piace molto leggere e credo che chi sa fare buon uso della parola scritta per comunicare ha un dono. Io sono più portata nella comunicazione visiva. In ogni caso amo ogni forma d'arte. Potrei spaziare molto a riguardo ma per ora mi fermo qui e aspetto ansiosamente una vostra risposta. Saluti Luana

PS: spero mi rispondiate prima di lunedì. Parto per la Sicilia. In questa estate partirò altre tre volte (a settembre sono di nuovo in Puglia) quindi mi scuso anticipatamente per la poca costanza nel quale vi risponderò."

La foto è di Luana [Otranto]

Pizzi 'mpisi













04 e 05 Agosto 2007 alle ore 19:00

Siamo lieti di invitarvi alla mostra fotografica
“Pizzi ‘mpisi nella Terra del Capo”
dei fotografi Fernando e CarloElmiro Bevilacqua

Sala Consigliare del Palazzo del Principe
Piazza del Popolo a Muro Leccese

giovedì 2 agosto 2007

Questo è il mio mondo

Scrittura per una voce!
a cura di MM

Se veniste da queste parti prendendo qualsiasi strada, partendo da qualsiasi posto, in qualunque ora e in qualunque stagione, sarebbe sempre lo stesso: vi toccherebbe spogliarvi dei sensi e della ragione

E’ un atto. Bell’atto.[!] Mia madre continua e scarta margheritoni per il Sud, per la camomilla di famiglia.
[...]
Quanti fili spezzati di vite, di romanzi, fra acacie sui prati.
Quando l’alba ridiede rami agli alberi, e contorni alle foglie, su un lontano sentiero un uomo s’affacciò; attorno al collo aveva un fazzoletto color di fuoco: sparve ad un richiamo.
L’allodola e la luna sole nel cielo: lei sorta appena e il passero spaurito dal pino nero …
Nessuno l’attendeva. Nessuno attende. Volava di traverso con tutto il cielo in gola.
Sotto di lei crollavano i papaveri, un ombra cancellava coi grossi pollici il dolce vino e il viola del tramonto.
[…]
Mi chiedi a che serve poesia non ti preoccupare, aggiusto tutto, avrò senso, dormirai la notte!
Da oggi, vedrai, calibro la rabbia, le verdi stonature. Lascerò le alchimie… i percorsi di miglio profumato: credimi, da oggi stesso i colpi che do al vuoto.
Da oggi cambio, da oggi non mi importerà del tremore del treno che mi assale di questa ossessione che è la vita. Avrò più tempo, sarò tranquillo riprendo a stare a casa tua.
[…]
Questo è il mio mondo, il suono che muove questa lingua, la poca solitudine, l’apprezzo delle cose senza voce…
[ e allora]
Ditemi qual è il mio crudo fiore […] che io me l’appunti al petto e mi distinguano le Nature Supreme mi segnino a dito, come uno da scampare.
***
Versi da:
Thomas S. Eliot (citazione tratta dal libro di Antonio Errico, Finibusterrae)
Antonio Verri
Vittorio Bodini
Ercole Ugo D’Andrea

Oh poeta!


mercoledì 1 agosto 2007

Un invito















COMUNE DI NOCI

Sempre nuova è l’alba – libera notte di poesia

2ª edizione

Venerdì 3 agosto ’07

Atrio Palazzo Lenti – Centro storico Noci.

Start: h. 21.30

Anche quest’anno, nell’ambito della rassegna Nocincanta 2007, promossa dal Comune di Noci, ritorna la manifestazione “Sempre nuova è l’alba – libera notte di poesia”, a cura di Antonio Natile. Ospiti della serata: Assunta Finiguerra, Lino Angiuli, Vittorino Curci, Luciano Pagano, Irene Leo, Angelo Ciciriello, Manila Benedetto, Agata Spinelli e molti alti autori, meno noti, che nello spazio libero potranno declamare componimenti di loro produzione. Durante la serata ci sarà un omaggio al poeta salentino Salvatore Toma, scomparso premanturamente nel 1987 e conosciuto per la sua raccolta poetica postuma “Canzoniere della morte”, Einaudi 1999. Interventi musicali a cura degli OOVOO (Francesco Curci, Piero D’Aprile, Fabio Brigida e Ciccio Turi).

Per info e contatti: Antonio Natile (349.6431518)