mercoledì 28 ottobre 2009

Giuseppe Greco, la lingua dialettale

Poesia/ Giuseppe Greco“Traini te maravije/ Misteri te culori te tanti jaggi. Poisie”


Un libro di 48 pagine di testi e 48 di immagini in quadricromia delle stesse liriche nella composizione colorata. Giuseppe (Pippi) Greco tiene a precisare che si tratta di una «raccolta d’opere di segni-colori-parole, tecnica mista/ dialetto di Parabita/ dialetto e italiano/ italiano».


Giuseppe Greco, in questi anni, mi sono abituato a vederlo vivere come un umile fraticello (nel senso francescano) che compone i suoi versi in vernacolo per poi presentarli ai suoi occasionali lettori e aspettare da loro un giudizio. Mai che l’abbia visto fregiarsi di questa o di quest’altra onorificenza; perfino gli stessi primi premi, da lui vinti in importanti concorsi di poesia, li cita con discrezione, quasi sotto voce.


La meraviglia nella lingua

Maurizio Nocera


C’è stato un tempo in cui Giuseppe Greco si faceva chiamare Josè Amaz Greco, con l’accento sulla o, quasi a dare un senso di esotico al suo nome. Tutti noi, a quel tempo, giovani come lui (ma forse lo siamo ancora – almeno nella mente – con i nostri 60 anni suonati) conoscevamo Josè per la sua bravura nel dipingere e disegnare, e soprattutto nel ritrarre gli amici. Tanto era il suo amore per l’arte che sarebbe stato ovvio per lui finire ad insegnare in una scuola come gli è poi accaduto di fare per 35 anni nell’Istituto Statale d’Arte parabitano.

Parabita, l’antica messapica Bavota, è la sua amata città, culla e madre di non poche genialità non solo nel campo dell’arte (penso al pittore e critico e storico dell’arte Enrico Giannelli, nato sì ad Alezio nel 1854 ma vissuto per tutta la vita e poi morto a Parabita nel 1945), ma anche in quella dell’umane lettere (penso al grande Ascanio Lenio, detto il Salentino che, nel 1531, pubblicò a Venezia il poema epico-cavalleresco “Oronte gigante ”), e culla anche di buoni poeti come, ad esempio, Rocco Cataldi, Cesare Giannelli, Tommaso Ravenna, altri ancora.

Quand’eravamo giovani, sapevamo poco dell’attività poetica di Giuseppe (Pippi) Greco, e lui, per la verità, data l’indole schiva ed essendo piuttosto defilato, nulla ci faceva trapelare. Ma, ad un certo punto della nostra vita, egli ha cominciato a donarci, quasi in modo giustificativo, delle bustine di plastica porta-santini, solo che al posto delle immaginette c’erano dei versi incorniciati ora di colori a pastello ora acquerellati. Sempre come si fa con i documenti importanti, Giuseppe poneva, a fine lirica, il suo nome e cognome, il giorno e non poche volte anche l’ora di composizione. Il motivo vero di questo suo comportamento non era tanto nel farci sapere che lui componeva versi, ma verificare le nostre reazioni rispetto a quello che di lui andavamo leggendo.


Bustine di versi

Per anni, forse a partire dal 1983, data della sua prima bustina – “’U specchiu sape” –, ho esortato Pippi a pubblicare in un libro le sue liriche in vernacolo. La risposta era sempre la stessa:

«Ma sai, con questa poesia ho vinto tale premio in quella città, con quell’altra ho vinto tal’altro premio, ...». E per quanto riguarda la pubblicazione, anche in questo caso, sempre delle mezze risposte del tipo: «Ma, mo’ vediamo»; «Sì, è vero, ci devo pensare seriamente»; e giù altre giustificazioni. Mai un dato certo, mai una risposta concreta. Poi, ad un certo punto – anno 2008 – finalmente Pippi mi telefona e mi dice: «Ho stampato il libro. È stata l’associazione “Progetto Parabita” che l’ha proposto e curato».

«Finalmente!», dico io, «Finalmente Pippi Greco. Quanta attesa e quanto difficile mi è parso questo parto!».

Ma perché Pippi ha atteso tanto a pubblicare? Fondamentalmente – almeno così io penso –nonostante i numerosi premi ricevuti come migliore poeta in vernacolo e migliore interprete e lettore della stessa, si è sempre considerato non all’altezza di una pubblicazione vera e propria. Ovviamente, chi lo conosce e chi lo ha letto sa che questa è una condizione tipica di chi veramente crede e ama quel che fa, senza nessun trionfalismo, senza nessuna enfasi.

Per quanto mi riguarda, in questi anni, mi sono abituato a vederlo vivere come un umile fraticello (nel senso francescano) che compone i suoi versi in vernacolo per poi presentarli ai suoi occasionali lettori e aspettare da loro un giudizio. Mai che l’abbia visto fregiarsi di questa o di quest’altra onorificenza; perfino gli stessi primi premi, da lui vinti in importanti concorsi di poesia, li cita con discrezione, quasi sotto voce.


Il libro

Dunque, finalmente il libro. S’intitola “Traìni te maravije/ misteri te culori te tanti jaggi/ Poisie ” (a cura dell’Associazione Progetto Parabita, giugno 2008, pp. 90, suddivise in 48 pagine di testi e 48 di immagini in quadricromia delle stesse liriche ma nella composizione colorata). Giuseppe (Pippi) Greco ci tiene a precisare che si tratta di una «raccolta d’opere di segni-colori-parole, tecnica mista/ dialetto di Parabita/ dialetto e italiano/ italiano». La traduzione del vernacolo è affidata a Giuliana Coppola, che riesce a conferire ai versi un ottimo italiano, mentre la prefazione è di Donato Valli che, infallibile come sempre, riesce a dissotterrare il senso vero del fare arte e poesia dell’autore. Scrive che la poesia di Giuseppe Greco rispecchia una nota di «classica sobrietà […]: poesie vivide di colori (anche il dialetto che usa senza ausili di retorica e di dottrina è, in fondo, un colore della parola), quadri densi di parole, cioè di messaggi e di tensione comunicativa. Le sue poesie si possono contemplare come si contempla un quadro; i suoi quadri si possono ascoltare come si ascolta una musica, una melodia […] Ciò significa che una stessa tensione, una comune suggestione anima le creature di Giuseppe Greco, che altro non sono se non l’oggettivazione dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti. Le sue poesie costituiscono un teatro di apparizioni improvvise: bastano un segno, una traccia, una vibrazione perché gli oggetti inerti si animino di una loro vita e diventino autonomi […]. La loro caratteristica sembra essere, […] una sorta di impressionismo concettuale, cioè una fantasia tutta scontata nella dimensione dell’interiorità e che per questo non sente il bisogno di trasfondersi nella dimensione della forma, che rimane familiare, discorsiva, non perde la classica misura» (pp. 3-4).


Le poesie

Nel leggere le poesie, trovo che solo una di esse (“Sciòscia ” del 14.07.1996, h. 18,57) appartiene al piccolo tesoro di bustine contenenti le liriche colorate, donatemi da Pippi negli oltre 30 anni di nostra conoscenza e amicizia. Tutte le altre non erano di mia conoscenza e ciò mi fa sospettare che di certo la sua produzione va ben oltre la quantità da me intesa. Ce ne sono alcune di un lirismo sublime e di un attaccamento alla vita stupendo. Molte hanno nei loro versi persistenti richiami alle stelle, al cielo e alla luna, un po’ come metafora dei desideri impossibili, un po’ come astri che illuminano il cammino silenzioso e notturno del poeta. Che resta sempre attacato alla sua fede (cristiana) e innamorato ardente della sua terra. In “Salentu ”, scrive: «T’azi a lla mmane e viti lu sule/ ca nsce t’intr’a mmare a lla Palascia e/ la vèspara ca tramonta/ a Santa Caterina/ Brau!/ Stu morzu te terra/ ca se stende ‘mmenzu ‘mmare/ fra la Crècia e la Calabbria/ ‘ntornisciatu te scoji erti e dde/ sàbbia fina fina/ raccoje intr’a llu core chiese ricamate/ a Lecce/ a Vèneri a Paràbiita/ ‘i Màrtiri te Òtruntu/ Caddhrìpuli e Sulitu/ Uscentu e don Tninu/ Lèuca/ San Giseppe te Cupertinu/ e llu sule/ e ccummertazzioni te stelle/ te ‘state e/ qualche fiata l’arcubbalenu culora/ te mare a mmare/ ‘sta terra bbenatitta ca ‘mbrazza/ cinca vene e/ ‘mpuza a lla ‘nchianata/ pe’ lla clorria te Cinca l’ha ‘nventata » (p. 36).

A suo tempo, il possesso del volume che, nella veste tipografica, si presenta come un piccolo gioiello dell’antica arte di Gutenberg, mi portò a verificare i titoli delle poesie del mio tesoretto, scoprendo che le poesie presso di me sono: “’U specchiu sape ” (07.07.83); “’U celu crìggiu ” (1999); “Canisci te stelle ” (15.02.01); “A lla ‘mpete ” (19.11.2001, h. 18,38); “To’ francate ” (10.2.2002, h. 00,16); “’A luna jeu tie l’addhri e lle cose ” (28.7.2002, h. 7,53), stupenda poesia composta di XV brevissime strofe, della quale Mario Marti ha scritto: «elaborata e robusta appare […] come un giuoco di immagini e di movimenti, qua e là difficile da decifrare da parte di chi legge, ma sempre ad alto livello, o quasi sempre»; ”Veni ‘cqua vanda/ ca se vite ‘a luna ” (28.10.03, h. 21,11); “Marìsciu te Natale ” (26.12.03, h. 15,12); “Ttre rose” (29.01.04, h.13,45).

Si tratta di poesie il cui significato è di un’intensità profonda. Il poeta si specchia nelle profondità abissali del cosmo per riemergere con un’umanità viva e attenta al senso della vita, al senso delle cose, della natura e di quanto di più sacro c’è per ogni buon fedele del suo Dio, e Giuseppe (Pippi) Greco è veramente un buon uomo, soprattutto un buon cristiano, la cui religiosità tocca punte di armonia sublime. Leggere “Marìsciu te Natale ” è come assistere silenzioso e assorto ad una funzione religiosa dove il parto del Bambino lo senti vicino come vivo e presente: «’A luna come ‘u sule tante fiate/ se manìscia/ cu sse mmasura sula/ a mmenzu ‘ttante stelle/ sparpajate cusì/ oltre ogni ‘ndoru/ te luci te lanterne/ ‘mpise susu susu a ccraticciate/ intr’a teatri ‘perti intr’a a nnui/ ‘na fiata l’annu/ Tie/ a mmanu ‘na francate te culori/ cu pitti maravije/ ‘ncartate/ comu ricali/ pe’ nnui/ ca ddisegnamu ùli te comete e/ nne prasciamu/ a rretu ‘lli Re Mmaggi/ manu cu mmanu mentru/ ‘ luna/ ne ùnge tutt’e sire te misteri/ te luce janca janca ».


Il cielo grigio

Ma c’è una poesia in bustina che mi ha fortemente impressionato. È del 1999. Il titolo: “’U celu crìggiu ”. In essa, il poeta esprime un desiderio, che è poi il desiderio della nostra umanità, e cioè di come noi umani possiamo cambiare in bene la nostra vita, come tentare di creare un mondo nuovo con colori che meglio si addicono alla nostra dimensione di specie. Il punto di riferimento di Giuseppe Greco è Dio nella sua immensità di creatore dell’universo e così come Dio seppe fare, il poeta ci dice di fare anche noi come lui, sia pure nel nostro piccolo, cioè crearci un nostro piccolo luogo, dove sia possibile sentirci più adatti. È possibile che qualche volta alcuni colori (occasioni della vita) possono non piacere o sembrare meno adatti alla nostra condizione di vita, ma non possiamo negarli, perché essi fanno comunque parte della nostra quotidianità e noi abbiamo la possibilità, quando essi non ci piacciono, di osservarli sotto altri aspetti, con altri occhi, con una prospettiva propria e nuova.

Nei primi versi Greco scrive che il contrasto del cielo grigio è di madreperla quando si staglia oltre l’alto del verde degli ulivi, mentre a fine poesia, annota che se a qualcuno quel grigio non dovesse piacere, può sempre immaginarselo come dipinto di celeste. Si tratta di una metafora che ci dice che noi possiamo stare bene se stiamo bene con noi stessi e se quel “noi stessi” sta bene con gli altri. Oltre la metafora. ci è data la possibilità di guardare tutte le cose, anche quelle che non ci piacciono ma, se sappiamo guardarle bene, non dovrebbe esserci difficile scoprire che in esse c’è anche qualche cosa di buono e di utile. Tutto ciò che ci circonda, in primo luogo l’immensità del cielo poetico, altro non è che il riflesso del nostro stato d’animo. Se un giorno ci sforzeremo di essere felici anche il cielo grigio diventerà sopportabile e, nella nostra immaginazione, si tingerà di celeste.

Il cielo grigio sono i nostri sentimenti di tristezza e malinconia, ciononostante il poeta ci consiglia di avere fiducia e tanta voglia di vivere perché, prima o poi, le difficoltà si supereranno. Bisogna colorare di rosa la vita comunque essa sia, solo così possiamo vederla sotto luci diverse. La poesia – sempre – rispecchia la bellezza del creato, che si vede essenzialmente di giorno. Infatti di giorno si possono notare piccole ed insignificanti meraviglie che non potremmo notare di notte come, ad esempio, il vagabondare delle nuvole. Le piccole opere sono le più grandi in quanto noi dobbiamo sapere ammirare la bellezza dell’ambiente che ci circonda. Nella vita non bisogna demoralizzarsi come quando fuori dalla finestra vediamo il cielo grigio, perché siamo noi a dargli alcune sfaccettature di colore. Basta volerlo, in fondo anche nel buio si può aprire una luce. L’importante non è quello che troviamo alla fine della salita… l’importante è quello che troviamo mentre la saliamo. I cieli grigi arrivano dentro di noi quando meno ce l’aspettiamo. A volte hanno la furia di un uragano, a vote sono lievi come brezze. Ma non si possono negare perché dopo ogni grigio c’è sempre un cielo sereno.


U celu criggiu


U celu crìggiu è ccomu ‘e matreperle

se vite cchiui te jernu quandu ‘u verde

te l’àrbuli t’ulie ete cchiu’ verde

e cquandu ‘u celu crìggiu

se strazza ìssutta ‘mmare

e dduma tanti russi e gialli e rrosa

ddisegna le nuveje vacabbonde

nui fuscimu a ssusu ìi monti erti

cu bbitimu ‘i quatri t’u Signore

e nne ‘nguacchiamu te luce te tanta luce

a lla nchianata

ma a ttie ci nu tte piace

u celu crìggiu

pija t’intr’a ttie

nu picca te celeste e

ddani ‘na llappata.

sabato 24 ottobre 2009

L'Antologica di Anna Maria Massari

Mauro Marino
Anna Maria la ricordo, la incontravo nella saletta di via Santa Maria del Paradiso, la sua 'casa' d'arte con Rita Guido e Silvia Mangia. Oggi lì abita il Fondo Verri, in una continuità di progetto che lega e alleva storie. La sigaretta sempre accesa, una voce densa di ironia col dialetto pronto, a sottolineare. Aveva grandi occhiali attraverso quelli guardava il mondo. Di lato lo guardava, di traverso, con la sua vérve critica sempre accesa. Sarà che l'arte le apparteneva intera, respirata sin da bambina, suo padre era Michele Massari, suo fratello Antonio, artisti di grandi visioni e di adorabile manualità.
Certe volte Lecce sorprende, fa doni inaspettati e la voglia di guardarsi nell'intimo produce eventi che ridonano senso e conseguenza a storie dimenticate. E' il caso di questa antologica realizzata con grande cura e passione da Lorenzo Madaro con il prezioso ausilio di Francesco Porpora.
Un luogo al riparo! Un luogo salvo! Non c'è lo stucchevole respiro del restauro negli spazi del Monastero delle Benedettine che ospitano i lavori di Anna Maria Massari, c'è un austero decoro. Non c'è eccesso di luci, c'è il dover guardare. Le opere sono lì agli occhi!
Antonio Massari seduto su un divano rosso - nella terza delle sale che ospitano l'Antologica - chiede: «Cos'è il passato? Papà, Anna Maria, le cose care, la casa. Cos'è il passato?». Che rispondere? Il passato è cosa della memoria. Lo conserviamo, finché in noi dura. Torna il passato, muove il tempo ma non colma la mancanza. Quella no, rimane intatta. Persa nelle pieghe, se è la presenza che inseguiamo. Il concreto esserci di ciò che non è! Non è più! Morire è non sapere, inseguire la morte è non sapere!
Anna Maria Massari è morta nel 1993, il 28 marzo. Stagione triste per i selvaggi del Salento, tanto cari ad Antonio L. Verri. Non c'erano più Totò Toma ed Edoardo. Da lì a poco non ci sarebbe più stato neanche più lui, con noi, volato via. “Ci sarà un sabato e poi la domenica” aveva scritto. Il dono della veggenza lo abitava, sapeva?! Non so dire! Ci lascio la città, a noi continuare. A noi il tempo, il costruire. A noi farci “selvaggi”, vivi vivi, allo stupore!
E allora, cos'è il passato?
Di fronte a noi un monitor racconta Anna Maria. Le sue fotografie da giovane. Era bella Anna Maria. La guardo, seduta ai tavoli di un bar, gli anni cinquanta, Firenze. Un'altra foto la ritrae in compagnia di un'amica c'è ghiaccio dietro, ridono. Era bella Anna Maria! Le immagini scorrono, portano scrittura. Parole e ricordi: è questo il passato? Questo impasto che facciamo per non perdere il contatto, per non rompere il filo con chi ci è stato caro? E continua ad esserlo.
Qui, ci sono le opere! Quella era (è, a noi) la sua vita, la sua poesia.
Un'irrequietezza creativa che si muove, sollecita, attraversa, sperimenta tecniche e modalità differenti. Carte, incollaggi di trasparenze, cellophane, texture e trame fotocopiate, matite, china, i graffi dell' acquatinta, l'impasto dei pastelli e la velocità del pennarello. Una leggerezza ancora presente, necessaria, che fa sfida, sommuove l'animo. Interroga! All'ingresso una grande cornice in cartapesta chiude un ovale vuoto. Il colore essenziale della carta, piccole tracce di fuocheggiatura. C'è un assenza che sconcerta che invita a cercare. E' questo il passato?

venerdì 23 ottobre 2009

Edoardo De Candia
















“La contrada del poeta” ed “Edoar Edoar” delle edizioni il Raggio Verde

“Edoardo De Candia nacque a Lecce nel 1933 da Giuseppe e Margherita Querzola. Il padre fu guardia carceraria proveniente dall’isola di Procida…”

Poesia sull’acqua, mare d’approdo e partenza. E, quando la Parola s’affaccia come grido disperato: «Carte!/chi vuole carte./ Carte dipinte di giallo,/ di rosso,/ carte di colore blu!/ Vuoi una carta anche tu?/ Ma insomma: Uei cu te la catti?/ dipinte… con… della solitudine,/ della sofferenza,/ carte dolenti…»

L'Arsapo
Francesco Pasca

Il mondo dell’Arsapo, così come descritto fra le nuvole di carta di un libro è la metafora di aspettative di chi gironzola fra le pagine dello stesso. La Contrada per l’Arsapo è la rivendicazione di un possesso che non vuole essere una concessione, ma l’appartenenza da sempre a quel Luogo. Chi si avventura per quella infinita e silenziosa porta: “…vede e non vede il piccolo principe/ sul viale del giardino/ […] volteggia nell’aria al traino di uno stormo di pettirossi/ […] nel cielo a spicchi di marangia,/ alla ricerca del suo pianetino/[…] verso tenere donne dal nord venute e amate tanto/…” (pag.47). Per quelle vie, margini di pagine, confini immaginari di parole, è facile incontrare quelle aspettative come il sentire il proprio reclamare. Ti è chiaro quel rivendicare. Questo è l’Arsapo. É questa la Contrada. Così è descritta per le Edizioni Raggio Verde, (ne “La contrada del poeta”) ISBN 978-88-8966345-5 - € 20.00, settembre 2008. Un libro solitamente si scorre. L’andare è rettilineo, la sosta è il tornare o il lasciare. Nelle centotrentaquattro pagine di questa Contrada descritta da Maurizio Nocera non v’è direzione. L’andare è libero, può iniziare con “i tuoi capelli sono stelle filanti” o con “Fuoco Odoacre, Fuoco!”. È trovarsi circondati dal “tu sapevi del nostro atroce destino” o da “figli, vostro padre uccidete”. È salire in alto, in alto, in alto, con “l’Arsapo che volò” o adagiarsi sul “crepuscolo nel mare di Gallipoli”. La direzione non è segnata. È l’Arsapo che guida con discrezione ogni Coscienza. È segnato, quel trovarsi, a pag. 41 “nel vecchio labirinto di nostro fratello indio il Minotauro” e fa ritornare sui propri passi a pag.39, “sotto gli sguardi feroci della superba Cornuta”. Questo è l’andare, così come è il trovare: “c’era il pane, quello della neve e quello della nave di Telemaco”. Ma cosa fa di concreto l’Arsapo-Angelo-Poeta tra le pagine di un libro? Non può passare inosservato il suo fare. Eccolo allora attraversare “i territori dell’effimero” con l’adagio di sempre (pag. 45) e: “pietre raccoglie […] Forme stravaganti hanno le pietre del Poeta:[…] Crescono le pietre … Crescono come rosario antico delle nonne”. Percorre un sentiero lungo da pag. 45 a pag. 52. Altre volte un altrettanto sentiero da pag. 13 a pag.21. Il suo ritmo è scandito dal salto di un serpentello di inchiostro dove la pausa è Verso, il tempo è il Senso. Il libro esce fuori dal libro, va collegarsi con altri testi, con altrettanti Versi che hanno il nome di altri Arsapi. Fuoco Odoacre, fuoco! Quanti sono gli Arsapi? Quanto occorre essere Fintotontopazzo per essere Arsapo? Quante volte occorre mostrasi Nudi dinanzi al mondo, ma non come finti-tonti-Re? Quanta strada occorre percorrere in quella Contrada? Quanto, in quel pendolo magnetico di Spigolozzi occorre sostare? Quante pietre, monoliti, come dice l’Arsapo a pag. 57, occorre scolpire? “Ar ha scolpito l’incontro della natura umana/ col suo equilibrio interno./ quale luminosa finestra che sa trafiggere i mali del mondo:/la disperazione, la noia, la stupidità”. Apprestandomi ad Uscire dalla Contrada come il “Fanalista d’Otranto”, ascolto: ”L’uomo al faro in bicicletta va/sul Colle della Minerva oltre il Ceppo/degli Ottocento eterni martiri/al collo la sciarpa sventolante…” (pag. 65) che dice … «attraversate anche Voi “la Contrada del Poeta”».
Edoar-Edoar la struttura percepibile. Dalle mie letture ho appreso che la formazione di un concetto, quella sorta di astrazione o di strana associazione di concetto alla stessa astrazione, è riconducibile sempre ad un’idea o a quante di queste se ne possono estrapolare, e, con altrettanta associazione, a quante se ne possono ricondurre alla propria realtà. Questa accettazione si fonda sulla capacità della mente umana di assecondare i micro aspetti di ogni esperienza e si può concretizzare in una visione condivisibile. Sensorialmente, bruttissimo termine, ma l’uso, è paragonabile ad uno schema formato unicamente dalle unità di percezioni, essenziali per ogni ricognizione, e si identifica con quell’esperienza, la mia in questo caso. Non sempre si ottiene, o per meglio dire, non sempre si incontrano Arsapi che attraversano questa forma concettuale e giungono o fanno giungere a risultati condivisibili. Dal momento che non è possibile universalizzare il dato sensoriale, quanto mi appresto a dire sembrerebbe una via d’uscita alla contraddizione, la mia. Spero che tutto ciò non lo sia, che il puramente personale sia pertanto condivisibile. Comincia qui l’arcano. Quella formazione del concetto, può sfuggire?! Quell’assecondare ogni micro aspetto di quell’esperienza può, concettualmente, non rendersi condivisibile? L’universo, l’esagerazione del termine, qualche tempo fa correva parallelo. L’Arsapo per un periodo non quantificabile fu eco ma non-parola definita, fu termine non identificabile dal mio sensoriale. il “La dell’oboe” così come è definito da Edgar Coons e David KraehenBuehl – (Informazione come misura di struttura in musica), in (a) quel tempo era ancora sub unità sfuggita alla coscienza perché non perfettamente inserita nel mio contesto culturale. Con Edoar-Edoar, dal colophon luglio del 2006, così si consegnava nelle librerie l’uscita del suo ennesimo libro. Edizioni ilRaggioVerde - per la collana “inediti” - diretta da Antonietta Fulvio. € 13,00 Del termine colophon ho un ricordo. È un dialogo su che cos’è il bibliofilo. Scrissi, poi, una lettera in tal senso in occasione del convegno tenutosi dal 22 al 30 novembre 2007, nella Sala "Teodoro Pellegrino" della Biblioteca Provinciale "Nicola Bernardini" di Lecce per la Mostra Antologica delle Edizioni Tallone. Riassumendo: «per noi bibliofili, l’importanza del libro è il colophon, come questo è presentato. Il colophon è data, è la sua identità, è didascalia ordinata, disegnata, è l’anima del libro. Il resto ne consegue». Perché dico questo e, a domanda, rispondo!? La struttura del libro, divenne, è percepibile. Non è il colophon, ma è come se lo fosse. Con l’Avvertenza di Edoar-Edoar, “Edoardo De Candia nacque a Lecce nel 1933 da Giuseppe e Margherita Querzola. Il padre fu guardia carceraria proveniente dall’isola di Procida…”, Nocera anche in questa occasione si consegna a noi prima come Storia, poi come infinite anime della stessa. Di Edoardo, credevo di conoscere tutto. Chi come me ha vissuto a Lecce negli anni '60 - '70 da apprendista pittore, non può aver dimenticato il matto, il fintotontopazzo, il possente vichingo. La lieve, sommessa e doverosa introduzione con il ricordare quell’isola di Procida, ebbe la capacità di ricordarmi altre fantasie riconducibili come la eco di quel Edoar-Edoar. Lecce, Milano, Londra, “Il Sedile”, “La Cornice”, “3A”, “BelleArti”. Il Mito dei miei giovani anni, il Mito dei Miti che è il Volo da Icaro in poi. Tutto divenne Avvertenza. Altrettanto magica è la lettera di Francesco Saverio Dodaro.(pag.7) Saverio mi appare ancora oggi come uno smarrito naufrago in quel “utero oceano della Verità, dove la calma è tempesta, il silenzio è urlo”. E’ sempre Dodaro a sollecitare quella eco: “Maurizio per favore, dì di non urlare. E di non inquisire”. “Il La dell’oboe”, in Edoar-Edoar, ha il giusto verso, non è più frammentario ed astratto, ma oggettivo e materiale. Nocera si identifica con lo stesso tratto-ritratto segnato dall’Edoardo nell’ottava pagina, la cui nona ne diventava l’inno alla Eco-Edoar. Tutto il carattere di Edoardo è scritto come quel segno. É prima scarno, poi breve, poi profondo, scuro, chiaro. É lo stesso mondo in fuga dell’amico descritto odori-cadute-voli-albe-disperazione-nero-nero-nero-sesso-rutto-scorreggia-vino-whisky. Naturalmente nel libro non mancherà anche a Voi, leggendolo, di essere attratti da Antonio Verri. Nel leggerlo, per me, quella eco divenne, è: “Edoardo, un cavaliere senza terra”. Un’eco di falò dove vengono descritti due giovani artisti (anche Saverio Dodaro) “come purissimi cavalieri, morbidi, buffi, curiosi, rigorosi …”. Dire cosa bruciassero diverrebbe la mia trasgressione. Da pag. 25 a pag. 35 c’è di quanto più gigantesco possa esserci. (testimonianza tratta da Sudpuglia, 3 settembre 1988, pp.137-148). Il libro di Maurizio Nocera divenne Storia, divenne Dialogo. Oggi per me è anche Immagine, è il “La dell’oboe” che saltella e si fa Verso-Suono. Edoar-Edoar è Sentire la Storia e non tralasciare, ma riferire: «Non vogliono la morte per i miei quadri, mi vogliono morto perché mi credono felice. Idioti!».(pag.32) Nel libro c’è il crono-Storico. Si narra una Lecce turbata dalle “irruzioni” di un fintotontopazzo dalla fine anni cinquanta sino alla morte di, del Vichingo, avvenuta nell’estate del 1992. Ma non v’è solo la crono-Storia. É anche Poesia scritta come il sussurrare di una frase delicata e dedicata alla propria compagna di nome Parola. È Poesia sull’acqua, mare d’approdo e partenza. E, quando la Parola s’affaccia come grido disperato: « Carte!/chi vuole carte./Carte dipinte di giallo,/di rosso,/carte di colore blu!/Vuoi una carta anche tu?/Ma insomma: Uei cu te la catti?/dipinte … con … della solitudine,/della sofferenza,/carte dolenti … » (pagg. 19-20). Sempre e comunque, l’Arsapo, ritorna a sussurrare la Parola, ad amarla. È segno “eroico” di Edoardo.(pag.21) Le foto tra disegni e citazioni, sono come l’episodio narrato in postfazione da Antonio Massari: Il bianchetto sul vetro:“…afferra da terra un blocco di ghisa, lo solleva ciclopico sulla testa, e lo scaglia contro il cristallo che con rumore esplode e va in frantumi. E dice: - Più pulito di così non sarà mai - “. Immenso è Edoardo, anche Lui Arsapo-Angelo.

giovedì 22 ottobre 2009

Papagna

Musica/ Raffaella Aprile


Da Anima Mundi il disco di esordio di Raffaella Aprile. Dopo la lunga avventura con Officina Zoè e l’esperienza nell’Orchestra della Notte della Taranta guidata da Ambrogio Sparagna, Raffaella Aprile ha collaborato a numerosi progetti e ha firmato, con Antongiulio Galeandro, la mappa sonora del documentario Radio Egnatia di Davide Barletti (Fluid Video Crew).

Mauro Marino

“Se è malincunia lassala fore!”. Quanti “alleati”, possibili!, ricordi Carlos César Salvador Aranha Castañeda? L'alleato! Il vento carezzava, in 'volo'. L'estasi e la visione mischiati insieme a portare esperienza. In volo, in volo tra la 'quiete' e la 'paura' c'è il viaggio! L'amore è l'odio intrecciano traiettorie, continuamente, nell'attimo frangono ogni limite, ora dopo ora, giorno dopo giorno. E noi, piccoli piccoli, in cerca d'un lievito possibile, alla consapevolezza.
Papagna, dormire, trovar pace! Dimenticare! Dimenticare! Io porto bene! Io sono nell'euforia carne e sogno! Carne e sogno! Sono uno!
C'è un canto che viene, al riparo dal Tempo. Torna e mischia parole, voci, climi, sentire. La lingua lo attraversa, impasta i suoni. Quant'è larga qui, in questo Sud! Sembra unica nei dialetti, suona, fa onda, come un mare. Acquieta, unisce. Come un dormire, un 'perdersi'. Papagna, culla, sogno, carezza! Altro sentire.
Raffaella Aprile è interprete di grandi ascolti, di esperienze lunghe, traversate d'un fiato, accudite poi, e maturate all'ombra della tradizione trasnazionale della cultura grika. C'è il Mediterraneo ad accogliere. L'altra sponda, la sua vastità e tutte le possibili sintonie.
E qui, accudito nel 'tondo' del disco, trovi ciò che il 'popolo' ancora è! Noi siamo popolo!
Anche noi? Solo noi! Che il resto è preda! Noi “vivi” con la nostra sensibilità mischiante, attenta, capace d'accogliere. Il resto è preda, nella soggezione, nella sordità, nel non che non vuol sapere!
Nove tracce in “Papagna”, stornelli, filastrocche, pizziche, che non sono più stornelli, filastrocche, pizziche, sono altro! Un pretesto, nell'essenzialità scrivono la traiettoria, al divenire del suono, al canto. La voce è continua scoperta, toccare dentro se corde incompiute, svelarle, salvarle portandole al pubblico. Altro popolo!

In “Papagna”, Raffaella Aprile - che è anche produttrice del disco edito da Anima Mundi - è affiancata da Emanuele Licci e Cosimo Romano (che hanno curato con lei gli arrangiamenti), Michela Bruno, Giancarlo Paglialunga, Francesco Abbatiello e supportata da Enza Pagliara, Antongiulio Galeandro, Silvia Gallone, Marco Marinelli “Vitello”, Marco Tuma, Cristiano Costantini, Mario Rugge.
Interessante la scelta dei nove brani che compongono il cd: “Malidettu lu cinquanta” è un canto tradizionale datato 1950 nella sua versione originale ripresa sul campo da Alan Lomax e Diego Carpitella e presente in “Puglia: the Salento”; “Catarinella” è un canto tradizionale appreso dalla famiglia Zimba di Aradeo che si allaccia al filone tradizionale delle carceri; “Òria mu” è una composizione di versi poetici in griko adattati a pizzica secondo una consuetudine molto frequente nella musica popolare; la tradizionale “Pizzica di Aradeo”; “Canaja”, questo canto, che si rivolge a San Francesco (così si chiamava il vecchio carcere di Lecce), è noto ai carcerati salentini. Tra le versioni conosciute anche quella di Niceta Petrachi detta Simpatichina presente in “Malachianta” edizione Kurumuny; “De Notte”, su aria tradizionale, è un canto moderno che descrive la notte degli amanti; molto orecchiabile “Lu zinzale”, una filastrocca popolare del Capo di Leuca, “Fei?” è una poesia anonima grika musicata dalla stessa Raffaella Aprile e da Antongiulio Galeandrò con sonorità balcaniche.

lunedì 19 ottobre 2009

Per Anna Maria Massari

A Lecce, Monastero delle Benedettine, a cura di Lorezo Madaro

la mostra antologica dedicata alla ricerca di Anna Maria Massari (1929-1993)

COLOMBA IN VOLO
Maurizio Nocera

Anna Maria Massari silenziosamente entrava nella casa di Ada Donno, nel Quartiere Leuca, ancora prima delle 8, l’ora della campanella per il suo ingresso nella Scuola Media “Salomi”, quando questa era ancora ubicata nell’ex Onmi (Opera Nazionale Maternità e Infanzia) di viale Marche. Ada, all’epoca, era ancora libera da impegni professionali, per cui aspettava Anna Maria sulla porta di casa; conosceva esattamente il tempo del suo arrivo. Poi, assieme facevano colazione. A quel tempo, io ero impegnato ad insegnare in scuole lontane dal capoluogo salentino, in provincia, per questo al mattino mi dovevo alzare presto e partire quanto prima possibile, per cui stavo seduto appena un po’ al tavolo del tinello per fare una veloce colazione e godermi come desideravo la conversazione con loro due. In quei pochi momenti però riuscivo ugualmente a scambiare qualche opinione con Anna Maria. Lei aveva un modo tutto suo di dire le cose, tanto che, dopo averla detto, ogni cosa assumeva la dimensione giusta. Magari, durante il giorno precedente erano accadute cose incredibili, poi arrivava lei, diceva appena qualche frase e tutto ritornava ad essere chiaro. Per questo suo modo di dire e per molto altro ancora debbo veramente molto ad Anna Maria. Lei era una che pesava le parole ed era dotata di un dono straordinario: conoscere la materialità dell’alfabeto, quindi delle singole lettere e del loro peso specifico. Per questo i suoi giudizi sull’arte, sulla politica, sul modo di essere e di fare degli uomini e delle donne erano per me assoluti indicatori di orientamento. Non straripava mai. Io e Antonio Leonardo Verri, dopo averla ascoltata in silenzio, alla fine concordavamo su molto. Fu lei ad indicarci la strada per raggiungere il cuore di Edoardo De Candia, che lei conosceva bene, essendo stata l’unica donna che veramente amò quell’animale celeste. Fu lei che di fatto ci introdusse nel circuito degli artisti di Lecce, che ci allargò il respiro della visione di un mondo colorato.

Era il 1984 quando le chiesi di darmi una mano per organizzare la Mostra dei pittori salentini per la Pace e la Vita contro la guerra nucleare. Fu quella una delle più belle manifestazioni artistiche collettive, dove riuscimmo a coinvolgere 64 artisti salentini. Eccone l’elenco: Donato Paolo Baldassarre, Vittorio Balsebre, Emilio Bracciale, Antonio Bramato, Roberto Buttazzo, Mario Cala, Antonella Casciaro, Renato Centone, Carmine Chirizzi, Franco Contini, Lucio Conversano, Antonio Corchia, Ruggero D’Autilia, Edoardo De Candia, Giovanni Dell’Anna, Sergio Del Prete, Cesare De Salve, Dino De Simone, Vittorio Dimastrogiovanni, Luisa Elia, Gabriella Epifani, Salvatore Fanciano, Pietro Fanigliulo, Enzo Fasano, Oreste Ferriero, Tina Foscarini Bianco, Rosa Maria Francavilla Maritati, Tonio Gallo, Pietro Giammarruco, Josè Greco, Sandro Greco, Rita Guido, Flavia Leo, Pietro Liaci, Salvatore Lipari, Corrado Lorenzo, Ernestina Lo Rizzo, Patrizia Lucia, Lionello Mandorino, Mimmo Marullo, Antonio Massari, Roberto Migliaccio, Silvio Nocera, Pina Nuzzo, Armando Papes, Carlo Politi, Romilda Prastaro Lanzillotto, Tino Rho, Nino Rollo, Marisa Romano, Giovanni Sances, Paola Scialpi, Gianni Scupola, Enzo e Carlo Sozzo, Francesco Spada, Raffaele Spada, Orlando Sparaventi, Pina Sparro, Gigi Striani, Natalino Tondo, Franco Ventura, Alberto Zacheo.

Senza Anna Maria Massari, nonostante i tanti amici artisti, sarebbe stato impossibile per me e per Verri realizzare quell’iniziativa, che si tenne dal 29 aprile al 6 maggio 1984 a Lecce. Per l’occasione, fu lei che ci rese possibili i contatti con gli artisti. Quando, alla fine della raccolta delle opere dei 64 artisti, assieme ci stavamo recando alla sala della Biblioteca provinciale per l’allestimento, mi accorsi che proprio lei non si era inserita nell’elenco. Eravamo ancora in auto, quando con tono allarmato le domandai: “Ma Anna Maria, in questo elenco tu non ci sei! Perché?”. Dopo una breve pausa, ecco la sua riposta: “Va bene, adesso che arriviamo in biblioteca farò anch’io qualcosa”. E la “cosa” che lei disegnò in soli due minuti, fu la più bella di tutta la mostra, tanto da divenire il simbolo dell’intera iniziativa.

Per la domanda di adesione degli artisti avevamo composto un comunicato con sovrimpressa l’immagine diel disegno di una colomba inedita di Rafael Alberti, il noto poeta artista spagnolo. L’avevo incontrato l’anno prima (1983) a Praga, capitale dell’allora Cecoslovacchia democratica e popolare di Gustav Husak, nell’occasione della Grande Assemblea Mondiale per la Pace e la Vita. La delegazione italiana, di cui facevo parte, mi aveva indicato come membro della Commissione cultura di quella straordinaria assemblea, presieduta anche da Gabriel Garcia Marquez. Capitò a me di sedere accanto a Rafael Alberti, col quale scambiai qualche parola. Rafael ascoltava gli interventi prendendo appunti su un block notes, appunti che di tanto in tanto intervallava con disegnini di colombe per la pace. Fu questo uno dei doni più belli che riportai da Praga a Lecce e che poi divenne l’immagine con la quale chiedemmo l’adesione alla Mostra leccese degli artisti salentini.

In due minuti Anna Maria Massari realizzò un disegno che racchiude tutta la simbologia dell’evento: un lungo “continuum ” in blu e rosa che attraverso volute e giravolte alla fine assume la forma di una colomba in volo. Si tratta di un’interpretazione straordinaria e di assoluta bellezza del simbolo, talmente significativo che, a fine manifestazione, divenne il simbolo della Mostra per la Pace e la Vita di Lecce. Il disegno, per decisione del Movimento italiano “Pace e Costituzione”, composto dai padri costituenti e dai costituzionalisti Luigi Arata, Ettore Biocca, Guido Calvi, Michele Coiro, Mario Coluzzi, Manlio Giacanelli, Giobatta Gianquinto, Lucio Luzzatto, Geo Rita, Manlio Dinucci, fu stampato su ogni nostra iniziativa e comunicato successivi.

Nella compilazione della risoluzione di quell’iniziativa venne pienamente coinvolta anche Anna Maria Massari, per cui, in quel testo c’è anche il suo pensiero. Questa la parte significativa: «È stato detto che le guerre non nascono solo nelle fabbriche di armi, ma anche nelle menti delle persone. / Profondamente convinti di questa verità, noi artisti ed intellettuali salentini, partecipanti alla mostra allestita nella Sala delle conferenze della Biblioteca provinciale “N. Bernardini” di Lecce, abbiamo voluto riaffermare la rilevanza ed il ruolo fondamentale della cultura e dell’arte nell’educazione e mobilitare la gente alla lotta per la pace e la vita, contro la guerra nucleare. / Con la nostra presenza, in questo momento cruciale per la storia della civiltà umana a causa dei pericoli incombenti di una guerra nucleare mondiale, abbiamo voluto testimoniare la nostra convinzione che difendere, consolidare e salvaguardare la pace è oggi il dovere di ogni uomo e ogni donna. Tutti noi che lavoriamo nel campo dell’arte e della cultura possiamo, attraverso la nostra professione e le nostre opere, contribuire ad aprire gli occhi a tutti, al di là delle diverse opinioni filosofiche, politiche e fedi religiose, per una coscienza civile tale che, quei governanti che perseguono progetti di guerra nucleare siano posti sul banco degli imputati davanti al tribunale morale del mondo. / Appellandoci ai valori universali della cultura e dell’arte, ci impegniamo a compiere azioni ancora più energiche a favore della pace e del disarmo mondiale. / Esigiamo dai nostri governanti che prendano misure concrete per la cessazione della corsa agli armamenti. / Esigiamo la riduzione delle spese militari, affinché le risorse della Terra siano impiegate a risolvere i problemi sociali, a combattere la miseria, le malattie, l’analfabetismo e tutti gli altri mali che affliggono l’umanità. / Esigiamo lo smantellamento delle basi straniere che sono sul territorio europeo, la creazione di zone denuclearizzate e di pace, nei punti caldi del globo, lo scioglimento dei blocchi e delle alleanze militari contrapposti. / Siamo pronti a cooperare e ad agire di concerto con tutte le forze della pace, in nome dei più nobili ideali di fratellanza, di libertà, di giustizia sociale, affinché il cielo resti puro sopra il nostro pianeta».

Fu così che questo appello sovrimpresso dalla colomba di Anna Maria Massari raggiunse Xavier Perez de Quellar, allora Segretario Generale delle Nazioni Unite a New York; raggiunse l’indiano Romer Chandra, Presidente del Consiglio Mondiale della Pace; raggiunse lo scienziato medico italiano Ettore Biocca, allora vice Presidente della Ippnw (Associazione Mondiale dei Medici per la Pace), in quegli stessi anni premiata a Stoccolma col Nobel per la Pace.

A me e a Verri accadeva di incontrare Anna Maria o presso la mia casa o presso la sua, a Lecce, in via Sozy Carafa. Lei ci aspettava di pomeriggio sul tardi; ci sedevamo ad un tavolo quasi sempre ricolmo di disegni, cellophane, pastelli, ecc. Quindi ci metteva al corrente delle cose dell’arte e di chi dovevamo inseguire per dare sfogo ai nostri curiosi interessi. Anna Maria è stata per noi una miniera inesauribile di conoscenze e di dati difficili da reperire.

Parlando del Gruppo Terra d’Otranto, costituito nel 1979 dalle artiste salentine Rita Guido, Rosa Maria Francavilla Maritati, Anna Maria Massari, Marisa Romano e Pina Sparro, il fratello traccia un suo breve profilo d’artista. Questo: «Anna Maria Massari […] (riconosciuta per coraggiosa, rara ammissione dello stesso gruppo) […] è l’artista. / Quando era piccola impressionava i “grandi” che frequentavano la mia casa per le doti eccezionali. Io ricordo le mani dell’angelo violinista di Melozzo, ricordo i pulcini e i rami di pesco ad acquerello, Cucciolo, il cerbiatto e il modellati in argilla e colorati dopo la cottura, ma non basta: Anna Maria, al venti per cento ha lavorato ai pastori gotico-rinascimentali in terra cotta dipinta di Michele Massari, magici perché di notte “parlavano”; […] Ha anche completato un Filippo Lippi a lunetta gotica che la morte di papà aveva interrotto. Ha dipinto, di sana pianta, i paesaggi secenteschi di scuola napoletana per il mitico avvocato Guacci e… mai che si potesse distinguere la sua mano da quella del padre. […] Oggi, dopo un intervallo di 30 anni […] Anna Maria, miracolosamente, ha ripreso il lavoro. Incide i personaggi notevoli di ogni città di provincia: il patriota fanatico, il poeta sofistico, il venditore di immaginette sacre, […Il suo] disegno più bello, tuttavia, resta la bambina, sul muro di campagna, in equilibrio come la vita, con un cagnolino legato a un filo di coda di cavallo che vola come un fiore o un ombrellino cinese: il cagnolino è una farfalla: la figura è vista dall’alto, ti viene incontro; il muretto si rastrema in prospettiva come una stradina su due abissi: in caso di caduta una farfalla può salvarci, accompagnandoci dolcemente al suolo fra le rape e le cicorie… e credo che oggi le quattro piante disperate dal vento e dal gelo della Contrada l’abbiano veramente salvata!».

E poco oltre, Antonio Massari scrive ancora che Anna Maria «parla con i serpenti, “li castarieddri ” (gufi), le “ranocchiule ” (rospi), e i “cola ” (corvi) […]. Da quando ha sfamato e liberato da ferri e catene “Bolla di sapone” […] tutti i cani della contrada si danno convegno sempre più numerosi al rancio. Uno: “il vecchio Geremia” sciancato dai reumatismi porta la pelle ruggine, caffé e pecora come una logora, larga pelliccia» (cfr. A. Massari, “Io sono straniero sulla Terra ”, Milano, Edizioni D’Ars 1999, pp. 130-132).

Quanto scrive Antonio Massari è assolutamente vero, perché effettivamente l’artista aveva un rapporto stranissimo con gli animali. Chi non ricorda con quanto amore curasse i randagi che le capitavano sotto i piedi sia in città che in Contrada Dottoressa Rapesta? E forse ci sarà stato anche un buon motivo se suo marito, Nando Porpora, al tempo del loro fidanzamento, la chiamasse “leprotto” o “leprottina”. Ciò che è certo, e questo io lo ricordo benessimo, Anna Maria riusciva ad essere avvicinata, senza crearsi né creare ad altri mai alcun disagio, da qualsiasi animale come gechi, lucertole, rane, ragni, serpenti, pecore, capre e via scrivendo.

Ad un certo punto, nello scritto (1983) del fratello c’è la frase: «Oggi, dopo un intervallo di 30 anni […] Anna Maria, miracolosamente, ha ripreso il lavoro». Se andiamo a ritroso nel tempo, vediamo che partendo dal 1983, dopo 30 anni, incontriamo appunto il 1954, anno in cui il padre Michele Massari, lo straordinario ed eccelso pittore post-impressionista morì, a soli 52 anni, a causa di un banale incidente d’auto. Lo sgomento dei due giovani figli fu annientante: Anna Maria, che aveva solo 25 anni, non disegnò e non dipinse più; si chiuse nel suo più intimo segreto; Antonio, che aveva 22 anni, invece, appena qualche anno dopo, era il 1957, andò via da Lecce, potremmo dire in modo quasi definitivo. Ed è ancora lui che ci ricorda l’arte e le vicende artistiche della sorella. Ed ancora, in “Io sono straniero sulla Terra ” scrive: «Ben presto Anna Maria rivela un talento pari al talento di Michele Massari, un talento ereditato. […] Papà a tal punto si fidava di lei da farsi dare una mano nella pittura, nella scultura, nel disegno […] A cinquant’anni forse, Anna Maria ha ripreso a lavorare, giocata, questa volta dall’arte contemporanea con le opere che assorbono la luce: stratificazioni di fogli di cellophane o acetato fino a suscitare la molle, dolce, antica luce della perla e con vaporosi pezzi di lenzuola delle Ferrovia dello Stato» (cfr. Op. cit. , pp. 452-453).

Prima della sua chiusura artistica per alcuni decenni, l’ultimo suo intervento pubblico fu la partecipazione alla Prima Biennale dell’Incisione Contemporanea in Italia, promossa dall’Associazione “Incisori d’Italia” (Torino – Milano – Roma) e organizzata dall’Ente Provinciale per il Turismo di Taranto e dalla Galleria d’Arte “Taras”, che si tenne a Taranto dal 15 ottobre al 10 novembre 1963, alla quale fu presente con un’acquaforte dal titolo “Umanità ”, realizzata però qualche anno prima.

Anna Maria Massari ritornò all’impegno artistico grazie alla nascita del Gruppo di Terra d’Otranto e soprattutto grazie alle sollecitazioni di una sua amica del cuore: Rita Guido, che mai l’ha dimenticata, tanto che, ancora oggi, ne tiene vivo il ricordo raffigurandola nelle sue luminose tele sotto il segno de “Le trecce di Anna Maria ”, dipinti ad olio di una materialità tangibile e sofferente che fa sì che il suo messaggio vada oltre il confine di una specifica territorialità.

Ancora più di recente, Rita ha ricordato l’amica con una plaquette dal titolo “Omaggio ad Anna Maria Massari ” (Lecce 1998), introdotta da un affettuoso pensiero del figlio Francsco Porpora che, commosso, scrive: «Mamma chi stai aspettando? – La Rita! Alle quattro e mezza avevamo appuntamento… casomai non ho sentito il clacson…. / Se era primavera l’aspettava sul balcone, e certe volte io andavo a farle compagnia. […] Ho ancora una grande cornice ovale di cartapesta che forse la mamma voleva riempire con tutti i colori della contrada, l’Universo. / Certe volte, spinte dalla necessità di uscire dal tempo degli altri, s’incamminavano [Anna Maria e la Rita] piano, a braccetto, lentissime per le vie del centro storico, osservando ogni cosa, masticando “passatiempii ” e parlando fitto fitto a testa bassa, come per un dialogo segreto fra “strie ” inebriate di poeticissimo amore». Tenere, gentili, dolci e affettuose sono le dieci liriche che Rita Guido dedica all’amica. Ne riporto solo tre che, secondo me, danno il senso pieno della struggenza del loro rapporto amichevole: «Treccia bellissima/ che per decenni ha affascinato il mio sguardo/ oggi diventata “àncora,/ fune di mare, treccia del ricordo”./ Vorrei cantare/ con le note più adatte/ allo splendore di quel ricordo./ Vorrei cantare/ e saper comporre la tua eterna giovinezza». E poco oltre: «Ho raccolto dal tuo angolo di studio/ piccole porzioni di cose,/ piccoli resti/ che servivano ogni giorno per il tuo lavoro./ Ho chiesto il permesso ad Antonio tuo fratello./ poi ho pensato a tutti i colori dell’Universo/ che tu volevi poggiare in una enorme cornice/ dorata/ realizzata in cartapesta da te Anna Maria/ tanti colori/ tanti tanti dovevano riempire/ il vuoto della cornice di cartapesta./ Solito appuntamento». E l’ultima, la più struggente: «È stato l’appuntamento più bello/ della nostra vita/ Eravamo insieme/ io e te/ sui gradini di una chiesa bellissima/ Si osservava, si osservava ed ancora si osservava/ bisbigliavamo parole e commenti/ che solo io e te, Anna Maria, conosciamo».

Ma come ho conosciuto Anna Maria Massari? A presentarmela per la prima volta fu alla fine degli anni ’70, il marito Nando Porpora, all’epoca, io e lui militanti del sindacato Cgil. Io militavo pure – come si diceva allora – in un’organizzazione politica rivoluzionaria, il CLdP (Circolo Lenin di Puglia), e lottavo come un forsennato per il rispetto dei diritti sindacali dei contadini, dei coloni e dei mezzadri della nostra provincia. Per questa mia attività non ero affatto ben visto dai vertici sindacali, tanto da essere continuamente discriminato e spesso messo da parte. Nando Porpora, invece, che faceva parte anche lui dei vertici sindacali, era l’unico ad avere comprensione del mio operato, per cui spesso, quando ci si vedeva, ci si scambiava qualche parola e pure qualche buon caffé. Fu Nando che, ad un gioioso Primo Maggio presso Porta Napoli mi presentò sua moglie, che da quel momento divenne una delle mie migliori amiche.

Anna Maria Massari era nata a Lecce il 21 ottobre 1929. Aveva studiato all’Istituto Statale d’Arte, completando i suoi studi presso il Magistero di Firenze. Svolse la sua carriera di insegnante nelle Scuole Medie di Napoli, di Brindisi e di Lecce.

Il 30 marzo 1993, giorno tremendamente infausto per la sua storia di umana, Antonio Leonardo Verri così la ricordò: «La morte sta decimando i “selvaggi” del Salento. Dopo Totò Toma ed Edoardo, ieri è toccato ad una carissima amica: Anna Maria Massari. Chi le voleva bene non avrà più i segni della sua costante creatività, la sua dolcezza, la sua lucida allegria».

Appena qualche mese dopo, il 9 maggio 1993, anche lui, il selvaggio più selvaggio di tutti noi volava in alto, nel più alto dei cieli.

venerdì 9 ottobre 2009

C'è Sudapest di Irene Leo


Libri di poesia/ Sudapest di Irene Leo nei Poet/bar di Besa, magazzino di poesia a cura di Mauro Marino

Ah, Rodolfo!
Stefano Donno

La scrittura ha un immenso potere che fa viaggiare nel tempo e nello spazio, ha la facoltà di rievocare mondi e infinti universi paralleli dove le storie si intrecciano, colmano vuoti, si ricostruiscono senza posa sino a creare quella che è una possibile versione dei fatti. Raccontare il Sud dopo Salvatore Toma, Claudia Ruggeri, Vittorio Bodini e Antonio Leonardo Verri, risulta impresa ardua dal momento che la riscrittura dei luoghi, di questi luoghi, di un Salento ormai mitico e spesso inutilmente mitizzato all’ombra di ulivi, del morso del ragno che estasi e ritmo produce più del volo di S. Giuseppe da Copertino, e del morboso barocco, terribile e obliquo, è affare che rientra nella possibilità.

E una tra le tante chiavi di lettura più psichica che cosmica di questo “Sud del Sud del mondo”, risulta essere quella di Irene Leo, poetessa dal grande respiro e dall’immensa generosità nel ritmo e nella resa immaginifica della scrittura e del suo performare semantico.

Conosco da tempo Irene Leo e ho sempre associato il suo incedere nel mondo dei versi come una speranza, che ha fame di vita, inappagabile, inavvertita nel trascorrere del Tempo che ormai di divora se stesso nello slegarsi dei fatti, delle cose, delle storie che narrano di amori, solitudini, e occasioni mancate. Un tempo che fa i conti con il precariato esistenziale, che è liquido e vischioso, immateriale abisso dell’incertezza senza alcun argine e margine, mappa di un mondo che nella deriva degli sradicamenti affettivi crede di essere nel giusto.

Questo è Sudapest di Irene Leo edito dalla Besa editrice, e che poi parli di una storia d’amore o più nuances dell’Amore si capisce che è un pre/testo, l’anticamera di una pesante melanconia che accarezza il cuore e di lui si beffa, che fa sorridere in maniera amara e crea solo disillusione. “I giorni qui portano sulle nocche i calli e le ferite di civiltà deserte, cugine di un’era grande che rivedi negli occhi e nelle curve generose, vere opere d’arte oltre le architetture d’azzardo mesciate a terra e sudore. Sono ricco. Ho qui con me sacchi interi di dignità in foglie ed olive e mani consunte che urlano e gemono nelle ore del giorno. Le osservo, me le guardo, le nascondo” questo dice Rodolfo - maschera principe su un palco dove la vita viene recitata con amarezza e un senso di deriva fortissimo in questo Sudapest -presentandosi. Non è un poemetto, il ritmo è quello della prosa poetica non tanto selvaggia, ma costruita oltre l’essere un mestierante della parola.

Chi si avvicina a questo lavoro deve essere avvertito: potremmo dire “hic locus terribilis est” proprio come all’ingresso della piccola chiesa di Rennes les Chateaux. Già perché il lavoro di Irene Leo ci fa capire come sacro e profano sono ancora in lotta nelle nostre vite e spesso la scelta non può chiudersi su un oggetto ben definito… perché perennemente in bilico


Irene Leo, classe 1980, ha “esordito” ufficialmente nel 2006 con “Canto Blues alla Deriva” (Besa editrice). E’ presente su “Tabula Rasa 05″, rivista di letteratura invisibile, nella sezione Poesia e su alcune antologie, tra cui “Verba Agrestia ” 2008, e “Il Segreto delle fragole” 2009, entrambe Lietocolle edizioni. Nel 2007 ha ricevuto dal teatro di musica e poesia “L’Arciliuto di Roma, il riconoscimento in “Kagolokatia”. Collabora con “Il Paese nuovo ” e cura un suo blog letterario: www.ireneleo.wordpress.com. Ha sempre preferito all’apparenza la sostanza della parola, e del dettaglio. Su tutto la Poesia, la scrittura, emblema di quel niente “Ca te inchie lu core”…

mercoledì 7 ottobre 2009

Omaggio a Ferdinando Boero

Nel giro di un paio di anni, Ferdinando Boero, zoologo marino dell’Università del Salento, ha pubblicato due libri che non hanno nulla di scientifico nel senso tradizionale del termine e che quasi certamente non entreranno a far parte del lungo elenco di pubblicazioni che lo studioso genovese vanta. Infatti, entrambi i volumi non presentano le consuete asperità delle pubblicazioni universitarie: note, citazioni dotte, linguaggio spesso incomprensibile per eccesso di specialismo, bibliografia finale che nessuno mai legge, ecc., ed evidentemente sono destinati ad un pubblico ben diverso da quello degli universitari (studenti e colleghi docenti), sicché chiunque potrà trarre profitto dalla lettura scorrevole e piana, ma non meno dotta, dei due libri. Il primo si intitola Ecologia della bellezza. I gusti della natura, Besa, Nardò 2007, pp. 158 (n. 11 della collana “Astrolabio”); il secondo Ecologia ed evoluzione della religione, Controluce, Nardò 2008, pp. 215 (n. 7 della collana “Riflessi”). Ne darò conto congiuntamente perché meglio risulti il pensiero dell’autore su due questioni di pubblico interesse, la bellezza del mondo e la religione.


In un mondo pieno di spiriti

Gianluca Virgilio


La bellezza del mondo

“Ho fatto diverse recensioni di libri e, nelle recensioni, uno deve dire in poche parole quale sia il messaggio del libro. Se dovessi fare la stessa operazione per quel che ho scritto direi che il messaggio è che noi viviamo in un mondo bellissimo e che siamo bene attrezzati, sensorialmente, per apprezzare la bellezza”. Con queste sintetiche parole Boero “recensisce” (p. 157), in conclusione, il suo stesso libro Ecologia della bellezza.

Sulla soglia del volume, lo scrittore aveva dichiarato: “Ecco, questo libro nasce precisamente da questo problema: è possibile una scienza della bellezza che non sia marcatamente soggettiva e che non possa essere in qualche modo valutabile anche da esseri aridi come gli scienziati?” (p. 13). Il presupposto del discorso è che noi esseri umani “siamo capaci di fare cose belle ma oggi siamo sempre più inclini a farne di orrende. Se non altro perché siamo troppi e produciamo un impatto devastante anche per il solo motivo di esistere” (p. 26). Il lettore lo avrà capito: Boero cerca di utilizzare la scienza per definire qualcosa che corrisponda alla nozione di “bello”. Soltanto dopo aver individuato su basi scientifiche ciò che è bello, lo si potrà convenientemente salvaguardare, per es. in un parco naturale. Oggi è possibile una simile operazione, perché gli strumenti per farla ci sono tutti. Sentite questa esaltazione del paradigma scientifico: “La scienza unifica le culture perché è la sola cultura universale. Non ha vincoli regionali e non ha connotazioni storiche. Le leggi della termodinamica restano le stesse fin dal tempo della loro formulazione, e resteranno le stesse. Così come la teoria cellulare (…). Se sarà dimenticata, in un’età di oscurantismo, sarà riscoperta esattamente come è ora, in una nuova epoca illuminata. Mentre, se si perderanno le tracce della cultura attuale, nessuno riscriverà la Divina Commedia di Dante, o Sofa di Frank Zappa.” (p. 48). Da una parte, dunque, Boero avverte la specificità e unicità culturale dei prodotti della civiltà (Dante, Zappa), da salvaguardare, dall’altra ha per certo che solo la scienza può far ciò, rivestendo un carattere atemporale e universale.

Qua e là nel volume si avverte una certa nostalgia del tempo andato, il tempo dell’infanzia e della giovinezza, che spesso fa capolino nella pagina come quel tempo irrecuperabile, ma in cui si è venuta formando e consolidando la nostra personalità in un mondo non ancora sporcato dalla spazzatura. Molto interessante è il paragrafo in cui Boero commenta il comandamento Non fornicare, oggetto di molti equivoci in età infantile e che ora lo studioso propone come imperativo morale per tutti coloro che operano nel campo della scienza, e non solo: “Non fornicare significa non mescolare quel che la natura ha separato, o, ancora, non fare accoppiamenti contro natura, che poi è la stessa cosa” (p. 104). La proposta che nasce da queste pagine, dunque, è di grande apertura verso il mondo, che ci riserva e ci riserverà sempre delle sorprese. Sulla scorta di Carlos Castaneda, letto in gioventù, Boero riprende la figura dello stregone (A scuola dallo stregone è un titolo di Castaneda) e del suo particolare sguardo sul mondo: “Il vero stregone è chi riesce a vedere i fili d’erba, chi riesce a percepire quello che altri non vedono. Non vede cose soprannaturali, vede l’apparentemente banale che ci circonda. E’ lì che vivono le cose fuori di noi, le cose che alla fine, nella loro apparente insignificanza, condizionano la nostra vita. Chi riesce a vedere queste cose vede di più, sa di più…” (p. 133). Non c’è bisogno di droghe per ottenere una nuova visione del mondo, ma molta applicazione e dedizione. Il messaggio è dunque questo: che la bellezza c’è, ma non basta guardare, occorre saperla (educarsi a) vedere.


Quando lo scienziato vede gli spiriti

A distanza di appena un anno dal suo primo libro, Boero pubblica Ecologia ed evoluzione della religione, Controluce, Nardò 2008, pp. 215, che reca in copertina non so se un sottotitolo o un messaggio pubblicitario del seguente tenore: “Da uno scienziato una visione “funzionalista” della religione”.

Scrive Boero: “Questo libro, però, non ha lo scopo di fornire una documentazione su come si sia evoluta la religione, si chiede invece perché si sia evoluta e abbia avuto così grande successo. Non mi interessa molto ricostruire quel che è avvenuto, con estremo dettaglio, mi interessa capire perché la nostra specie è religiosa, perché la religione è così diffusa in tutte le culture”. (p. 44) Per far questo Boero prende le mosse da alcune esperienze extranaturali, in cui degli spiriti (per fortuna benigni!) sono entrati in contatto con lui. Boero si dice, dunque, testimone e protagonista di queste esperienze extranaturali, ch’egli non saprebbe spiegare da un punto di vista scientifico, ma alle quali crede pienamente. “Io sono agnostico (…) – afferma -. Ho fede nelle potenzialità del mio apparato sensoriale, e sono ingenuo nei suoi confronti. Credo a quel che mi racconta. Non ho pregiudizi positivi o negativi sull’esistenza o meno di qualcosa che i miei sensi non possono percepire. Se non lo posso percepire non mi interessa né in positivo né in negativo”. (p. 124). Ora, perché Boero ci racconta queste cose? La risposta è che le sue esperienze extranaturali gli hanno fatto maturare la convinzione che “avere fede in uno spirito la cui esistenza è stata rivelata da qualcuno che lo ha visto, che è entrato in contatto con lui (e che magari è stato persino toccato da lui), è un primo passo per la costituzione di una religione” (p. 40). “Insomma, la religione è il marchio di fabbrica della nostra specie. Fa parte integrante della nostra cultura” (p. 48). A dare ragione a Boero c’è il fatto che pare non esistano e non siano mai esistiti popoli sulla faccia della terra che non abbiano sviluppato uno spirito religioso. La domanda che ne deriva, allora è: come si spiega l’universalità della religione? La risposta per Boero è che “l’uomo è un animale sociale e ha sviluppato la cultura proprio per comunicare, ed è forse proprio la religione il primo motore di questo processo. Tutte le culture umane hanno sviluppato una qualche forma di religione e spesso le manifestazioni culturali sono tutt’uno con quelle religiose.” (p. 54). Questa è, dunque, la tesi cardine, “l’idea che ha portato a scrivere questo libro: la religione è la principale forma di cultura che l’uomo ha evoluto per agevolare e promuovere la socialità. Quanto più un individuo ha comportamenti sociali, tanto più sarà una “brava persona”” (p. 126). Così si spiega anche la definizione di “visione funzionalista” assegnata all’opera in copertina.


La religione delle meduse

Insomma, per formare una società “abbiamo bisogno dei riti” (p. 115). Si badi: Boero ci tiene a tenere un sufficiente distacco dall’oggetto del suo studio: “Mi spiace – egli dice -, non sono per nulla religioso. I riti mi annoiano profondamente, anche se trovo affascinante la lettura dei testi sacri. (…) … a me piace di più studiare le meduse che le religioni, credo che avvicini di più a dio. Sono gli animali più semplici…” (p. 151), scrive con tono disarmante. Lo annoiano i riti e non sopporta molto gli intermediari tra il mondo degli umani e il mondo dell’al di là: “Il rapporto tra chi crede e chi è creduto dovrebbe essere diretto, e non mediato da terzi” (p. 148); e poi ancora: “Le domande che mi pongo sono: abbiamo davvero bisogno di qualcuno che faccia da tramite tra noi e il mondo degli spiriti? Abbiamo davvero bisogno di giustificare il nostro essere delle brave persone con il fatto che quello è il volere di Dio? Dopo tanti anni di evoluzione culturale, non potremmo capire che è giusto comportarsi in modo socialmente corretto semplicemente perché così si deve fare?” (p. 156). Egli è contro ogni religione istituzionalizzata (“… immagino un mondo senza religione (istituzionalizzata)” p. 152), ma pensa anche che, per il bene dell’umanità, occorra non trascurare l’azione degli intermediari religiosi, “scendendo a patti” con essi: “Usare dio come strumento di convinzione è una bestemmia. Ma non abbiamo altra strada che abbia un barlume di speranza. Allora forse dobbiamo scendere a patti con quei signori dagli strani vestiti, che parlano in strani edifici, dicono strane parole con una strana cadenza…” (p. 162). Ed io mi chiedo se non implichi uno “scendere a patti” anche la convinzione di Boero circa il ruolo del cristianesimo nella costituzione europea. Egli dice in proposito: “In questi mesi si sta discutendo moltissimo della costituzione europea, e molti chiedono a gran voce che vengano citate le radici cristiane dell’Europa. Non trovo che sia una richiesta bislacca. (…) Le nostre radici culturali sono nel cristianesimo…”. (p. 137). Forse, data la varietà e la complessità del nostro passato, varrebbe un supplemento di riflessione in proposito. Tuttavia, Boero non ha dubbi che lo spirito religioso degli occidentali si sia molto affievolito. Lo vede bene nel confronto che egli fa tra i teo-con e gli islamici fondamentalisti: “Oggi i cristiani sono molto forti fisicamente, ma la loro spiritualità si è affievolita. I teo-con, i nuovi fondamentalisti, non sono affatto pronti a morire in nome della loro religione, sono pronti a uccidere. Chi va a combattere deve essere pagato profumatamente, mentre dall’altra parte i combattenti fanno a gara per raggiungere il luogo degli scontri e per morire da martiri eroi. La nostra spiritualità non arriva al punto di vederci felici in caso di morte durante uno scontro armato, la loro sì. La nostra forza fisica è superiore alla loro, ma la loro spiritualità è superiore alla nostra” (p. 146); mentre sarebbe bene che la nostra religione “si facesse i fatti suoi”: “Ci sono religioni che “si fanno i fatti loro”, come quella dei miei amici papua, e ci sono religioni che non si accontentano di essere padrone a casa propria”. (p. 136).


Una nuova religione per il terzo millennio?

Nella parte finale dell’opera, Boero elenca quelli ch’egli chiama i tredici comandamenti di Mae (lo spirito che glieli ha suggeriti, a cui egli crede per averlo visto personalmente). Li riporto, sia perché sarebbe utile seguirli nella nostra vita quotidiana sia perché costituiscono un compendio della saggezza di Boero:

“Resta sempre bambino nel tuo spirito./ Sorridi sempre, ma sii serio dentro./ Cerca di capire gli altri, conoscendoli./ Non pensare di essere migliore di chiunque altro./ Cerca sempre di essere il migliore./ Rispetta l’ambiente che ti circonda./ Segui la conoscenza./ Combatti l’ignoranza./ Parla senza ambiguità./ Pensa sempre a quello che dici./ Evita di dire quello che pensi se questo può ferire un innocente./ Quando pensi a Mae salutalo, ti sta sorridendo./ Non aspettarti che Mae risolva tutti i tuoi problemi, ha altro da fare.” (pp. 173-174).


Viene da chiedersi, a questo punto, se Boero non voglia fondare una sorta di religione del terzo millennio. La domanda è legittima, dal momento ch’egli dichiara esplicitamente che i comandamenti gli sono stati suggeriti dallo spirito di nome Mae (Boero, quindi sarebbe il suo profeta). In realtà, la conclusione vera dell’opera è in un richiamo, di matrice tutta illuministica, alla responsabilità dell’uomo contemporaneo: “Dobbiamo fare in modo che il livello culturale delle persone aumenti, che aumenti la loro consapevolezza” (p. 160); fino all’illuminazione finale, che già Leopardi anticipò due secoli addietro: “Ecco, forse ci sono. Il peccato originale è l’assolutismo, il pensare che noi siamo al centro del creato, è un peccato di superbia che ci mette al di sopra di tutto e ci fa perdere di vista quanto siamo piccoli a confronto del resto dell’universo. E forse Dio voleva farci capire che poi non siano così importanti, che il mondo non è lì solo per noi, che ci ha concesso un grande privilegio ma che non dobbiamo esagerare a pensare di essere il centro di tutto. Certamente noi siamo importanti per… noi. Ma questo non ci autorizza a pensare di essere i più importanti tra gli esseri dell’universo” (p. 189).

Ci vuole una maggiore consapevolezza individuale e collettiva da una parte, e dall’altra una seria riflessione sulla nostra “superbia” antropocentrica. Questa, in conclusione è il messaggio che Boero ci trasmette, non so se col tono dello scienziato utopista o con quello di chi nutre un autentico spirito religioso, e ad esso si affida, in conclusione.


Ferdinando Boero è nato a Genova nel 1951. Attualmente vive a Lecce, dove insegna Zoologia e Biologia Marina presso la Facoltà di Scienze dell’Università. Ha lavorato in molte parti del mondo, dalla California alla Nuova Guinea, studiando la biodiversità marina, e ha ricevuto nel 2006 la Médaille Albert Ier, Prince de Monaco per l’oceanografia dall’Institut Océanographique di Parigi.

sabato 26 settembre 2009

Sabato 26 settembre, c'è la Festa dei lettori

Il sogno del labirinto
di Antonio Errico

Per tutta la vita sognò il labirinto, Jorge Luis Borges: la biblioteca che esiste ab aeterno ed è infinita, che contiene tutti i libri, la storia minuziosa dell’avvenire, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione della falsità del catalogo autentico, la traduzione di ogni libro in tutte le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri.

In una delle sue Finzioni, intitolata “ La biblioteca di Babele”, Borges racconta che quando si proclamò che la biblioteca comprendeva tutti i libri, gli uomini si sentirono padroni di un tesoro intatto e segreto. Poi alla esuberanza seguì la depressione.

Perché alcuni pensarono che qualche scaffale contenesse libri preziosi e la loro inaccessibilità parve intollerabile; altri che la cosa più importante fosse sbarazzarsi delle opere inutili.

Ma per tutti la biblioteca era l’universo che conteneva ogni vanità e umiltà del mondo, ogni realtà e ogni fantasia, le memorie più profonde e gli irrimediabili oblii. La biblioteca comprendeva tutto il tempo e le spazio, tutti gli inganni, le premonizioni, l’illimitatezza, la finitudine, l’infinito.

Ci sono esistenze piene di libri fin dall’infanzia, che regolano il proprio rapporto con il mondo sul ritmo di una narrazione, che scoprono la realtà attraverso la finzione letteraria, e vivono tutte le esperienze possibili e le storie possibili attraverso le storie e le esperienze che accadono in una scrittura.

Ogni lettore vorrebbe poter dire come Jean Paul Sartre: “ho cominciato la mia vita come senza dubbio la finirò: tra i libri”.

Ogni lettore, in certi giorni, vorrebbe poter fare come Cosimo Piovasco di Rondò che ad un certo punto disse: questo piatto di lumache non lo voglio e non lo voglio. E se ne andò su un albero a vivere e a leggere, e a scambiare libri con quel brigante lettore vorace che era Gian dei Brughi.

Ma da anni e da più parti si proclama la fine del libro e della lettura.

In un saggio intitolato “ Leggere, leggersi”, Franco Ferrarotti pronuncia sentenze lucidamente controcorrente, conseguenze di lunghe, profonde riflessioni. Accende spie che poi spegne e riaccende richiamando con questa intermittenza l’attenzione di chi legge, suscitando interrogativi che riguardano il futuro della civiltà, dei destini individuali e collettivi.

Sono indicatori di grandi equivoci o di sottili e storiche mistificazioni, di forzature o semplificazioni ideologiche che attivano processi di stravolgimento delle strutture e dei sistemi culturali.

Una delle spie di Ferrarotti evidenzia che la confusione dei concetti di progresso e di sviluppo, di scienza e di tecnologia, ha prodotto oltre ad equivoci anche perversioni.

Implicitamente Ferrarotti avverte che si ha necessità urgente e disperata di una cultura, e quindi di un’educazione, che consenta un uso saggio degli strumenti che possediamo, che realizzi la formazione di una personalità e di un pensiero in grado di controllare lo tsunami tecnologico.

Il sociologo prende posizione precisa, inequivocabile. Sbeffeggia le mode. Frantuma il vitello d’oro della tecnologia di massa che da un po’ di tempo tutti ( o quasi tutti) adoriamo. Dice che sta crescendo irresistibilmente l’esercito degli analfabeti alfabetizzati, degli idiots savants aficionados di Internet.

Navighiamo ( o naufraghiamo?) in rete, ci lasciamo sedurre dalla fandonia del tempo reale senza renderci conto che psicologicamente il tempo è la cosa più irreale che ci sia, la più ingannevole.

La tecnologia – sostiene Ferrarotti- è una perfezione tecnica priva di scopo che lasciata a se stessa si risolve in una perfezione del nulla. Eppure noi, in un eccesso di dementia precox, le abbiamo venduto le nostre anime. Abbiamo pigramente creduto nell’ineluttabilità del suo potere; ci siamo acriticamente, indiscriminatamente, ipocritamente, opportunisticamente lasciati richiamare e irretire dalle sue sirene.

Così giorno dopo giorno abbiamo buttato via i libri.

In un passo della Tempesta di Shakespeare, Calibano parlando di Prospero dice: “ è sua abitudine dormire il pomeriggio. Allora lo puoi uccidere, dopo avergli preso i libri. Puoi sfondargli il cranio con un ceppo, o sventrarlo con un palo, o tagliargli la gola col coltello. Ma prima prendigli i libri. Senza i libri è uno sciocco come me”.

Resta una possibilità di salvezza. L’ultima, forse: la scuola. Perché è solo qui che si ha l’interesse di far crescere intelligenze ( che vuol dire esistenze) che sappiano sentire la responsabilità ( pesante) di custodire significati insostituibili, profondi, essenziali.

mercoledì 23 settembre 2009

Davide Barletti nella troupe di fromzero.tv

Abruzzo, storie dalle tendopoli

Dal 15 settembre su WWW.FROMZERO.TV tutta Italia ed il resto del mondo potranno seguire le storie di chi dalle tendopoli della Croce Rossa Italiana, in Abruzzo, affronta l'emergenza e cerca di ricostruire una nuova normalità. E' la serie web di documentari “FromZero” che per mesi seguirà le vite dei nostri connazionali ed operatori d'emergenza in Abruzzo.
Ogni giorno su
www.fromzero.tv potremo essere al fianco di 12 protagonisti accompagnandoli nelle loro conquiste e fatiche quotidiane, tra sconforto e speranze, compleanni, esami a scuola, problematiche di gestione del campo verso un nuovo inizio. Seguiremo Luigi e Patrizia nel loro giro per la città ancora fantasma per prendersi cura dei gatti abbandonati dopo il terremoto, con Sergio, il cuoco, seguiremo la gestione della grande cucina da campo della Croce Rossa Italiana. Aspetteremo con Rosa ed Antonello la graduatoria per le case del Governo e vivremo la difficoltà di trovare lavoro durante la ricostruzione. Con Nicoletta porteremo tra le tendopoli i libri, con il Bibliobus, l'autobus-biblioteca. Seguiremo gli sforzi di Concetta per ricostruire casa e rimettere in moto la sua piccola azienda. Al fianco del capo-campo della Croce Rossa Italiana Ignazio,vedremo la gestione e le difficoltà nel pianificare lo smantellamento delle tendopoli, diventate l’ unico punto di riferimento per la popolazione ma inadatte all’inverno.
Lontano dal buonismo, attraverso lo sguardo di un team di autori e registi documentaristi
“From Zero” farà un quadro lucido, umano e sfaccettato della realtà della ricostruzione.
La storia di ogni protagonista sarà a puntate, un
mini documentario di 3 minuti girato in alta definizione per immergersi nella realtà del dopo disastro senza i ritmi e i luoghi comuni della cronaca e del reportage. From Zero è realizzato da una squadra di registi documentaristi che vivendo e producendo dalla tendopoli, evitano sia l'informazione mordi e fuggi che quella dettata da esigenze di parte, per raccontare il quotidiano.
La tecnologia della rete verrà utilizzata per condividere e conservare un prezioso
archivio della memoria “on line” in tempo reale. Le case di produzione indipendenti “MOVE productions” e “Pulsemedia” portano per la prima volta in Italia, la “multipiattaforma”: un mix tra serie documentaria e sito internet (seguendo una nuova tendenza nel campo della produzione internazionale). www.fromzero.tv consentirà l’accesso gratuito agli episodi e la possibilità di interagire col sito per creare una web community che accompagni con la propria partecipazione la ricostruzione in Abruzzo.
Autore e produttore della serie è Stefano Strocchi, produttore e documentarista e la sua “Move productions” (Torino), con lui la casa di produzione multimediale “PulseMedia” di Roberto Ruini ed un ricco team di registi e montatori provenienti dal mondo del documentario italiano tra cui Davide Barletti e Giotto Barbieri.Il progetto è patrocinato dalla Croce Rossa Italiana che ospita per i mesi di produzione in tendopoli la squadra, la Regione Abruzzo, Provincia dell’Aquila, Film Commission Torino Piemonte, Abruzzo Film Commission.

martedì 22 settembre 2009

Il teatro politico di MArio Perrotta

Nell’ambito della XIII esplorazione del Festival Internazionale Castel dei Mondi di Andria è andato in scena - domenica 6 settembre - per la regia di Mario Perrotta “Il Misantropo di Molière o Dell’individuo VS sociale”. In scena, con l'attore leccese che ha curato la traduzione del testo portato in scena, Marco Toloni, Lorenzo Ansaloni, Paola Roscioli, Francesca Bracchino, Nicola Bortolotti, Alessandro Mor e Maria Grazia Solano.

Lo spettacolo apre la “Trilogia sull’individuo sociale” un'indagine che l'attore - nato a Lecce nel 1970 - svilupperà nell’arco di tre anni. Al Molière, presentato in prima nazionale lo scorso giugno per il Festival delle Colline Torinesi, seguiranno nel 2010 “I cavalieri di Aristofane - o Dell’agone politico e della utopia sociale”; e nel 2011 “Bouvard e Pécuchet di Flaubert - o Dell’utopia individuale”.

“...È nello scontro tra Alceste (il misantropo) e Oronte (l'uomo di potere)
che esplode il massimo abuso, dando segno di una società talmente malata di rapporti di interesse da giustificare la misantropia del protagonista”

«Nel Salento, in Puglia, non giro! Non giro! D'altronde si dice “Nessuno è profeta nella propria patria”. E' toccato a molti! Pensate a Carmelo Bene ed è facile rendersi conto di come le cose vanno nel nostro bel Salento». Ma via, animo! C'è sempre un'altra Patria ad accogliere la maestria e certo, Mario Perrotta l'ha trovata!

Così comincia il nostro dialogo con l'attore interprete di tante narrazioni che hanno riguardato il Sud, quello delle migrazioni, in Svizzera, in Belgio. Uno scavo nei punti di crisi e di bellezza di una società in cerca di futuro: gli Italiani cìncali (zingari) così li chiamavano in Svizzera. E' stato quest'anno finalista per i premi Ubu nella categoria Miglior Attore per lo spettacolo “Odissea”.

Lo raggiungiamo al telefono, ospite nelle settimane scorse del Festival Internazionale Castel dei Mondi di Andria in scena con una sua scrittura scenica de Il Misantropo di Molière.

Dopo il tuo lavoro in solo, torni ad una scena agita con altri attori! Una scelta di produzione? O la necessità di tentare una poetica altra, corale: “Otto solitudini in uno spazio vuoto” per questa riproposta di Molière.
Il lavoro in solo è quello che mi ha dato il successo penso però che il teatro sia anche lavorare insieme agli altri e ne avevo bisogno dopo sei anni di solitudine sul palcoscenico. Dopo seicento repliche fatte sono stanco e soprattutto c'è da dire che mi interessava aprire una nuova fase di ricerca e di confronto in un lavoro corale. Oggi il fatto di essere riconosciuto come attore ed autore mi da la possibilità di portare in giro questo Molière. Ho seguito la mia necessità che era ed è quella di lavorare con altre persone in scena. Certamente tornerò a fare delle cose da solo ma spero di riuscire sempre a mantenere vivo il senso di necessità nel progettare e nel fare il lavoro del teatro.
Dal punto di vista dell'economicità questa indagine sul contemporaneo traversando dei “classici” è controtendenza. Il tornaconto di produzione consiglierebbe - in un momento di crisi totale - di fare cose da solo, con un'economia più sostenibile. Molti mi chiedono “hai raccontato la nostra migrazione e l'immigrazione degli altri perchè non continui...”. Ma a me, uomo di teatro, non importa, sono consapevole che questa idea della trilogia, dell'indagine è un'idea completamente sbagliata dal punto di vista del mercato, ma non sono un commerciante, sono un uomo di teatro.
Mi interessa la poesia.

Questa riproposta di Molière è il primo impegno di una trilogia che si confronta con drammaturgie dense e significative per il nostro contemporaneo. Un trilogia politica?
L'ingombro del sociale, la sua invadenza e la solitudine dell'individuo. Il misantropo di oggi gioca in difesa? E' un eroe che gioca la sottrazione dal dovere, dalla regola, anche dall'odio forse? E' rivoluzionario in una società, la nostra, dove non c'è più il “noi”? Un Misantropo che si fa “militante dell’etica” ha scritto Rossella Battisti su L’Unità. Ritirarsi, negarsi è un po' vincere?

Non mi piace la banalità di far coincidere il teatro civile con il racconto la nostra storia contemporanea. Si fa teatro civile anche con Molière, con Shakespeare. Certo se uno ripropone questi autori per fare museo come fanno la gran parte dei grandi nomi dei nostri palcoscenici, i “vecchioni” che dovrebbero essere in pensione da un pò, non c'è storia, è come imbalsamarli.
Molière, Shakespare non sono dei “classici” la loro scrittura è “universale”, va oltre il tempo e allora, affrontare questi testi in senso politico si può.
Io uso Molière per riflettere sul mio tempo e siccome oggi una delle cose che ci attanaglia di più è l'abuso di potere e quello che comporta lì lo trovo descritto così bene che non vedo perché mi devo mettere a scrivere io quando Molière offre una sostanza drammaturgica ancora generante.
Somigliamo molto alla corte di Re Sole.
Non è un caso se abbiamo un premier che invece di fare il Presidente del Consiglio si crede un Re. Penso che niente si confà di più a lui che chiamarlo Re Sole, ne sarebbe senz'altro felicissimo. Somigliamo molto all'ambiente in cui nasce Misantropo, quello contro cui si scaglia Molière con la sua commedia. La reazione del protagonista se pur “integralista” - è un talebano dell'etica, ma scopre il fianco alla seduzione, cosa che lo rende più umano - le istanze di Alceste (il misantropo, il protagonista), sono assolutamente condivisibili a differenza degli altri malati di Molière.
l'Avaro, il Malato Immaginario, il Borghese gentiluomo, son “malati” di cui nessuno condivide l'approccio all'esistenza, le istanze di Alceste sono invece eticamente profonde, il problema è che un integralismo etico di quel genere porta al solipsismo. Egli però tradisce ogni sua istanza etica di fronte alla pratica dell'amore. E quindi lo demitizzi, sei portato a non credergli più, non sai bene dove collocarlo il suo atteggiamento. Ma le sue istanze le condivido totalmente è chiaro che però bisogna saper vivere al mondo. Sapere che tutto è relativo, almeno nelle cose umane e quindi bisogna imparare ad essere un pò meno integralisti. Viviamo in un mondo dove c'è assenza di valori etici almeno così appare quello che ci proprinano - c'è poi tanta gente che lavora con dedizione e costanza ma purtroppo non la vediamo, non ha visibilità.

L'8 settembre esce il tuo nuovo libro “Il paese dei diari”, lo presenti, con Francesco De Gregori (che riceve quest'anno il premio Città del diario), il 13 settembre a Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo, dove ha sede l'Archivio Diaristico Nazionale, fondato nel 1984 da Saverio Tutino. Lì si conservano i diari, le memorie e gli epistolari degli italiani, fino ad oggi 6000 storie di vita. Perchè questo tuo interesse? La vita, le storie, sappiamo nutrono l'attore, la drammaturgia, il teatro ma c'è anche qualcos'altro custodito nel segreto delle autobiografie, nel privato, nell'intimo di narrazioni scritte per non essere pubbliche?
Trovo l'emozione tradotta in scrittura! Sapendo di non essere letti in un diario si scrive a cuore aperto, si scrive anche l'inconfessabile. Trovi il punto di vista particolare, questa è la cosa che per un teatrante è molto importante. Trovi l'approccio ad un evento storico - interpretato e riconosciuto dalla storiografia in un certo modo - in una visione totalmente personale, una versione parziale che proprio in virtù di questo limite è straordinariamnete teatrale!
Credo che non si da teatro se non c'è un punto di vista.
Se devi raccontare la Storia come ce la raccontano gli storiografi posso ricorrere ad un buon libro di Storia. Se invece devo raccontare l'immigrazione con il mio punto di vista, non avendo vissuto quella vicenda in prima persona, devo andare a cercare le storie piccole delle persone, i loro vissuti, il loro sentire, la loro intimità. Poi, qualcuno può appuntare che quello che fai storiograficamente non è affidabile! Ma che importa! Io, in teatro, devo veicolare emozioni e quello cerco nelle storie.
Per questo ho frequentato Pieve Santo Stefano, per cercare storie.
Poi è venuto “Il paese dei diari”.
All'Archivio avevano visto i miei spettacoli, letto ed apprezzato il mio precedente libro, (“Emigranti express”, edito da Fandango. Ndr) ascoltato la trasmissione che ne è nata (in onda su Radio Due e finalista al Prix Italia, premio internazionale per la radio, televisione e web nel 2007. Ndr) da tutto questo lavoro è venuto il Premio Città del Diario che mi è stato assegnato nel 2008. Era la quarta edizione dopo Marco Paolini, Ascanio Celestini e Rita Borsellino è toccato a me!
Da questa frequentazione e conoscenza è venuta la richiesta di scrivere un libro sulla storia dell'Archivio! A loro piaceva insomma il mio modo di scrivere, io ho proposto un romanzo - non potevo fare un saggio, tracciare un profilo “biografico”, l'avrebbe fatto meglio un giornalista - e allora ho pensato che era meglio raccontare mischiando. Ci sono le figure che realmente vivono l'archivio, c'è Saverio, che è Tutino, l'artefice ci sono le storie dell'archivio e c'è la parte romanzata.

martedì 8 settembre 2009

Carlo Michele Schirinzi / Tangenziale Sud

Arte Contemporanea

Sarà inaugurata giovedì 10 settembre al Museo Nuova Era di Bari, “Tangenziale sud”. personale di Carlo Michele Schirinzi. La mostra che si chiuderà il 30 settembre è a cura di Antonella Marino.
Il 24 settembre alle ore 19.30 l’autore presenterà la videoperformance “Chant”.
L'artista salentino con il video “Prospettiva in fuga” parteciperà alla “Festa del Cinema di Roma” nell’evento collaterale dedicato al cinema sperimentale “1° Fish Eye – International Experimental Film and Video Festival” e ad ottobre, con il video “Notturno Stenopeico” al “31° Cinemed - Festival International Cinéma Mediterranée” a Montpellier in Francia”.

Proponiamo alla vostra lettura la nota critica che accompagna la mostra.

A Kemy
Antonella Marino

È dedicata a Kemy la personale di Carlo Michele Schirinzi che inaugura la nuova stagione espositiva di Museo Nuova Era. Forse non tutti ricorderanno: Kemy era la giovanissima prostituta nigeriana investita e uccisa da un’auto durante un inseguimento con la polizia sulla “tangenziale sud” di Bari, litorale San Giorgio, nel 2008.

Non é evidentemente questo specifico episodio ad ispirare il giovane artista salentino. Kemy è un simbolo o meglio una sineddoche: sta per le tante vittime di quella “transumanza umana” che da anni approda sulle nostre coste e varca i nostri confini nell’illusione di una vita migliore. Kemy rappresenta quel sogno, quasi sempre frustrato. Un sogno che ha mutato la visione geografica, facendo del nostro Mezzogiorno la terra promessa dei profughi, quasi una nuova frontiera. A questa Puglia come nuovo West (raccontato dal cinema a partire da “Lamerica” di Gianni Amelio o “Aprile” di Nanni Moretti), alla “no man's land” di Carmelo Bene in “Nostra Signora dei Turchi” Schirinzi guarda con taglio non cronachistico o documentario, ma attraverso un lavoro profondo sul linguaggio.
Una metaforica “dissolvenza incrociata” su un duplice registro notturno/diurno, costituisce così la struttura della grande proiezione doppia e circolare che avvolge la parete frontale nell'ambiente d’ingresso. Le dissonanti note di Abat-jour (nella versione del 1965 interpretata da Luciano Virgili), rivisitata e disturbata da Stefano Urkuma De Santis, fanno da colonna sonora alla scia lasciata dal motore di uno scafo che solca il mare e che divide verticalmente l’inquadratura. La scena si sposta poi sull’asfalto della strada, ripreso sempre con lo stesso punto di vista centralizzato: sintesi di una “Prospettiva in fuga” che allude ai drammatici viaggi migratori come ricerca appunto di una nuova prospettiva, di fatto però impossibile.

Questa “impossibilità di modificare la propria esistenza”, non ha tuttavia per Schirinzi un valore solo storico e contingente, ma assume un significato più ampio. È il senso d’impotenza che caratterizza in generale la condizione umana, sul solco di un pensiero che dall’assurdo di Beckett vira al grottesco di Jarry, passando per le provocazioni dell’amato conterraneo Bene, e la sostituzione del dramma con la farsa.
Ciò è evidente nell’altro video, proiettato al piano sottostante. Il titolo, Arca di concentramento, rimanda ancora al tema migratorio, alle moderne arche destinate “ai turisti forzati dei naufragi storici”. Con riferimento ad una sorta di diluvio universale, lo scroscio d’acqua di un temporale (come “le docce ad Auschwitz”) bagna le scene di un vecchio filmato porno anni venti. Mentre nei fotogrammi bianco-nero disturbati da salti e inceppi, il reiterato abbraccio di due corpi denuncia “il disperato tentativo di ogni contatto”, la difficoltà di instaurare un vero rapporto (sdrammatizzata da un inatteso twist, sul finale).
Una tematica, quella del “rapporto mancato”, che ritroveremo anche nella videoperformance “Chant”, proposta durante la mostra il 24 settembre. Qui Schirinzi proporrà una “rivisione voyeurestica” del film di Jean Genet Un chant d’amour (Francia 1950) giocando con le dita sul proiettore che trasmette il frammento in cui i due uomini carcerati cercano invano di amarsi attraverso il muro che separa le due celle.
Con sempre maggiore padronanza dei suoi mezzi Schirinzi attinge e mescola ancora una volta repertori alti e bassi, riferimenti colti e popular, mischia pornografia (come “superamento dell’erotismo”) e sacralità, materiali di archivio e attualità. I testi vengono però destrutturati e spesso letteralmente martoriati con graffiature sulla pellicola e sui negativi, quasi a tentare di cavarne il non-senso nascosto.
Operazione colta e poetica al tempo stesso, esplicita nel grande polittico fotografico in otto pezzi, Dissolvenza in chiusura, sempre al piano inferiore: una “trasfigurazione” che parte dalla celebre immagine della Morte della Vergine di Caravaggio, e con successivi passaggi la cancella, approdando dal chiaroscuro al bianco, dalla presenza, o dal suo simulacro, al nulla…

Il Museo Nuova era è in Strada dei Gesuiti 13, 70122 Bari
Orario di visita: 18:00 – 20:30
www.museonuovaera.it
La mostra è inserita nel circuito “Settimana della Creatività Giovanile 2009”
Con il patrocinio di Comune di Bari, Assessorato alle Politiche Giovanili

mercoledì 26 agosto 2009

Del pesce e dell’acquario

di Antonio ERRICO


La poesia matura con le stagioni, con le passioni, con i giorni che vanno e vengono, matura con le illusioni, con i dolori, con le parole che si crescono come mammole nelle aiuole. Poi matura con la ricerca e con l’attesa della sillaba che vorrebbe essere perfetta, del ritmo che vorrebbe trovare consonanza con il respiro, con il battito del cuore, con la pazienza e la sapienza che si devono avere per trasformare il lievito in pane caldo.

E’ maturata in questo modo la poesia di Ilaria Seclì, nei quattro anni passati dalle “Indolenti dipendenze” (Poet/bar Besa) fino a questo recente “Del pesce e dell’acquario” (Lietocolle).

E’ poeta che tende il linguaggio fino allo spasimo, Ilaria Seclì. Che tenta di violare la soglia del dicibile nella consapevolezza che l’indicibile resterà comunque tale. Ma lei si muove lungo quella soglia: guarda al di là, sbircia o scruta, sospettando che ci possa essere, in qualche punto, un varco, una maglia rotta nella rete, un pertugio che consenta l’incursione. Nel frattempo intercetta suggestioni. Tutti i segnali che le arrivano dalla sponda dell’inespresso si fanno seduzione di poesia sulla poesia, per la poesia. Una sperimentazione pacata, serena, meditata, distante da mode , modelli, artificiosità, pensata soprattutto come un confronto con se stessa, con il proprio universo semantico, con la forma del linguaggio che si è impastata ancora di più con la ricerca del pensiero, con una riflessione profonda, essenziale. Ilaria Seclì cerca costantemente la metamorfosi del significato, l’espansione che sia in grado di tessere relazioni tra concetti distanti, associazioni che annodano elementi provenienti da sfere tematiche senza apparente connessione. Ed è probabilmente questa la caratteristica più interessante, perché più di ogni altra rivela l’azzardo del colpo di dadi, la capacità di stringere nodi espressivi fondamentali, l’abilità nel cambiare registro, di intrecciare l’aulico e il quotidiano, l’eco letteraria con un’immagine della memoria.

Ha una fiducia enorme nella parola, Ilaria Seclì, e al tempo stesso sembra che ne tema il tradimento, l’ammutinamento. Allora la sorveglia, stabilisce con essa un rapporto di reciprocità sostanziale, di scambio vitale, quasi a dire: io ti do il mio tempo, i miei stupori, i miei dolori, l’infanzia, la giovinezza, la passione, le verità che conosco; tu dammi sempre il suono, il ritmo, la significanza profonda, dammi l’armonia, la sfumatura, il riflesso, la forma giusta, quella perfetta, anche, se puoi.

Questa poesia è fatta di stratificazioni: percezioni, sensazioni, emozioni che si accumulano, si fanno una cosa sola, diventano esperienza del tempo e della condizione dell’essere, progetto poetico che oscilla tra la sfera esistenziale e quella culturale, che spesso riescono a sovrapporsi perfettamente, a confondersi.

In fondo non dovrebbe essere altro che questo il mestiere del poeta: arrivare ad un punto da non riuscire a distinguere più tra la vita e la scrittura, a renderle inconcepibili separatamente. E’ mestiere che richiede molto apprendistato, questo. Ilaria Seclì si sta rivelando un’apprendista scrupolosa, una che sa conquistarsi gli strumenti, le tecniche, i segreti. Con gli appassionamenti e i sacrifici che ci vogliono. Sarà poeta di grande mestiere.

martedì 25 agosto 2009

Come se il rimorso...

[nella foto Piero Rapanà e Fernando Bevilacqua]



Ci vediamo a Melpignano!

Non si dà pace l’amico Fernando! Lo prende un nervoso che lo riempie di macchie rosse. Una reazione allergica che necessita di spiegazioni ‘filosofiche’ per quietarsi. Si danna, per questo Mondo che non riconosce più. Per la sua terra salentina che non riconosce più. Per gli ‘umani’ intorno che non riconosce più.
Mi dice: «Se stanno qui a sentire questa musica che raccomanda memoria, accudimento, legami profondi com’è poi che ti travolgono con il loro desiderio di consumare, consumare, consumare? Se scelgono questo mare, questo paesaggio, questi odori com’è che poi tutto tradiscono con carte, cicche, plastica, vetri e con i loro comportamenti sciatti, irrispettosi, tracotanti?».
Non si dà pace! Vorrebbe gridare, scamiciarsi, urlare. Mai dimentico dell’antica dignità delle cose, nella nostalgia lui trova. Ancora trova, la grande barba del sapiente e la semplicità di sua madre. La camicia bianca del padre e l'odore forte della terra. Anche l'avventura trova con le fughe, curiose di stupore.
Si ferma, l'amico Fernando, vulnerabile e sconfortato, come la sua terra salentina fa silenzio. E ascolta, e guarda preso dai corpi, dai suoni! È più forte di lui! Come se quel ‘rimorso’ di cui tanto ha tanto sentito, letto, sperimentato ora riguardasse non più uno solo, o una, innamorata e persa, ma tanti. Tanti. Lui e tutti quelli intorno. Tutti, proprio tutti, nessuno escluso.

***

Ci vediamo a Melpignano? È oggi che accade! Torna!
La luna è spicchio in cielo. Tenue falce di luna nuova. Fa nascita, auspicio! Confonde col suo mistero un inteso grigio arancio e il sole, vien giù, sprofonda! Si fa Notte.
Ci vediamo a Melpignano, lì c’è la danza, quella che tutti cercano: quel continuo invocare l’amore… il sapore del sale lo assaggio, con la lingua mi lavo il mare!

‘Nnanana nnanana beddhu è l'amore e ci lu sape fa
ballati tutti quanti e ballati forte...

***

Ah! la bua!!! Il male, la malattia. Quale l’antitodo? Alla bua, alla bua! Che dire al tormento, al 'non' che prende e tradisce?
«Amate la vostra dignità di uomini anche se chiusa nell’incertezza della carne» raccomanda accogliente l’oracolo Cristoforo.
Ci siamo,
siam giunti, l’Orda d'Oro ci porta, ecco Melpignano.
«La scorgi la Santa Chiesa? La vedi? È la stessa che apre la Taranta di Mingozzi, ricordi? Il tremolare dei titoli in bianco e nero, il testo di Quasimodo che fa il racconto ed una terra remota appare, bianca, secca secca. Una strada, un carretto e le rovine del Tempio. È questo di adesso che vedi dipinto di luci».
Se assaggio i suoni mi viene sapore di sacro – la teoria delle bancarelle, l'odore di nocciole e di zucchero filato – nutre lo spacco del cuore, il solenne d’una banda. Lo inseguo e trovo angeli sospesi alla luce con quelli di ieri senza nome nell'inchiostro della cronaca: angeli neri, persi nel mare, nell’abbandono.

Non c’è sorriso e c’è! Non c’è identità e c’è! Non c’è paura e c’è.

Ogni cosa impasta il suo credo. E lo vedi il terrore mischiato alla gioia. È tutto sul bilico! È questa vertigine la cultura: ogni atto è essenziale. Ogni cosa vale, scrive. Anche ciò che presto si dimentica è prova.
«Non senti i suoni ‘legati con gli spaghi’? Gli stornelli del ringraziamento?». “La ricchezza mia è la sanità” cantano e il vecchio Aloisi ringrazia i medici del reparto di Ortopedia dell’Ospedale di Galatina (di Galatina, dove opera Santu Paulu) che gli hanno permesso di salire sul palco della grande Notte. “Na, e na, e na” le voci alla stisa fanno il graffio e quelle dello spettacolo s’insinuano. “Che vita infamata è stare carcerata per un'eternità” oppure senti “ca se eri l'amante miu nu me tarantava ieu”. Ecco la chiave: se eri l'amante mio... io ero salva. L'amore ancora, il sentire profondo che le evita d'essere tarantata, d'essere posseduta dalla mancanza.
La terra salentina è tarantata adesso, è 'lei' nel cercare. Non ha quiete, non ha passo di danza che possa salvarla, non c'è l'indiavolata del violinista barbiere ad accogliere. Non ci sono più i passetti del perdimento sul damasco di Maria, nell'intimo della casa. Quella rappresentazione, quella tragicità, quella volontà di un oltre di quiete.

Non c'è! Manca! Adesso quel ri-morso, cerchio del dolore, s'è fatto largo, capiente. È festa soltanto. Soltanto festa?

***

“La patria e l'amicizia è il primo amore”, qualcuno canta dal palco e sulle corde leggere delle mandole e dei violini corre ciò che mischia. «Li senti i nomi?»
Fabrizio, la Fernanda, il maestro Stifani. Anche loro angeli. Custodi del nostro altroculturale. Vogliono che sia sostanza di coraggio. Non è questo la festa? Rinnovamento: osare, sempre vivi, esserci! Cercare quello che non sappiamo, che forse non sapremo mai, ingoiato nei segreti della notte d'ognuno. Mistero di grilli, di cicale addormentate e di stelle, a volte cadenti, a portare desideri, il mai, il forse. La speranza insomma che mai rimorso dovremo avere per il non che manca all'amore.
I minatori di Santa Fiora, l'angelica d'Africa, e la furia di stella Z ci aiutano a rifare la Puglia. Ehi! L'acqua nu la menare, provaci. Proviamoci a salvarla e con lei... il 'ragazzino'!

***

Lasciato Fernando, rifletto: il repertorio e gli interpreti. Questi gli ingredienti della Notte della Taranta. Un cammino di dodici anni che ha scommesso sulla certezza di crescere. E via via la crescita c'è stata, indubbia, assoluta. Unica, in una scena ormai affollata di eventi che inseguendo confondono, strafanno, senza alcuna economia e chiarezza di orizzonte. Dodici anni. S'invoca il cambiamento. Utile? Forse sì, forse no! Il passo preso dalla ricerca e dagli interpreti dimostra d'essere emancipato e libero da qualsiasi soggezione al suono “solito” della Tradizione. E allora, accordarsi alla ricerca, che muove le produzioni d'ognuno di loro, può essere via da praticare per un rinnovamento sostenibile ed attento all'essenziale.

Mauro Marino

giovedì 6 agosto 2009

Locomotive Jazz Festival









Raffaele Casarano


Mauro Marino

Sapete che dicono certi saputi ed eccentrici Assessori alla Cultura o Sindaci con delega all'alto compito dell'intrattenimento nel nostro “bel” Salento: «E' troppo difficile, troppo intellettuale, non capiscono, c'è bisogno di qualcosa di più popolare...».
Questa la considerazione che hanno dei loro concittadini senza valutare la naturale conseguenza logica: evidentemente li hanno votati senza capire ciò che facevano. Ma lasciamo perdere!
Certi ho detto, non tutti, per nostra fortuna, alcuni osano e accolgono, con umiltà le proposte, le sanno valutare e rischiano l'incontro con la comunità e con il pubblico. Si fidano, si fanno “ignoranti” loro, per poter crescere, fare l'esperienza, imparare!

***
Molti amici artisti ed operatori culturali sostengono che il problema è che ad un certo punto s'è creata confusione e il compito amministrativo si è sovrapposto al compito ideativo e creativo.
Dovremmo tornare indietro, alla mancanza, al “che si fa stasera?”. Se c'è un inizio e da trovarsi nell'Effimero di Renato Nicolini, li le radici di questa lento degenerare. L'assessore alla cultura di Roma - nel periodo 1976 - 1985, nelle amministrazioni guidate da Giulio Carlo Argan, Luigi Petroselli ed Ugo Vetere - poteva permetterselo, era capace, intuitivo, attento e competente. Creativo egli stesso, architetto ed anche drammaturgo e sappiamo, quanto gli architetti danno, al di là del far case. Insomma la sua Estate Romana è stata l'inizio di un uso del 'fatto' e del 'fare' artistico finalizzato alla rappresentazione delle città e dei territori.
Così il marketing territoriale è entrato a far parte di una vulgata che via via ha moltiplicato sagre, feste, festival, rassegne, notti bianche/ rosa/verdi e pubblico. Pubblico, pubblico, tanto pubblico, sempre più confuso, perso, vagante ed incompreso nei gusti e nelle necessità!
Ci vorrebbe una decrescita anche in questo, qualcuno suggerisce. Un tornare indietro. I fenomeni, anche quelli più importanti e virtuosi, deperiscono, vanno rinnovati e l'Epoca impone una profonda riflessione anche sul senso della Festa.
A Sogliano Cavour evidentemente ci sono degli amministratori capaci di riflessione, di quelli che conoscono la discrezione e mantengono la giusta distanza dall'accadere delle 'cose', mediatori utili di processi culturali. Di quelli capaci di regalare alla loro comunità e al pubblico ospite 2280 minuti di piena libertà!

Tutta colpa del jazz, del Locomotive Festival e di Raffaele Casarano.

***
«Ma, il jazz è cosa popolare o un genere di elite?» si chiedono da uno schermo.L'uno e l'altro, mi rispondo. Lo stemma di Sogliano porta in campo blu il sole ed una mezza luna! Due temperamenti, due modi d'essere! Due diverse tensioni comunicative tenute in uno scudo di cielo.Il jazz è così: cosa della poesia, sua declinazione! Portarlo a tutti è il sogno di Raffaele Casarano: «La necessità di esprimersi (...) la disperazione crea l'intenzione» frammenti che colgo in una clip a lui dedicata. Partire e tornare è essenziale se vuoi crescere una sensibilità. Muoversi, incontrare. Non c'è arte senza l'incontro, lo scambio, il mischiare le sensibilità. Non c'è arte se non si sceglie poi, di stare, di fermarsi, di scegliere, non c'è costruire se non si fa il luogo. Questa la cifra ispirativa del ‘suo’ Locomotive Jazz Festival che è andato in scena il 4 e il 5 agosto scorsi.
***
La morbida e rigorosa tromba fusion del maestro Cuong Vu accoglie il primo pubblico di una serata che ha tutte le caratteristiche per diventare emblema d'un modo di concepire e di mettere in scena un progetto culturale. L'andamento lungo di un tema ci lascia liberi come i versi quando non costringono al senso quando non legano le parole.
Loro, la folta truppa di artisti, ha incominciato già al mattino col da fare: la vernice di una mostra di arte pubblica nei giardini che accolgono il festival, un buffet tutto salentino per colazione e poi nel pomeriggio, in viaggio, con “From station to station” progetto dell'ospite e mentore Paolo Fresu - cittadino onorario di Sogliano Cavour - realizzato in collaborazione con le ferrovie Sud Est. Finiranno all'alba sulla collina di San Mauro di fronte il mare di Gallipoli!
Cascano i suoni ti vengono incontro in andature progressive volte all'accogliere. Ecco, il jazz invade, si fa popolare. Una frase, un frammento di uno standard sollecita il “so” comune.
Voglio fare il musicista mi dicevo da bambino! Ma non è dono dato a tutti il dialogo con uno strumento. C'è come un “mistero” che è prima dello studio. Voglio fare il musicista... per avere silenzio intorno, per giocare l'essenza e l'essenzialità, il segno e il segnale della libertà.
Arrampicarsi sulle note e caracollare giu. Un pentagramma della vertigine portato dentro, nel dentro sensibile, nel sentire che s'accorda con l'altro. Senza bisogno di didascalie, di citazioni, di conseguenza posso parlare del mondo e dell'intero intorno con la musica. E la guerra non fa rumore ed una ninna nanna inquieta e non fa dormire. E scopre!
Claudio Muci dice 'cantando' che non c’è bisogno di proteggere la tradizione, bisogna perdere e ritrovare la materia dell'origine, dell'inquietudine che ci abita che trova senza sapere d'aver trovato.
L'indeterminato è vitalità, è purezza! L'insignificanza è cosa sacra. Non ci rimane altro che prepararci, sempre prepararici e tenere orecchie 'pulite' alla musica!

mercoledì 5 agosto 2009

Notte della taranta 2009












Angelique Kidjo, tra gli ospiti del concertone del 22 agosto


Notte della Taranta 2009

Dal 7 al 22 agosto torna nel Salento La Notte della Taranta, il grande festival dedicato al recupero e alla valorizzazione della pizzica salentina giunto quest’anno alla XII edizione. Il Festival toccherà le piazze dei comuni della Grecìa Salentina (Calimera, Carpignano Salentino, Castrignano dei Greci, Corigliano d’Otranto, Cutrofiano, Martano, Martignano, Soleto, Sternatia e Zollino), di Alessano, Galatina e Cursi.

Il concertone finale, sabato 22 agosto, nel piazzale dell’ex Convento degli Agostiniani a Melpignano, con l'Orchestra Popolare “La Notte della Taranta”, diretta per la terza edizione consecutiva da Mauro Pagani. Ospiti della serata saranno Alessandra Amoroso, Eugenio Finardi, Angelique Kidjo, Noa e Mira Awad, Simone Cristicchi e il coro dei Minatori di Santa Fiora, Z-Star.


Lui aveva sempre spiegato ai suoi ragazzi a scuola che quando la parola sua se ne andava a festa, era come una arrampicata senza legacci verso l’estasi, che in cima rompa il vaso e tutto l’urlo s’arrovescia in terra, laddove s’apre libero, spampana e allaga.

Lo scrittore tarantato

Elisabetta Liguori

Il professore aveva sempre un fazzoletto rosso al collo.

Gli angoli annodati come orecchie tese sotto il pomo d’Adamo s’erano fatti lisi, ma lui lo levava di rado e sua moglie protestava. Non aveva ancora sessant’anni, il professore, ma già si parlava d’andare in pensione un anno di quelli prossimi, avendo cominciato presto alle scuole serali e coi ripassi ai ragazzi coi calzoni corti e le orecchie grosse a forza di farsele tirare da gran ciuchi quali erano. Aveva cominciato presto e in paese era amico di tutti, tanti ce ne erano stati di ragazzotti tonti da spingere in avanti a suon calcioni e le famiglie peggio. Una gran carriera d’urli, carocchie e rispetto, la sua, che la gente non poteva proprio dimenticare.

*

Ma c’era un ma. Un ma senza criterio.

Ogni anno il professore andava alla festa del suo paese; c’andava festoso, ma incazzato di pece.

Era una storia complicata, cominciata molti anni prima, quando, per il santo patrono ad agosto, il professore aveva messo l’usanza di distribuire poesia, come fosse stata cupeta dolce, agli angoletti stretti del centro storico. E lo aspettava, la gente: – dov’è che sta il professore quest’anno? dove lo ha messo il banchetto questa volta? – lo cercavano per farsi poetare due parole, come se fossero stati i tarocchi.

La poesia invece del futuro; tre versi invece di un ritratto e la strada con le luminarie storte a far da complice, cornice e promemoria. Lui si metteva seduto chino. Stendeva i fogli. Inumidiva la punta del lapis, ché delle parole sue doveva restare una traccia breve nel tempo, e aspettava i clienti. Aspettava e si guardava intorno. Aspettava e cresceva la voglia. Aspettava e s’impennava l’ansia. Aspettava e s’addensava la memoria. Aspettava, puntava e bolliva il desiderio. All’inizio sembrava dovesse andare tutto a meraviglia, ma poi coi primi clienti cominciavano i guai. Ogni anno così. La gente veniva da lui, come da un giocoliere di strada, e lui regalava un verso naturale, come per contagio. Come uno che cammini per la via e si spaventi di un ombra fuggiasca e gridi: oh, così al professore gli bastava una faccia e la poesia arrivava veloce. Era un’onda di paura o stupore, con il vento dietro. A quelli brutti ci faceva due righe di pietà e a quelli belli due di invidia e scongiuri. Ai vecchi una prece baciata e ai giovani un rimprovero in rima. Ai bambini una favola d’orsi color caramello o di fate schiattate e poi resuscitate. Alle femmine una terzina golosa che era come una gran pacca sul sedere. Tutto veniva fuori a sentimento come in un balbettio gentile. Faceva presto e faceva in fretta, il professore, e se la banda suonava dietro l’angolo o il santo vorticava a processione sotto le braccia della confraternita, per lui era meglio. Era tutta ispirazione aggiunta, diceva, era sprone, atmosfera a iosa.

Era la gara ad esser più bravo nel raccontar la festa della gente.

*

Ma c’era un ma. Con l’estro e la clientela, al professore gli balzava la pressione al petto, il sangue gli pompava grosso e le dita tremavano sull’arte del foglio. Con la poesia arrivava pure una specie di rimbambimento lunare che gli causava un vibrare argenteo e incontrollato. Quella sua ansia diventava spettacolo senza controllo. Lui continuava a poetare, finche poteva, ma s’incazzava assai, quasi più di un cane alla catena, e in ultimo esplodeva. Ogni anno era la stessa storia: con la notte arrivava la passione ed era atomica. Al culmine della festa, coi botti, e tutto il resto, finiva sempre che il professore si gettava in terra tra le rime sparse. Tutto sussultava e sputava e urlava e si riempiva di polvere e inchiostro, terrorizzando la clientela. Non c’era niente da fare: quando gli montava l’urticaria, gli montava e basta. Il banchetto all’aria, i fogli in cielo, le vecchine (che aspettavano il turno loro per farsi immortalare come la Silvia dal Leopardi) si scansavano urlando, le signore eleganti alzavano i tacchi argentati come avessero visto mandrie di ratti sfuggire ai tombini. Persino i palloncini d’elio lasciavano le mani ai ragazzini, quando il professore s’ammattiva di rabbia e talento e stramazzava sull’asfalto, rantolando come un toro uncinato. Il fazzoletto gli diventava color vino per il sudore e il fango. Il viso beato dell’artista incontrollato si contraeva in uno spasmo cieco e la camicia candita gli diventava una schiumarola di birra, pietre e cicche.

Uno spettacolo davvero colossale.

*

Alle volte i turisti stranieri riuscivano a tirar su due foto ricordo da spedire ai parenti, altre volte al ritorno in patria raccontavano del matto agli amici, ma nessuno gli credeva. Oramai non si capiva più se la vera attrazione popolare fosse quella poesia da strada ad offerta libera o la scena cruenta di chi stramazza e schizza. Se ne parlava pure oltre i confini regionali e la stampa diceva che quella confusa isteria era la giusta immagine dei tempi. Di solito la schioppettata in terra durava un bel pezzo, ma la gente non s’annoiava. Si legava a girotondo intorno al poeta professore finché non arrivava il figlio Astolfo, grande e grosso e ripetente da tre anni al magistrale, per portarselo via di peso nello stupore generale. A casa poi la moglie, paziente e analfabeta, se lo curava col brodo tiepido e i pediluvi salati. Il medico di famiglia non si dava pace. Non comprendendo le origini del male, la cura era chimera. Poteva essere la forza bruta delle belle lettere, o le luminarie in grande spreco sui cornicioni delle case basse, o la faccia pelosa di quel figlio deludente o quella della moglie sciatta, o il banchetto dello scrivano nano che s’opponeva alle vette della sua poesia. Poteva essere il muscolo cardiaco o quello cerebrale. Poteva essere la mano o il piede, quello che c’era e quello che non c’era, la musica o il silenzio, l’aria buona o quella malata, poteva essere tutto questo o il mondo, ma il fatto era che il professore pazziava di anno in anno sempre più, senza mai perdere né il vizio né il gioco.

Capitava che la gente pure s’interrogasse, è chiaro.

*

Era corsa rapida la voce che ci fosse in paese un matto poeta, maestro di lettere istantanee, che quando era notte di festa gli prendeva la stranezza d’amore e d’arte. E come mai? e come accade? E perché sì e perché no? Ma non tutto si spiega; certe isterie son roba da femmine e come le femmine che di rado si lasciano spiegare, pure la poesia vivace del professore matto restava senza peso.

Una volta, in tarda primavera venne una giornalista al bel paesello strano. Voleva fare il botto con il poeta, come si fa coi santi o i bombaroli. Gli disse dritta in faccia: ne scriva una tutta per me, che io la pubblico domani. Il professore si sedette al banchetto e fece lo sforzo, ma non venne fuori nulla. Si fece triste come una gallina col culo freddo, ma niente uguale. Lui aveva sempre spiegato ai suoi ragazzi a scuola che quando la parola sua se ne andava a festa, era come una arrampicata senza legacci verso l’estasi, che in cima rompa il vaso e tutto l’urlo s’arrovescia in terra, laddove s’apre libero, spampana e allaga. Per questo si ammalava. S’ammalava libero e impazzito. Quando la parola nuda scivola fuori come lava, sempre s’ammala il corpo che la sputa, diceva il professore. Così disse pure alla giornalista rimasta a secco di sonetti e si scusò con largi inchini, strizzando il fazzoletto rosso al collo, come un guinzaglio. Si giustificò spiegandole che lui c’aveva bisogno del rito santo e del vulcano onesto per creare, che di quello si nutriva, mentre invece della stampa non sapeva nulla, salvo scandali e menzogne secche, che l’estro gli ammosciavano assai. Le disse che lui non sapeva dare altre spiegazioni al fenomeno, né quali comandi dare al verso per farlo fiorire.

*

La giornalista però era una tosta, tra master e stage era diventata la gigantessa degli scoop e al professore gli fece la lezione.

Peccato, lei, signor mio caro, si perde un’occasione. Portando il caso suo nel mondo, la fama sarebbe già una cura e l’isteria si può far d’oro a saperla raccontare.

Mi dica ciò che prova, cosa sente, si confessi, si sfoghi pure che la telecamera per chi è savio può essere la giusta culla.

Ma la poesia malata d’estasi del professore non trovò ragioni e dondolii. Tentò, tentò più volte l’affondo, ma alla fine il poeta non poetò e nulla comprese di quel suo silenzio. Poi, quando la cronista bella e delusa se ne tornò in redazione, il professore rimase tra i fogli bianchi a meditare. Cercò poesia fino a mezzogiorno. Cercò e cercò, ma il paese gli parve senza più voce e gli venne una gran fame. Stava dal fornaio quando finalmente gli fiorì alla mente la rima che fino a quel momento gli era parsa monca. Quando Donato, con la cuffia bianca in testa, gli chiese se le rosette le voleva vuote dentro come sempre, lui, invece di rispondere prese a declamare.

Il verso atteso eruttò così intenso che le casalinghe grasse si fermarono sulla porta d’ingresso con le buste piene. In breve la bottega si riempì di gente così affamata, che sembrava ferragosto, ma nonostante il gran successo il professore fece giusto in tempo a regalare qualche suono armonico prima di finire in terra come le altre volte.

*

Strisciò cieco fino in strada, giusto davanti alla bottega del fornaio. Scalciò poesia con gli occhi rivoltati dentro. Sputò terzine e bava. Ululò alla luna femmina con le reni schiacciate nel pietrisco. Si dondolò così tanto sulla pietra da restare nudo. Fu un peccato davvero che non ci fosse più da quelle parti la bella giornalista a trasformare la bestia in una star. Fu una festa senza scena. Un palco monco. E se era sempre stato difficile dare un senso, da quel giorno, senza luminarie, processioni e banchetti nani, l’arte del professore si fece ancor più occasionale e vaga. Sebbene Donato, il fornaio previdente, fosse corso a chiamare Astolfo, il figlio del poeta (che a quell’ora era ancora a scuola e proprio non s’aspettava spettacoli e rumore), la premura non bastò. Per la sua famiglia, la rima del funambolo allunato divenne tragedia, mentre per il paese restò un generoso mistero, proprio come l’amore, senza ordine e criterio.

martedì 4 agosto 2009

Luoghi d'Allerta 2009

mercoledì 29 luglio 2009

Da qui tutto è lontano














Domenica 2 agosto, alle 22.00, nel Cortile di Liberrima a Lecce, la prima presentazione del romanzo "Da qui tutto è lontano" (Lupo Editore). Augusta Epifani, direttrice di Liberrima, intervista l'autore Pierluigi Mele.

C'è un'attitudine affabulante che fa la nostra scrittura. Quella proprio nostra, di qui, dico! Di questo Salento sempre 'antico' tutto fatto d'occhi e di... parole e di... storie.
Ne abbiamo sentite tante venirci incontro, trattenute dalle screpolature dei muri, tra pietra e pietra, nell'incavo d'una corteccia. Prestate orecchio, ancora c'è sussurro.
Scegliete un posto ed aspettate! Sentirete ancora possibilie lo stupore.
Era così che tutto appariva, sino a poco tempo fa! Adesso un pò meno!
Venti, trenta, cinquanta anni fa e secoli poi, secoli indietro... non è per nostalgia! Lontano, tremendamente lontano, che solo a dirlo, il nome della terra da dove venivi, doveva ai più apparire remoto, segreto, irragiungibile.
Adesso no! Meglio tacere! Non nominarla la Terra nostra che tutti la conoscono, s'è fatta mèta Finibusterrae di pellegrini senza mèta. Soli, in cerca di nulla, la gran parte presi da smemorati clamori inseguono ciò che più non è!
Allora la lettura, i versi dei poeti: l'ottimo viatico per trovarsi di là del Tempo nell'inconsueto, nel segreto.
“Da qui tutto è lontano” è il titolo dell'ultimo romanzo licenziato dall'eroico editore Lupo (così appare per coraggio, determinazione, per militanza e per vicinanza ai suoi autori, Cosimo. Per amorevolezza anche e dedizione alla realizzazione di opere sempre più fini e raffinate nel farsi oggetto libro). Un audio-libro che accoglie la prosa e la voce di Pierluigi Mele.
Poeta, attore, narratore in “Da qui tutto è lontano”!
Due tracce trovo, alla prima scorsa. Una prima manifesta, la storia di Mezzaluna, stravagante sovrano che abita “in un Sud intriso di miti e aromi” con la sua compagnia d'amori, d'amici e di solitudini. Sembra un Teatro. L'incedere della scrittura è quello. Rigoroso e scaltro capace di sostare e di venire a precipizio sfocando l'energia e il senso. Poi c'è l'altra via da seguire, che intriga. Oserei definirla politica o “di poetica”, di atteggiamento: non c'è mai il Salento. Ma c'è! Eccome!
A monito leggiamo: “Non dovremmo mai nominare i luoghi amati, qualcuno poi li sfreggerà”. Oppure: “...penso che avremmo bisogno di un nuovo assalto dal mare per risvegliarci da un lungo sopore. Avremmo bisogno dei turchi daccapo”.
Meditazioni su cosa siamo e siamo stati noi in questo qui lontano.

Mauro Marino

venerdì 24 luglio 2009

La vocazione del letterato / Intervista al prof. Mario Marti








di Gianluca Virgilio

Incontro il prof. Mario Marti nella sua casa di Lecce alle diciotto e trenta del 18 giugno scorso, previo accordo telefonico. Mi accompagna un amico, desideroso di conversare con lui. Il professore ci accoglie con la moglie Franca e ci fa accomodare nel salotto; ci spiega che fino a qualche tempo prima quel salotto era pieno zeppo di libri, come del resto tutta la casa – ed io penso alla casa del Carducci, a Bologna –, e che ora gli scaffali sono vuoti perché ha donato i libri, circa settemila e cinquecento, ma il trasferimento è ancora in corso, al convento dei Cistercensi di Martano (le lettere ricevute, in numero di quattromila, invece, sono custodite nella Biblioteca comunale di Mesagne). Cominciamo a parlare, e si va avanti per più di un’ora, senza pause, senza silenzi, con la naturalezza dell’autentica e ormai disusata conversazione. Rievochiamo i fatti della giovinezza, gli studi, le amicizie, la carriera accademica, i suoi libri. A novantacinque anni si hanno cose da raccontare, se si è vissuta una vita operosa. Alla fine, dico che avrei dovuto portare con me il registratore, perché nulla di quei discorsi andasse perduto. “Ma non sarebbe stata la stessa cosa”, dice la Signora Franca, servendoci un ottimo tè freddo, ed ha ragione. Allora, io tiro fuori una busta con le domande che avevo pensato a casa e la consegno al professore. Il professore la apre, legge, sorride talvolta, e dice: “Dammi tempo e avrai le risposte. Ma poi, che ne fai?”.
Ricevo le risposte il 9 luglio scorso, scritte a macchina, con correzioni autografe, e una lettera di accompagnamento datata 4 luglio 2009, in cui il professore mi scrive: “…appena ricevi, fammi un fischio”. Gli telefono, dunque, per avvisarlo; e lui ancora: “Che ne fai di queste risposte?”. “Le pubblico”, gli ho detto. E così è stato.

***

Prof. Mario Marti, Lei ha compiuto da poco (il 19 maggio scorso) 95 anni e, dunque, ha avuto il privilegio di attraversare tutto il Novecento letterario italiano e oltre. Può dirmi quali autori (scrittori, poeti, critici) hanno lasciato un segno nella storia letteraria del Novecento, e dai quali, a suo avviso, non si può prescindere?
Chi abbia una qualche famigliarità con i miei scritti, in particolare con quelli, diciamo, “teorici”, o abbia anche avuto modo di ascoltarmi in pubbliche discussioni, sa bene che io sono fortemente restio a formulare possibili canoni del contemporaneo per evitare grossi rischi di dire delle grosse sciocchezze. Ricordo la stroncatura che dei
Promessi Sposi pubblicò nientemeno il Tommaseo, quando apparve il romanzo; e il clamoroso giudizio di Attilio Momigliano sul romanzo “Ilia e Alberto” di Angelo Gatti (oggi dimenticato da tutti) come “esperienza eccezionale” e da considerarsi “fra le maggiori creazioni della nostra narrativa”. Il giudizio sul contemporaneo, proprio in quanto tale, manca della prospettiva cronologica necessaria ad ogni giudizio comunque “storico”, e, di solito, obbedisce al gusto personale, alla ideologia di moda, ai legami di interesse e anche di amicizia, di affetto, di simpatia (o viceversa). Comunque, secondo me, il Novecento, in Italia, è stato un secolo di sperimentazioni e di saggistica, più che di creatività individuale. Si confronti, nello specifico, l’Italia con le altre nazioni della cultura “occidentale”, e si rifletta sul fatto che la presenza dell’Italia, in quella cultura, è dovuta alle figure di Giovanni Gentile e, soprattutto, di Benedetto Croce, che fu – lo si sa bene – anche un grande storico.

E’ possibile tracciare una linea di sviluppo della letteratura salentina del Novecento? E anche qui, da quali autori non è possibile prescindere; e perché?
Intanto bisogna bene intendersi sull’esatto significato di “letteratura salentina”. Se lo si usa in senso “categoriale”, il discorso è già chiuso, perché, a mio giudizio, non esiste una letteratura “categorialmente” salentina, come non ne esiste una della Ciociaria o del Cilento, e così via. E’ l’antropologia che magari va differenziata; non la letteratura, visto che la buona letteratura regionale integra e arricchisce, dialetticamente, la nazionale; dico quella buona, quando cioè riesce a proiettare il privato e il locale nel collettivo e nell’universale (modelli supremi, per esempio, Verga e Di Giacomo). Quali autori? Diomio, per il Salento è ormai davvero pacifico: Comi e Bodini per la poesia in lingua; Gatti e De Donno per quella in dialetto; e aggiungerei, per la tenacia e l’originalità della sua sperimentazione Antonio Verri.
Questo non significa ignorare o disconoscere la generosa esistenza, nel Salento, di poeti e di prosatori (anche narratori) fortemente innamorati della creatività letteraria, e anche dotati, talora, di notevoli qualità e capacità; ma sono convinto – e mi si perdoni – che non faranno storia, anche se occasionali, e talora interessati, riflettori li pongano sul proscenio della cronaca (o li abbiano posti). Altro discorso, invece, secondo me, sarebbe da farsi circa la saggistica, sulla quale l’istituzione dell’Università, del Conservatorio e dell’Accademia hanno prodotto eccellenti ricadute sugli studiosi “locali”, liberandoli, quasi sempre, dai lacci di un’erudizione troppo chiusa e fine a se stessa.

Sotto l’incalzare della globalizzazione, negli studi letterari tiene ancora il nesso regione-nazione, di cui Lei è stato teorico in “Dalla regione per la nazione”? Oppure esso va riformulato in altro modo?
La globalizzazione non inciderà sulla dialettica regione-nazione, anzi ne allargherà i confini. Essa non distrugge le “differenze” regionali ma le ingloba in più ampia area coerentemente regolata, secondo necessità civili e pacifiche. Si direbbe anzi, da certi segnali, che essa sarà stimolo a definire meglio le varie identità antropologiche. Si vedrà.

Se dovesse rievocare due episodi che hanno condizionato la sua vita di studioso, quali riferirebbe?
Non due, ma tre sono gli episodi che hanno condizionato la mia vita di studioso. Il mio ingresso alla Normale di Pisa, vantaggiosissimo per i confronti fra giovani studenti, e, per me, fonte di amicizie durate per la vita (Branca, Binni, Bonora, Bigi, Folena…). Poi il mio trasferimento da Parma (prima nomina) a Roma, col conseguente contatto con l’Università “La Sapienza” e l’inizio della mia carriera accademica; e insieme, con la possibilità di frequentare biblioteche come la Vaticana, la Nazionale, l’Alessandrina e l’Angelica. E infine l’istituzione di Lettere a Lecce e la mia chiamata sulla cattedra di letteratura Italiana, cui sono rimasto fedele, nonostante ghiotti inviti d’altrove, fino alla pensione.

Quali consigli darebbe ad un giovane che si appresta a dedicarsi agli studi di letteratura Italiana? E a un docente della stessa disciplina?
Per l’amor di Dio!; niente consigli a nessuno su un argomento così personale, scabroso e imbarazzante; poi, per uno già docente! Ad un giovane invece, che ancora si avvia alla carriera, gli direi soltanto di proseguire tenacemente e di non badare a qualche occasionale delusione, ma soltanto se sente quella delle Lettere come una vera, indefettibile “vocazione”. Altrimenti, cambi strada, se è ancora in tempo. Ahimè, è da secoli che si dice, e si sa purtroppo, che “Litterae non dant panem!”

Può dirmi quali sono i suoi progetti per il futuro? A che cosa sta lavorando?
Alla mia età, a 95 anni suonati, “progetti per il futuro”? Ma vogliamo scherzare? Il mio ormai non è più un “lavoro”; è un piacevole “divertimento”, nel quale si colloca, per esempio, la presente intervista. Il resto è ormai solo placida e pacifica, per quanto si possa, attesa, pur continuando ancora a vivere con vero piacere in amabile società.

Ora, se me lo permette, due domande molto personali. La prima: nel film di Ingmar Bergman dal titolo “Il posto delle fragole”, l’anziano prof. Isaak Borg sogna il luogo della possibile felicità, il “posto delle fragole” appunto, a cui ha rinunciato per seguire i suoi studi. Lei pensa di aver rinunciato a qualcosa? E ancora, Le capita di sognare, come il prof. Borg, un “posto delle fragole”? Se sì, vuole raccontare il Suo sogno?
Ahimè no; io purtroppo non ho alcun “posto delle fragole”. Quel posto credo di averlo realizzato, come meglio m’è stato possibile, nella realtà e nelle conclusioni della mia vita. No, francamente, nessun sogno di nostalgico rimpianto.

La seconda: che cosa pensa del destino dell’uomo dopo la morte?
Nulla, proprio nulla. Evito, per continuare a vivere senza alcuna angoscia fino a quando mi sarà concesso. Sono molto sereno, anche perché non faccio e – credo anche – “non feci mai male ad anima viva” (Puccini, “Tosca”, “Vissi d’arte”).

Grazie, professore.






giovedì 16 luglio 2009

Non fidarti! Chiedilo ad un mandorlo cos'è la vita

Mauro Marino

Questa sera, per la quattordicesima volta, L'Olio della Poesia, sarà 'versato' a Serrano. L’appuntamento alle 20.45. Nel guscio di Piazza Lubelli, il pubblico incontrerà la sensibilità e la scrittura del poeta, narratore e saggista ligure Giuseppe Conte, a cui, quest'anno, andrà il prezioso premio: un quintale di extravergine di oliva.
Prima di lui, nella piccola frazione di Castrignano Salentino, s’erano sentiti Edoardo Sanguineti, Mario Luzi, Giovanni Raboni, Alda Merini, Nico Orengo, Francesco Guccini, Arturo Morales, Roberto Vecchioni, Hanan Awwad con Meir Wieseltier, Valerio Magrelli, Ruy Duarte de Carvalho, Adonis, Tiziano Scarpa.

Il classico quaderno - dono al pubblico e memoria della serata - che l'Olio edita con Manni, porta l'introduzione di Massimo Melillo, un contributo di Antonio Errico ed un'unica poesia “in quattro sezioni con andamento sinfonico” scritta da Conte per l'occasione di Serrano, un omaggio al mare: “Da ragazzo volevo imparare a camminare / su di te, leggero come un ramo, / rispondendo a non so quale richiamo / di profezia, di eresia. / Lo voglio ancora, ne voglio ancora, / di mare, di poesia. / Per tutte le infelicità, le umiliazioni / per tutto quello che di male / mi fa la terraferma, tu sei medicina/ (...) Perchè sei libero / e per i liberi, non finirò di scrivere / su di te mare, il sempre mare, non finirò di cantare / di te.”.

C'è bisogno di Poesia? Sì! E' sempre necessaria, oggi più che mai.

La Poesia è dialogo, costante sentire. Tenersi desti è la Poesia, mantenere viva la presenza e l'attenzione.

Essere liberi, come il mare che mischia segreti! Contraddizioni, inquietudini, clamori. Scoperte!

“Se non credessi che nella Poesia c'è la possibilità del cambiamento, non scriverei”, dice in conferenza stampa il poeta. E ancora:“La Poesia è resistenza alla barbarie. Ricorda all'uomo che è umano che c'è nelle cose Bellezza e che il Mito è la radice nascosta del nostro essere”.

La Natura è custode e il poeta è della natura. Esserci. Sentire. Servire la Storia. Questo il compito!

Il divenire del Tempo fa traccia alla scittura, alla sensibilità e, il Poeta, muta il suo calibro, non è utile l’accademia, l’élite alla poesia. Il popolo ci vuole, orecchie capaci di cogliere il crudo, il graffio, l’essenza e l’essenzialità d’un canto.

Il Poeta non è ricercato esteta (quello è un equivoco, quella è poesia che non serve) è Politico, il Poeta. E’ critico! E’ uomo civico! E sempre esule il poeta, non abita l’agio.

Non era tale Ugo Foscolo, che scavava nell’Illusione per trovar quiete:“Beati gli antichi che si credeano degni de' baci delle immortali dive del cielo; che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie; che diffondeano lo splendore della divinità su le imperfezioni dell'uomo, e che trovavano il Bello ed il Vero accarezzando gli idoli della lor fantasia!”.
Non era tale Giacomo Leopardi che ammoniva: “E fango è il Mondo”.
E fango sì, il Mondo!
In Cecenia Natalya Estemirova è stata uccisa. Era libera, come libera era Anna Politkovskaja.
Nella piega della perdita noi siamo qui, ancora una volta a contemplare l’assenza, la mancanza, l'orrore. Non si può far festa! E quell’Olio è santo! E' balsamo etico, spirituale di fronte all’assassinio della Poesia che abita in chi si sacrifica per la verità! In chi sente di dover testimoniare sino in fondo il suo amore per la vita!
La vita? Chiedi ad un mandorlo cos’è, “a tutti i fichi degli orti / quando i rami contorti e spogli / cominciano a formicolare di germogli.”

La "Fiaba" di Badisco














I Luoghi del Salento

Continua l’opera di devastazione (privatizzazione) storico-culturale di un’area paleoculturale importante per l’intero pianeta: Badisco.

Maurizio Nocera

È di questi giorni la notizia della mobilitazione del comitato sorto a Uggiano La Chiesa contro l’ennesima iniziativa dei soliti noti (ignoranti), che vuole l’area di Porto Badisco sottomessa alla barbarica logica della privatizzazione individualizzata, tesa ad escludere i cittadini persino dall’accesso alla spiaggetta di quello che un tempo veniva chiamato Porto Enea e ancor prima Porto Venere. Solo a pensare ad una soluzione del genere, viene voglia di gridare con quanta più forza si ha in gola: “Signori privatizzatori del bene comune siete solo dei barbari eversori della storia”. E sì, perché effettivamente si tratta di un crimine compiuto da chi non conosce nulla di quel luogo, e se pur qualcosa conosce se lo mette sotto i piedi. A lor signori quello che importa è solo avere un terreno sul quale fabbricarci un qualsiasi mostro edilizio. Null’altro. La realtà di Badisco, invece, è altra cosa, tanto importante che ancora si fa fatica a giudicare il quanto. Quello che al momento solo si sa è che la lettura del suo millenario libro stampato sulle pareti della Grotta dei Cervi è fondamentale per l’intera umanità per capire la vita degli umani che in quel posto sono nati e hanno vissuto cinque e diecimila anni fa. Ecco perché vogliamo parlare qui di quel poco che ancora sappiamo delle civiltà badischiane.

Parto dalle cose certe, cioè da ciò che gli scritti più antichi dicono del luogo. Tra i primi scrittori latini, che sia pure in modo non esplicito scrissero del luogo, c’è il poeta Virgilio con la sua più importante opera, l’ “Eneide ”. Di questo poema esistono a tutt’oggi molte traduzioni, praticamente è difficile contarle, ma qui cito solo quelle in mio possesso: edizione maggiore della Società Editrice Internazionale (Torino 1959, sesta edizione) tradotta da Annibal Caro e curata da Onorato Castellino e Vincenzo Peloso; edizioni Einaudi (Torino 1967) versione di Rosa Calzecchi Onesti; edizione Paravia (Torino 1977, quarta edizione) versione poetica, introduzione e commento di Adriano Bacchielli; edizione Mondadori su concessione della Fondazione Lorenzo Valla (1978-1983), I^ edizione I Classici Collezione gennaio 2007, a cura di Ettore Paratore e tradotta da Luca Canali; infine l’edizione Sansoni (Firenze 1971) a cura di Ezio Cetrangolo, che è quella sulla quale ho basato la mia ricerca.

Il passo dell’ “Eneide ” che ci interessa è questo: «Di già tramontate le stelle l’Aurora tingeva / il cielo di rosa, quando vediamo monti lontani / velati di nebbia e sorgere bassa dal mare / l’Italia. L’Italia ci addita Acate per primo, / l’Italia i compagni salutano in grido di giubilo. / Anchise cinge di fiori un calice largo, / lo colma di vino, e in piedi levatosi a poppa, / si volge ai Numi così: / “Voi che del mare siete i potenti, divini signori, / e così della terra, e dell’alte nere tempeste; / fate che il vento ci spinga sereno per facile via!”. / Crescono i soffi del vento invocato, e si scopre / il porto vicino e il tempio a Minerva sul monte. / Caliamo le vele, volgiamo ai lidi le prore. / Ad arco il porto s’incurva, sicuro dai flutti di Euro, / le rupi di fronte spumeggiano in salso fervore, / scogli turriti che in basso distendon le braccia / simili a duplice muro lo coprono ai lati / e indietro il tempio scompare alla vista dal lido. / Qui vidi, e fu certo un presagio, quattro cavalli / di niveo candore che l’erba del campo pascevano. / Anchise ora dice: “O terra ospitale, guerra tu porti; / s’armano in guerra i cavalli, minacciano guerra; / ma sogliono pure venire al carro aggiogati / i cavalli, e al gioco e al freno piegarsi concordi: / speranza anche di pace”. Il santo Nume adoriamo / di Pallade armata, che prima ci accolse esultanti, / e dinanzi agli altari veliamo di porpora Frigia / il capo, e secondo il monito grave di Eleno / bruciamo le offerte prescritte all’Argiva Giunone. / Compiuti di séguito i voti solenni per ordine, / volgiamo sùbito al mare le antenne e le vele, / lasciamo i campi sospetti e le case dei Greci» (cfr. Virgilio, “Eneide ”, Firenze 1971, pp. 65-66).

Questo è quanto scritto da Virgilio tradotto da Cetrangolo. Nel Salento però, sin da tempi antichi, è sempre circolata un’altra storia. Questa: si narra che il mitico eroe Enea, abbandonata Troia, ormai sconfitta e distrutta dai Greci, con al seguito alcuni suoi stretti compagni e il padre Anchise, sarebbe approdato in questi luoghi, precisamente in quel posto di mare che alcuni locali, soprattutto quelli di Uggiano La Chiesa, continuano ancora oggi a chiamare Porto Enea, l’antica Portus Veneris (Porto Venere), così denominata dagli storici i quali, ricostruendo i viaggi dell’eroe, così hanno scritto sulle loro mappe (cfr. la cartina allegata all’edizione maggiore dell’ “Eneide ” della Sei, Torino 1959). È probabile che la denominazione di Porto Venere (nome chiaramente di derivazione latina) sia stata dovuta al ruolo che Virgilio affidò nel suo poema ad Anchise sulla nave davanti all’insenatura. E quindi le antiche genti che popolavano questo luogo lo denominarono Porto Venere memori del mito che coinvolgeva il vecchio troiano. Robert Graves ha spiegato in cosa consistesse questo mito a proposito della divinità greca Afrodite, dai latini chiamata appunto Venere, nome che anch’io adotto qui. Graves racconta che Zeus non potendo possedere Venere, sua figlia adottiva, per vendetta la umiliò facendola accoppiare con un comune mortale. Costui era Anchise, re dei Dardani e nipote di Ilo. Una notte, mentre dormiva nella sua capanna di mandriano presso Troia, Venere entrò travestita nella capanna e con lui si accoppiò. All’alba la dèa rivelò quanto era accaduto nella notte ed Anchise, credendo di avere le ore contate perché aveva svestito una dèa, la supplicò di risparmiargli la vita. Venere lo rassicurò dicendogli di non rivelare a nessuno quanto era accaduto e gli disse pure che il figlio che lei avrebbe partorito sarebbe diventato un eroe: Enea. Dunque, è molto probabile che la narrazione di Virgilio abbia influito non poco sugli abitanti del luogo, che per ciò chiamarono quel posto col nome di Porto Venere pensando appunto al mito di Anchise e, solo successivamente, il toponimo si trasformò in Porto Enea e, in tempi ancora più recenti, in quello Porto Badisco.

Riprendiamo ora i versi di Virgilio riferiti all’episodio dell’avvicinamento della nave troiana presso la costa badischiana. Se l’evento fosse accaduto veramente, di certo l’eroe troiano avrebbe visto il fiume Silur che qui riversava all’epoca le sue acque in quel mare di Badisco che tutti conosciamo.

Viene qui citato il fiume Silur, semplicemente perché furono le sue acque che, in alcuni milioni di anni, scavarono la Grotta dei Cervi. Se l’evento della discesa a terra di Enea – come sostiene la gente del posto – si fosse verificata per davvero, sicuramente egli sarebbe stato ben’accolto, com’è nelle abitudini della nostra gente, sarebbe stato rifocillato, così come sarebbero stati bene ospitati il padre e l’intero suo equipaggio. E ancora, una volta disceso a terra, rifocillato e riposato, la gente del posto gli avrebbe fatto sicuramente vedere il suo tesoro più importante, il ventre della Grande Grotta, raggiungibile attraverso uno dei suoi possibili ingressi quale, ad esempio, il cunicolo cosiddetto del Diavolo, che sta proprio ai piedi della collinetta denominata “Montagnola” sovrastante la Valle dei Cervi. È all’interno di essa che si conserva il tempio della nostra più importante arte neolitica. Per cui, sempre che l’evento della discesa a terra dei troiani si fosse veramente verificato, sarebbe stato assolutamente plausibile ad Enea vedere i pittogrammi delle scene di caccia, delle divinità in forma di spirale, la Grande Madre Tridattila, il mitico edificio piramidale, l’austera divinità danzante, le altre figure antropomorfe geometrizzate, come ad esempio il famoso negroide, ed ancora i cervi, i cani, gli strumenti e le armi, i giochi del tempo, e pure la paura della morte, tutto dipinto o tratteggiato con una, due o tre semplici linee di guano, o di ocra rossa o di argilla frammista ad olii vegetali. Si tratta di alcune migliaia di pitture parietali assolutamente uniche nel panorama dell’arte neolitica mondiale, certificate da accurati studi fatti negli anni ’70 dal professore Paolo Graziosi, dell’università di Firenze.

Ovviamente tutta questa storia, narrata ancora oggi dai locali di Porto Badisco, di Otranto e di Uggiano La Chiesa, più che altro rimane solo una leggenda perché, decrittando il testo dell’ “Eneide ” riportato sopra, e ritenendolo non pura invenzione letteraria, ma quanto meno una descrizione certa di luoghi che molto probabilmente lo stesso Virgilio aveva visto navigando presso le nostre coste, oppure che lo stesso poeta si era fatto descrivere da altri (personalmente concordo però con l’idea che il poeta l’esperienza l’abbia vissuta di persona una delle tante volte che si recò in Oriente o da lì ritornò per studiare il viaggio dell’eroe greco e poi poter così scrivere la sua opera), è facile capire quanto effettivamente possa essere accaduto, facendo fede della sua narrazione. Riprendiamo perciò il testo e interpretiamolo verso dopo verso:

«Di già tramontate le stelle l’Aurora tingeva / il cielo di rosa, quando vediamo monti lontani / velati di nebbia e sorgere bassa dal mare / l’Italia » = La nave di Enea ha lasciato dalla parte della sua poppa la costa albanese di Punta Linguetta (Valona), che è il punto individuato dagli archeologi come quello più stretto per l’attraversamento del canale d’Otranto. All’epoca della guerra di Troia (ca. 1200 a. C.), chi navigava il Mediterraneo era costretto a farlo nei mesi in cui le stagioni erano più miti, e la navigazione veniva fatta tenendo sempre a vista la costa da una parte o dall’altra del mare. In questo caso citato, quello è il punto più stretto del canale, e sicuramente è di lì che i naviganti del mondo antico attraversavano. Virgilio scrive poi che si vedono monti lontani velati di nebbia e che sorge bassa dal mare l’Italia. Effettivamente per chi si trova al centro del canale d’Otranto, diretto verso il Salento, può vedere il rilievo della nostra costa rialzata (non si tratta certo di monti), individuabile appunto in quella zona che va da Punta Palàcia fino al Capo di Leuca, dove appunto la costa è alquanto rialzata.

«L’Italia ci addita Acate per primo, / l’Italia i compagni salutano in grido di giubilo. / Anchise cinge di fiori un calice largo, / lo colma di vino, e in piedi levatosi a poppa, / si volge ai Numi così: / “Voi che del mare siete i potenti, divini signori, / e così della terra, e dell’alte nere tempeste; / fate che il vento ci spinga sereno per facile via!”» = Questi versi sono abbastanza chiari. Virgilio mette sulle labbra di Anchise una preghiera di speranza rivolta agli dèi affinché il vento acceleri la spinta della nave verso la costa salentina.

«Crescono i soffi del vento invocato, e si scopre / il porto vicino e il tempio a Minerva sul monte. / Caliamo le vele, volgiamo ai lidi le prore. / Ad arco il porto s’incurva, sicuro dai flutti di Euro, / le rupi di fronte spumeggiano in salso fervore, / scogli turriti che in basso distendon le braccia / simili a duplice muro lo coprono ai lati / e indietro il tempio scompare alla vista dal lido » = Il vento effettivamente arriva e spinge la nave verso il porto incurvato (si tratta del porto di Otranto) e i troiani vedono sul monte (di fatto è un’altura) il tempio di Minerva, che noi ancora oggi a Otranto chiamiamo Colle della Minerva; solo successivamente al 1480, dopo l’aggressione degli Ottomani alla città, all’antica denominazione se n’è aggiunta una nuova: Colle dei Martiri. Ma come toponimo a resistere nel tempo è sempre l’antica denominazione: Colle della Minerva. Virgilio scrive che quella parte della costa col porto naturale viene superata dalla nave perché, sia pure sicuro al suo interno grazie all’incurvatura, all’esterno il mare è ancora agitato, per cui la nave viene diretta per l’attracco più sicuro tra due braccia distese di scogli turriti (si tratta di Porto Badisco), lasciandosi alle spalle la visione del tempio della Minerva, che scompare nel momento in cui la nave dei troiani comincia ad entrare tra le due braccia di scogli di Porto di Badisco.

«Qui vidi, e fu certo un presagio, quattro cavalli / di niveo candore che l’erba del campo pascevano » = Virgilio scrive che a quel punto Enea vide sull’incavo di terra che sta davanti a Porto Badisco, quindi non molto distante dalla battigia, quattro cavalli bianchi che pascolavano. Chiaramente si doveva trattare di cavalli da guerra posseduti dai Greci, giunti in quel posto prima di loro.

«Anchise ora dice: “O terra ospitale, guerra tu porti; / s’armano in guerra i cavalli, minacciano guerra; / ma sogliono pure venire al carro aggiogati / i cavalli, e al gioco e al freno piegarsi concordi: / speranza anche di pace”» = Qui il significato è abbastanza chiaro e vuole dire che anche se i cavalli sono necessari per il lavoro in tempi di pace, spesso sono anche addestrati per fare la guerra.

«Il santo Nume adoriamo / di Pallade armata, che prima ci accolse esultanti, / e dinanzi agli altari veliamo di porpora Frigia / il capo, e secondo il monito grave di Eleno / bruciamo le offerte prescritte all’Argiva Giunone » = Anchise, non fidandosi più di quella terra sulla quale un momento prima i Troiani stavano per scendere, implora gli dèi (Minerva, della quale aveva visto poco prima, dalla rada del porto di Otranto, il tempio; e Giunone, moglie di Zeus (Giove per i latini) ed una delle massime autorità divine dell’Olimpo greco), ai quali fa sacrificare delle offerte votive.

«Compiuti di séguito i voti solenni per ordine, / volgiamo sùbito al mare le antenne e le vele, / lasciamo i campi sospetti e le case dei Greci » = Virgilio fa dire ad Enea che, compiuti i sacrifici solenni, è bene alzare le vele sugli alberi della nave per allontanarsi quanto prima dai campi e dalle dimore dei Greci.

Questa è solo una testimonianza, sia pure letteraria, e quindi passibile di essere frutto del pensiero creativo di Virgilio sul viaggio che Enea fece verso l’Italia fuggendo da Troia distrutta. Per cui, se ci dobbiamo basare su di essa, dobbiamo concludere che l’eroe troiano vide il luogo che noi chiamiamo oggi Porto Badisco, si avvicinò al suo approdo, ma non scese a terra, per cui non potette vedere la Grande Grotta che sicuramente gli abitanti del luogo conoscevano bene. A quell’epoca, probabilmente i locali officiano in essa ancora i loro riti cultuali. Ma è possibile anche che questo tipo di frequentazione non avvenisse più a causa della chiusura secolare degli ingressi della Grotta, avvenuti forse in seguito a qualche grande cataclisma tipo “tsunami”. Erodoto (ca. 485-ca. 425 a. C.), in “Le Storie” (VII, 170) ha scritto che Minosse, re di Creta, morì di morte violenta in Sicilia, ma non si conosce l’anno in cui ciò avvenne. Da lui sappiamo che la grande civiltà minoica scomparve nel 1400 a. C. in seguito ad una terrificante catastrofe, provocata dall’esplosione del vulcano di Thera (la Santorini di oggi), che coprì l’intera isola di Creta con uno spesso strato di cenere e lapilli. Però, noi salentini, non ci siamo mai chiesto cosa significò per questo territorio quell’immane esplosione? È possibile credere che l’onda marina e la stessa onda d’urto, che si sollevarono in seguito all’esplosione vulcanica, abbiano invaso anche il Salento, ed in particolare Badisco? E se ciò è accaduto per davvero, la Grande Grotta fu invasa dalle acque, fu sommersa? E per quanto rimase sommersa? È possibile credere che i due scheletri fossilizzati presenti nel cunicolo più difficile da raggiungere siano rimasti intrappolati vivi nella grotta e quindi morti?

La Grotta dei Cervi

La scoperta più recente della Grotta è nota: fu un gruppo di 5 speleologi dilettanti che la fece l’1-3 e l’8 febbraio 1970: Severino Albertini (veneto); Enzo Evangelisti (laziale); Isidoro Mattioli (veneto); Remo Mazzotta (leccese); Daniele Rizzo (magliese). Tutti appartenenti al Gruppo Speleologico Salentino “P. De Lorentiis” di Maglie. Alla scoperta collaborarono anche Nunzio Pacella (magliese - consulente scientifico del Gruppo speleologico) e Pino Salamina (leccese - fotografo).

Il primo studioso ad arrivare sul posto fu Paolo Graziosi, professore dell’Università di Firenze, che con tutto il suo carico di scienza, si calò nelle viscere della Grotta e cominciò a svelarci tutti i suoi segreti, primo fra tutti l’interpretazione delle pitture neolitiche quali rappresentazioni schematiche della realtà così come la videro alcuni millenni fa quei primitivi antenati locali. I pittogrammi rappresentano figure umane e figure animalesche. Si tratta di scene di caccia al cervo e scene di vita pastorale, ma anche scene di vita religiosa. Ci sono spirali, strumenti per la cattura di prede, segni cruciformi, uomini con arco, cani, schemi di capanne, bambini, animali, catene e reticoli, sciamani, segni celesti, stellari e astrali, stelle comete, soli “splendenti”, cerchi, impronte di mani infantili e di donne, schizzi, insetti, punti e spruzzi, prove primordiali di scrittura, pettiniformi e segni d’acqua, scudi, ghirigori e labirinti, totem e menhir, bucrani, graticciati, anse, ganci, meandri, costruzioni dolmeniche. Non c’è dubbio che la Grande Grotta del Salento o dei Cervi contiene tutto ciò che può contenere il più vasto santuario dell’età della pietra. Sulle pareti e le volte delle gallerie le numerose figure sono dipinte prevalentemente con guano di pipistrello, mentre in un numero minore ce ne sono altre realizzate con ocra di colore rosso.

Paolo Graziosi suddivise i corridoi dipinti in dodici zone. Ai piedi delle stesse pareti dipinte sono state trovate ceramiche e buche (riempite con pietre), mentre la forma di determinate figure fa spesso pensare ad un carattere sacrale e sociale del luogo, che indubbiamente appare come un luogo di culto, che si è prolungato per non pochi secoli.

I geologi hanno rilevato e spiegato com’è fatta questa Grotta: il rilievo del sistema carsico presenta tre gallerie principali orientate a nord-ovest ed un gran numero di diramazioni, alcune delle quali indicano nuovi ma non ancora esplorati percorsi. La sua ubicazione è dettagliatamente determinata dalla seguente carta geografica: «Porto Badisco - Otranto (Lecce), località “Montagnola”. Carta I. G. M. 215 III S O, long. Est Monte Mario 6° 02’ 01”, latid. Nord 40° 04’ 54”, quota m. 26 s.l.m. - Grotta di Porta Badisco, n. 902 Pu. Sinonimi: Grotta dei Cervi, Grotta di Enea, Otranto (LE). Profondità: m. 26; sviluppo spaziale: m. 1550. (Rilievo di Franco Orofino 1970); temperatura interna: media 16-20° C.; umidità relativa: media 92-99%».

Molti sono stati finora gli studi e i saggi prodotti sulla Grotta

Cito qui solo quelli che a me sono stati utili per comprendere la Grotta, che in alcuni dei miei interventi ho citato come Grande Madre del Salento: Paolo Graziosi ha scritto: “Le pitture preistoriche della Grotta di Porto Badisco e S. Cesarea ”, in «Rendiconti della classe di Scienze morali, storiche e filologiche dell’Accademia nazionale dei Lincei», Serie VIII, vo. XXVI, gennaio-febbraio 1971, pp. 355-359; “Le pitture di Porto Badisco. Qualche osservazione preliminare ”, in «Atti della XV Riunione scientifica in Puglia dell’Istituto italiano di preistoria e protostoria / 13-16 ottobre 1970», Firenze 1972, pp. 17-26; “L’arte preistorica in Italia ”, Sansoni, Milano 1973, pp. 131 e seguenti; “Un santuario della preistoria ”, in «L’Unità», 23-11-1975, p. 15; Paolo Graziosi (assieme a A. Cigna, E. Detti e G. Mele), “Perizia allegata alla sentenza istruttoria del Pretore di Otranto ”, del 15-luglio 1975; “Le pitture preistoriche della Grotta di Porto Badisco ”, Giunti-Martello, Firenze 1980 (si tratta del libro più importante che è stato scritto sulla Grotta; nel 2002 è stato ristampato in edizione anastatica per la cura della Provincia di Lecce nella Collana “Origines / Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria”, con Progetto grafico di R. Fioroni, Grafici di V. Pianigiani, Documentazione fotografica di P. L. Bolognini, P. Graziosi, G. Romani. Gli allegati alla ristampa anastatica sono: “Presentazione del Presidente della Provincia di Lecce ”: Lorenzo Ria; “Introduzione ” di Alda Vigliardi e Fabio Martini; “Cosiderazioni sulla stratigrafia della grotta di Badisco ” di Felice Gino lo Porto); “Porto Badisco. Sul tacco d’Italia un cenacolo di artisti ”, in «Airone», n. 12, Mondadori 1982, pp. 82-85; “L’arte preistorica della Grotta di Porto Badisco ”, in «L’Umana Avventura», Jaca-Book, Milano 1988, pp. 65-75; “Le Grotte di Badisco rimarranno chiuse? Intervista al prof. Graziosi ”, a cura di Nunzio Pacella, in «Realtà salentina», Maglie 1977, n. 7, p. 3.

Altri saggi e altri interventi seguirono quelli del prof. Paolo Graziosi, tra i quali vanno citati quelli di Mario Moscardino, all’epoca della scoperta della Grotta presidente del Gruppo Speleologico Salentino “P. De Lorentiis” di Maglie, che scrisse: “L’arte preistorica dopo le scoperte salentine di Porto Badisco ”, in «Società editrice D. Alighieri», Lecce 1971; e il saggio “Tre fari di civiltà nell’area culturale salentina ”, in «La Zagaglia», 1972, n. 10, pp. 103-114.

Un contributo notevole allo studio della Grande Grotta ci è venuto anche dallo studioso magliese Cosimo Giannuzzi, che ha scritto diversi saggi, tra cui: “Lo stregone della Grotta dei cervi: un’esegesi ”, in «Nuovo spazio», n. 6, Maglie 1987, p. 5; “Il Dio che danza. Appunti per una ricerca antropologica sull’arte di Badisco ”, Erreci, Maglie 1988; “Scoprendo lo scrigno sommerso. La Grotta dei Cervi di Porto Badisco”, in «I Salentini», anno III, n. 3, Andrano 1989, pp. 28-29; “Era un santuario?”, in «I Salentini», anno III, n. 4, Andrano 1989, p. 8; “I misteri di Badisco ”, in «Il Quotidiano di Lecce», 28-06-1989 p. 10-11; “Segni di antica civiltà. Un ciclo di conferenze sui ritrovamenti della Grotta dei Cervi a Badisco ”, in «Il Quotidiano di Lecce», 23-06-1990; “Le impronte di mani nelle grotte preistoriche del Salento ”, in «Unuci», 10 sett. 1990, Roma, pp. 8-9.

Infine va citata anche la grande “Pianta della Grotta di Porto Badisco Pu. 902 ” (Lecce 2000), stampata con il contributo del “Gruppo Speleologico Leccese ‘Ndronico” e della “Fondazione Rico Semeraro” per la cura di Pino Salamina e la collaborazione di Gianni Cremonesini, Maurizio Nocera e Mario Molendini.

Disegni, pittogrammi, ideogrammi, grafogrammi e scarabogrammi della Grande Grotta

Accanto ai saggi e ai libri pubblicati sulla Grotta di Porto Badisco circolano molte immagini delle figure dipinte sia della civiltà rossa sia della civiltà nera. Quasi sempre tali immagini vengono pubblicate su materiale pubblicitario e su collane di libri e volumi vari ovviando di citare la loro provenienza. Personalmente non sono contrario anzi, penso che ciò sia un fatto positivo, perché significa che in tal modo la Grotta continui, in un certo senso, ad esercitare una sua vitalità ed una sua funzione sia pure diversa da quella originaria; ciò che dispiace è vedere che queste immagini non una madre e non hanno un padre. Qui cito alcune di esse anche per tentare di dare finalmente una loro genitorialità.

Stalattiti e stalagmiti ” dei corridoi dell’epigrotta.

Figure umane stilizzate sporgenti dai quattro lati del quadrato e disegni spiraliformi ”. Fanno parte del corredo delle cosiddette “Figure nere”, presenti nel corridoio n. 2 con arco naturale e linee di spegnimento della grossa frana che interessò la parte terminale di questo corridoio. Da sinistra verso destra si notano: trappola con ami per pesca nei dintorni di un fiume (o del mare); due segni non identificabili; un segno stelliforme con una S serpentina nel suo quadrato interno; un uomo in movimento tra due zagaglie (una è segnata al suo interno con una croce) e su una spirale divinatoria; una sizigia serpentina; un grande segno stelliforme (però potrebbe trattarsi di un edificio) che si trova proprio sopra l’arco e al centro del passaggio tra un corridoio e l’altro quasi ad indicare l’ingresso ad una sorta di tempio.

Figura antropomorfa curvilinea e spiraliforme. Spirale e disegni subcircolari ”. “Figure nere”. Si tratta di tre immagini importanti per la civiltà badischiana: uomo in movimento a fianco di una probabile zagaglia segnata dalla croce e sulla spirale circolare.

Scena di caccia con un uomo schematico armato di arco preceduto da due cani e due cervi ”. “Figure nere”. Si tratta del corridoio n. 1 lato destro, andando verso l’interno della grotta. Da sinistra verso destra: scena di caccia con cacciatore armato di arco, preceduto da cani e da due cervi; alle spalle dell’arciere vi è un animale morto, come pure sembra essere morto anche l’altro cervo in basso.

Figure schematiche di uomini e di quadrupedi ”, tra cui la figura della Grande Madre Tridattila, composta dall’Ariete addobbato (lato sinistro di chi guarda), dalla Divinità con tre dita per ogni mano, grandi seni laterali e ventre gravido (lato destro di chi guarda), e la pecora o il cane o la capra, comunque un quadrupede (in basso); sulla parete del corridoio che si piega verso l’interno della grotta, in un contesto del tutto diverso dalle due scene precedenti, un altro quadrupede (forse un bovino) con un addobbo sulla schiena.

Scene di caccia: arcieri e cervi ”. Si tratta di alcune figure dipinte con ocra rossa, che Paolo Graziosi indicò con le cifre 11, 12 e 16, per un totale di circa 60 segni conservati integri, senza sovrapposizioni né aggiunte o deturpamenti. Si tratta delle più antiche pitture dell’intero complesso e segnalano una direzione opposta rispetto a quella indicata dalle figure nere. C’è una scena che raffigura animali e uomini, il primo di questi (quello più a sinistra) ha le braccia rivolte in alto verso la testa di un bovino, al suo fianco e intorno due cani e un altro bovino; il secondo uomo (dietro il bovino più grande), figura appena abbozzata, impugna un arco con la freccia; il terzo uomo, più in basso, anche questa figura appena abbozzata, ha le braccia protese verso gli animali e verso un recinto aperto (probabile ovile?). Ancora più a destra, e nella parte superiore, si vede un arciere con alle spalle un lungo segno parallelo alla sua stessa figura; sulla parte bassa della parete chiaramente si vede dipinto un perimetro chiuso, quasi ad indicare un probabile altro ovile.

Figure stilizzate, forse umane, con perimetro formato da macchie tondeggianti e, al di sotto, arciere a gambe divaricate ”. “Figure nere”. Si tratta di quelle del corridoio n. 2, lato destro. È una «vetrina delle meraviglie» della Grande Grotta di Porto Badisco. Da sinistra verso destra: sembrerebbe la forma di un insetto gigantesco (indica forse un’invasione di insetti: cavallette o altro), potrebbe comunque rappresentare qualcos’altro: recinzioni, percorsi. Altri segni, tra cui un umano che avanza verso una barriera. Al di sopra un segno stelliforme, ma potrebbe trattarsi di un villaggio con capanne. Spostandoci verso destra, quasi al centro del corridoio, un umano in forma di triangolo (ma potrebbe trattarsi di una costruzione) sopra ad un villaggio con capanne raccordate in circonferenza; l’interno del villaggio è segnato da una serie di linee tratteggiate che lo attraversano da una parte all’altra. Nelle vicinanze, un altro villaggio con capanne appena abbozzato e non finito. Nella parte superiore della parete, a destra, alcune forme cembaliche (tentativi di raffigurazione di villaggi con capanne), altri strani oggetti e due forme che sembrerebbero umanizzate, una più compiuta, una sorta di uomo-scudo, l’altra incompiuta. Nella parte inferiore della parete, evidente il tentativo mal riuscito della raffigurazione di un edificio con attorno strani oggetti; un altro segno cancellato col guano. Un po’ più a destra dell’ultima scena, un altro villaggio con capanne con al centro due linee tratteggiate perpendicolarmente. Ancora più sotto, un umano con le gambe divaricate, il sesso pendulo ed un attrezzo nelle mani; ancora più in là, un segno non decifrabile.

Figure geometriche con perimetro segnato da macchie tondeggianti; a destra scena di caccia con arciere e cervi ”. “Figure nere”. Ancora un’altra «Vetrina delle meraviglie» con una scena di caccia con animali morti e vivi, qualcuno a sei zampe che caratterizza il movimento, lento o veloce, poi c’è l’arciere (in basso con il sesso pendulo) con al fianco il suo cane; infine altri segni indecifrabili

Figure stilizzate, forse umane, a forma subtriangolare con macchie tondeggianti lungo il perimetro e a forma circolare con quattro appendici ”. “Figure nere”. A sinistra c’è una grande scena di caccia con un susseguirsi di linee e segni non ancora decifrabili, quindi due grandi villaggi con capanne irregolari sui loro confini; all’apice basso di uno dei grandi villaggi (quello più a destra) c’è una delle raffigurazione più emblematiche della Grande Grotta di Badisco: la scena del tempo meteorologico (sole pioggia neve o grandine); andando sempre più verso destra è raffigurato un villaggio con quattro capanne, tre delle quali raffigurano un recinto di animali; il villaggio è attraversato dalla traiettoria del sole (est sud ovest); un po’ più in alto vi sono due segni al momento non decifrabili (il primo dei quali però potrebbe essere un semi-recinto), mentre il secondo il segno della traccia di un inizio di un percorso; quindi un altro segno che forse sta ad indicare un cielo nuvoloso con pioggia.

Figure umane stilizzate sporgenti dai lati del quadrato, cacciatori con arco, cervi ”. “Figure nere”. Siamo nel corridoio n. 2, lato destro. Questa raffigurazione è collocata prima dell’arco naturale. Sembrerebbe una sorta di apoteosi scenica, dipinta lì quasi a raccontare l’intero ciclo della vita della civiltà “nera” di Badisco. Forse anche il suo tragico epilogo. È ben noto che la Grande Grotta di Badisco fu “chiusa” dagli uomini delle “pitture nere” del neolitico alcuni millenni fa. La sua riapertura, per quello che se ne sa fino ad oggi, sarebbe avvenuta solo nel 1970 com’è già noto. Andando da sinistra verso destra i pittogrammi dipinti sono: segni stelliformi (la seconda stella sembrerebbe una cometa), però potrebbe trattarsi anche di due villaggi con capanne e recinti, e su una un tracciato di un percorso; donna con un probabile setaccio fra le mani (si tratta di uno dei due umani con raffigurata la forma dei piedi); poco più sopra un bambino e un cervide (ma potrebbe essere una semplice capra); al di sopra di questa scena un agglomerato umano in movimento; spostandoci verso destra, forse una probabile mappa labirintica di percorso, ma può essere anche un nuovo agglomerato (forse umano, oppure di animali, tipo mandria o gregge) in movimento; al di sopra di questo un segno elicoidale (forse un uccello?) e un cervo; ancora verso destra, un arciere con il dardo puntato sul segno elicoidale (forse l’uccello) ed il cervo; al di sotto della “mappa”, vi sono raffigurate due spirali divinatorie; andando ancora verso destra, un nuovo agglomerato (forse umano, oppure di animali, tipo mandria o gregge) raccolto in formazione di difesa; sopra di esso un nuovo segno cruciforme molto complesso (sembrerebbe un edificio, ma potrebbe trattarsi anche di un piccolo agglomerato di capanne con recinti) con alla base due spirali in forma di sizigia (una dipinta bene l’altra no). La scena è complessiva di un intero ciclo: la presenza delle spirali indica le divinità; i segni stelliformi e cruciformi forse ciò che c’è nel cielo (interessante quella sorta di stella cometa); gli agglomerati e gli animali indicano il percorso della vita a Badisco a quel tempo: caccia, agricoltura (donna con il setaccio), pastorizia (il bambino con il piccolo cervo o capra).

Scena di caccia con un uomo schematico armato di arco sovrastato da un cervo ”. “Figure nere”. Si tratta della figura di un cacciatore, il quale è contraddistinto da un grande membro pendulo, ma potrebbe trattarsi anche di un pugnale stretto alla coscia. Questo cacciatore è il secondo umano che ha raffigurata la forma dei piedi (ma potrebbe trattarsi anche di probabili calzari, come quelli dell’uomo di Similaun). Accurata sembra l’esecuzione di questo dipinto con la definizione di ogni parte del corpo come, ad esempio, la rotondità gobba delle spalle, la sinuosità delle forme degli avambracci, la testa ben modellata, le gambe con l’individuazione di un probabile ginocchio, i piedi o calzari. Sull’arco è possibile individuare la tecnica pittorica “a punto” (puntiniforme), consistente in un procedimento di questo genere: il dito intinto nel colorante e impresso sulla parete, punto dopo punto fino a formare la figura ideata.

Gruppo antropomorfo. Figura cruciforme ”. “Figure nere”. Si tratta di una delle più note immagini di Badisco. Nel tempo questa figura è stata definita: «Scimmietta» (gli scopritori); «Grande Capo di Porto Badisco» (i locali), «Stregone danzante» (Orofino), «Sciamano» (gli etnoarcheologi). Paolo Graziosi lo colloca nel Secondo corridoio, Ottava zona, Gruppo 46, del quale scrive così: «Sia pure nella sua accentuata deformazione in senso curvilineo e spiraliforme, questa figura è piena di vitalità: le gambe divaricate e piegate al ginocchio, i piedi ben marcati, le braccia formanti all’estremità un ricciolo, le spalle massicce, la testa triangolare e sormontata da piccoli tratti, probabile rappresentazione dei capelli o di una particolare acconciatura. In basso tra le gambe si vedono due figure ad S affrontate». Di una delle più importanti figure umanoidi della Grande Grotta di Porto Badisco il Graziosi non dice altro. Qualcosa in più riusciamo a sapere dallo studioso Cosimo Giannuzzi, di Maglie, il quale scrive affermando che si tratta di una «Divinità danzante», perché si rivela nella forma di un «Dio che danza e assume lo stesso ruolo che rese Hermes intellegibile in periodo storico, grazie al caduceo» (cfr. “Il Dio che danza ”, Maglie 1988). E poco oltre, scrive: «L’interpretazione della figura antropomorfa di Badisco quale divinità poggia su un grafema ritenuto "sigla" della Grotta dei Cervi. Questo grafema è costituito da due figure equivalenti ma opposte specularmente a forma di S […] che sta ad indicare l'esistenza di una contrapposizione fra due elementi di cui uno di essi, fondante, è la derivazione speculare dell’altro. Il criptogramma di Badisco è perciò un simbolo dualistico, perché raffigura una contrapposizione di un contenuto cognitivo, composto da una coppia di elementi costituenti un insieme […] Il dualismo [...] si riferisce al dualismo religioso [...]. In questo criptogramma, la coppia delle S fa supporre, con buona probabilità, a due serpenti affrontati [...]. Il criptogramma delle S è posto fra le gambe di una figura antropomorfa. Questa presenza appare come un’immagine di conciliazione del conflitto degli opposti polarizzati, caratterizzandosi come “contenitore” di essi [...] Nella figura antropomorfa di Badisco convive la spirale che è un’elaborazione (in termini di astrazione) del serpente, ovvero del concetto di “psiche ancestrale” (luogo degli archetipi). È l’evoluzione di questa energia che porta alle manifestazioni simboliche qual è la figura antropomorfa» (cfr. “Divinità a Porto Badisco ”, «Apulia», III, sett. 1996, pp. 148-150).

Accanto alla Divinità danzante (Giannuzzi), vi è una costruzione nella forma della piramide non molto ben dipinta, oppure si tratta di un villaggio con capanne e relativi recinti, o ancora un segno stellare, o infine un dolmen con foro centrale. Comunque, non è una tavola attorno alla quale vi sono seduti degli umani. Tra la figura antropomorfa e l’edificio vi sono due probabili punte di zagaglia, oppure due estremità in forma di sizigia.

Figure astratte a forma ovale e subtriangolare ”. “Figure nere”. Si tratta di raffigurazioni dipinte sulla volta della grotta. Da sinistra verso destra si vede un umano con il braccio indicante una direzione e di seguito alcuni segni indecifrabili; quindi il probabile recinto vuoto di un villaggio di capanne (ma potrebbe trattarsi anche di un recinto vuoto e diviso per settori per grossi animali) (anche in questo caso si può notare l’evidente tecnica puntiniforme del/i pittore/i di Badisco); poco sopra altri segni di umani in movimento; spostandoci verso destra si vedono due recinti con capanne all’interno di una recinzione e, poco più a destra, due spirali in forma di sizigia non ben riuscite; poco più in alto il segno di un altro umano in movimento; da questo punto in poi, andando sempre più verso destra si vede il gruppo delle impronte di mani. Dalle misure anatomiche è stato confermato trattarsi di impronte di mani di adolescenti e di donne. Si trovano collocate in un punto “pericoloso” della grotta, al confine di un’antica frana che ha ostruito il corridoio di proseguimento. Durante la riproduzione grafica, necessaria per le misure anatomiche, gli esperti hanno contato circa 150 impronte. La zona a tutt’oggi è ancora pericolosa, a causa di distacchi e crolli di lame di roccia, che però non si sono mai più verificati fin dal tempo dal primo evento. Tuttavia, sembra essere questo il motivo per cui la collocazione delle impronte è in quel luogo (soffitto della grotta). Forse come immagini scaramantiche, una sorta di “sostegni magici”, messi lì a impedire altri possibili crolli nel futuro.

Su queste impronte, Cosimo Giannuzzi, ha rivelvato che «nella Grotta dei Cervi di Badisco si trovano... delle figure, classificabili tipologicamente fra le mani positive [...] un indicatore privilegiato dagli interpreti dell’evento cultuale è costituito dall’assenza in certe impronte di mani, di falangi in alcune dita. Alcuni studiosi l’hanno spiegata come una pratica rituale cruenta peculiare di culti ctonii, al fine di modificare la coscienza ordinaria dell’individuo. La sofferenza fisica, derivante dal taglio della falange, è manifestazione della morte iniziatica intesa come “condizione indispensabile per qualsiasi rigenerazione mistica”. In definitiva attraverso l’amputazione l’individuo accede alla spiritualità, differenziandosi dalla collettività definitivamente. Una ricca documentazione sull’attestazione di mutilazioni sacrificali presso popolazioni primitive anche contemporanee è assunta come prova decisiva della rigenerazione mistica [...] (che) ci fa intravedere un filo conduttore collegante il gesto, la parola e il segno, nel cui incontro va collocata la nascita del pensiero simbolico e della comunicazione».

Figure umane stilizzate sporgenti dai quattro lati di un quadrato ”. “Figure nere”. Altra figura emblematica che molto probabilmente raffigura una costruzione, forse nella forma di una grande piramide, con al suo interno un ipotetico percorso del sole: est / sud / ovest.

Tutto questo solo per dire: «Ma che senso ha privatizzare oggi Porto Badisco, che fu Porto Enea, che fu Porto Venere?»