giovedì 21 novembre 2013

Il convegno "Rina Durante, il mestiere del narrare"


Rina Durante in un frame di Caterina Gerardi
Rina, la raccontatrice
Mauro Marino

É stata come una festa! Alcuni, annunciati, non c'erano. Accade sempre così, specie qui, dove siamo abituati a far le bizze quando siamo invitati e, i distinguo, fanno ombra alla levatura e all'autonomia espressiva dei Nostri: i poeti, gli scrittori, gli intellettuali che hanno dato vita e parole al divenire culturale di questa strana terra che trovano, nell'indifferenza e nella supponenza degli altri, la loro vera fine.
Ma torniamo alla festa, al convegno che lunedì 18 e martedì 19 novembre la Città di Melendugno, l'Università del Salento e il Cuis - con tre ricche sessioni di lavoro ed un recital di chiusura tenutosi al Cinema Elio di Calimera - hanno voluto dedicare a Rina Durante. "Il mestiere del narrare" il titolo, sul manifesto l'immagine di Maria Bellonci (l’ideatrice del Premio Strega) che bacia una giovanissima Durante in occasione della consegna, alla scrittrice, del Premio Salento nel 1965. Altri tempi e soprattutto altri eventi e altri premi.
Lei, la Rina, si definiva una raccontatrice. Persona capace di sguardo, di accoglimento. Antropologa per “necessità”, cercatrice di storie per meglio restituire l'immagine di una terra desiderosa di riscatto. Figura creativa, larga nel suo operare, capace di profondità e di leggerezza. L'ironia, lo strumento con cui viveva e mediava il suo rapporto con il Mondo e con gli altri: il disincanto, per meglio scavare - spogliare - la Vita e raccontarla, per fare che la piccola storia diventasse Storia. La Cultura come scelta di campo, una scelta politica per dare lingua e soggettività critica alle persone, ai miseri, agli affamati del "salentino, una delle terre più lontane d'Italia: non tanto per distanza dai centri d'irradiazione storica, quanto per una sorta d'indipendenza della sua gente, del modo di essere e di pensare" così è scritto nell’aletta di copertinanell’edizione del 1964 de “La Malapianta” uscita da Rizzoli.
La letteratura, la musica, il teatro, il cinema, per allenare gli occhi e dare luogo alla commozione che dallo sguardo sorgeva a far guida. Provate ad immaginarlo il nostro Salento negli anni Cinquanta. Leggetelo, andatelo a cercare, provate a sentire Teta, sua moglie, i loro tanti figli ne "La Malapianta". Provate a chiedervi i perchè della Tragedia di Roca atto corale di una comunità che nel teatro trovava l’opportunita di riconoscersi, del farsi prete del Tramontana...
*  *  *
La letteratura (l’arte) ha un tempo? Una scadenza? Deve essere (per essere) trendy? Sì, se ci attenimo ad una superficiale analisi storica, legata ai flussi del consumo e al gusto mainstream e non alla particolarità della vicenda di un artista, del territorio in cui vive, delle urgenze e delle difficoltà che lo muovono. Di questo bisogna tener conto, come anche, dello sguardo trasversale che dalla Provincia mira alle cose della Cultura e del tempo lungo dei testi, della scrittura che rimane, sopravvive alle contingenze e muove sconfiggendo il tempo.
L'opera di Rina resiste, esiste e va riletta, divulgata per meglio comprendere e porre argine alla deriva che coglie questo Salento dimentico di se stesso, tradito, oltraggiato, (forse) irrimediabilmente consumato.
Molti i testi analizzati nel corso della due giorni tra il Nuovo Cinema Paradiso di Melendugno e la sala conferenze del Rettorato: "La Malapianta", che presto troverà nuova edizione, "Tutto il teatro a Malandrino" ancora nel catalogo di Bulzoni, gli "Amorosi sensi" che speriamo Manni possa ripubblicare, i testi poetici degli esordi letterari con il Critone di Vittorio Pagano, i racconti sparsi e la ricca produzione giornalistica. Segni di una vera e propria militanza iniziata alla fine degli anni Cinquanta ma già incubata nelle visioni infantili sull'Isola di Saseno che abbiamo visto nel film-documento realizzato quest’anno da Caterina Gerardi.
Abbiamo scoperto – nella puntuale analisi testuale offerta da Lucio A. Giannone de "La Malapianta", una Durante "esistenzialista" nel descrivere il mal d'animo dei poveri, che nella loro autocoscienza monologante danno voce alle inquietudini di quelle classi subalterne che il Tempo Moderno ha spazzato via con le grandi migrazioni e con l'assoggettamento alla telvisione.
Di queste trasformazioni Rina Durante ha scritto, la violenza di queste trasformazioni ha denunciato, senza mai proporre la fuga ma al contrario proponendo e rinnovando lo scavo del suo sguardo.
Per questa festa dobbiamo dire grazie – prima che ad altri - alla testardagine dello scomparso Vittorio Potì, e poi ad Annalisa Montinaro, a Massimo Melillo, a Luigi Santoro, ad Antonio Lucio Giannone e al suo gruppo di lavoro.
Adesso con il ritorno in libreria de "La Malapianta" per i tipi di Zane Editrice aspettiamo gli atti del convegno, importanti per poter divulgare la ricchezza delle analisi proposte.
Speriamo accada presto.

sabato 16 novembre 2013

I poeti salentini nelle scuole

Sono andata a cercare i poeti salentini nelle scuole e questo è quello che ho trovato

di Giusy Casciaro (da 20Centesimi del 16 novembre 2013)


Pare quasi di vederlo là Antonio Verri, sulle scale dell’ateneo leccese, tra i colori del vialone alberato, in piedi, con la barba incolta, la sua MS blu in una mano e gli amati “fogli di poesia” nell’altra, a consegnare a politici e passanti i suoi versi, venduti a poco più di 100 lire, in una Lecce che conserva ancora le sue tracce. Pare di vederlo disteso sugli scogli di una Porto Miggiano ormai distrutta, a contemplare il paesaggio, le grandi montagne d’Albania che si vedono nelle giornate più limpide, per avere l’ispirazione necessaria per scrivere La Betissa. Antonio Verri: ho conosciuto il poeta prima e l’uomo poi, grazie ai racconti e alle parole di qualche suo vecchio amico. Affascinata da lui e dai suoi versi, alla serata dedicatagli il 25 ottobre scorso, in occasione della rassegna il Gran Bazar del Fondo Verri, decisi che ci sarei stata.
Arrivo puntuale. In quella piccola sala pochi amici e scrittori che hanno omaggiato il poeta con pubblicazioni biografiche. L’appuntamento letterario è trascorso così, tra reading e aneddoti. E una frase di Maurizio Nocera che mi ha fatto riflettere: “Il problema fondamentale è che questi autori, questi grandi autori, scrittori come Salvatore Toma o Antonio Verri non sono conosciuti dai giovani, non vengono insegnati nelle scuole locali, non viene dato loro spazio, considerati da alcuni docenti, miei ex colleghi, solo piccolezze di paese”.
Colpita, volevo andarci a fondo, capire che ruolo e che spazio rivestono queste “piccolezze di paese” nei licei leccesi e della provincia, capire cosa pensano docenti e dirigenti, alunni e genitori, capire perché se nelle accademie americane i versi dei nostri autori vengono cantati e studiati, nelle scuole della piccola realtà provinciale che li ha visti nascere, proprio non riescono a trovare spazio. Così, la mattina seguente, stampo qualche “foglio di poesia” tratto dalle loro opere: da Bodini a Toma, da Pagano a Verri e lo porto con me. Il mio viaggio inizia dal Liceo Scientifico Cosimo De Giorgi di Lecce. Nella sala docenti incontro due Professoresse di italiano del triennio, Adriana Pati e Luisa Cerundolo. Faccio qualche domanda e mostro le foto e i versi degli “strani ceffi” letterati che mi porto dietro. Entrambe mi guardano con aria quasi sbalordita e mi parlano di “programmi ministeriali, di poca libertà, di mancanza di tempo, di obiettivi formativi da raggiungere, di contingenza” eccetera, eccetera. Chiedo loro cosa sanno di questi autori. Alla mia domanda “conosce Salvatore Toma?”, sentire una docente di italiano di un liceo affermare “dipende di quale Toma stiamo parlando” non è confortante, così decido di lasciare quell’aula e qualche “foglio di poesia” sparso qua e là nei corridoi della scuola. All’uscita trovo alcuni ragazzi del terzo e del quinto anno, appoggiati su un muretto, mi avvicino e chiedo loro se conoscono qualche autore salentino, mi indicano “il filosofo” del gruppo con il quale parlare. Il filosofo mi dice chiaramente di no, aggiunge che a malapena “qui il primo giorno di scuola si parla di Cosimo De Giorgi”. Li saluto e continuo a camminare anche io tra i colori del viale alberato. Direzione Liceo Classico Giuseppe Palmieri. Fuori, incontro delle ragazze, faccio leggere loro qualche verso di Antonio Verri, sembrano apprezzare molto ma non conoscono nulla dell’autore, mi indicano la Professoressa Mariana Cocciolo, docente d’Italiano del Liceo. Qui, incontro un altro mondo, lontano dai programmi ministeriali e dai tempi stretti, la Professoressa mi spiega che la scelta di affrontare questi autori è legata alla “sensibilità di ogni docente, le nostre passioni -aggiunge- possono diventare anche le passioni dei ragazzi. A partire dal terzo anno cerco sempre di inserire e di trovare il modo di parlare loro di Comi, Bodini, Verri, di non trascurare mai un autore come Carmelo Bene. Non è giusto –spiega- valorizzare solo le risorse turistiche del territorio che sono sotto gli occhi di tutti, si dovrebbe dare più spazio a quelle culturali, partendo dalle scuole. E non è vero che i ragazzi non sono interessati. Riscontro interesse in loro e partecipazione”. Marta, Marco e Michele sono tre ex alunni del Liceo Palmieri, hanno frequentato il classico e hanno terminato il percorso lo scorso anno. Oggi li incontro in un bar del centro, mi dicono: “È vero, può non essere semplice parlare di questi autori nel quinto anno, ma lo si potrebbe fare negli anni precedenti o nelle scuole elementari o medie, è un peccato non conoscerli, perché per noi -spiega Marta- questa parentesi letteraria locale è stata fondamentale”. Sorride e aggiunge “riconoscere nei loro versi paesaggi a te noti o il modo di vivere e le abitudini di alcune persone del territorio, riconoscere i personaggi della tua città è meraviglioso”.
Saluto i ragazzi e nei giorni successivi la mia ricerca continua. Ma nel resto dei licei la situazione è simile a quella del Cosimo De Giorgi: l’insegnamento della letteratura locale è confinato e legato alla sensibilità del singolo docente. E così se al Virgilio la stessa Vicepreside, Professoressa Bracciale, non ha paura ad ammettere la scarsa conoscenza che il corpo docenti ha in questo campo e gli unici alunni a ritenersi fortunati sono quelli di Ada Donno, che affrontano lo studio di Rina Durante, al Liceo Scientifico Banzi l’insegnamento di letteratura locale è legato solo a qualche sporadica attività extracurriculare. D’altronde, come ci tiene a sottolineare la Professoressa Nuccio, che si autoproclama “docente priva di una sensibilità spiccata per la letteratura locale”, “i ragazzi non sarebbero interessati, io non amo particolarmente questi autori, preferisco adottare un diverso criterio, preferisco far leggere qualcosa più vicino ai ragazzi, come D’Avenia ad esempio”. Sì, D’Avenia, insomma “qualcosa che dopo aver letto è giusto far conoscere anche ai miei alunni”. Ma alla domanda ha mai letto o conosce qualcosa della vita e delle opere di autori locali, risponde con un secco no.
Lascio il Liceo Banzi e decido di andare qualche km più a sud, nella città di Salvatore Toma, Maglie. Direzione Liceo Classico Francesca Capece. Entro nei corridoi di quella che è stata la mia vecchia scuola, la nuova Preside, Gabriella Margiotta, ci tiene a sottolineare come da sempre il Liceo dedichi spazio alle attività dedicate alla cultura locale, mi fa parlare con la Bibliotecaria, la Professoressa Zocchi, che mi illustra progetti e attività extra curriculari dedicate alla cultura e alla letteratura del Salento. È già qualcosa, penso, e nelle biblioteche del liceo scorgo manuali e opere di Verri, Bodini, Toma, Comi e altri autori. Eppure i ragazzi non li conoscono, perché “ai progetti aderiscono poche classi, perché vincolate da programma specifico” ammette la Professoressa Zocchi e in orario curriculare “il tempo è sempre esiguo, non riusciamo a fare i grandi autori” spiega Domenica Mastria, docente di Italiano. Anche al Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Maglie, i Professori mi parlano di attività extracurriculari, di progetti PON e di attività coordinate per lo più all’esperta Maria Occhinegro, ex Professoressa del Palmieri, autrice dell’Antologia dei poeti salentini, che di tanto in tanto organizza alcuni salotti letterari ai quali partecipano docenti della Provincia. La stessa Professoressa spiega che da un’indagine fatta sei anni fa sia emerso come in alcune zone della provincia ci fossero conoscenze specialistiche e nella maggior parte dei casi ignoranza totale. E aggiunge:
“Siamo di fronte a una geografia culturale a macchia di leopardo. Sono poche le scuole in cui viene intrapresa un’attività curriculare dedicata alla cultura del nostro territorio. Le Istituzioni dovrebbero in qualche modo promuovere e supportare queste scelte, ma non lo fanno, non dipende solo dai singoli docenti. I ragazzi sono interessati, in tutti questi anni ho potuto constatare il loro amore e la loro curiosità nel conoscere autori come Nicola De Donno, Claudia Ruggeri e poi Antonio Verri e Salvatore Toma, i poeti maudits del Salento. Le soluzioni potrebbero essere una maggiore formazione degli insegnanti e una presa di coscienza da parte degli enti locali; il ministero quello che poteva fare l’ha fatto, l’ora settimanale da poter dedicare al territorio l’ha concessa”.
Durante la conversazione sono emerse le eccezioni scolastiche locali, le scuole in cui viene dato spazio a questi autori. Dal Palmieri di Lecce allo Stampacchia di Tricase, passando per il Capece di Maglie, spiega. Prime fra tutte, però, una scuola elementare e una media in cui viene adottato un metodo sperimentale e gli strumenti forniti dall’esperta: cartoline, portfolio e antologia.
Nella scuola primaria Armando Diaz incontro la dirigente scolastica, la Professoressa Giuseppina Cariati, che spiega che lo studio degli autori salentini è stato introdotto nelle terze, nelle quarte e nelle quinte classi, perché “non si può negare l’anima di un territorio”. Nella Scuola Media Ascanio Grandi di Lecce, invece, il corpo docenti ha deciso di dedicare l’ora di approfondimento settimanale allo studio di autori e testi del Novecento Salentino. Decido di andare a seguire la lezione. Incontro prima le Professoresse Di Napoli e Natali, quest’ultima alunna di Rina Durante. Lo strano caso fa sorridere. Entro nella 1°L, una classe numerosa, ventisei bambini di undici anni che ti parlano di Salento culturale e territori poetici. Ti dicono che vogliono conoscere i luoghi cantati nei versi degli autori, visitare la culla di Bodini e la casa di Girolamo Comi, il bosco delle ciancole di Toma e lo studio di Verri, sapere quanti fogli ha buttato al vento Claudia Ruggeri prima di comporre le sue poesie, quanti viaggi ha fatto Antonio Verri, quanti e quali paesaggi ha visto Vincenzo Ciardo. Ventisei bambini che sbandierano cartoline con versi poetici tratti dalle opere dei nostri autori. Ti soffermi a guardarli, ascolti incredula le loro riflessioni. Lontana da programmi ministeriali, dagli alibi che mascherano una scarsa conoscenza, dagli obiettivi formativi e dalle corse contro il tempo, ti soffermi ad ascoltarli perché pensi che in questo Salento, in questa piccola realtà provinciale, possa capitare raramente di trovarsi faccia a faccia con un bambino che mette a confronto Bodini e Toma, che si sofferma a cogliere le impressioni delle loro sfumature poetiche. Uno di loro ti guarda, stringe in mano la sua cartolina, e ti dice che la frase bodiniana “sulle rive del nulla” lo ha “let-te-ral-men-te spiaz-za-to”. E lo dice lentamente, con dolcezza, ma non sa spiegarti il perché. Sorridi e torni a casa, riprendi la tua bici e mentre percorri quel viale alberato, non riesci a fare a meno di pensare ancora a quelle parole, a quei piccoli alunni, ai loro “fogli di poesia” e a queste romantiche piccolezze di paese.

giovedì 7 novembre 2013

Su Vittorio Pagano

La diaspora salentina
di Silverio Tomeo

Pagano, Ciardo, Bodini, Fiore

Vittorio Pagano (Lecce, 1919-1979) viene ricordato nella Storia della letteratura meridionale di Aldo Vallone (Napoli, 1996), come traduttore dal francese e animatore di riviste e plaquettes. Assieme al coetaneo Vittorio Bodini soprattutto,  a Gerolamo Comi, a Vittore Fiore, a Michele Pierri, al più giovane  Ercole U. D’Andrea ed altri, appartiene a quei letterati e poeti della Puglia del Sud che il dibattito del secondo dopoguerra arrivò a differenziare su ipotesi diverse, in quella che il critico e ispanista Oreste Macrì ebbe a definire “la diaspora salentina”.
É ora possibile leggere una breve scelta di liriche di Pagano nell’antologia Comi, Bodini, Pagano (Manni, 1998) del professore Ennio Bonea. Inoltre va segnalata la monografia di Nicola Carducci Vittorio Pagano: l’intellettuale e il poeta (Pensa Multimedia, 2004). Un breve studio su Pagano e in misura minore su Bodini, ma anche su Macrì e su quella singolare esperienza, è il mio La prodigiosa finzione. La diaspora salentina, Bodini, Pagano (Bleve, 1997).  Un numero monografico della rivista Pensionante de’ saraceni (novembre ’85-giugno ’86) dello scrittore e poeta salentino Antonio Verri è dedicato interamente a Pagano, con antologia dell’opera in versi e delle traduzioni ed interventi, tra gli altri,  di Antonio Prete, Giovanni Bernardini, Rina Durante, Piero Bigongiari.           É nella Firenze dell’ermetismo letterario e critico che i letterati salentini trovano un ponte, grazie anche a Oreste Macrì (Maglie, 1913-Firenze, 1998) che assieme a Carlo Bo si fa profeta della stagione poetica ermetica. É invece nella tenuta del poeta-barone Girolamo Comi (1890-1968), a Lucugnano, frazione di Tricase (LE), che nell’immediato dopoguerra si dà vita a un sodalizio che sfocia nella rivista letteraria L’Albero di cui oggi è disponibile, grazie a  Maria Corti, un’ utile antologia (Bompiani, 1999).
Girolamo Comi incarna una estetizzante e quasi mistica rappresentazione dell’ermetismo in un versante cattolico e tradizionalista, con giovanili riferimenti al politeismo pagano di derivazione più decadentista che simbolista, in un gusto esoterico e retorico che lo portano prima a un carteggio con Julius Evola, il tradizionalista di estrema destra, e all’interesse per le teorie antroposofiche di Rudol Steiner e quindi alla devozione per Arturo Onofri e all’interesse per il modernismo cattolico di Ernesto Bonaiuti. Nella sua signorile sede Comi ha trasferito la sua personale e ricca biblioteca francese dove si può leggere l’intera opera di Valéry e di Claudel, come nel ricordo di  Maria Corti nella premessa all’antologia 1949-1954 della rivista L’Albero.
Certo è che si produce in quegli anni un ricco transito in casa-Comi e nell’Accademia Salentina: da Alfonso Gatto a Mario Luzi, da Luciano Anceschi a Piero Bigongiari, dall’allora giovane Maria Corti al poeta tarantino Michele Pierri che più tardi avrebbe sposato Alda Merini. La Corti ricorda come in quel periodo (nel secondo dopoguerra) presero il via la rivista di Vittorio Bodini  L’esperienza poetica e Il Critone, con la sua serie di volumetti Quaderni del Critone diretti da Vittorio Pagano, “una di quelle autentiche figure di intellettuali avide di cultura che si trovano a volte con stupore in provincia”. La Corti parla a lungo di quell’esperienza nel bel libro-intervista Dialogo in pubblico (Rizzoli, 1995).
Oreste Macrì parla dei “due Vittorio gitani” (il pitagorico ispanico Bodini e il leccese-barocco Pagano) nella sua prefazione a L’ora di tutti di Maria Corti (Bompiani, 1997). Vittorio Bodini, coetaneo di Macrì, da lui conosciuto a Firenze come conterraneo nell’ambiente del mitico bar “Giubbe rosse”, dove si radunavano artisti e letterati, ispanista pionieristico anch’egli e con ben autonoma forza e differente impostazione critica (che confliggerà in polemiche a proposito di autori come Neruda e sulla generazione dell’esilio), si libera presto dai vari ismi (futurismo, ermetismo, surrealismo), acquista dimensione di scrittore civile, di poeta ironico, leggero, quasi sovversivo, dialogante con la sua personale luna poetica. E’ il traduttore e amico fraterno di Rafael Alberti, il traduttore del Don Chisciotte della Mancia e del Teatro di F. G. Lorca per Einaudi, e per lo stesso editore della fortunata antologia I poeti surrealisti spagnoli.  Bodini,  nel 1951, con lucidità e ironia, a proposito dello stato della cultura a Lecce, in Lettera pugliese (un articolo), racconta come, dopo la fine dell’esperienza delle riviste Vedetta mediterranea (Macrì, Bodini) e soprattutto Libera voce (Macrì, Spagnoletti, Pagano, De Rosa), “nasce in un angolo sperduto della sua provincia, a Lucugnano (un luogo famoso per un suo prete burlone, una specie di Pivano Arlotto), un’Accademia Salentina della quale fanno parte nientemeno che Falqui, Anceschi, Macrì, Ciardo, Assunto, Ferrazzi, il tarantino Pierri e Maria Corti. E’ un nobile svago personale di Girolamo Comi, che vive a Lucugnano tra sonetti, saggi cattolici e le cure d’un oleificio. Le due attività si saldano nel titolo d’una rivista che esce in due o tre numeri all’anno, L’Albero, e a cui oltre i sopraddetti collaborano rari salentini, ma è un disparato zibaldone di post-ermetismo cattolico, e insegue vaghi miti di universalità…”. È stata quanto mai opportuna e felice la riedizione delle opere di Bodini da parte di Besa editrice nella collana Bodiniana.
Oreste Macrì, soprattutto in Realtà del simbolo (Vallecchi, 1968), oltre a mettere a punto le sue aporetiche teorie di una “metafisica sensibile” in un’accezione neoplatonica del concetto del simbolico, individua in Comi nientedimeno che un approdo a un originale esistenzialismo cattolico. Macrì era entusiasta, all’epoca, del neotomismo di Maritain, e interfaccia Comi a se stesso. Di Pagano  aveva descritto in precedenza un profilo di tardo-ermetico barocco provincializzato, di Bodini ne aveva voluto disporre un’ascendenza materna e archetipa nella “piccola patria salentina”.
Nel quadro successivo dell’insediamento patrimonialistico dell’Università di Lecce, con la forte e pesante ipoteca della cultura cattolica, si vivacchierà parassitariamente per decenni declinando  alcune categorie critiche dello stesso Macrì: dal concetto di “demonico” come proprio e categoriale del Novecento alla macchinosa teoria delle “generazioni”.
In realtà Bodini partecipa a entusiasmi azionisti e democratici, Pagano anche per poi avvicinarsi alla sinistra, entrambi però rifiutano le appartenenze, e sono intellettuali pienamente laici e moderni. I due Vittorio, piuttosto, vanno adesso restituiti a un tentativo di autonomia culturale del Sud, a un pensiero mediterraneo o meridiano che sia, e comunque alla parte più fluida e rammemorante della poesia italiana del '900, sino agli anni ’60 e ’70.

La poesia
Nei versi di Vittorio Pagano, come in quelli di Vittorio Bodini e di Tommaso Fiore, lampeggiano visioni numinose e vivide del Sud. Per Pagano l’incertezza frattale del paesaggio salentino sta nella forma che “una nuvola ripete”, e il mistero “è quello della luce/che splende e non esiste”, la luce meridiana. Nella percezione quasi tellurica, quasi contigua con la catastrofe, di una secolarizzazione infinita del Sud in cui giocano più libere e disincarnate le figure del sacro, non c’è tanto una linea di resistenza alla modernità, come sembra credere Franco Cassano per Pasolini, ma solo alla modernità reale, o meglio ancora alla modernità senza modernizzazione e democratizzazione.
Nella poesia di Pagano si transita dalle invettive e dallo scompiglio di un mauditisme mimato e agito come voce del dissidio, quasi una variante esistenziale del tragico, a veri e propri canti di preghiera. Le figure, che nei versi si incontrano, della grecità e della cristianità, sono quelle ormai disincantate di questa secolarizzazione che non finisce mai, come un’analisi ininterrotta, come un’aporia temporale, come un metabolismo sotterraneo. L’addio infinito ai miti del Sud, la partenza e la fuga sognate e sempre differite, il sogno di un ritorno (nostos) senza partenze, il senso di una generazione accomunata da slanci ed entusiasmi prima, poi da delusioni e ricadute, e che la diaspora del dopoguerra arriva a dividere. Il senso di un’oscura responsabilità verso la città e la terra salentina, le “impressioni di città” rintracciate nello smarrimento urbano, sono altrettante tonalità della ricerca poetica di Pagano. Da segnalare al riguardo i Reportages di città e altre prose (Conte editore, 1996), una raccolta di narrazioni e articoli di Vittorio Pagano.
In Bodini come in Pagano c’è la citazione sottintesa e colta dei poeti tradotti. Nei versi di Vittorio Pagano agisce talvolta un Poe ormai baudelariano, molto spesso Villon, persino l’elegante Verlaine, quindi Mallarmé e l’ombra più notturna di Baudelaire, in una sorta di citazionismo che non esclude Valéry e i paradossi di Apollinaire. In Bodini, naturalmente, agiscono stilemi di García Lorca e soprattutto di Rafael Alberti. C’è da aggiungere che questo avviene, in Pagano, in un esplicito omaggio al fiore della lirica italiana, sin nello spazio della sua molteplice tradizione metrica e formale, ma in un rapportarsi alle “cellule orfiche” ben presenti nel moderno. I versi inediti di Pagano, le sue ultime poesie, si indirizzano verso forme metriche più libere e l’abbandono della rima. Della produzione poetica di Vittorio Pagano possiamo accedere ben poco, oltre la breve raccolta che appare nell’antologia di Ennio Bonea, e solo in introvabili pubblicazioni o in fotocopie amatoriali.
Si attende a tutt’oggi, ma ancora inutilmente, un’iniziativa editoriale degna che ripubblichi le plaquettes dove il poeta, in poche centinaia di copie numerate, ebbe a pubblicare Calligrafia astronautica (1958), I PRIVILEGI DEL POVERO,  in quattro volumetti con testi dal 1939 al 1959, il poemetto Morte per mistero (1963), Zoogrammi (1964). A questi libricini in copie numerate c'è da aggiungere una ulteriore produzione del tutto inedita che arriva sino alla fine degli anni ’70.
Con la raccolta  I PRIVILEGI DEL POVERO, edita nel 1960 dallo stesso Pagano nella collana che dirigeva, in 500 esemplari numerati, abbiamo in quattro volumetti  la maggiore raccolta poetica scritta in ventisei anni, prima e immediatamente dopo la seconda guerra.  I sottotitoli sono Mitologia  del sud, In un astro crudele, Trobar concluso (variazione del trobar  clus della poesia provenzale), Residui di un album di guerra.
Il lungo poemetto in settenari e endecasillabi Morte per mistero è suddiviso in tre sezioni:  Espediente di pace, Dramatis personae, Espediente d’esequie. I volumetti erano editi nella collana del Critone, dal nome dell’impaziente allievo di Socrate, dove furono pure pubblicate plaquettes di autori salentini e poeti e letterati di rilievo nazionale.
Nel secondo dopoguerra, nella città dove ha scelto dolorosamente di restare, Vittorio Pagano avverte presto l’ombra del disincanto dopo gli anni delle speranze di rinascita civile e intellettuale. Il riformismo senza riforme, le ricadute, soprattutto al Sud, del cosiddetto miracolo economico. In un quadro sociale angusto e in un sistema politico bloccato, agli intellettuali si richiedono o conformismo o appartenenze. In un tempo di povertà, in cui cresce il deserto, la poesia non riesce più a essere un linguaggio di redenzione, si rifugia in un esercizio calligrafico privato, è poesia d’occasione, poemetto conviviale, traccia personale di comunicazione elettiva.
Pagano rende clandestina la sua poesia e sono ancora ignote le sue carte inedite, tranne qualche lirica. La sua attività di critico d’arte, di francesista colto e autodidatta, di organizzatore editoriale e culturale, è estranea al formarsi di un’ università a forte ipoteca patrimonialistica. Pagano si impegna poi come educatore nel Centro di rieducazione per minorenni.
La consapevolezza del tragico, l’addio ai miti del Sud, l’impossibilità e la necessità della redenzione, la percezione del moderno e dello spaesamento urbano. Vittorio Pagano non si presta facilmente all’interpretazione di epigono di un ermetismo barocco e meridionale, poeta di devozioni domestiche, virtuoso artefice di mimesi simboliste, maudit di provincia. Siamo piuttosto di fronte a un simbolismo tragico e secolarizzato, consapevole del moderno. Alfonso Gatto, Libero de Libero, Giorgio Caproni, Leonardo Sinisgalli, Vittore Fiore, lo stesso Vittorio Bodini , rappresentano una costellazione fraterna e rammemorante in cui Pagano attende di essere meglio situato. Macrì ricorda Pagano nel 1980, nel 1986 e infine nella prefazione all’ultima edizione del romanzo L’ora di tutti di Maria Corti, una delle ultime cose che ha scritto, sempre in una concezione benevola ma riduttiva di ermetismo barocco-meridionale. Lo stesso Macrì raccoglie e pubblica con una prefazione via via rimaneggiata le poesie di Bodini, ma ne fraintende volentieri lo spirito sovversivo e moderno, annegandolo in riferimenti archetipi e simbolici della terra-madre, idealizzando una provincia letteraria come “piccola patria” in una colta retorica della territorialità. Poi la chiacchiera accademica localistica si è sempre mossa parassitariamente sulle vecchie interpretazioni di Macrì, spesso aggravandole di moralismo e bigottismo, nel solco dell’incomprensione, del fraintendimento, dell’addomesticamento.
Per Vittorio Pagano la fine delle speranze e del dibattito del dopoguerra, la fine dello spazio autonomo di organizzazione culturale, coincide con il suo silenzio, con la sommersione del suo lavoro letterario, in parte con la solitudine e l’appartarsi. Il trauma dell’invasione dell’Ungheria del  1956 è sottotraccia, ma presente, in Pagano e in Bodini. I fermenti e le insorgenze collettive della fine degli anni sessanta, che molti leggono come un’accelerazione del processo di modernizzazione del paese  e insieme di rinnovamento delle culture, contribuiranno ad aprire quelle porte che apparivano chiuse quando – ed era il maggio del 1945! – Pagano scriveva nel Lamento del “Provinciale”: “non abbiamo che finestre a cui affacciarci da tormentose altezze, senza porte da schiudere al mondo, stancamente pensosi d’una scala di seta che consenta l’ascesa di rinnegate presenze, col senso di una mirabolata avventura”.
 
Le traduzioni
In Vittorio Pagano, come in Bodini, la traduzione è parte corposa e  riconosciuta dell’esercizio della prodigiosa finzione che è la letteratura, la passione del linguaggio sino allo scacco, alla misura del limite, “l’intimità del rischio a cui espone l’esperienza letteraria” (Maurice Blanchot). La traduzione diventa, quasi senza scarto, un’ermeneutica a presa diretta, l’interrogazione di autori e testi-chiave della modernità, il confronto con la sedimentazione storica dell’altra lingua.
L’attività di traduttore dal francese antico e dai simbolisti francesi inizia negli anni giovanili, per Vittorio Pagano, e si conclude con la traduzione integrale del poema medioevale epico-cavallereso La Chanson de Roland, sull’edizione critica stabilita da Cesare Segre, ora nella rivista Per leggere I, n.1 (Pensa Multimedia, 2001). Una Antologia dei poeti maledetti è del 1957 (Edizioni dell’Albero), le prime traduzioni di François Villon sono del 1949. Come traduttore di Paul Valéry è presente in Poesia straniera del Novecento, a cura di Giacinto Spagnoletti (Garzanti, 1958).
Quelle di Pagano sono traduzioni  memorabili e singolari. E’ possibile leggerne una scelta, di quelle che apparvero su quella rivista, in L’Albero (Bompiani, 1999): da Testamento di Villon a Il bestiario o Corte d’Orfeo di Guillame Apollinaire, da Il battello ebbro di Arthur Rimbaud (affiancata alla versione di Alessandro Parronchi dello stesso poemetto con una nota di Macrì) a Il pomeriggio di un fauno di Stéphane Mallarmé. Si tratta di versioni puntigliosamente metriche e beneficiano di un virtuosismo d’autore, ma fuori dal sospetto di gusto ottocentesco o dannunziano.  Altre traduzioni memorabili: La ballata degli impiccati di Villon,  Il cimitero marino di Valéry, Il poeta contumace di Tristan Corbière. Alcune di queste traduzioni vennero pubblicate in pochi esemplari numerati nei Quaderrni del Critone. Anche  traduzioni dal francese antico. Nella bella antologia di Mario Luzi L’idea simbolista (Garzanti, 1976) sono riportate di Pagano traduzioni già note e traduzioni  di “simbolisti minori” (Laforgue, Maeterlinck, Verhaeren, Jammes, Samain, Rodenbach) appositamente approntate per l’antologia e una nuova versione inedita dell’ Erodiade di Mallarmé (in endecasillabi sciolti).
Così Antonio Prete, in Il ritmo dell’eccesso (nel Pensionante de’ saraceni, il numero monografico dedicato a Vittorio Pagano), a proposito delle traduzioni baudelairiane contenute in Antologia dei poeti maledetti: “Nell’introduzione all’ Antologia, Pagano osserva Baudelaire «tra un paradiso artificiale e un inferno vero»”. E aggiunge, con accenti che fanno pensare ad alcuni frammenti del benjaminiano Zentralpark : “Poesia come coscienza spaventosa ed esaltante dell’irrimediabile, come calvario da soffrirsi perché il male prorompa in fiori”. E ancora: “La cifra del fiore baudelairiano è il ritmo, il compendio dell’eccesso, della vita come male, delle fantasmagorie del moderno, in un verso. Questo passaggio del tumulto nella forma, del déréglement nel ritmo, del corpo nella metrica, della visione nel suono diventa, in Pagano, la ratio poetica propria del tradurre. In questo passaggio, in cui consiste lo stile strenuo e la tecnica di Pagano, la memoria letteraria agisce come scenario o fondale d’un teatro.”
Per Antonio Prete “Le traduzioni di poeti da parte di poeti vanno a comporre una particolare collezione di scritture per le quali complicità e mimetismo, conflitto e scherma divengono la ragione stessa che presiede al ritmo e alla trascrizione da un orizzonte linguistico ad un altro. In questa collezione l’esperienza di Vittorio Pagano traduttore si colloca con una sua particolare tensione, con un suo segno, dunque, di riconoscibilità”. Le traduzioni baudelairiane di Pagano sono rammentate anche nella prefazione di Luigi de Nardis alla sua storica versione de I fiori del male (Feltrinelli, 1965) e, assieme a quelle di Mario Praz, Alessandro Parronchi e Diego Valeri, vengono salvate dal panorama sconfortante delle traduzioni poetiche in lingua italiana. Oggi tra le migliori andrebbero aggiunte anche le versioni di Luciana Frezza, Giovanni Raboni e Antonio Prete.

mercoledì 22 maggio 2013

Dinu Adamesteanu: l'uomo e l'archeologo


Dinu Adammesteanu


di Maurizio Nocera


Stupendo volume quello dedicato al grande Dinu Adamesteanu, archeologo rumeno naturalizzato italiano, il cui sottotitolo è Dalla Dobrugia sul Mar Nero alla Siritide sullo Ionio (Taranto, Scorpione editrice, 2012, pp. 170).
Il volume è in-4° tagliato in forma quadrata, impresso a Mottola dalla Stampa Sud su finissima carta patinata 100 gr. La coperta, di un bianco immacolato, è cartonata rigida; la sovracoperta è nera con caratteri moderni stampati in bianco, rosso e ocra. Nel colophon che, com’è abitudine contemporanea, appare a p. 4 piuttosto che all’ultima, e che è nel verso del frontespizio, c’è scritto: «Testi e immagini: diritti riservati della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata./ Traduzioni: dott.sa Teresa Bosco, dott.ssa Hélène Claude Francès, dott.ssa Silvana Gombolò./ Grafica e impaginazione: Angelo R. Todaro».
La giustifica del frontespizio è: «A cura di Salvatore (Rino per gli amici) Bianco e Antonio De Siena/ Présenté par Salvatore Bianco et Antonio De Siena.// Dinu Adamesteanu/ L’Uomo e l’Archeologo/ Dalla Dobrugia sul Mar Nero alla Siritide sullo Ionio// L’Homme et l’Archéolgue/ De la Dobrugia sur le Mer Noire à la Siritide sul la Mer Ionienne».
Dalla lettura del frontespizio si evince chiaramente che si tratta di un volume scritto in italiano e francese, patrocinato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali (Direzione della Basilicata), dalla Regione Basilicata e da Herakleia – Museo Archeologico Nazionale della Siritide, Policoro.
Ricco l’indice degli interventi con l’apertura della Premessa di Antonio De Siena, che fu allievo di Adamesteanu, il cui ricordo del proprio Maestro è quanto mai toccante.

Scrive: «Ci sono immagini che si sovrappongono, mai uguali, atteggiamenti, espressioni, aneddoti, esperienze comuni che si sono fissate nella mente e che ritornano di continuo, anche a distanza di anni. Lo sguardo che diviene vago, pensoso, assente. Il bisogno di ascoltare in silenzio brani suonati con il flauto di canne. Il piacere di bere un bicchiere di grappa di prugne mandato dai familiari dalla Romania. Il tutto è unito sempre da un sorriso disarmante che ti accompagna anche nei momenti di un suo imprevisto rifiuto./ Di Adamesteanu, della sua mite e autorevole presenza conservo un grato e tenero ricordo. A lui mi sento legato da un affetto quasi filiale. […] Per lui provo sentimenti di sincera riconoscenza per il rapporto che ha voluto si instaurasse tra noi due, per quanto ha fatto e principalmente per tutto quello che nel lungo periodo mi ha insegnato. […] Sapeva rendere le tematiche della ricerca archeologica coinvolgenti e le comunicava usando parole molto semplici. Ogni argomento lo affrontava con leggerezza, ma con il sostegno di un rigoroso metodo scientifico, e sempre con approcci multidisciplinari. Il dubbio era l’elemento costante di ogni argomento in discussione e portava ad ampliare sistematicamente tutti gli incontri ed i dibattiti. […] La massima attenzione l’ha data sempre al terreno e alla conoscenza delle fonti letterarie antiche. È stato un grande organizzatore, capace di stimolare entusiasmo e di coinvolgere tutti i suoi collaboratoti. Lo prova la quantità di studi e rapporti di scavo a carattere collettivo. […] Non amava lavorare da solo, per lui il confronto, la partecipazione collettiva erano componenti essenziali per il buon esito della ricerca, per il raggiungimento degli obiettivi» (pp. 7-8).

So che la citazione è alquanto lunga (lo saranno anche le altre) ma, francamente, il conoscere da vicino le qualità umane di un grande archeologo come Dinu Adamesteanu, per di più trasmesse da uno dei suoi allievi più cari, è anche per me qualcosa di emozionante. A dire la verità ci sarebbero ancora degli altri passaggi relativi al ricordo di De Siena, ma mi fermo qui per rispetto del lettore.
L’ambasciatore di Romania in Italia, Rasvan Rusu, nel testimoniare il suo saluto – Ricordo di un maestro – ringrazia il popolo italiano per avere dato ospitalità a un emerito scienziato rumeno, e scrive: «Dinu Adamesteanu ha vissuto una vita per l’archeologia, scoprendo con dedizione il fascino degli elementi che hanno sulle dinamiche della società umana. Ha riportato alla luce pezzi inediti di storia come la “Porta di Siracusa”, citata negli scritti dello storico antico Polibio» (p. 14).
Dal canto suo il direttore dell’Accademia di Romania in Roma, prof. Mihai Barbulescu, nel suo intervento, In ricordo del Maestro Dinu Adamesteanu, scrive: «Dinu Adamesteanu arrivò a Roma come borsista sul finire del 1938. Dopo l’inizio della guerra, Adamesteanu fu uno dei pochi romeni rimasti in Accademia. […] Nel 1942 Dinu Adamesteanu fu nominato bibliotecario dell’Accademia di Romania. Grazie a lui la biblioteca si salvò e fu mantenuta aperta, mentre le grandi biblioteche degli istituti stranieri a Roma, della Germania, della Gran Bretagna, degli Stati Uniti, del Belgio e dell’Olanda restavano chiuse» (pp. 18-19).
Alle pp. 21-61, gli archeologi proff. Antonio De Siena e Liliana Giardino tracciano una lunga bio-bibliografia (aggiornatissima) del loro Maestro (anche la Giardino fu sua allieva), partendo dal suo anno di nascita, a Toporu nel 1913 fino all’anno della morte. Lo ricordano così: «Dinu Adamesteanu muore a Policoro (Matera) il 21 gennaio 2004 e la sua scomparsa provoca un’ampia reazione nel mondo scientifico. Accanto ai moltissimi articoli che ne comunica la scomparsa sulla stampa nazionale e internazionale, sono altrettanto numerosi gli omaggi tributati, in forme diverse, alla sua figura di studioso e di uomo. La Scuola di Specializzazione in Archeologia Classica e Medievale dell’Università del Salento e il Museo Archeologico Nazionale di Potenza vengono denominate con il suo nome» (p. 59).
È oggi un gran bell’onore sapere che queste due grandi istituzioni scientifiche di Lecce e di Potenza portano il nome di uno dei più illustri scienziati archeologi del XX secolo.
Ricco di notizie inedite, di scoperte archeologiche e di esperienze di viva umanità, è il saggio di Salvatore (Rino per tutti noi) Bianco, altro allievo di Adamesteanu. Bianco è stato per anni il direttore del Museo di Policoro, fondato proprio dal grande archeologo nella città lucana dove per molto tempo ha vissuto e dove lì è morto e sepolto. Già dall’incipit del suo saggio, Bianco rivela il pathos che sente e che esterna per il proprio Maestro. Scrive:: «Il carisma e il fascino personale non comuni, la profonda umanità ed affabilità in uno sguardo di viva intelligenza, l’antesignano spirito europeista erano, tra i tanti, i tratti essenziali dell’Uomo e dello scienziato Dinu Adamesteanu, che con un “colpo di fulmine” ha colpito tanti di noi nel momento del primo incontro» (p. 62). Ma è soprattutto nel descrivere il percorso formativo di Adamesteanu che Bianco rivela una conoscenza peculiare della biografia scientifica del suo Maestro, a partire dalla sua prima infanzia a Toporu in Romania, per arrivare fino al suo forte impegno archeologico in Basilicata. Bianco rivela particolari inediti della vita del grande archeologo, tra questi, uno molto interessante per chi qui scrive, è la sua amicizia col medico Rocco Mazzarone, grande amico e sodale di Rocco Scotellaro, il poeta sindaco di Tricarico, autore de L’uva puttanella, purtroppo già morto quando Adamesteanu arrivò in Basilicata. C’è un passaggio del saggio di Bianco che vale sottolineare perché, al contempo, è intriso di amore per la Basilicata e di nostalgia per il grande archeologo. Scrive Bianco: «La Basilicata di quegli anni diviene così un campo di ricerca privilegiato, dove si rimettevano in discussione la ricostruzione e le teorie storiche allora in voga sulla colonizzazione della Magna Grecia e sui contatti tra Greci ed Indigeni. Lezioni non accademiche ma insegnamenti sul campo, di altissimo contenuto scientifico e didattico, che hanno entusiasmato e formato tanti giovani archeologi, ancora oggi ricordati quando si rievocano gli anni della Soprintendenza del “Professore”, la cui regia di Maestro tessitore dei rapporti umani rimane insuperata. Le continue discussioni sulle tante problematiche della storia antica della Basilicata, che in quegli anni non erano così delineate e chiare come oggi, sono state banco di prova per tanti studenti, che su quei problemi hanno affinato metodi di ricerca e di indagine sul terreno e delineato il proprio curriculum scientifico» (pp. 94-95).
Nel suo intervento, Roberta Giunta, docente dell’Università degli Studi di Napoli “l’Orientale”, ricorda Dinu Adamesteanu a Ghazni (Afghanistan), scrivendo che egli «ha fornito un importantissimo contributo agli scavi e alle ricerche condotte a Ghazni, in Afghanistan, dalla Missione Archeologica Italiana dell’Ismeo. […] Topografo di formazione e nella piena convinzione che la ricerca archeologica dovesse essere intesa come parte essenziale di una più vasta ricerca storica Adamesteanu, anche su espressa sollecitazione di Tucci [Giuseppe, noto orientalista ed esploratore], guardò con occhio attento al territorio. Attraverso l’osservazione di fotografie aeree e verifiche sul terreno, egli tracciò una pianta di Ghazni, individuando anche alcune delle principali fasi della storia del sito, dall’epoca preistorica […] alla conquista ghasnavide» (pp. 109 e sgg.).
L’attività di Dinu Adamesteanu in Sicilia è invece il saggio di Caterina Ingoglia, che scrive dell’impegno scientifico del Maestro nell’isola: «Dinu Adamesteanu arrivò in Sicilia nel 1949, in condizioni di semiclandestinità. Fu subito aiutato da Luigi Bernabò Brea [noto archeologo italiano, per noi pugliesi importante perché, negli anni ’30, in qualità di ispettore del Museo Nazionale di Taranto,  partecipò agli scavi di Egnazia] che lo coinvolse nell’attività della Soprintendenza alle antichità di Siracusa, affidandogli, in particolare, gli scavi del muro greco di fortificazione del Colle San Mauro di Lentini. Durante l’inaugurazione della mostra “Gela preistorica ed ellenica”, organizzata da Pietro Griffo, allora Soprintendente alle antichità di Agrigento, fu da questi invitato a lavorare a Gela, [… dove gli] venne affidata la prosecuzione dello scavo. […] Da quel momento, l’archeologo rumeno fu coinvolto, per poco meno di un decennio, […] nell’ambito dell’archeologia “occasionale” urbana […] Divenne così uno dei “pionieri” di quell’archeologia siciliana che, nei decenni ’40-’60 del secolo scorso, conobbe un periodo particolarmente fortunato./ La sua straordinaria personalità, carica di simpatia e umanità, la sua umiltà, la capacità di coinvolgere e sensibilizzare tutti, anche i non specialisti, lo resero subito particolarmente amato dalla cittadinanza: tutti lo conoscevano – e tuttora lo conoscono per fama – con il nome di “Don Bastianu”. Saranno proprio le sue benemerenze nell’attività di archeologo a Gela che gli permetteranno di acquisire, nel 1954, la cittadinanza italiana» (pp. 118-119). Ingoglia prosegue poi descrivendo le varie fasi dell’impegno archeologico di Adamesteanu a Gela, sottolineando una scoperta scientifica straordinaria per il resto di tutta l’archeologica italiana ed europea. Scrive: «nel 1951, il Soprintendente Griffo gli affida anche l’incarico di esplorare tutto il territorio della provincia di Caltanissetta. Fu questa l’occasione che consentì all’Adamesteanu di sperimentare in Italia, per la prima volta in maniera sistematica, l’applicazione, accanto alla tradizionale ricognizione a piedi, di una innovativa metodologia di indagine topografica, la fotografia aerea. Numerosissimi sono i siti archeologici preistorici, greci, romani, bizantini così individuati dall’archeologo […] Il suo interesse per il territorio gli consentì di identificare pure alcune tra le vie di comunicazione antiche che collegavano i vari centri tra loro./ Anche nell’ambito delle indagini sul territorio lo studioso ha, pioneristicamente, posto le basi per diversi nuovi temi, a tutt’oggi di grande attualità nella ricerca archeologica. Tra tutti, il più importante per la Sicilia di quei decenni riguarda i centri indigeni, la loro conoscenza e identificazione rispetto alle fonti letterarie […] il loro rapporto con le colonie greche./ L’enorme messe di materiali restituiti da questa alacre attività di ricerca portò nel 1958 all’inaugurazione del Museo di Gela. Un anno dopo, lo studioso lascerà la Sicilia per trasferirsi in Basilicata» (pp. 124-126).
Elena Lattanzi scrive un commosso Ricordo di Dinu Adamesteanu, un passo del quale è questo: «Sono già passati sette anni da quel triste giorno, il 21 gennaio 2004, quando ci raggiunse la notizia che nella casa sulla collinetta di Troyli, non lontano dal “suo” Museo nazionale della Siritide, a Policoro, era passato dal sonno alla morte Dinu Adamesteanu» (p. 127). La nota archeologa Lattanzi ripercorre poi il percorso della «sua vita favolosa» rifacendosi al piccolo libro che lo stesso Adamesteanu aveva scritto per l’amico Rocco Mazzarone. Ad un certo punto scrive: «A tutti è noto il suo gigantesco e generoso impegno con cui, coinvolgendo i suoi migliori collaboratori, archeologi, assistenti, restauratori, fotografi, disegnatori, operai, ma anche medici e avvocati, a Tricarico e Matera (Rocco Mazzarone, Mauro Padula, Raffaele e Michele De Ruggeri, Franco Palumbo e gli amici del Circolo La Scaletta) e anche giornalisti e politici a Potenza (chi potrà mai dimenticare Gerardo Salinardi e Aldo La Capra?), trasforma una regione “incognita”, ricostruendone la storia perduta, attraverso la ricerca archeologica e gli splendidi musei di Policoro, Metaponto, Matera e Melfi e altri ancora./ Grazie alla conoscenza profonda del territorio lucano, acquisita prima dal cielo, poi sul terreno, e vorrei aggiungere, grazie all’amore per quel territorio e ad un raro impegno civile, si batte come un leone per salvare il patrimonio storico dalle manomissioni dei trattori dell’Ente Riforma prima, nonché dall’industrializzazione selvaggia poi» (pp. 131-132). Mi piace qui, e chiedo venia per questa mia debolezza sentimentale, riprendere un passo autobiografico della Lattanzi, la cui lettura fa immediatamente vedere lo spessore umano del grande archeologo: «Vorrei ricordare il mio primo incontro con Dinu, nel Museo di Taranto, dove una sera giocava ad una partita a carte con i custodi di turno, attendendo Attilio Stazio [altro grande numismatico del secolo scorso]. Dinu propose subito una gita ad Amendolara, dove Juliette De La Géniere [archeologa francese] scavava nella necropoli arcaica. Andammo con la vecchia macchina dell’assistente Indice, che si arrampicava su quelle stradine polverose. Come tutti ricordo i suoi incontri, sempre cordiali con giovani archeologi che accoglieva, ma anche con i suoi operai dello scavo e dei laboratori di restauro dei vari musei, cui riservava particolari rapporti, derivanti dalla sua esperienza difficile e dalla sua carica umana./ Chi non ricorda i numerosi pranzi alla fine di ogni scavo […] il suo colorito lessico familiare, definito “daco-siculo-lucano”? […] Tra i ricordi legati al terremoto del 1980, mi viene in mente la grande generosità di Dinu, che accolse in casa sua, a Policoro, per molti mesi, uno degli autisti potentini, rimasto con la casa danneggiata, Michele Montesano. Un’esperienza lucana per me importante fu anche quella dei voli con Aldo La Capra, grande “seguace” e amico di Dinu, con la moglie Lucia. Così furono documentati, in Basilicata e poi anche in Calabria, tanti siti archeologici, non solo per tutela, ma anche per bellissimi allestimenti museali. […] Le Soprintendenze archeologiche meridionali, come le università dove Dinu Adamesteanu ha insegnato, non dimenticheranno le sue lezioni, le sue ampie prospettive di ricerca, la tutela estesa e continua dei contesti archeologici, le indagini multidisciplinari sempre più raffinate, la generosa ospitalità e collaborazione a livello internazionale./ Noi che abbiamo avuto il privilegio di lavorare accanto a lui in Basilicata, non lo dimenticheremo» (pp. 132 e sgg.).
Così Giuliana Tocco Sciarelli ricorda Dinu Adamesteanu precursore e maestro: «Ho avuto la fortuna di intraprendere la mia carriera come funzionario archeologo del Ministero per i Beni e le Attività culturali, nel 1969, presso la Soprintendenza alle Antichità della Basilicata diretta da Dinu Adamesteanu. [… Come direttore della Soprintendenza alle Antichità della regione Basilicata] alla testa di un piccolo manipolo di impiegati, conquistati dalla sua carica umana, si era dedicato alla scoperta di ciò che il ricchissimo sottosuolo della Basilicata aveva fino ad allora conservato dopo aver inquadrato in uno scenario ben definito i risultati delle ricerche e dei rinvenimenti fino ad allora verificatesi, ma rimasti sostanzialmente inediti. […] Se [al] patrimonio così poliedrico di conoscenze maturate da Dinu Adamesteanu nella ricerca archeologica si aggiunge una profonda conoscenza della storia e delle fonti antiche acquisita […] si può ben comprendere come nel giro di pochi anni la ricognizione in Basilicata, regione fino ad allora indagata solo sporadicamente, fosse stata coronata da un successo incredibile.. […] Il lavoro capillare di ricognizione aveva portato alla scoperta e all’indagine di innumerevoli siti indigeni lungo le vallate dell’Agri, del Sinni, del Bradano e del Basento arrivando sin nelle aree più interne e più impervie ai confini con la Campania, dove era già scoperto l’insediamento lucano di Serra di Vaglio e del vicino ricchissimo santuario delle Mefite e Rossano di Vaglio, mentre, ai confini con la Puglia lungo l’Ofanto, venivano portate alla luce le ricchissime necropoli daunie del melfese. […] La grande liberalità e generosità del carattere di Dinu Adamesteanu [… lo avevano spinto a coinvolgere i maggiori studiosi di archeologia e della storia della Magna Grecia e innumerevoli giovani archeologi provenienti da tutto il mondo nella conduzione delle campagne esplorative sia in animate discussioni sulla scorta dei continui straordinari rinvenimenti. […] Non potrò dimenticare il mio stato d’animo, mentre dalla splendida Firenze […] mi trasferivo a Potenza. Quel piccolissimo treno, che da Salerno mi avrebbe portata in Basilicata, si insinuava attraverso la spettacolare gola di Romagnano, svelandomi un paesaggio severo […] A quel tumulto di sensazioni che si agitavano dentro di me tra la novità e l’incognito si aggiunse la sorpresa di trovare ad attendermi, nella piccola stazione, il Soprintendente in persona, Dinu Adamesteanu, con un gran fascio di fiori in mano. In quel modo immediato e spiazzante di manifestare il suo pensiero concretamente, mi esprimeva la gioia di avere finalmente un archeologo, sia pure giovane e inesperto, ad affiancarlo nelle straordinarie imprese e nelle frenetiche attività che aveva condotte fino ad allora da solo. […] Poco dopo il mio arrivo ero già incaricata della direzione di campagne di scavo […] Sedendo al suo fianco nelle commissioni del Provveditorato alle Opere Pubbliche, […] imparai già allora a mettere in pratica le procedure dell’archeologia preventiva che solo molti anni dopo sono divenute prassi consolidata in tutto il territorio nazionale e solo in anni recenti è stata regolata da norme di legge. […] I risultati sorprendenti dell’attività di ricerca così come il riordino dei materiali provenienti dai vecchi scavi aveva spinto Adamesteanu […] alla realizzazione di nuovi spazi meseali, concepiti non solo come luoghi di raccolta e di conservazione dei materiali, ma soprattutto come luoghi di incontro e di studio, di divulgazione e di promozione culturale. […] Con grande generosità mi furono inculcati dunque da Dinu Adamesteanu quegli insegnamenti che sono rimasti basilari nella mia formazione e preziosi negli anni nei quali, a mia volta, ho dovuto assumere la direzione di una Soprintendenza.» (pp. 136 e sgg.).
Marcello Tagliente scrive un Ricordo di un maestro e di un’amicizia, nel quale stigmatizza l’amore per colui che gli ha insegnato ad amare l’archeologia. Scrive: «Dinu Adamesteanu è stato il mio maestro, non solo di topografia e di archeologia della Magna Grecia, ma soprattutto un maestro di vita. La sua umanità, la sua capacità di far sentire tutti partecipi di un progetto sono stati i capisaldi su cui ha cercato di condurre la mia professione». Tagliente, ancora oggi, continua a chiamare Adamesteanu “Professore” e con commozione gli piace ricordarlo quasi come se fosse un suo secondo padre «sempre attento alle mie difficoltà, sempre disposto ad ascoltare. […] Lui ha avuto fiducia in me e di questo non finirò mai di ringraziarlo» (p. 146).
Interessante è poi la testimonianza di Joseph Coleman Carter – Dinu Adamesteanu in America –, che scrive: «Lo conobbi al settimo convegno a Taranto sulla chora nel mondo coloniale. Fu il mio primo convegno. Ero appena arrivato in Italia con una borsa Fullbright per scrivere la mia tesi sulla scultura in pietra tenera a Taranto. Rimasi molto colpito dalle scoperte nella chora di Metaponto e soprattutto dall’entusiasmo di Adamesteanu. […] Dinu con il suo spirito e calore umano era al centro di queste riunioni e ci conquistò subito e non è un caso che alcuni di noi siano rimasti nel sud d’Italia a lavorare». Dopo aver ripercorso i periodi d’incontro archeologico con il “professore”, Carter si dichiara felice di aver organizzato assieme a lui, negli Stati Uniti, una mostra sponsorizzata dal National Endowment for Humanieties [il Cnr statunitense] «sulla ricerca archeologica nelle zone di Metaponto. Si chiamava “Ancient Crossroads” e Dinu venne come visiting professor insieme al suo protégé rumeno Alexandre Simenon Stefan, e rimase a casa nostra per sei settimane. […] La mostra fu un grande successo. Lui aveva contribuito all’allestimento con vari suggerimenti. […] Penso che sia stato contento della sua avventura americana. Alla fine della sua visita consigliò me e le autorità dell’Università di creare un Istituto di archeologia classica. Ora l’Istituto ha compiuto 33 anni, con progetti sulla Magna Grecia e sul Mar Nero» (pp. 152 e sgg.).
L’ultima testimonianza in volume – L’attività di Dinu Adamesteanu presso l’Università di Lecce – è quella di Francesco D’Andria, ordinario di archeologia presso l’Università del Salento, il quale la introduce riportando un profilo tracciato dall’accademico dei Lincei prof. Cosimo Damiano Fonseca al tempo (1983) in cui Dinu Adamesteanu «concludeva la sua attività accademica a Lecce dove aveva formato tanti giovani archeologi, insegnando che la ricerca deve sempre avere un riscontro nella capacità di trasferire i risultati nel tessuto sociale, per contribuire al suo sviluppo. Oggi i suoi allievi dell’Università di Lecce (Rino Bianco, Antonio De Siena, Marcello Tagliente, Liliana Giardino, Maria Teresa Giannotta, Attilio Tramonti e altri) ricoprono ruoli importanti nelle istituzioni di tutela e di ricerca./ A Lecce Adamesteanu già nel 1971 era stato chiamato a tenere l’insegnamento prima di Etruscologia e Antichità italiache e poi di Topografia dell’Italia antica […] All’Università di Lecce, grazie al suo impulso, cominciarono a crearsi strutture che permettevano anche all’Università di partecipare attivamente alla ricerca sul territorio salentino con risultati che pongono oggi con forma il tema del ruolo di quest’aerea nei più ampi fenomeni della colonizzazione greca in Occidente e dell’interazione con le culture indigene che segnavano i paesaggi dell’Italia meridionale. […] Ripercorrendo la storia di sviluppo del settore archeologico a Lecce, rafforzato dalla creazione di tanti innovativi Laboratori, la figura di Dinu Adamesteanu appare sempre in filigrana, richiamando alla memoria il suo inconfondibile accento, rumeno ma anche siciliano, e ricordando a tutti noi che la nostra opera ha senso solo se messa al servizio della comunità» (pp. 157 e sgg.).
Imponente è l’apparato iconografico, le cui referenze sono alle pp. 166-167, con immagini che testimoniano il percorso dell’intera vita dell’illustre archeologo.
Mi sia concesso infine di ricordare Dinu Adamesteanu per il suo interesse scientifico e umano anche per la nostra regione, da lui esternato nel convegno “Salento Porta d’Italia” (Lecce, 27-30 novembre 1986), dove lesse il saggio Le origini della civiltà iapigia (in Atti del Convegno Internazionale Salento Porta d’Italia, Galatina, Congedo Editore, 1989, pp. 75-84), nel quale scrive: «L’unità della civiltà iapigia dura dalla seconda metà del X secolo a. C., per tutto il successivo. Intorno agli inizi dell’VIII secolo a. C. comincia, invece, a delinearsi una prima differenziazione culturale tra le due estremità della Puglia: il Salento e la Daunia./ Infatti mentre il primo comincia a riprendere i contatti con il mondo greco (Corinto, Corcyra), in una fase precoloniale, cui si aggiungono quelli con l’opposta sponda albanese, la Daunia continua ad intrattenere fitti rapporti di scambio con i popoli dell’opposto sponda, nell’ambito del medio ed alto Adriatico (Dalmati, Liburni, Histri)./ Infine, solo molto più tardi, nel pieno VI secolo a. C., anche la parte centrale della Puglia, la Peucezia, mostrerà caratteri culturali propri, completando la tradizionale ripartizione della regione in Messapia, Peucezia e Daunia».

di Maurizio Nocera

lunedì 15 aprile 2013

Un bambino, la magia della camera oscura e una lezione di umiltà

Una storia, questa, che inizia verso la fine degli anni ’30 del secolo scorso. Un fotografo. Una scatola magica. Un bambino. Don Luigino nella villa comunale di Lecce incanta grandi e piccini; trasporta un cassone nero con due ruote di bicicletta ai lati e una cornice sovrapposta dove espone la merce: le sue foto.
La “cassa nera” è un mistero, con due manicotti di stoffa per metterci le braccia e un cappuccio per infilarci la testa; una finestrella con vetro colorato per far filtrare la luce dall’alto. All’interno, la magia dello sviluppo e della stampa fotografica “prêt-a-porter”: bacinelle con i bagni di sviluppo già pronti!
Ma questo lo si capirà dopo… Nella sua bella macchina a soffietto inserisce le carte sensibili montate su telaio e fa “click”… togliendo il tappo dall’obiettivo!
Pochi secondi, tappo inserito, porta il telaio nello scatolone nero, sviluppa e stampa la carta sensibile ottenendo la prima immagine in negativo. Adattando il fuoco col soffietto della macchina fotografica “rifotografa” il negativo ottenendo il positivo.
Di nuovo sviluppo e fissaggio nella sua camera oscura a due ruote e la fotografia, ancora gocciolante di lavaggio, è pronta per essere consegnata al passante di turno! E tra i bambini, incantati dalla scatola magica che cercano di piazzarsi alle spalle del soggetto fotografato e restano a controllare se e come son venuti nei ritratti, c’è qualcuno non indifferente a scoprire i segreti di quella cassa nera.
Tanto incuriosito da farsi regalare per la licenza media una “Ferrania” a cassetta e approntare negli anni successivi una camera oscura con i pochi mezzi a disposizione. Recuperate in qualche modo le formule per i vari bagni di sviluppo e fissaggio, si fa preparare da un rivenditore di prodotti chimici “‘nnanzi a S. Matteo” le cartine da sciogliere in acqua.
E via nella camera oscura, attrezzata (si fa per dire…) con un telaio cubico realizzato con listelli, ricoperto da “cellophane” rosso con inserita una lampada a basso voltaggio; al posto delle bacinelle per i bagni, due piatti. Tirate fuori le pellicole “6x9”, messe nei piatti, le fa scorrere manualmente su e giù, tirandole dalle due estremità per il tempo previsto.
Poi, sempre con la stessa tecnica, lavaggio in acqua fredda, bagno di fissaggio e nuovo lavaggio. Una volta messe ad asciugare le taglia in fotogrammi singoli.
E adesso viene il bello! Ovvero,… gli esperimenti di stampa diretta… per tentativi!
La carta fotografica sensibile viene sovrapposta a contatto diretto con il negativo tra due vetri recuperati da un fermacarte! Il tutto, poi, viene poggiato su una sedia posta sotto la lampada centrale della stanza.
E fin qui,… tutto facile! Ma quanto tempo dovrà restare accesa la lampada perchè la carta si “sensibilizzi”? Pochi secondi… non succede niente! Qualche secondo in più,…. ancora niente!
Aumentando ancora i tempi, s’inizia a intravedere un’ombreggiatura sulla carta! E così via, fino alla comparsa dell’immagine: dimensione pellicola “6x9”!
Negli anni successivi finalmente riesce ad acquistare un vecchio ingranditore senza obiettivo, a cui ne adatta un altro proveniente da una macchina fotografica vecchia. E via con le stampe di varie dimensioni e con le “bordate”! Come? Facile: basta poggiare una cornice bianca precedentemente realizzata sulla carta sensibile.
E poi via con l’uso di carte diverse, la 1000 punti, la liscia, la morbida, la seppiata. Vuoi la foto su carta lucida? Nessun problema: basta lasciar asciugare la foto su una lastra di vetro per ottenere l’effetto!
Ogni volta che ascolto questa storia e mi sento dire: "Tu sì che sei brava!", mi faccio piccola piccola! Quello bravo è stato lui!
Una lezione di umiltà per me, fotografa digitale del terzo millennio, alla quale bastano qualche milione di “megapixel”, una “reflex” ipertecnologica, un “click”, una scheda e qualche quarto d’ora di “Lightroom”! La vera sfida, allora, era anche la semplice messa a fuoco con una “Ferrania” a cassetta! E lui ci riusciva alla grande!
Ecco perché, anni dopo, di fronte al mio: "E come faccio a fotografare?" (la sua “Minolta” a telemetro degli anni ’60 era tutta manuale e l’unico automatismo era l’esposimetro interno, peraltro rotto!), mi disse: "Misura le distanze mentalmente, tanto per tutto il resto ci sono le tacche per la profondità di campo!".
Già, le tacche…. Adesso non le segnano più sugli obiettivi, d’altronde basta un pulsante…. Ma io d’istinto, le cerco ancora! So solo che, con tutta la tecnologia a disposizione, non ho ancora realizzato un solo scatto paragonabile ai suoi: chi viene nel mio studio, tra le altre foto, si incanta solo guardando il suo “vecchio con menhir”! Sarà l’assenza delle tacche, l’esser digiuna di camera oscura o ….. il non aver avuto la benedizione di Don Luigino?

P.S.: il bambino della storia oggi ha 83 anni e, qualora non si fosse capito, è mio padre!


Claudia De Blasi

sabato 2 febbraio 2013

Salvatore Toma, Il Poeta in Paradiso di Elio Ria




Dire o scrivere qualcosa su Salvatore Toma (1951-1987) si corre il rischio di banalizzarlo, renderlo evanescente, soprattutto se si continua a batter chiodo sulla solita salentinità, imprigionandolo in confini troppo stretti dei suoi luoghi.
Non è questa la mia posizione. Credo che ogni cosa che riguarda la letteratura e la poesia in particolar modo è da ritenersi parziale, e un ulteriore modo di considerare il pensiero e la poetica di Salvatore Toma può soltanto aggiungersi senza la pretesa di sconfessare quanto già è stato scritto.
Ritengo che Toma sia da considerare il poeta dell'indifferenza verso tutto ciò che gli stava attorno, con rabbia addolcita dalla sensibilità che possedeva. Non badava alla forma. Aveva paura semmai dell'indebolimento della sua voce: una preoccupazione che lo ha accompagnato sino alla fine.
Il suo testamento: «Quando sarò morto/che non vi venga in mente/di mettere manifesti:/morto serenamente/o dopo lunga sofferenza/o peggio ancora in grazia di dio./Io sono morto/per la vostra presenza » . Quasi un dialogo e un monito con se stesso per ribadire la sua estraneità e fastidio per le cose spicciole anche spiacevoli, da accettare però con dignità senza lussi né ipocrisia. Non è, soltanto, il poeta del Salento. Né condivido quanto riportato su Wikipedia: [...] ha fatto parte dei cosiddetti "poeti maledetti salentini". Perché queste convenzioni che rinchiudono il poeta dentro forme riconoscibili e misure predefinite? E non è forse il caso di provare una lettura "libera" della sua poesia per considerarlo poeta che si sentiva gettato in un mondo che gli era estraneo, di cui non conosceva le ragioni, i fini e i meccanismi?  Il suo vivere era fatto di giochi di fanciullo, innocente, non riusciva a dar pace al senso di nausea che lo coglieva impreparato quando non veniva capito dalla sua gente. Insofferente all'ipocrisia, incantato ogni qualvolta scriveva  sull'albero di quercia del suo giardino, immaginando una seppur minima soluzione accettabile ai quesiti esistenziali, a spiegarsi le ragioni della sua diversità e le finalità del suo ultimo giorno di vita.
Di Toma è stato colto soltanto la stravaganza, l'anarchia, non l'ingenuità del vivere quotidiano sopraffatto da consuetudini infinite e ritmi asfissianti: All'improvviso/ecco che qualcosa non va più,/un meccanismo perfettissimo/funzionante a meraviglia/di colpo si inceppa,/i giorni diventano secoli/la mente non conosce più il tempo./ Qualcosa che non va più, indicibile, indefinibile, e l'idea di morte si fa chiara/ in questo vuoto,/ come l'idea di Dio/. Sublimazione della morte? No! Accettazione della morte come passaggio alla vita, giacché essa si muove senza malizia/perciò di innocenti/a volte si nutre/. È il cantore della Morte che rafforza l'idea della sua validità nella voce nascosta dei suoi testi impressi nel bianco delle pagine dove è raccolto il silenzio che seguiva la nascita delle parole. In quel bianco si può ascoltare il suono della scrittura; e per  comprendere bene è necessario entrare in relazione, instaurando corrispondenze, scambi tra il primo linguaggio, quello della poesia, e il secondo quello del lettore-interprete. E quando l'interprete pretende d'internare il linguaggio della poesia entro codici precostituiti, o quando pretende di catalogare con mania poliziesca la vita del poeta, cancella e inficia il rapporto profondo col testo. Va messa al bando ogni forma di ambizione critica che pretenda di comprendere davvero fino in fondo il testo, si può forse dire che la critica è anzitutto un'esperienza del limite, nel senso che il testo che si legge non lo si conosce mai a sufficienza nel perpetuo divenire del senso. Quel limite d'interpretazione  costituisce l'approssimazione critica del testo stesso che rappresenta il linguaggio dell'interprete-lettore. L'esperienza del lettore fa rivivere il testo, lo sposta dalla sua immobilità o sacralità in una continua e sempre diversa interpretazione. La critica letteraria più interessante, più viva, nel Novecento, è stata quella degli scrittori, e non dei critici. Ungaretti, Pasolini, Zanzotto, per dire solo alcuni, hanno dato interessanti interpretazioni dei classici, forse perché più liberi dei critici nel loro mestiere di letterati. La lettura ha l'intensità di un evento forte e così deve avvenire anche per l'interpretazione.
Toma è ancora da comprendere. Non si può definirlo “maledetto” né folle, né soltanto suicida, né “salentino”,  liquidando con sterili etichette un travaglio poetico intenso, vissuto in un angolo del mondo, nella città che fu di Aldo Moro. È forse opportuno considerarlo come il poeta che ha dato l'idea di essere fuori da un prima, da una perfezione e armonia, in uno stato di caduta inteso come caduta del mondo stesso.  L'incomparabile familiarità con la morte di questo poeta è incomprensibile, e  ha ragione lui: A questo punto/cercate di non rompermi i coglioni/anche da morto. E ancora: Non state a riesumarmi dunque/con la forza delle vostre incertezze/o piuttosto a giustificarvi/ che chi si ammazza è un vigliacco:/a creare progettare ed approvare/la propria morte ci vuole coraggio!
Certamente Ci rivedremo/ci rivedremo senz'altro/ e ne riparleremo.
Elio Ria

mercoledì 2 gennaio 2013

Riflessioni sulla mia terra


Mimmo Ciccarese

In biologia, la resilienza è la capacità di un ecosistema di ristabilire una condizione di equilibrio dopo uno shock ecologico per reagire alla perdita imprevista delle sue risorse; in altri termini, si può definire come la manifestazione con cui un sistema ecologico è in grado di riadattarsi, rinnovandosi, quando è sottoposto a una lacerazione dovuta a cause di diversa entità.
Si parla di resilienza, ad esempio, quando si esaminano le problematiche riferite a deforestazione o desertificazione oppure ad altri eventi calamitosi, sbalzi termici o uragani.
Con tale termine si contengono, inoltre, i caratteri della sensibilità, della vulnerabilità e del rischio, definizioni già ben adottate dall’Agenzia europea per l’ambiente (EEA) o dall’IPPC, il gruppo intergovernativo di esperti per studiare cause ed effetti dei cambiamenti climatici.
In particolare, per sensibilità s’intende proprio un “area in cui devono essere adottate misure speciali per proteggere gli habitat naturali che presentano un elevato livello di vulnerabilità”.
Come accade per l’uomo, infatti, quando è in grado di autoregolarsi (omeostasi), attraverso strategie semplici o complesse o quando gli si manifesta addosso il peso di una decadenza, anche molte specie vegetali tendono fisiologicamente a recuperare nel tempo la loro capacità di rigenerarsi.
Piante e animali, sono in grado attraverso tutti i possibili processi cellulari di superare o venirne fuori, se non addirittura rafforzati, da un eventuale default ecologico, salvo che esso non sia proprio decisivo.
L’uomo è in grado di ottimizzare la sua capacità di resilienza o di riconciliare il suo rapporto con la Terra ma spesso sa anche allontanarsi dalla sua origine quando alcune scelte diventano insostenibili.
Un territorio diventa dissimile, quando ad accendersi è la fiamma del profitto economico, le crisi insuperabili o quando non si è in grado di riconoscerne la qualità e la purezza di un paesaggio.
Nella mia terra, troppo spesso, si definisce il bosco o la campagna con comoda e sprezzante indifferenza, come un’entità geografica che divide gli spazi universali da quelli naturali.
Gli spazi che le comunità salentine chiamano ”fore” è un valore riconosciuto al di là delle cinte murarie e dei paretoni messapici, il cui valico era considerato come una nuova esperienza, uno stupore di stagione e un anelito di sopravvivenza; il pendolarismo rurale era quasi una fuga, un attimo di smarrimento tra macchie e ulivi per rinvenirsi poi al proprio focolare prima del calar del sole.
Lo spazio, inteso, invece come fenomeno antropico, risultato di espansioni e alterazioni innaturali, non potrà mai essere appagante per l’uomo naturale. Con l’antropizzazione si configurano, si manipolano, si modificano sempre più spazi ordinari in favore di aree artificiali con una monotonia ossessiva senza precedenti. Per fornire un termine di paragone, circa la velocità di perdita di suolo, ogni giorno scompaiono circa 30 ettari di superficie, che corrisponde ad un consumo pari l’intero agro di Lecce (10.600 km/q) o di Nardò (11.000 km/q) in un solo anno.  Per il ripristino naturale di un solo centimetro quadro di terra perduta con l’erosione e l’agricoltura intensiva occorrono un secolo di sedimentazioni. L’analisi del consumo di suolo e l’indagine dei recenti censimenti ISTAT confermerebbero la Puglia, come una delle prime regioni ad alto tasso di urbanizzazione e di abbandono agricolo.
Il rapimento di altri spazi verdi, vedute rare che gli stati nordici ben disciplinano, ci fanno sentire figli di un’Italia minore; sarà questa l’espressione di un’ennesima questione meridionale, di un’agricoltura in declino e non solo per cause ecologiche?
Oggi, purtroppo, la società rurale subisce l’esilio di un territorio in cui lo sfratto dell’agricoltura si ripresenta puntualmente come un olocausto forzato, decretato spesso, dall’urgenza di tutelare altre occupazioni.
È proprio questa diminuzione che arricchisce l’affezione e la smania di tutelare un paesaggio, rafforza il legame a una terra, risolleva trincee e fa sbocciare gruppi spontanei di tutela dell’ambiente, forum di discussione come virgulti possibili di rinnovamento.
Come il torace di un santo, la mia terra è più volte ferita, è come un cuore generoso senza ormai spazi da pugnalare i cui ulivi sono una silente esplosione del proprio seme. Alberi secolari, spesso divelti, essenze dal valore ambientale senza precedenti, patrimoni dell’umanità spesso rassegnati al loro distacco, le cui propaggini sono aromi e riflessi di antiche lotte contadine già dimenticate.
Il Salento è perciò, anche un’incantevole penisola di resilienza, dove la difesa di una comunità si offre come caldo nido di civile convivenza o riparo di moltitudini botaniche fra cui è piacevole smarrirsi.
Ogni territorio si propone con un nobile dovere: la difesa del paesaggio descritto con l’art. 9 della nostra Costituzione, la cura e la conservazione dell’ecosistema e del bene collettivo se s’intende realmente alleviare il grave fenomeno della desertificazione e dei cambiamenti climatici.
Eppure non può essere solo il clima a mutare: da un pensiero di M.Ghandi,  oggi “dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere” e senza troppe domande dovremmo riprendere coscienza sul ruolo vitale delle piante, perché il disfacimento dell’ecosistema non è una faccenda virtuale, ma è qualcosa di concreto e di misurabile. 
Protezione e diffusione degli alberi, quindi, importanti simbionti dell’uomo, espressione di ricombinazione tra terra e cielo, celebrazione quotidiana da condividere il cui strappo è un discriminante segnale d’inciviltà che farebbe perdere porzioni di cultura, prestigio ambientale, ricchezza e biografia di un popolo.
L’auspicio per il nuovo anno si apre, quindi, con un semplice gesto che estrae una metafora dagli alberi: questo è il tempo in cui si dovrebbe aggiungere l’affezione verso ogni essere naturale per ridare quello che è stato sottratto e riconsegnarci con la dovuta dolcezza alla “nostra” Terra.

sabato 22 dicembre 2012

Le Manie l'Ascolto 2012-2013 Omaggio ad Edoardo De Candia



Il Fondo Verri organizza l’XII edizione de “Le Mani e l’Ascolto – incontri con il pianoforte tra parole e suoni”, appuntamento ormai consueto nel cartellone che l’Amministrazione Comunale di Lecce stila e promuove per le festività del Natale e del Capodanno.
Il pianoforte, gli interpreti di questo meraviglioso strumento e poi libri, esperienze autoriali, ricerche sonore e visuali per una rassegna di suoni e di parole che avrà luogo e pubblico dal 27 dicembre al 5 gennaio nella sede dell’associazione in via Santa Maria del Paradiso. Questa dodicesima edizione è dedicata ad Edoardo De Candia - “Cavaliere senza terra, visionario e purissimo” così lo definiva Antonio L. Verri - nel ventesimo anno delle sua scomparsa.
***
Lecce è città che dimentica. Ricomincia sempre daccapo scordando facilmente maestri e radici. Alla materia della memoria è dedito il Fondo Verri inseguendo il filo delle immagini e dei ricordi dedica il suo lavoro mantenendo desta la visione di un percorso organico e storico, nel divenire dei segni espressivi. Attenti al margine, alla linea di confine, alla luce “minoritaria” che sempre nutre e cresce tradita dai più nella loro urgenza di consumare il Tempo. Pochi, ormai, lo ricorderanno, Edoardo De Candia, l’artista, quello che se ne andava in giro per la città, sempre a piedi con un rotolo di “pitture” sotto il braccio.
Lui, era un uomo “liquido”, imprendibile! Uomo del mare e dei boschi. Un uomo della natura, uno che non capiva la città, il divenire del “rumore” quel mormorare sempre dissacrante nel negare al corpo le sue necessità.
Edorado De Candia era corpo, azione e volo. Chi ha avuto la “fortuna” di prendere da quel rotolo, qualche sua figurazione, può capirlo questo, scovando il gesto nella velocità del tratto che mostra una marina, una pineta, un cuore catturato, chissà quant’altro in quello “sbrigarsi a fare” che, lasciando la pittura allo scambio, permetteva di far vivere la santità dell’essere, del suo esserci nella negazione. Una regalità la sua nudità, mai ostentata ma necessaria, performativa diremmo oggi: segno e monito, quell’essere Tarzan nella città, quel suo continuo camminare che neanche l’elettroshock è riuscito a fermare…
Edoardo De Candia morì a Lecce il 6 luglio del 1992, era nato nel 1933 da Margherita Querzola e Giuseppe De Candia.

Il libro che accompagnerà l'intera XII edizione è “Edoardo” di Antonio Massari, pubblicato nel 1998 dalla Edizioni D'Ars.




Il programma e gli autori


La rassegna si apre con un omaggio all’artista Vito Mazzotta, che presenta con Cristina Caiulo e Cecilia Leucci «Liberazione dei “Prigioni” di Michelangelo. Venticinque anni dopo». A seguire, “Gestures and Zoom” con Admir Shkurtaj fisarmonica e pianoforte; Giorgio Distante tromba ed elettronica;Vito De Lorenzi percussioni.

Il 28 dicembre, nella serata suonata da Raffaele Vasquez e Gianluca De Rubertis l’ospite è Martina Gentile, tornata alla narrativa dopo l'ultima raccolta di versi dal titolo “Perdifiato”, con un romanzo intenso, che ha al centro una donna ancora giovane dal passato controverso. La trama di “Sotto la pelle”, libro edito da Calcangeli, è fitta di personaggi ed eventi che irrompono nell'esistenza di Marta Di Gregorio, la protagonista, ora sconvolgendole la vita, ora semplicemente sfiorandola, in un crescendo di tensioni. Con lei anche Maria Rosaria Faggiano con il suo “In via del Ninfeo, un estate” anche questo un libro edito da Calcangeli.

Il 29 dicembre, i suoni saranno quelli di Irene Scardia che con Emanuele Coluccia e Luca Alemanno presenta il suo “Risvegli”. Ad aprire la serata la poesia di Vito Antonio Conte, con la sua ultima plaquette di poesia “Mai più secondo”, Luca Pensa Editore. «A tutti quelli che lottano contro ogni degrado», sono le parole che in dedica aprono la raccolta, “una dedica e un auspicio, uno stimolo, una trance poetica che si rincara, rafforza e rivolge ad un ampio abbraccio nel mondo e verso il mondo”.

Il 30 dicembre i musicisti sono Roberto Gagliardi che si esibirà in una performance con Giorgia Santoro e poi Palmiro Durante e Rocco Nigro che presentano “Adotta un disco”. In apertura di serata lo scrittore Pasquale Pandolfini con il suo “L’innocenza della vita”, un romanzo edito da Manni dove la guerra e il dopoguerra sono in primo piano. Gli occhi sono essenzialmente quelli di un bambino che assiste e partecipa a fatti più grandi di lui, come la strage di Portella della Ginestra, in una Sicilia che non è solo sfondo inerte nella narrazione. Nell’ultimo episodio il bambino è diventato adulto e si misura con i rapporti interpersonali e con il bene e il male che convivono in ogni uomo.

Il 2 gennaio la musica sarà quella di Emanuele Coluccia che si esibirà in una performance in solo al pianoforte. L’autore ospite è Fabio Tolledi che presenterà “Suoni figure di piccolo corpi”, Astràgali edizioni, una raccolta dei versi composti dal regista e drammaturgo nell’arco di tempo dal 1992 al 2012, anni in cui la pratica della scrittura e quella del quotidiano lavoro nel teatro si sono fortemente intrecciate.

Il 3 gennaio il pianoforte sarà di Mauro Tre che presenta “Comincio da me”.
Ad aprire la serata “Succo d’arancia, gocce di limone” di Mario Calcagnile, edizioni Calcangeli. Il libro, il cui sottotitolo è Poesie Astratte Poesie di Dolore e Poesie d’Amore, appare un viaggio attraverso terre, odori, sapori. Ma soprattutto sentimenti, percezioni, sensazioni. Un lungo cammino (contenuto in un breve libro), non fosse altro per il cammino reale, fatto per ben due volte da Calcagnile, di Santiago di Compostela.

Il 4 gennaio, la scena sarà per gli Aedo un percorso lirico che si nutre delle radici del suono. Piega il canto popolare alla riproduzione della natura restituendo un ricercato immaginario arcaico, passando dalla poetica e la riconsiderazione di antichi miti giungendo a testi di natura sociale.
Prologo della serata un excursus di Maurizio Nocera sui libri e inediti di Pablo Neruda.

Il 5 gennaio serata conclusiva della rassegna, Pierpaolo Lala presenta "Non sono un cantautore. 15 anni di non carriera, un anno dopo. Ad aprire la serata Salvatore Caracuta, autore di “Scirocco” (Icaro edizioni), presenta “Tramontana”, esordio narrativo di Giuseppe Calogiuri, Lupo Editore. Un giallo tutto salentino in cui lo studio delle atmosfere d’ambiente si sposa con la scrittura elegante e il gusto della suspense.

Libri fuori programma che abiteranno per l'intero ciclo della rassegna il Fondo Verri sono “Storie Terragne” di Maira Marzioni e Gianluca Costantini per In alto a sinistr, e “Poetico Delirio” di Marco Vetrugno, raccolta di versi edita da Lupo.

***

Il Fondo Verri è a Lecce in via Santa Maria del Paradiso, 8 (nei pressi della Chiesa del Rosario – Porta Rudiae)
e-mail: fondoverri@tiscali.it
Recapiti telefonici 0832-242334 - 3273246985

mercoledì 28 novembre 2012

La poesia di Daniela Liviello

L'ultimo appuntamento del "Novembre in Libreria" della Feltrinelli Point Lecce è dedicato alla poesia. In particolare a quella di Daniela Liviello - poetessa salentina - che oggi giovedì 29 novembre 2012, alle 20.00, presenterà il suo ultimo lavoro, "Litanie dell'acqua" (LietoColle Libri), in compagnia di Eliana Forcignanò (curatrice dell’azione letteraria).
 ***
Viene da lontano la musica. Si confonde con il tempo: le ansie, i palpiti, il battere del cuore fanno la partituta, giocano le note, scrivono probabili melodie nel "ma" che inciampa...
Muove, continuamente muove la musica. Le parole fanno appiglio. Scavo lento alla pietra. La segnano ricordadogli quanto è lontana la prima volta... Daniela Liviello è di questa materia, parte di questo scavo. Le parole che usa dettano un modo, il modo, di stare al mondo facendosi acqua. Somigliandole noi , che siamo condannati allo stare. Al fermo di un corpo che il fluire lo impara sfidando il Tempo, con i travagli delle Età.
C'è tutto il Salento tenuto, in trentasette pagine nelle sue "Litanie d'acqua", raccolta di versi edita da Lieto Colle. Non il Salento del continuo onomastico della propaganda. No, non quello che vogliono farci credere esistere, il suo è quello custodito nell'istantanea del desiderio che, nell'Antico, conferma la sua natura sfugente... come il carattere volubile che conosciamo, quello nostro, mai fermo... la sua unicità tessuta di segreti, la geografia più che la storia: i colori, i paesaggi, le cose delle pietre e quelle tenute sotto le pietre. Cose di magia: "Aprirà il petto" – questa poesia – per farci "navigare in fondo" ... "dove si appronta la fessura"... da dove muovere "ogni giorno qualche passo". Quel "qualche" è la chiave, mentre ci vogliono far correre, e quanto, ci vogliono far correre... che l'affanno fa freno... Miracolo di freno!
Ci porta nei luoghi della nascita Daniela Liviello, lì, dove si spera la notte. Chè nel giorno, si sta stretti come nell'evidenza del nome. "L'ordine antico" detta "lo stato delle cose" e quella prigione siamo costretti a sperare per ripararci dall'illusione del presente.
Lei (con noi) è dell'inquietudine: quella dei poeti sempre accompagna, "alla pari, serva del giorno"... "Per questo" -scrive Daniela Liviello – "cerco sostanza, materia sottile che passi attraverso la porta stretta dei giorni. Cerco il metallo oscuro della notte da tramutare in oro". Beatitudine del cercare, dello stare a guardare... e dello scrivere... Della poesia che è filtro della vita.

martedì 16 ottobre 2012

La poesia di Rosemily Paticchio

“Non cambiarmi  le valvole padrone non cambiare i miei circuiti logori ma lasciami morire.
Ritorna alla tua terra tra le stelle, lasciami sola in questo mondo ostile ove l’acciaio non resiste agli acidi.
Ben altre sfere e ruote gireranno per te nell’universo ed io fioca scintilla nell’infinita fiamma lascia che in questo istante mi consumi.
(Claudia Ruggeri,’80-’81)

A te, POETESSA
Astri e particelle



(immagine tratta dalla mostra Astri e Particelle, Roma 2010)

Come fanno astri e particelle
a ricordare il mirabile percorso
quale prodigio nell’ampissimo passo
può generare le parole dell’universo
e poi lasciare lì un lessico
privo di sistema, d’impalcature
che ne sorreggano il VOCABOLO!
Quale pettine viaggiante
tra abissi marini e tavolieri
tra orti e paludi desertiche
può dolcemente premere
la chioma d’una cometa
e nel cammino segnare scie
di racconti indelebili!
È forse il memoriale
di remotissimi eventi
archiviati in Polvere di Stelle
che da sempre ci getta una coltre
palpitante addosso!
Cosa dice al suo nano di scienza
cosa narra delle battaglie cosmiche
che cosa sappiamo delle alleanze celesti?
Il telescopio innalzato sul promontorio
di una gelida crosta terrestre
vede ma non sente la calma
delle pianure incolte
la monocromia delle distese
non conosce l’empatia
di miliardi di astri e particelle
ma debolmente ne osserva gli arcani
rivolti al rovescio
leggendo nel vortice
tra cerchi concentrici.
Da “Il fiacre n.9”. Quadrimestrale di Letteratura Italiana
“Claudia Ruggeri. La rappresentazione della singolarità”
Aljon Editrice. Agosto 2012
Conca di ghiaia

Rosemily Paticchio

Nella conca di ghiaia
in cui trovai le mie origini
di fronte alle radici infuocate dei pini
discende un filo di continua corrente
che scorre nei tralicci porta legame
di sangue e di memorie
detiene il mio stare in concrezione
di sale e di spume bianche
e nella ghiaia affondo Monolite
con i bulbi elevati sui bastioni del molo
che di me fa respiro del mondo.

Da cartesensibili.wordpress.com
“Terre di Memoria”