giovedì 30 dicembre 2010

Per L’amore fuggitivo

Antonio Errico

Ci sono due situazioni che hanno una straordinaria difficoltà di scrittura: la descrizione di luoghi e paesaggi e il racconto dell’amore. La ragione della difficoltà è identica: la loro stratificazione nella storia della letteratura. Per cui chiunque in una narrazione si ritrovi a doversi confrontare con queste situazioni, può farlo soltanto a due precise condizioni. Il mestiere o l’inconsapevolezza.

Con questo suo romanzo che s’intitola L’amore fuggitivo ( Edizioni Progetto Cultura), Pamela Serafino lo fa con raffinatissimo mestiere.

Cercherò di provare perché soffermandomi per qualche riga sulla narrazione dell’amore.

Dovrei dire innanzitutto che per tutta la lettura del romanzo mi è costantemente tornato in mente il famoso saggio di Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, soprattutto per quanto riguarda la semantica dell’assenza. Perché nell’ Amore fuggitivo tutto ha origine da un’assenza (una donna che si sottrae all’esistenza) e da un percorso di elaborazione del lutto che viene compiuto da un altro personaggio: Antonio. Non ho detto che Antonio sia il protagonista , come forse potrebbe apparire, con la consapevolezza, però, che sarebbe appunto un’apparenza. Perché il soggetto del romanzo semanticamente preminente è un altro. E dirò qual è tra qualche riga.

Prima vorrei pormi una domanda e tentare di darmi una risposta: da cosa è determinata la funzione dei personaggi di una narrazione. La risposta potrebbe essere: dalla significatività che assumono tanto nella storia quanto nella relazione con gli altri personaggi. Se si accetta questa risposta, allora il protagonista di questo romanzo è Giovanna. Perché senza Giovanna, l’altro personaggio - Antonio – non si reggerebbe. Perché senza Giovanna non si compirebbe il processo di maturazione di Antonio e Sara – l’assenza – sarebbe soltanto un’ombra improduttiva.

Giovanna è una straordinaria figura di donna d’amore. Che non chiede e dà. Con un sentimento di passione assoluto, totale.

Sara è un vuoto, una lontananza, un’ evanescenza. Giovanna, più di Antonio, fa i conti con l’assenza, forse con l’assente, la personificazione di un’assenza, con una separazione, una distanza.

Il suo è un amore innocente, incantato; disarmante.

Giovanna va alla ricerca di un significato dell’amore che non può avere significato ulteriore se non se stesso. Perché è l’amore il significato; non cerca significati, l’amore, non ne vuole; non può averne, forse. L’amore è il significato preesistente e superstite a qualsiasi significato che può avere un gesto, uno sguardo, un pensiero generato dall’amore.

L’altra condizione di difficoltà narrativa dicevo all’inizio, è costituita dalle descrizione dei luoghi- situazione. Ora, nel romanzo di Pamela, il luogo che fa da fondo e da sfondo della vicenda è una scuola.

E’ facile cadere nella retorica- in positivo o negativo – quando si parla di scuola. Ed è tanto più facile quanto più chi scrive ha conoscenza diretta di questo luogo.

Pamela riesce a farlo con un grado di realismo sorprendente, anche per quanto riguarda la fisionomia dei personaggi. Si prenda la dirigente, per esempio: una figura di totale fantasia che però sembra sia stata rapita dagli ambienti di qualche scuola per il tempo che dura la lettura del romanzo.

Volevo dire questo quando ho usato il termine mestiere. Questo e poi un’altra cosa: il mestiere c’è quando si è capaci di far amare un personaggio, e del personaggio di Giovanna il lettore s’innamora facilmente.



lunedì 27 dicembre 2010

L'aurora porta la lingua









Teatro/ Il pompelmo rosa, Asfalto Teatro

Oggi martedì 28 e domani mercoledì 29 dicembre, nell'ex Laboratorio di Saldatura del Cnos di Lecce, le ultime repliche per “Il pompelmo rosa” da Jack Kerouac per Asfalto Teatro.


“Se possibile scrivi “senza coscienza” in semitrance permettendo al subconscio di accogliere nel nostro linguaggio – disinibito, necessario, interessante e tanto “moderno” - quello che l’arte cosciente censurerebbe, e scrivi con eccitazione, velocemente sui crampi da penna o battitura secondo le leggi dell’orgasmo (come dal centro alla periferia). Vieni, da dentro fuori – fino al rilassamento e al detto”. È Jack Kerouac - citato da Rossano Astremo, in libretto pubblicato a Lecce nel 2006, per I libri di Icaro - il violentatore della prosa. E non solo della prosa, aggiungiamo noi, se violentare un canone significa liberarlo, accoglierlo nella possibilità.


Cigola il sipario nel vecchio laboratorio di saldatura delle Officine Cnos, come una grande porta che si apre svelando, di volta in volta, l’immaginario di un gruppo di “resistenza” che vuole, cerca e realizza un teatro profondamente traversato da una propria specifica lingua.

Il gusto per un teatro fatto di teatro dove gli attori, i costumi, i trucchi, le macchinerie, le scelte sceniche e quelle musicali scrivono un’autonomia ideativa profondamente radicale, perché mischiata di intuizioni e di scoperte cucite in libertà, fuori da qualsiasi soggezione teorica e critica.

Un teatro di regia che si fonda su una solidarietà costruttiva che chiama tutti all’esserci.

Questa volta Aldo Augieri, ha scelto Jack Kerouac, il mito di una scrittura totale dettata da un nomadismo (non solo quello tenuto ai titoli delle opere che più conosciamo) anche questo radicale nel condurre (la scrittura e) la vita al margine, nel bilico, sullo sprofondo della possibilità cognitiva e percettiva. Un osare che ha generato linguaggio ma anche profondamente modificato lo stile di vita di molti.

“Il pompelmo rosa”, è il titolo dell’opera che ha debuttato nei primi giorni di dicembre e che torna in scena per una nuova terna di repliche, le ultime due oggi 28 e domani 29 dicembre.

Una linea di luce in proscenio. Fioca. C’è il mondo, sullo sfondo, nel buio, nell’assoluto buio. Al Vecchio Angelo Mezzanotte è affidato il prologo per il successivo venire di “clown” narrativi che sono tessitura e trama delle visioni che Augieri declina nel suo teatro. Un gusto interpretativo fatto di vezzi e di atteggiamenti che muovono e motivano la “marionetta” viva che egli porta in dono, alla visione, affidandogli parole e movimenti. Un’andare e venire che scandisce il tempo, come se, dietro le quinte, l’attesa dell’entrata fosse punto d’arrivo d’un vagare infinito che congiunge il tempo della preparazione dello spettacolo alla sua “ultima” resa: è il teatro delle “poche sedie”, quello dell’avventura che detta la regola. C’è poca luce in questo allestimento, significativamente; con le parole nel flusso automatico della congiuntura beat, mai preoccupata della conseguenza. Sbirciare allora, tendere l'orecchio l'esercizio chiesto al pubblico. Il coro delle voci, le donne in scena, portano il trucco “rosa” delle geishe, sta a loro spingere la lingua, le parole nel suonare mischiando senso e “sentenze” utili al sempre perso noi!

Dove stiamo andando? Noi sentiamo il Tempo, l’odore della gente.

Valeva la pena che io venivo… stregone flippato. Ho imparato, imparato, le fantasie… Vagabondo, solibondo, cantabondo, lamentondo... Frammenti sentiti dalla scena ed altri a seguire, dal letterario sfondo di questa mirabile messinscena: “Che cos’è quella sensazione quando ci si allontana dalle persone e loro restano indietro sulla pianura finchè le si vede appena come macchinine che si disperdono? … È il mondo che ci sovrasta, ed è l’addio. Ma noi puntiamo avanti verso la prossima pazzesca avventura sotto i cieli” (da “Sulla strada”)

In ultimo un rammarico: peccato il limite del “mercato” teatrale in un territorio, il nostro, che insegue tutto che tranne i suoi talenti… Meriterebbero di più le “cose” di questa fucina, altre saldature, ma tant'è, onore al coraggio.

In scena con Aldo Augieri, Stefania De Dominicis (anche aiuto regia), Antonio Cazzato (anche scene e oggetti di scena), Claudia Di Palma, Daniele Sciolti (anche lui, alle scene), Giuliana Geusa, Roberta Sciolti (anche ai costumi). Le luci sono di Giuseppe Calabrò, i suoni (eccellente la scelta delle musiche) di Emanuele Augieri, trucco e parrucco di Anna Gabrieli. Il bel “vestito piumato” che sorprende in una scena di intensità aurorale è di Fiamma Benvignati.

Mauro Marino

lunedì 13 dicembre 2010

Segno dopo segno

Il Carmelo - Pinocchio di Massimo Pasca


Massimo Pasca in mostra con "Il cane che si morde la coda", a Lecce, negli spazi espositivi della Biblioteca Nicola Bernardini, nell'ex Convitto Palmieri. Il testo che vi proponiano compare sul n.5 di Modular(t)e, “supporto” critico a cura del Raggio Verde...

“Ho sempre disegnato partendo dall’astrattismo fino ad arrivare al fumetto guardando e ammirando artisti come Andrea Pazienza e Jacovitti” - racconta. Una predilezione per gli illustratori, ma anche una vera adorazione per artisti del calibro di Keith Haring ed Hieronymus Bosh, guardando alle straordinarie atmosfere metropolitane dei lavori del primo e al suo concetto di un’arte non elitaria ma per tutti, mentre di forte ispirazione è stato il magico universo pittorico del secondo...”


Antonietta Fulvio

Contornare i pensieri. Tratteggiare le emozioni. Descrivere con curve iperboliche situazioni e stati d’animo. Eclettico, e con una ironia socratica, Massimo Pasca, salentino di nascita e toscano d’adozione, sigla i lavori della sua ultima produzione pittorica con un titolo emblematico “Il cane che si morde la coda”. L’immagine inevitabilmente riporta all’idea del vortice inarrestabile riferito al tempo che gira, appunto, risucchiando ogni cosa e trasformando tutto secondo la legge del panta rei di eraclitea memoria.

Ma non è solo un riferimento all’invincibile dio cronos, alla ciclicità del tempo infinito che gira su se stesso come cane impazzito, la visione riporta il pensiero anche al paradosso che troppo spesso regola l’esistenza degli uomini, impedendone la crescita, in fondo il cane che si morde la coda non va da nessuna parte, pur correndo, resta paradossalmente fermo.


Evocare disegnando

Probabilmente, dopo questa lunga premessa, la curiosità tutt’altro che appagata chiede ulteriori delucidazioni. In effetti, un titolo non basta. Può servire come chiave di lettura, ma a concedere la password d’accesso allo spettatore c’è solo la visione. Solo osservando con attenzione le grandi tele di Massimo Pasca si ha la sensazione di riuscire ad entrare nel suo mondo cromatico, fatto di segni e di figure che provano a raccontare qualcosa che va ben oltre la fantasia che l’ha generata. Sembra quasi di vederlo mentre segno dopo segno - come la sequenza ininterrotta della linea di Cavaldoli si animava costruendo storie meravigliose rimaste impresse nell’immaginario collettivo - comincia a costruire il suo puzzle immaginifico, dove ogni singolo spazio sulla tela deve essere riempito, quasi ossessionato dalla smania di sconfiggere il vuoto, riempire l’assenza con una presenza. Una presenza non sempre immediatamente riconoscibile in un’immagine definita. È l’atto del disegnare, ciclicamente infinito, a costruire l’immagine, quasi a generare come tanti pixel che poi a guardarli da lontano costruiscono la visione sulla retina. Così i mille ghirigori, arabeschi e volute, simili a sguardi, oggetti misteriosi e profili umani, si ricompogono sulla tela in una sorta di “puntinismo multimediale” per dar vita all’“audioritratto di Van Gogh” in una originalissima versione contemporanea con iPod nel taschino, dove i segni simboli rileggono la figura dell’artista suggerendone la complessa personalità e non solo. Le forbici in alto rievocano sì l’episodio del taglio dell’orecchio, gesto che l’artista compì per lo screzio con Gauguin, ma spiegano anche il perché di quell’auricolare a mezz’aria, che non trova l’ideale sostegno, diventando al contempo metafora dei tagli ai fondi per lo spettacolo e, in particolare, alla musica. Ma la rilettura, coloratissima e carica di ironia del geniale artista olandese, è solo uno degli esempi di capolavori della storia dell’arte che Massimo Pasca ha voluto rielaborare e riportare a nuova vita, ricontestualizzandoli nel nostro tempo e nel nostro spazio.


...raccontando storie

Così accade che una Gioconda non sia poi tanto gioconda se dalla dimensione di “Madonna” nel senso stilnovistico del termine, nella nostra epoca si ritrovi ad essere invece l’ennesima donna costretta ad analgesizzare la propria personalità o ad aggredire per difendersi in una società fallocentrica e improntata alla violenza e alla guerra. “La Gioconda” leonardesca, (la “Monna Lisa”) più che posare chiusa nel suo sguardo assorto e misterioso, assume nel lavoro di Pasca un atteggiamento cinico e inquietante come la lama insanguinata che stringe tra le mani e collega il fatto al misfatto, l’evirazione del maschio, rappresentato dal membro maschile penzoloni all’amo, con un preciso riferimento all’episodio di cronaca di Lorena Bobbitt.

“I lavori di questa mostra - racconta lo stesso Pasca - nascono dall’esigenza di sottolineare l’importanza di certe storie o personaggi che mi piace rielaborare in chiave ironica e spesso amara come amo rielaborare immagini, già conosciute dal pubblico, perché capolavori della storia dell’arte”.


...con nuove illustrazioni

Con i suoi acrilici e il suo tratto fresco, incisivo quanto ironico, Pasca partendo da un’immagine classica come “La Gioconda” o “La dama con l’ermellino”, lo stesso “Autoritratto di Van Gogh” o “Il Giudizio Universale” nel battistero di Firenze costruisce nuove illustrazioni che diventano espressione di ribellione contro una società che non ha messo, come accadeva nel Rinascimento, al centro del proprio universo l’uomo, vi ha posto invece la sete di potere, la violenza, la sopraffazione, direttrici di quel cerchio che, poi inevitabilmente, si chiude su se stesso come il cane che si morde la coda.

Con la sua particolarissima tecnica riesce a riempire, in un horror vacui ricercato, tutto lo spazio pittorico con linee e curve che sono poi, a ben guardare, abbozzi di figure, occhi, gesti che scandiscono la tela in un ritmo simile a quello delle scale musicali, impaginando visioni disincantate della vita e dei rapporti umani.

Con suggestione le sue “creazioni” diventano la lente per scrutare e analizzare la società contemporanea tra vizi e virtù, le dinamiche sociali come gli stati d’animo sin dalle sue prime esperienze, quando nel 1998 nella Stazione Centrale di Pisa realizza su circa quaranta metri quadrati un lavoro sul tema dell’apertura delle frontiere. Dal “Geko Gigante” una tela di tre metri realizzata di getto in meno di due ore per la manifestazione Station to Station alla Stazione Leopolda di Firenze al suo “Ossimoro vivente” sotto le Logge dei Banchi, Massimo Pasca si esprime con disinvoltura su spazi dalle grandi e piccole dimensioni.


...e contaminazioni

Riporta in rime la sua visione dell’arte contemporanea raccontandola in alcuni video che gli valgono anche numerosi premi e riconoscimenti (Primo premio al Festival Uni-verso Corto, menzione speciale al concorso Io e il tempo Spazio Oberdan di Milano e Premio Raccorti D’arte a Pisa al Festival Raccorti, per due edizioni consecutive (2007, 2008).

Con una singolare proprietà dei mezzi espressivi, riesce a contaminare pittura e poesia come nella perfomance realizzata per “City From Below” a cura di Marco Scotini, presso gli stabilimenti Teseco di Pisa ed è chiamato come live painter al Festival della Creatività di Firenze nel 2007. L’utilizzo dei linguaggi artistici non si ferma alla pittura e al video. Appassionato di teatro, tra i suoi autori preferiti Dante e Carmelo Bene, Massimo Pasca ha firmato le scenografie di molte produzioni di rilievo, Chi ha paura di Virginia Wolf con la regia di Gabriele Lavia e per Music Boxe Live Show regia di D.Sala e F. Freyre riproducendo nel sotterraneo del Teatro delle Celebrazioni di Bologna il quartiere di un pugile metropolitano. Il suo agire creativo è stato soggetto della tesi “Unipasca” di Elia Marchi, e tra i suoi ultimi progetti “Beat e Pennelli” che lo vede in sodalizio con Andrea Mi dj con il quale porta in giro uno spettacolo di contaminazione tra musica elettronica e pittura live.


In live painting

“Vedo la tela come un palco sul quale esprimersi… in maniera veloce e quando faccio i live painting porto la teatralità della musica nelle performance”. Sempre e comunque alla base della creazione c’è l’istinto che traduce in gesto pittorico il proprio pensiero, il proprio sguardo sulle cose e sul mondo. Come in trance, l’opera per Massimo Pasca non è frutto di una complessa operazione concettuale a priori ma è energia creativa che si accende ed esplode. Un’avventura, un rischio da correre per dirla citando Georges Braque. “Spesso non so cosa farò sulla tela, il più delle volte non ho un canovaccio, quello che per me conta più di tutto è l’improvvisazione, la sperimentazione”.

Come accade nel jazz. E a proposito di musica, da oltre dieci anni si esibisce con uno dei migliori gruppi di reggae italiani, i Working Vibes che ha contribuito a fondare, facendo da spalla a band quali Manu Chao, The Wailers, Bandabardo’ e Negrita firmando, per questi ultimi, l’illustrazione di copertina del disco Helldorado.

Gli piace definirsi un live painter perché ama realizzare performance pittoriche dal vivo, in contesti come festival e concerti che amplificano l’azione catartica che la pittura da sempre esercita su di lui. “Ho sempre disegnato partendo dall’astrattismo fino ad arrivare al fumetto guardando e ammirando artisti come Andrea Pazienza e Jacovitti” - racconta. Una predilezione per gli illustratori, ma anche una vera adorazione per artisti del calibro di Keith Haring ed Hieronymus Bosh, guardando alle straordinarie atmosfere metropolitane dei lavori del primo e al suo concetto di un’arte non elitaria ma per tutti, mentre di forte ispirazione è stato il magico universo pittorico del secondo.


Una mente piena di immagini

Il segno è una metafora meravigliosa – scriveva Andrea Pazienza. E con la matematica del segno si può raccontare il mondo. Porre interrogativi e far riflettere con una sola immagine. Nelle illustrazioni “Gnam Africa” e “Buon Natal”, ad esempio, con immediatezza riesce a rendere l’idea di quello che noi uomini abbiamo fatto al continente africano, depredandolo e riducendolo a “terzo mondo”. O con riti e tradizioni come il Natale, dissacrato dal consumismo sfrenato e svuotato appunto della sua sacralità, dell’importanza del messaggio cristiano di pace.

Anche in Pene d’amore, il cuore-pene che piange diventa ironica metafora del rapporto sentimento/sesso che va oltre la sfera privata dell’intimità ma diventa metro di giudizio e peggio ancora gossip e strumento per fare politica, nel bene e nel male… e, infine, contro la morbosità di un’informazione che sfora il diritto di cronaca con spirito più voyeuristico che di critica, significativo è il lavoro mostr-media dove è rappresentata una miriade di schermi-occhi che scrutano ossessivamente: un chiaro rimando alla pressione mediatica che suscitano certi terribili episodi di cronaca nera dove l’informazione corre, talvolta, il rischio di asservire l’orrore alle cifre di un audience che obbedisce più alla logica dei numeri che alla ricerca della verità. In tal senso la pittura di Pasca è anche impegno sociale, urgenza di comunicare il proprio pensiero facendolo affiorare attraverso la spontaneità del segno perché al di là del godimento estetico l’arte non è fatta in fondo per suscitare turbamento?

“La mia mente è piena di immagini, di linee ma avrò sempre la possibilità di improvvisare...” questo il segreto della sua arte che pur attraversando l’arte classica, il surrealismo e la pop art è soprattutto “poesia in senso lato… perché poetare vuol dire fare”. Ripercorrendo la strada già tracciata dai primi uomini che nei primi graffiti sulle pareti delle grotte rupestri racchiusero, forse senza saperlo, il senso alla vita.


venerdì 3 dicembre 2010

In omaggio a Carlo Giuffrè

Personaggi/ Aldo Giuffrè, il Salento e Antonio L. Verri


Quando, nell’ospedale san Filippo Neri di Roma, il 26 giugno 2010, Aldo Giuffrè (Napoli, 10 aprile 1924) spiccò il volo terminale della sua vita, non me la sentii di dire neanche una parola. Era troppo forte il dispiacere per la scomparsa di questo grande amico del Salento, che aveva amato questa terra come la sua Napoli, e che qui aveva trovato il modo di ritemprare il corpo e la mente, grazie alle cure della moglie leccese, con la quale aveva vissuto insieme (28 anni) giorni bellissimi della seconda parte della sua intensa vita di attore e di scrittore.


Un comico dell'Arte

Maurizio Nocera


Aldo Giuffrè amava il Salento, anche grazie al buon Antonio L. Verri che, con l’amico Giovanni Pranzo Zaccaria, aveva saputo proporre all’attore napoletano un magico orizzonte di questa terra favolosa. Si erano conosciuti di persona, come sempre a cena (luogo – Mocambo a Sternatia – e tempo preferito dall’Antonio, ma un po’ anche dallo stesso Aldo). Si scrivevano di tanto in tanto delle lettere poi, come ogni estate, quando Giuffrè ritornava a Lecce, il rituale incontro e lo scambio dei doni che, come sempre, consistevano in libri, giornali, fanzine, pieghevoli, voli, cene, altro ancora.


La sua voce per l'Italia liberata

Aldo aveva 86 anni (compiuti il 10 aprile 2010) e nella sua vita di attore aveva interpretato vari personaggi, prima nella compagnia del suo unico maestro Eduardo De Filippo (da lui ritenuto quasi un secondo padre), col quale aveva debuttato nel 1942 in “Napoli milionaria”, successivamente in “Filumena Marturano”, e poi anche in “Questi fantasmi”.

È noto che il 25 aprile 1945 fu lui ad annunciare dai microfoni della Rai di via Asiago a Roma la fine della seconda guerra mondiale e la liberazione dell’Italia dal nazifascismo. La radio fu per lui sempre una grande passione e non pochi furono i radioprogrammi che interpretò, fra cui vanno indubbiamente citati “La fidanzata del bersagliere”, “Il compleanno di Pinter”, “Il malato immaginario” di Molièrè. Importante la sua presenza anche in televisione [si ricordi “La figlia del capitano” (1965), “Le avventure di Laura Storm” e, come conduttore, il varietà “Senza rete” del 1973]; occorre ricordare pure alcune commedie interpretate assieme al fratello Carlo, soprattutto dopo il 1972, anno in cui insieme diedero vita alla compagnia “Il duo Giuffrè”, che in 15 anni crearono un repertorio del tutto rispetto con titoli come “Pascariello surdato”, “Francesca da Rimini”, “A che servono questi quattrini”, “La Fortuna con la F maiuscola”.


Come i comici dell'Arte

La morte ha colto Aldo Giuffrè in un momento in cui pensava ancora al lavoro che, ultimamente, consisteva nello scrivere romanzi, per di più di buona fattura.

Il fratello Carlo, dando l’annuncio alla stampa della morte, ha affermato: «Siamo stati come i comici dell’Arte, affiatati tra noi, capaci di dividere e affrontare con vitalità la buona e la cattiva sorte, soprattutto pronti a improvvisare in scena, a recitare a soggetto, a diventare autori per […] disperazione […]. Andavamo a leggere le commedie nelle case degli amici. [… Ho] perso più di un fratello, una parte di me e del vero teatro napoletano e italiano» (v. «Corriere della sera», 28 giugno 2010, p. 31).


Il “sosia” di Scarpetta...

Un altro suo amico sincero, Gigi Proietti, ha affermato: «Era un uomo pieno di allegria, sapeva essere leggero e anche elegante. Sempre spiritoso, napoletano nel modo migliore. A Napoli, dove si producevano molti sceneggiati, molto teatro in studio, siamo stati insieme giorni e giorni. Ricordo quanta compagnia ci siamo fatta. Lui mi raccontava la sua città, quella dell’infanzia, quella della giovinezza. Mi descriveva il modo di vivere, gli usi delle famiglie, i cibi, le ricorrenze. Mi accompagnava a vedere i posti, notando i cambiamenti, apprezzando i sapori di casa propria con inesauribile amore per Partenope e per la gente che la abita./ In particolare, di Aldo, al di là della bravura professionale e della vera dedizione al mestiere, ricordo la capacità di descrivere i “tipi” della Napoli che aveva conservato nel cuore. Un esempio? Andavamo in una trattoria dove l’oste somigliava a Scarpetta. Lui lo faceva rivivere, il grande attore padre dei De Filippo, spiando le mosse di quel sosia, sottolineandole, riproducendole a mio uso e consumo. Uno spasso. E anche un modo di tornare indietro nel tempo con una nostalgia positiva, incapace di deprimere il presente pur rimpiangendo certo passato di smalto e giovinezza./ Una brava persona, Aldo. Putroppo ci ha salutati per sempre. Un vero dispiacere» (v. «Il Messaggero», 28 giugno 2010, p. 19). Da parte sua Luca De Filippo, figlio di Eduardo, ha scritto: «Con lui se ne va un altro pezzo fondamentale di quella generazione di uomini di teatro, che ancora oggi restano il riferimento costante per noi che facciamo teatro» (v. Ansa, 28 giugno 2010).


Le “virtù” dell'umiltà

E Ida Di Benedetto, sua partner in “Rosa Funzecà”, ha affermato: «Aldo Giuffrè era straordinario. Era una di quelle rare persone nel nostro mondo in cui la grandezza dell'attore coincideva con la grandezza dell'uomo. Era dotato di quell'umiltà che ha solo chi è davvero grande e di quell'ironia di cui è capace solo chi è molto intelligente. […] Era rimasto grandissimo anche se non aveva più la sua voce straordinaria e per questo era stato un po' messo da parte. Mi ricordo una grande allegria sul set di “Rosa Funzecà”. Aldo era talmente felice che lo avessimo chiamato per recitare il ruolo dell'usuraio. La verità è che quando c'era lui, in teatro come al cinema, era sempre un gran divertimento: raccontava barzellette, faceva apprezzamenti sulla bellezza femminile, aveva un modo di raccontare aneddoti così ironico che stavamo ore a sentirlo. […] Una delle prime cose che ho fatto in teatro l'ho fatta con lui, era “Il giorno di San Michele” di Elvio Porta. Poi abbiamo fatto insieme anche altre commedie. Le tournèe con lui erano sempre un divertimento. Aldo era un essere umano ed una personalità artistica di altissimo livello. Ci mancherà moltissimo» (v. Adnkronos, 27 giugno 2010).

Anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, napoletano come Aldo Giuffrè, nel telegramma alla moglie Elena, ha scritto: «[…] figura di rilievo della scuola teatrale napoletana e personalità di particolare simpatia e grande correttezza nella vita pubblica e privata» (v. «Corriere della Sera», 28 giugno 2010, p. 31).


Per il Salento e per Antonio L. Verri

Ma qui, quello che a noi salentini interessa, è quanto ebbe a dire la moglie, la leccese Elena Pranzo Zaccaria, nel momento della perdita del marito: «[Aldo] amava il Salento. Sentiva il fascino di questa terra che è unico [… come] la sua passione era [pure] la musica. Quando sentiva un’orchestra accordare gli strumenti, Aldo si commuoveva. […]. Suo padre era stato un grande contrabbassista. Era scomparso troppo presto. E lui l’aveva cercato per tutta la vita, anche in quel suono. […] In casa, fino all’ultimo, io ero Antigone ma lui sdrammatizzava tutto. È sempre stato fondamentalmente uno scugnizzo» (v. Anita Preti, “Aldo Giuffrè / Attore italiano”, in «Quotidiano di Lecce», 28 giugno 2010, p. 27).

Scrive la moglie che Aldo Giuffrè amava il Salento. Noi ne abbiamo le prove, quelle che traiamo dalla lettura di una bella lettera che l’attore inviò al presidente della Provincia di Lecce in occasione della richiesta dell’indicazione di una personalità salentina da premiare. Eccola: «al Presidente della Provincia di Lecce// dott. Lorenzo Ria// In risposta alla Sua del 3 gennaio (2000) non nascondo che sulle prime ero convinto di non poterla accontentare nel segnalarla un nome degno di essere inserito nella rosa della prossima edizione del "Premio Salento". Ma poi l'occhio mi è caduto su un volume di “On Board” numero zero del 1990 - che conservo fra i ricordi più preziosi e cari - e nel mio ricordo è esploso il nome di Antonio Verri. L'ho conosciuto e subito ammirato totalmente. Non si esibiva, non ostentava il suo indiscutibile valore, quasi si nascondeva. Ma più si ritraeva e più mi dava modo di conoscerlo perché era proprio quella ritrosia che lo svelava./ Ho collaborato con lui una sola volta con un modestissimo scritto per quel giornale – “On board” appunto - che era una specie di "legione straniera": ricco di firme illustri ma anche di personaggi pressoché sconosciuti, ugualmente dotati di uno straordinario, personalissimo, bagaglio culturale.// Antonio Verri di Caprarica./ Di aristocratica origine contadina./ Poeta. Apostolo e dispensatore di quella cultura che migliora la vita./ Amico, fratello di Umberto Eco e di George Astalos, ma anche di tipi originali, eccentrici, fuori della norma, come Edoardo De Candia./ Ha tentato, con bel successo, di esportare la ricchezza oggettiva del Salento./ In un'epoca in cui la comunicazione del pensiero veniva affidata alle lettere, Antonio Verri ha intrattenuto fitta corrispondenza con personaggi della cultura di varie parti d'Europa. E molti di questi hanno conosciuto il Salento, hanno apprezzato il Salento, hanno amato il Salento (come Astalos per esempio) grazie al fervore con cui Antonio Verri gliel'ha raccontato./ Forse con la segnalazione del nome di Antonio Verri arrivo buon ultimo, perché suppongo che a molti di voi, a cominciare da Lei, sarà emersa alla mente la figura fulgidissima di questo straordinario figlio della terra salentina, che ha fatto in tempo a farcela amare con le sue luci e le sue ombre.// Cordiali saluti// Aldo Giuffrè// 28 febbraio 2000» (v. retrocopertina di Antonio L Verri, «On Noard», Cavallino, 2004).


In morte di Antonio

E prima ancora del 2000, Aldo Giuffrè, di Antonio L. Verri, in occasione della sua tragica morte sulla Cavallino-Caprarica di Lecce aveva scritto ad un amico la seguente lettera: «C’è, nella Puglia meridionale, una striscia di terra ricca di doviziosa storia e di rossi tramonti. È il Salento./ E c’è Antonio Verri che del Salento è l’elegiaco aedo./ Vivo, presente, appassionato, fibrillante, con l’abnegazione di sempre, continua a trasmettere il suo anelito. Fervido e meticoloso cronista e religioso missionario di questo lembo di terra – che è magia è luce è imponenza è fantasia è magnificenza è preistoria che incanta – Antonio continua a prodigarsi nel dividere con gli altri il suo prezioso bagaglio di conoscenza, a trasmettere agli altri questo universo affinché ne diventino figli e amanti./ In tanti, da tante parti, lo seguono sempre affascinati, sedotti e grati per il preziosissimo arricchimento. E tutti vogliono incontrarlo ancora per sentire ancora i benefici effetti della grande lezione./ E quindi ci corre l’obbligo – morale oltre che sentimentale umano sociale culturale – di tenere sempre accesa la sua fiamma per tener desta la memoria della sua gigantesca figura e tramandarla alle nuove generazioni, anche con la speranza di scovare, di individuare qualche suo potenziale discepolo e inculcargli quell’amore, quella fede, quella liberalità.// Aldo Giuffrè// maggio 1993».


I romanzi di Giuffrè

Improvvisamente, nel 2003, ma la storia sappiamo che covava in lui da tempo, Aldo Giuffrè si fece scrittore, pubblicando quasi contemporaneamente due romanzi: il primo, nel febbraio, con la EditriceErmes, “In viaggio con Amore” (con la prefazione di Domenico Rea ed un lusinghiero giudizio di Dacia Maraini); il secondo, nel settembre dello stesso anno, con la Guida editore, “Amici come prima”. Anch’io li lessi entrambi e ne feci due brevi recensioni, all’ultima delle quali, Aldo ritenne opportuno inviarmi una lettera (Roma, 5.02.2004), nella quale mi annunciava l’idea di un nuovo romanzo: «Da qualche giorno ho messo mano al terzo romanzo. Storia di un viaggio lungo, faticoso, disagiato, drammatico… Un camion scassatissimo, ai tempi della Repubblica di Salò, trasporta una scalcinata compagnia di guitti dell’Italia del Nord-Est all’Italia del Sud. Il titolo (“I Coviello, protagonisti in provincia”) dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) contenere la tematica, cara a Pirandello, secondo cui la “provincia” non si riferisce a una posizione geografica ma a una “forma mentis”». Il romanzo come si sa vide la luce nel 2007, sempre edito da Guida di Napoli. Infine, sempre con lo stesso editore Guida, nel 2009, diede alle stampe il suo ultimo romanzo, “La meravigliosa storia di Antonio Maraviglia”, nel quale Giuffrè affonda il bisturi della memoria nell’inestricabile labirinto che è la vita.


La poesia... dagli uno sguardo

Una vita, quella di Aldo Giuffrè, piena di non poche cose, tutte degne di essere vissute: attore di teatro e di cinema, doppiatore, scrittore, e infine anche poeta. Nel 2005, in un incontro salentino per me indimenticabile, stavamo percorrendo le assolate strade del Salento, quando mi passò nelle mani un foglio dattiloscritto dicendomi «dagli uno sguardo». Era una sua poesia, questa: «La pace// La pace in un mondo devastato dall’odio./ La pace in un campo dove cresce solo gramigna./ In un cielo attraversato da avvoltoi./ In un mare infuriato di tempesta./ Uno sparuto gruppo di gente si muove e va a cercare la pace./ Ma dove?/ Nelle pozzanghere?/ In un terreno riarso, cosparso di bossoli?/ In una piccola bara bianca?/ Nel groviglio babelico di religiosi che sparano anziché pregare?/ Nei cuori induriti dei lutti?/ Nella lama d’un coltello?/ In un dito che s’accinge a tirare il grilletto?/ Dove andiamo a cercare la pace?/ In un striscione sbiadito su cui la parola “pace” si legge a stento,/ tanto è stata calpestata da un manipolo di forsennati che inneggiavano alla/ pace in ottusa obbedienza alle direttive di un partito politico?/ Marciamo verso la pace./ Marciamo verso la vita./ Non allontaniamoci, però, dai luoghi dove si semina la morte./ Perché è lì che dobbiamo parlare di pace. È lì che dobbiamo santificare la vita./ Siamo, l’abbiamo detto, uno sparuto gruppo di gente./ Siamo pochi. Siamo la minoranza./ Ma non siamo ancora indeboliti nella ferma volontà di andare a stanare la pace./ E forse non dobbiamo andare lontano./ La pace – se c’è – è dentro di noi./ E dunque è da qui che dobbiamo partire.// Aldo Giuffrè (22 gennaio 2005)».

Con la scomparsa di Aldo Giuffrè, il Salento ha perso un amico e sicuramente un suo grande estimatore.

sabato 13 novembre 2010

Vittorio Bodini. La poesia della poesia

Un fuoco che non si è visto ardere

Antonio Errico

Senza darsi tempo, senza darsi pace. Come con un delirio dentro, con una febbre addosso. Come se ogni giorno spalancasse un vuoto che doveva riempire ad ogni costo. Come se la memoria potesse esplodere all’improvviso, o minargli la mente l’afasia, come se un demone potesse rapinargli la fantasia, le visioni, il sentimento, i suoni, la ragione. Come se la parola potesse all’improvviso ordire il tradimento malvagio di una fuga dalle stanze segrete del pensiero, o potesse ritrarsi, rifiutarsi di agire in una forma, farsi approssimazione subdola, espressione inessenziale, artificio senz’arte, latitanza di senso, vacuo pleonasmo, ridondante maniera.

Ha paura: che ogni poesia possa essere l’ultima, che le parole s’ammutinino. Ha paura che ad un certo punto cominci “ un insolito modo/ con le cose di guardarsi/ d’intendersi/ scavalcando le parole/ in una vile dolcezza”. Ha paura che la parola non senta più il richiamo dell’esistenza, che questa non subisca più la seduzione stordente della parola. Delle parole non si fida. Sa che sono predisposte alla rivolta, che nascondono un’infedeltà connaturata. Sa che possono essere oro che riluce oppure moneta falsa, vuota risonanza, che a volte spalancano porte e a volte sbarrano cammini, negano destini, oscurano emozioni, alzano altari d’oro a falsi dei.

Allora scrive con un’ansia che lo stravolge, con l’ossessione che davvero ogni poesia possa essere l’ultima, che possa abbandonarlo senza preavviso, o che si svuoti di senso, si accartocci nel già detto, si recluda nel silenzio. Allora in ogni poesia vuole metterci tutto; in ogni parola, ogni sillaba, vuole metterci tutto: la rabbia, i presentimenti, il rancore, l’amore, le leggende, i ricordi, gli affanni, l’angoscia della morte, il capogiro della vita, tutte le storie possibili, le albe, i tramonti, le lune, gli amici, i discorsi, gli affanni di ogni giorno,i volti e le voci dei morti. Vuole metterci l’auto con la Olivetti e la bombola del gas, il suo bestiario, le sue cavalle, l’ alcool, le cravatte, la sua pena, il suo azzardo, l’intemperanza, il tormento, tutti i libri letti, i suoi vizi, il suo gioco, la bellezza, il basilico, i gerani, e quel cuore “ che voleva abbaiare/ tutte le notti/ alla luna e alle pietre”. Tutto in ogni poesia, in modo definitivo, irripetibile, incomparabile. Una musica che non ha paragoni. Pennellate di colori mai visti. La perfezione della forma non gli interessa. Gli interessa l’immagine inedita, assoluta. Gli interessa che in ogni poesia ci vada il caos dell’universo, l’imperfezione dell’umano. Gli interessa potersi sentire parte di quel caos, riflesso di quell’imperfezione.

Vittorio Bodini scrive con una costante sensazione della fine che lo insidia, come se avesse accanto l’ombra di un io sdoppiato che gli scandisce gli istanti, e lo incita, lo sfida, gli intima di far presto, gli ricorda, vilmente, che deve stare attento. Perché potrebbe non esserci un’altra possibilità di poesia, una proroga del privilegio della parola, perché potrebbe rompersi l’incantesimo che compenetra il verso e il respiro, la sillaba e il suono. L’ombra gli sussurra la minaccia insolente che il pappagallo “ dalle penne oro e verdi e una mania/ di contraddire”, a un certo punto potrebbe ammutolirsi.

Così scrive in modo frenetico, quasi volesse consegnarsi senza condizioni, darsi alla poesia in sacrificio, per poter avere ancora un dono di parole, per poterne sentire ancora il tintinnio e il dolceamaro sapore. Alla vita non chiede altro. Gli anni, le donne, i ricordi, il paesaggio, i racconti, hanno senso solo se si trasmutano in poesia, se riescono a farsi figure che gabbano il tempo, che leniscono, almeno un poco, la pena per la transitorietà meschina dell’ esistere.

Scrive “ senza mangiare, senza indirizzo”, con in cuore un sasso nero “ avvolto in stracci di parole”.

Scrive nella notte, per lasciarsi una poesia sul tavolo, come un biglietto di scuse diretto a se stesso, per domani. “ Se mi desterò” , dice.


Ha “ riserve di morte e di poesia”, Vittorio Bodini. Forse cose diverse, condizioni opposte. Forse ( probabilmente, inesorabilmente) la stessa cosa. Sono riserve che si porta in un bagaglio intimo, interiore. La morte e la poesia, confuse tra di loro, e poi confuse con la matassa della memoria, con i pro e i contro, con le contraddizioni, con le occasioni della vita, con tutte le sconfitte irrimediabili, le futili vittorie. Morte e poesia come limite, confine, esito ultimo, irreversibile, possibilità estrema. L’una e l’altra pensate sempre come evento indecifrabile, combinazione di mistero e di candore. L’una e l’altra che accadono indipendentemente dalla volontà, che sopraggiungono e non ammettono rifiuto. L’una e l’altra che si nutrono di assenza.

Vittorio Bodini interroga le assenze : a volte con pietà, a volte con disperazione, o con rabbia. E’ questa la sua struggente inchiesta, il suo accanito indagare, il tentativo smanioso di rivelare quale dolore sconquassi la vita delle creature, quale castigo divino sgretoli il paesaggio, chi sia “ l’immondo insetto, così pieno di malinconia”, che cosa sarebbe accaduto, come sarebbe stato, come saremmo stati “ se le cose fossero andare diversamente”.

La morte e la poesia si nutrono di assenze, e tutto precipita verso la morte, e tutto è cercato dalla poesia. Tutto, e prima di tutto se stessi: impastati di morte e di poesia. “ Nella poesia l’inganno della morte”. Così dice.

Dice che “ è con la propria morte/ che bisogna abitare, / la propria morte accettare/ come la vuota ombra/ d’un cane bianco, ritagliato/ nella carta velina/ che parte e torna/ dai suoi viaggi nel nulla”. Poi, ancora, dice – si dice, si domanda - : “ come farò a sapere / dove sono , fino a che punto sono morto/ o vivo/ le cose da lasciare/ e quelle da prendere”.

Davvero è questa la struggente inchiesta “sulla verità dell’essere”, condotta con lo strumento di una poesia che si strazia scavando nell’umanità dolente. Una scorciatoia: un’abbreviazione, forse anche una sintesi essenziale, senza alternativa. Un modo per tentare di arrivare prima perché il tempo è poco, è sempre di meno.

Umberto Saba: “ Scorciatoie. Sono – dice il Dizionario – vie più brevi per andare da un luogo ad un altro. Sono, a volte, difficili; veri sentieri per capre. Possono dare la nostalgie delle strade lunghe, piane, diritte, provinciali”.

Tra prosa e poesia, quest’ultima rappresenta la scorciatoia. Scrive Bodini in una prosa ( Firenze) : “ non ho mai avuto dubbi per la scelta, che era la poesia, nella cui parola ho sempre sentito la facoltà di rimuovere e trarre una luce definitiva, i sensi e i messaggi più insospettati, e una maniera più ellittica di conoscere la realtà, meglio adatta a una natura come la mia disordinata e impetuosa”.

Ecco. Una luce definitiva, quindi una lucida ragione, capace di dare una spiegazione agli impulsi e alle pulsioni. Il senso e il messaggio più insospettato, quindi la scoperta di una ulteriore significanza, nell’accezione che al temine attribuisce Roland Barthes di senso prodotto sensualmente .

Per Bodini la scorciatoia della poesia è un modo per saltare ogni passaggio intermedio tra la percezione e la conoscenza. Con la poesia brucia ogni premessa, ogni preambolo, qualsiasi digressione. Le parole prendono quella scorciatoia per arrivare ad una verità dell’essere che si mostra in tutto il suo enigma, in tutto il suo dramma, nella contorta ambiguità che richiama e frastorna o nella linearità dei fenomeni che fa spavento. La scorciatoia non consente indugi, distrazioni. Pretende un passo guardingo, una costante tensione. Allora ogni parola sprigiona energia. Ogni poesia è un processo di approssimazione, un procedere verso la comprensione di quella “verità dell’essere” che costituisce tanto una prospettiva conoscitiva quanto un’ urgenza esistenziale. Essere per capire. Capire per essere. Poi: scrivere chi si è ( stati), che cosa si è conosciuto, che cosa si vorrebbe conoscere. Penetrare la tenebra, dire lo sprofondo, il sublime, l’orrido, la colpa o l’innocenza.

Ma quella scorciatoia “ non ci ha portati lontano, / no davvero”, dice.

Il punto a cui arriva la poesia, per Vittorio Bodini non rappresenta una delusione ma una irrimediabile tristezza. Capisce che non rivela verità. Forse chiarisce un poco l’opaco, a volte, interroga la coscienza; la parola dà forma a pensieri d’ogni sorta, consola o inquieta l’insonnia, esprime pietà o desiderio, slarga i confini della realtà, abolisce distanze, ma tutto accade nella natura di una finzione; può rinominare le cose ma non può ricrearle; è strumento per un inventario, per una prefigurazione, per un consuntivo o un programma, scatena emozioni e passioni, ma di questo non può trovare e spiegare i motivi. E’ un colpo di dadi, un azzardo, una epifania dell’incredibile, una diserzione continua, un istinto imprevedibile, una straordinaria, miracolosa intuizione, una fantastica ribellione, ombra dilatata delle creature e delle cose, ma non creatura, non cosa, non ragione che riesce a conferire struttura alla storia interiore.

Non porta lontano la scorciatoia della poesia. “ Sì, qualche volta l’ebbrezza/ d’esser vicini a qualcosa/ ma in che rari momenti/ e a che prezzo/ d’insofferenze, di rotture/ d’ogni più delicata trama d’affetti”.

Ecco. La scorciatoia termina qui, dentro il vicolo cieco di questa quieta consapevolezza di precarietà, di finitezza.

A questo punto la sua poesia non ha più ansia. C’è quasi una rinuncia, una desistenza. Resta la memoria dell’ebbrezza, di un lampo di felicità per quel qualcosa – un sentimento, un’essenza - alla quale si è sentito vicino. Resta il rammarico per il prezzo che ha pagato, per la pena che ha sofferto, per quella trama d’affetti lacerata. Ha passato la vita a crescere parole, mentre non si accorgeva di tutto quello che accadeva intorno, che fioriva e che sfioriva. Probabilmente è questa la verità a cui porta la scorciatoia della poesia: la scoperta della cenere di un fuoco che non si è visto ardere.

Ora tutto diventa lontano, “ i volti amati si sfrondano/ delle loro vicende,/ non restano che i nomi”.

Diventa lontana l’infanzia e il grido dei fanciulli, la sua città con le mura grigie grigie, le piccole figlie di puttana spidocchiate dalle madri in via De Angelis, è lontana Madrid e “lo stagno senza viole/ dove morì Pilar”, è lontana Ninetta, Isobel è lontana, Valentina è lontana; sono lontani i caffè, la smania di esistere, le calde forme del passato, e i brividi lucenti, e i cieli dell’avventura, le donne da leggere e i libri da accarezzare, la fidanzata fantasma che “ si pettinava i capelli sulla lunghezza d’onda d’un telefono in fiore”, il gettone del sole che tramonta, i profili delle nuvole, i carri lenti, il pianto di un bambino a Bari vecchia, le poesie scritte alla luna, tutto diventa infinitamente lontano, si raggruma nel terribile dolore della lontananza.

Certamente avrà pensato alle ultime parole del suo Don Chisciotte , quando Sancho Panza dice ad Alonso Quijano che la maggior pazzia che un uomo può fare in questa vita è di lasciarsi morire così, su due piedi, senza che nessuno l’uccida e non lo finisca altra mano che quella della malinconia.

Ma con un’amarezza e una malinconia che contagiano ogni espressione del creato, Bodini adesso dice: “ odio financo il delicato verde dell’estate/ che attornia le mie finestre”.

Financo. Un avverbio che traduce la condizione dell’estremo, che spacca in due il guscio del concetto, e rivela il sentimento dell’odio, ad un tempo viscerale e razionale, verso tutto il resto, verso tutto l’universo. L’odio diventa ancora più greve e irrimediabile nel contrasto con l’espressione della delicatezza, che forse costituisce un conscio o inconscio rammarico. Per un’ associazione di sensibilità viene da pensare a quei versi della “Chanson de la plus haute tour” di Arthur Rimbaud che dicono : “ Oisive jeunesse/ à tout asservie/ par délicatesse/ j’ai perdu ma vie”. (Oreste Macrì parla di questa délicatesse a proposito della “ Canzone semplice dell’esser se stessi”, e di quei versi : “ io fuggo da ogni cosa delicatamente ./ Provo a essere solo. Trovo/ la morte e la paura” ).

Alla fine scompare anche la paura. Rimane solo la condizione di una morte attesa , quasi come speranza amara, spossata. “Venga la mano di chi so e liberi/ dall’angoscia i miei risvegli”.

La sua stagione poetica tramonta così: con un linguaggio che confessa tutta la sua stanchezza, che vuole essere minimo e nitido, distante dall’immaginario favoloso, dalla fantasia sfrenata che costituisce l’inconfondibile identità della poesia di Bodini.

Ma di quali risvegli parla Vittorio Bodini. Forse dei reali risvegli dai suoi sonni ( dai suoi sogni) lividi, angosciosi. Forse dei risvegli dal sogno entusiasmante e inquieto di una poesia con la quale voleva arrivare a verità che non ha mai raggiunto, perché sono irraggiungibili. Forse – probabilmente – la parola risvegli contiene le stratificazioni semantiche di tutto questo. Perché Vittorio Bodini ha mischiato le carte della poesia e della vita, fino a non riuscire a distinguere più quali fossero quelle che si giocano con la vita, quali quelle da giocare con la poesia. Non ha saputo distinguere, Vittorio Bodini, la natura del sangue e quella dell’inchiostro, che cosa fosse un tramonto e cosa un verso che scriveva il tramonto, la differenza che c’è tra la luna che si guarda con stupore e lo stupore di abbracciarla con una sola parola.

Talvolta accade che non si riconoscano le differenze, che non si sappia distinguere. Ai poeti veri talvolta accade. Perché ai poeti veri a un certo punto accade di scoprirsi solo uomini che sentono freddo.


venerdì 12 novembre 2010

giovedì 7 ottobre 2010

Una chiesa a "fumetti"

Il cantiere dell'arte nuova Luigi Manni

Libri/ “La chiesa di Santo Stefano di Soleto” di Luigi Manni, Mario Congedo Editore

Il volume sarà presentato oggi, giovedì 7 ottobre, nella chiesa Maria SS Assunta, in Piazza Cattedrale a Soleto. Interverranno con l'autore il sindaco Elio Serra, i professori Giancarlo Vallone e Francesco G. Giannacchi

La chiesa di Santo Stefano (XIV-XV sec.) sorge nel centro di Soleto, capoluogo in epoca angioina della contea di Raimondo del Balzo di Courthezon, poi di Nicola Orsini e, fino al 1406, di Raimondello Orsini del Balzo. La contea era unitariamente circoscritta, con i corpi feudali di Soleto, Galatina, Sternatia e Zollino, in una vasta coinè grecanica alloglotta di tradizione bizantina, oggi ridotta ad un’enclave conosciuta come Grecìa salentina, situata a sud di Lecce, nel cuore del Salento. Santo Stefano, come tutte le opere d’arte, si configura in “un modo di vivere, un punto di vista, un tipo di rapporto con la vita sociale, una posizione di ordine culturale, politica, ideologica, religiosa”. Posizione egemonica, secondo Mario Cazzato, e, su un piano strettamente simbolico, la dimostrazione inconfutabile del ruolo raggiunto da Soleto nel Salento bizantino. Non solo, quindi, una storia di materiali, stili, artisti e referenti formativi – capitolo certamente rilevante della pittura tardogotica di Santo Stefano –, ma anche un approccio culturale più complessivo, già tentato da Sergio Ortese lungo le rotte culturali dei cantieri cosiddetti “minori”. La ricostruzione della dimensione spaziale, umana e temporale in cui si sono svolti i fatti e della “rete di relazioni microscopiche che ogni prodotto artistico, anche il più elementare, presuppone”, ha naturalmente tenuto conto dei fatti artistici e degli aspetti religiosi, cultuali e liturgici, connessi con le immagini degli affreschi e con gli elementi architettonici, recentemente affrontati da Michel Berger e Andrè Jacob. Al netto, tuttavia, di alcune improbabili ipotesi interpretative degli elementi plastici e dei brani pittorici. Lo stemma, da me individuato e attribuito con molta probabilità all’arcivescovo di Otranto, lo scismatico Guglielmo; l’altro degli Orsini del Balzo, scoperto da Luigi Galante e gli spogli documentali compulsati da Gino L. Di Mitri, aprono squarci inediti sulle vicende fondative e sulla cronologia di Santo Stefano; su Raimondello Orsini del Balzo, committente del piano d’opera e su Giorgio de Tullie, rettore della chiesa sino alla metà del Quattrocento. Lo scenario artistico della contea di Soleto venne profondamente influenzato dal grandioso cantiere tardogotico di Santa Caterina di Galatina, anch’esso allestito da Raimondello nel 1385. L’arte nuova, abbandonati i modi di stretta referenza bizantina, entrò anche nella chiesa di Santo Stefano, soprattutto nei primi decenni del Quattrocento. Qui i frescanti, pur rimutando “l’arte di dipingere di greco in latino”, si trovarono – questa è la contraddizione – a spalmare i freschi sulle pareti di una chiesa pensata e costruita con un impianto architettonico di derivazione bizantina e ad accompagnarli con iscrizioni esegetiche greche, in questa sede trascritte da Francesco G. Giannachi e ordinate in una guida dell’intero corpo epigrafico. Ma la vera sorpresa, al di là della nuova cifra stilistica e di alcune singolari iconografie, sta nell’esemplare messaggio cristiano racchiuso tra le pieghe del colore. Gli affreschi, letti in chiave iconologica, ai fedeli ellenofoni che entrarono in chiesa per pregare, offrirono una spettacolare e scenografica rappresentazione escatologica del loro destino. Una via per la salvezza, tra visioni teofaniche, vite leggendarie di santi, alati cherubini, Cristi-sapienza e Cristi-crocifissi, Madonne amabili e Madonne dolorose, miracoli, stragi, conversioni, inferni infuocati e beati paradisi. Una storia tutta da raccontare.

lunedì 27 settembre 2010

La musica delle pietre

Archeologia/ Il suono segreto del megalitismo

Stefano delle Rose

L'archeologia accademica tende a relegare il fenomeno del megalitismo in un periodo che va da IV al II millennio a. C.; in realtà, grazie alle scoperte di ricercatori indipendenti e appassionati, questa datazione si può arretrare fino al 10-15000 a. C.

Le pietre leggere

Un dubbio però, ancora non chiarito, è come sia stato possibile che in tutto il mondo, culture diverse tra loro e senza contatti reciproci, abbiano utilizzato la stessa tecnica costruttiva, ossia l'uso di enormi blocchi in pietra, il cui peso spesso superava le 100 tonnellate; gli esempi di costruzioni megalitiche sono numerosi: dalla Bolivia, con la perduta città di Tiahuanaco, che un tempo sorgeva sulle sponde del Lago Titicaca, alle Piramidi in Egitto; e ancora, i templi maya e le città fenice di Tebe, Delfi, Micene, Tirinto.

A noi più familiare risultano la civiltà nuragica in Sardegna, quella Etrusca e nel Salento i popoli pre - Messapico e Messapico. Che si tratti di templi, mura, piramidi, menhir, tutti questi popoli sono accomunati dall'uso di enormi pietre, megaliti appunto, nelle rispettive costruzioni.La prima reazione di fronte a queste costruzioni è quella di chiedersi perché siano stati utilizzati enormi e pesanti blocchi e non tagli più piccoli e maneggevoli e come siano stati spostati, le teorie sono molte e diverse tra loro, ad esempio si teorizza l'intervento di civiltà aliene dotate di tecnologie avanzatissime superiori alle conoscenze e ai mezzi utilizzati dall'uomo di quel periodo. Personalmente ritengo un errore continuare a teorizzare usando come parametri le conoscenze e le tecnologie oggi a noi note, sarebbe molto più utile e produttivo riuscire a ragionare in base a ciò che l'uomo dei megaliti aveva sicuramente a disposizione e cioè la natura e la sua energia.

Sentire le “energie”

I nostri antenati erano perfettamente in grado di sentire le diverse energie di cui erano circondati come fossero informazioni ed erano capaci di gestirle e utilizzarle, essendo l'unico modo di sopravvivere. Oggi abbiamo perso tali capacità, avendole affidate alla tecnologia; calendari, orologi, telefoni, antenne sono le nostre energie informanti.

La fisica moderna ha ampiamente dimostrato il carattere vibratorio dell'energia, in qualsiasi forma essa si presenti. In un'ottica vibrazionale, il pensiero è facilmente rivolto al suono quale più facile e immediato strumento per creare energia e dal suono prendiamo a prestito un altro concetto che è quello della risonanza. Nell'Universo tutto risponde al principio della risonanza, ogni forma di energia è in grado di rispondere ad una frequenza simile alla propria.

Possiamo quindi affermare Energia = Vibrazione = Risonanza, sulle quali si basa non solo la musica ma ogni forma di energia attorno a noi e in qualsiasi stato: solido, liquido, gassoso, quindi anche pensieri, colori, odori e naturalmente, suoni.

Le frequenze della Natura

Numerose sono le terapie basate sull'uso di determinati suoni o musiche, sia antiche sia moderne.

In tutte le più antiche culture e tradizioni, a tutte le latitudini, troviamo riferimenti al suono come al mezzo di avvicinamento a Dio o all'Universo, si pensi ai mantra, al canto gregoriano, al suono di una campana. Facciamo un passo indietro e mettiamoci nei panni di un costruttore di megaliti; abbiamo già evidenziato come egli fosse in grado di interagire con le frequenze della natura e quindi risulta logico ipotizzare che fosse anche in grado di riprodurre tramite un suono l'esatta frequenza di risonanza della pietra con cui lavorava.

Nel momento in cui la pietra riceve la giusta frequenza, inizia a vibrare liberando energia, risultando facilmente trasportabile o manovrabile.

Un aspetto poco noto e poco studiato del megalitismo è il suo rapporto con questa determinata forma di energia che è il suono, interpretando quest'ultimo come la primordiale forma di espressione energetica esprimibile dall'uomo. Ma quale sarà la frequenza segreta del megalitismo?

Il primo approccio è legato al materiale, che nel caso del Salento è il calcare con il quale vennero eretti menhir, dolmen e mura e nel quale furono scavate grotte, ipogei, chiese rupestri, attraverso lo studio delle caratteristiche chimico-fisiche dei minerali che lo compongono. Ma altrettanto importanti sono anche la forma e le dimensioni del manufatto oggetto di studio.

Per quanto riguarda il suono, si sta procedendo sia con suoni espressi a voce, in particolare con il canto armonico, che attraverso suoni prodotti da tecnici specializzati nel campo della musica. Come si può capire è fondamentale un approccio multidisciplinare in cui fisica, chimica, musica e tecniche energetiche antiche, operano con l'unico obiettivo di entrare in risonanza con il megalitismo salentino.

mercoledì 15 settembre 2010

Marcello Buttazzo, Serenangelo

Poesia/ Marcello Buttazzo

Marcello amava nel mentre scriveva versi. O fermava versi intanto che amava. Mi parlò di questa nuova raccolta insieme a lei… Poi un giorno, tempo dopo, quando lei non c’era più, mi chiese se potevo annotare un mio pensiero su quei suoi versi. Mi disse, testualmente, che soltanto io potevo farlo. Lusingato risposi, ma perché? Perché sei un poeta del cazzo! Questa fu la sua risposta. Risi (e anche lui… avevo compreso) e non commentai. In primavera mi consegnò la bozza di Serenangelo (Manni Editore, 2010, pagine 92, € 12,00) e, di getto, scrissi (a mo’ di prefazione) quel che segue.

Vito Antonio Conte

È aprile quando leggo l'ultima pagina di questa nuova raccolta di versi (che ho aperto in primavera) di Marcello Buttazzo. Sto in campagna. Nella splendida campagna di questa stagione. Nella campagna che qui (specialmente) esplode di colori, di gemme, di tanti fiori, di bianco, di verde, di giallo, di arancio, di rosso, di turchese, di lilla, di violetto e d'altre sfumature che bisogna soltanto vedere per comprenderne l'autentica bellezza. La Natura che scintilla, s'incendia, sprizza, dona, culla, crea vita, nuova vita. Di vita che si schiude nelle variopinte farfalle, nei destati piccoli sauri, nel vellutato calabrone, nelle formiche volanti, nelle infaticabili api. Terra e cielo che rinascono, oltre le altre stagioni. Ogni stagione ha le sue peculiarità, come l'esistenza. Quella di Marcello Buttazzo è esplosa la primavera di un anno addietro, dopo infinite stagioni di torpore, di lunghi forzati giorni bui, di notti maledette, d'albe ingannatrici, di contatti sfiorati e mai vissuti pienamente se non nel doloroso ricordo d'un altro tempo che, come fantasma maligno, annientava il presente irrimediabilmente. Stagioni rotte dalle parole, uniche compagne per lenire quello stato di apatia dell'anima in conflitto coi sensi. Il dolore per quel ch'è stato e non c'è più.

Per quel che sarebbe potuto essere e non è stato. Contorni del sogno appena abbozzati e già confusi nell'invadente oscurità del nulla. E se quel sogno si chiama AMORE, la rabbia resta appiccicata alla pelle anche quando tormentatamente l'hai sputata fuori da quel dentro che fatichi a riconoscere. Quel dolore che (se quel sogno chiamato AMORE era l'ultimo rimasto) non va più via. E non sai più pregare. Non sai più bestemmiare. Vorresti soltanto sparire. In quel mare levantino che (soltanto lui) può capire, grande com'è, il tuo grande essere perduto. Aspettando l'alba che (soltanto lei) può lenire lo strazio della notte con quella carezza che passa tra pensieri sfuggiti a ogni controllo. Nell'attesa di un segno che dica che quella sospensione in bilico tra vivere e morire non vale nessun AMORE. Ché l'amore è tutto e niente. Ché cambia la vita. Ché dona la vita. Ché toglie la vita.

Tutto e niente è l'amore. S'è reciprocità di moti, presenza oltre ogni assenza, gioia che chiami con un sorriso, desiderio che incontra desiderio, occhi che si specchiano negli occhi, parole che dicono tutto (anche l'indicibile). È urlo liberato, scoperta sussurrata, respiro condiviso. È incanto di una via che hai percorso mille volte e che racconta cose mai ascoltate, meraviglia d'un incedere tenendosi la mano e il resto vale zero, sorpresa d'arabeschi prima irriconoscibili nel blu che diventa indaco. Niente e tutto è l'amore. È perdita del quotidiano senso, vuoto di sprofondo senza limite, mancanza incolmabile, giorni inutili, inutili notti, ventre lacerato, sonno insonne, vagare senza sapere per dove, nominarlo in tutti i modi sapendo che nessuna eco porterà la tua voce più lontano della tua testa. E preghi, dimenticando che non sai più pregare. E bestemmi, rammentando nella disperazione tutte le contumelie. Parole che non dicono nulla (neppure il facilmente dicibile). Così è l'amore. Benedizione e maledizione. Tutto questo c'è nei versi di questa raccolta.

Tutto questo ho letto tra i versi di questa raccolta. Tutto questo è contenuto nei versi di questa storia. Prima c'è la storia, poi i versi. La storia, qualunque storia, va vissuta. Poi, puoi dirla. Questo ho visto nelle parole del verseggiare di Marcello Buttazzo. Una gran bella storia d'amore. Anelata, trovata, arrivata come dono, colta e vissuta. Diventata versi. Come d'ultimo regalo.

Ho detto: “gran bella storia d'amore” e avrei potuto aggiungere finita, perduta, smarrita. Non ho aggiunto null'altro volutamente ché qualunque sia o sia stato o sarà l'epilogo, “amore non è morte”, non è fine, mai, neanche quando la solitudine è unica compagna. Questa raccolta si può leggere come un volo di migratori. Arrivano portati dal cielo in primavera a svernare. Sostano su specchi d'acqua, nel canneto, tra le macchie di quei colori, nell'aria frizzante, beandosi di sole di luce di giochi e di canti festosi. Sino all'autunno del sacro fuoco, prima del dondolare delle foglie senza linfa, altri voli svanire. E, poi, freddo inverno i giorni ingrigire le notti incupire.

Ma ci sarà un'altra estate e brucerà la precedente, mai vista che maggio se l'era bevuta. Arriverà l'estate a bruciare il dolore, quell'antico dolore, riemerso a lancinare il tempo. Verrà l'estate a cauterizzare la ferita. Intanto metabolizzi il male. Lo trasformi in bene nel mentre il cuore -una volta ancora spezzato d'amore- ti suggerisce le parole. Parole delicate come fili d'erba e come fili d'erba sapientemente mossi dalla poiesis di Marcello Buttazzo, dal suo creare l'eterna arte come un viaggio alla ricerca del mistero del vivere. Un vivere che -nonostante la visceralità delle situazioni descritte- è reso parola spirituale, com'è nelle corde di Marcello Buttazzo, anche se distante dalle sue precedenti pubblicazioni. Mi spiego: c'è in questa raccolta una latente voglia dell'Autore di liberarsi di tutta la poesia che ha reso in precedenza.

C'è una forte presenza di erotismo, di carnalità, di sensualità, di sensi espressi e fatti ardenti abbracci in questi versi. A differenza delle precedenti raccolte, dove la tematica, per quanto fosse sempre (principalmente) l'amore (e le sue conseguenze), era qualcosa di molto simile a un'idea, a un ricordo, a un miraggio, che la forza del verso rendeva viva, qui c'è una storia (che potrebbe anche essere inverosimile, ma non lo è) più forte dei versi, che i versi faticano a contenere e a narrare. Lì il verso era medicina. Qui diventa mezzo per fermare l'esplosione, per immortalare un momento già dotato di sua potenza. A risentirne è il linguaggio e lo stile: riconoscibile, ma molto più immediato rispetto al passato. E, paradossalmente, più ricco di assonanze, di allitterazioni, di aggettivi sostantivati, di lemmi ricercati (al limite dello sperimentalismo), di neologismi, di trovate fantastiche per dire la favola e le cadute della vita reale; caustico in certi pezzi, nonostante i continui rimandi; gradevole, sia pur nelle reiterazioni situazionali; ironico (finalmente) anche nei versi dove il dolore sale senza rimedio: “...mi hai detto: / «La nostra storia / è appesa a una nuvola». / Tu, angelo mio, / sei un miracolo / di meteorologia.” Anche dove il desiderio s'apre all'indefinito: “Tacqui / e avevo / una rosa di passione / piantata nel cuore”. Anche dove il poetare diventa ermetico rifugiando frangenti in metafore coniugate col ritmo del naturale scorrere delle cose: “Inciela / mantiglie / dorate trecce / di frumento / tremula carne / rincorro”. Il risultato è un'opera carica di pulito lirismo che trasuda passione pagina dopo pagina, emblematicamente rinvenibile in questo pezzo (come gli altri privo di titolo: il che dà continuità ai versi che rendono questo libro fruibile come un lungo racconto) cantato (come tutti gli altri) a e per Serena: “Acqua chiara, / trapassa pianamente / la mia malinconia. / Giallo sole / sei la mia ninfea, / coriacea resisti / agli insulti del tempo. / Stamane / portami / i tuoi occhi / su una cornucopia / di more selvagge. / Portami / stanotte / il tuo fiore / ch'io lo possa / colorare di luna.”

martedì 7 settembre 2010

“Il segreto della miniatura” di Renzo Limone, Manni Editore

L'occasione di R.
Vito Antonio Conte

Roberto è “solo uno studioso con qualche velleità di dongiovanni”! Roberto è, suo malgrado, il protagonista del libro che ha vieppiù appesantito un paio di giorni d’inizio agosto di questo mio Tempo. La definizione è dello stesso Autore (la trovate a pagina 73). L’Autore è Renzo (noto come Oronzo, il cui diminutivo dovrebbe essere Ronzo e non Renzo, ch’è –invece- diminutivo di Lorenzo) Limone. Il libro è “Il segreto della miniatura” (Manni Editore, Collana “Occasioni”, pagine 183, € 16,00), esordio narrativo (com’è riportato nella quarta di copertina) del citato Renzo Limone. Gli esordi andrebbero sempre (comunque?) incoraggiati. È vero. A meno che non si dica ciò per “convinzione”. Nel qual caso, sarebbe bene ricordare che “Le convinzioni, più che le bugie, sono nemiche pericolose della verità” (Nietzsche, riportato in esergo dall’Autore, a pagina 5).

E allora, di questo libro, dirò la verità, nient’altro che la verità, tutta la verità, lo giuro!

La storia, che ha - nelle intenzioni espresse - svolgimento nel canovaccio del “giallo” e, all’interno di questo genere letterario, nella specie del thriller, si rivela essere – invece - “occasione” (mai “Collana” fu più appropriata) per denunciare (nelle intenzioni reali?) un’ingiustizia subita (vera o presunta che sia). Questo è risaltato immediatamente a me (che non conosco personalmente l’Autore, né le sue vicende personali, se non da lettore – a volte distratto - di quotidiani locali…) nel mentre ero alle prese con “Il segreto della miniatura”.

Non faccio fatica a credere che Roberto sia stato manipolato all’interno di una vicenda ordita per invidia, gelosia e, soprattutto, interessi di potere con sacrificio della sua posizione sociale. Ché ciò accade quotidianamente, ché le sorti di questo pianeta sono determinate da pochi! Da quei pochi (meglio sarebbe dire: da quelle poche famiglie) che detengono il potere. Per il loro esclusivo profitto. Reiteratamente mi sono soffermato su questo perenne cancro sociale. Roberto fa di questa questione tema principale della sua esistenza in quel determinato frangente della sua vita ch’è narrato in questo libro. È plausibile pensare che ciò valga anche per l’Autore se è vero, come da più parti è stato affermato (e io concordo), che un libro (anche quando non è dichiaratamente autobiografico) contiene sempre (in un modo qualsiasi) qualcosa che appartiene al vissuto del suo Autore.

E, all’evidenza, non parlo di storie di spionaggio, controspionaggio, omicidi, suicidi e donne a non finire tra cui si dibatte (pavoneggiandosi) Roberto, ma basta coniugare il contenuto del libro con le due “parti” dell’ultima di copertina per comprendere quel che dico. Fantasia e realtà. Questi due elementi, ben combinati (insieme a altro…), fanno una buona scrittura. Gli stessi elementi (altrimenti combinati…) fanno l’esistenza. Buona o cattiva, non spetta a me dirlo. Lungi da me ogni intenzione di fare dell’inutile e pernicioso moralismo. Né quello di dare giudizi su alcuno e/o alcunché. Dico quello che penso. E parimenti scrivo. Sempre e comunque. Senza ritenermi il depositario di alcuna certezza… Tornando al libro, devo dire che, tra le cose buone (alcuni tratti in cui è ravvisabile il tentativo di esteriorizzare spaccati dell’umana esistenza di carattere universale…), pure notate, nel suo insieme non mi ha entusiasmato. Su diverse pagine della mia copia ho annotato: “ma dai?!?”. Questa espressione sintetizza, per me, quel che non funziona. In ultima analisi (evitandovi parole circa la trama, la struttura, il linguaggio, i dialoghi, e ancora…), non m’è piaciuta la “scrittura”. Senza stile. Spesso forzata, per niente liquida (fluida), accidentata nel suo scorrere e densa di ricorsi a espedienti meta-letterari che appesantiscono lo svolgimento della storia. Inadeguata alle vicende narrate e ai personaggi. Sfilacciata in ripetute descrizioni di luoghi, ambienti e altre ultroneità. Incapace di reggere la tensione (e in un thriller non dovrebbe accadere!) per effetto di sovrabbondanti romanticherie, ridicole sdolcinerie, patetici sentimentalismi e saccenti passaggi di ego del protagonista. Quel Roberto ch’è troppo “pieno di sé” per essere “vittima” quale pure vuole apparire, facendo di tale suo stato una delle armi per scardinare cuori e gambe di donne e misteri reconditi in seno a organizzazioni occulte e non, sparse ai quattro angoli del mondo.

Roberto è uno dei pochissimi (lui sì) depositari dei segreti della vita e della storia e queste sue conoscenze lo porteranno alla soluzione dell’enigma della pseudo-interpolazione che si rivelerà essere l’intrigo internazionale del secolo. Ma alla fine del viaggio comprenderà anche un’altra cosa: un altro viaggio è iniziato: quello che (forse) potrà condurlo alla scoperta dell’altro da sé (che poco o niente ha che fare con lo status sociale!). Questa volta con un amico fidato. Un cucciolo di San Bernardo (o, come ha detto un altro uomo, di San Bastardo…). E, forse, la donna giusta. Quel che più conta nella vita: una donna con la quale andare verso l’armonia. Quel che manca in questo libro: non c’è armonia tra realtà e fantasia. Troppo profondo lo iato tra luoghi e persone e finzione letteraria. Non c’è –in questa storia- quel magico collante dell’invenzione ch’è dato dal verosimile, sicché il lettore (qual io sono) possa entrare nella storia dinamicamente –vivendola- e non subire reiterate cadute negli inciampi di una struttura narrativa spezzata (non da proficui interrogativi, ma) da continui “ma dai?!?”.

Molto meglio (ho annotato in una “glossa”…) un vecchio esame universitario che, se ben ricordo, si chiamava “Esegesi delle fonti del diritto romano”!

sabato 28 agosto 2010

Quinta chiave in arneide









Arte/ Visioni, lì, dove regna l'Ulivo millenario...

Mina D'Elia

Ubique resonant sacrae cicadae...”. Un Serpente nero mi indica la strada, striscia repentino vicino ai miei piedi, poi s’allunga verso la cavità di un tronco maestoso che io comincio a guardare dal basso, dalle immense radici fossili, affiorate da più di duemila anni, probabilmente da prima del Crocefisso.

Capisco che lui abita lì, che fa la guardia ai suoi Giganti. L’istinto mi avrebbe portata alla fuga: mi vesto invece di una calma sovrana, lascio che il mio respiro scorra lento, immagino che il mio corpo diventi di un bianco irreale e, a passi lenti comincio una sorta di danza a spirale intorno all’albero che sembra aspettare dai tempi di Cesare…

La faccia enorme di una Vecchia, il cui collo si protende in avanti su una radura riarsa, mi si presenta a sorpresa: ha il collo appena reclinato in una mossa che mi sembra tenera e rassicurante. Le tocco la linea dei capelli che ricadono sull’orecchio sinistro, divisi da una decisa scriminatura.

Sarà lei la “Cantadora”, la guida saggia e amorevole, colei che ha la 'chiave' del teatro del Tempo…

Lentamente vado verso l’altra faccia del profilo e, pian piano, scorgo che l’altra metà ha i tratti di un Leone la cui bocca è serrata in un sorriso sdentato da almeno cinquecento anni…

Mi sento piccola e la mia mano sulla sua testa è grande appena una sua ruga.

Chiedo il permesso di entrare alla Vecchia e al Serpente, rintanatosi in qualche remota stanza all’interno del tronco.

Sento alle mie spalle un lamento flebile, come un pianto di Donna in lutto. Mi volto e un morbido corpo si rivela dal basso fino alla sua testa, china sul braccio e quasi nascosta nel petto da una manica che scende giù come un velo. Sarà una 'giovane' di mille anni fa che piange la guerra dell’amore… resto in ascolto del suo pianto sommesso per un tempo che non so dire. Qui il tempo è davvero un Enigma.

Più in là, un enorme groviglio di ossa incastra l’uno nell’altro femori e crani, toraci e mani, come in una Cripta di Cappuccini, ma lì sotto il sole meridiano in attesa di riunirsi ai corpi o alle anime.

Sento uno scalpitare di zoccoli che arriva remoto: pochi passi e sono ai piedi di due zampe di Cavallo, ridotte all’osso, ma ancora nell’atto del galoppo verso il mare…

Attraverso le zampe, un’altra radura. Dorsi di pietra rosata affiorano. Immagino sia lo scheletro della Terra cui le piogge hanno consumato le carni e reso lustre le ossa.

Un interminabile canto di cicale accompagna i passi.

Improvviso, dall’alto, un rettile maestoso e immobile guarda impassibile verso l’infinito.

Un po’ più in là il profilo di un enorme uccello, dal becco adunco e un occhio attraversato dalla luce, mi fa pensare al bestiario delle balaustre in Santa Croce, così come poco distante, la testa di un Telamone e poi, dappertutto Mascheroni di palazzi barocchi e un “Guardiano della soglia” appoggiato ad un’enorme stanza che porta in alto due aperture, quali bifore di cattedrale dietro cui la luce disegna leggiadri ramages d’ulivi.

Non riesco più a tornare indietro, sono nella macchina del tempo, sono nel Tempo assoluto, in questo grande Teatro dove tutto è immobile e muto, come per un arcano sortilegio.

Proprio come in un teatro incontro, infine, la Maschera: due enormi occhi scuri in una testa d’alieno e una vezzosa Rosa al centro della fronte. È buffa e terribile insieme, in un solo occhio potrei essere racchiusa tutta. Le sue gambe sono incrociate in un passo di danza, pietrificate. Lei guarda!

Impossibile sottrarsi alle due cavità dietro cui si cela il Mistero

sabato 31 luglio 2010

Lo scriptorium del Mondo

Giuseppe Arnesano

In questa prima domenica del mese ripercorriamo la litoranea adriatica per riscoprire l’antica storia di quel crogiuolo culturale, edificato mediante silenziosi blocchi di pietre che funsero da solido luogo d’incontro intellettuale fra due civiltà “forzatamente” rivali. Oriente ed Occidente si compenetrano in un’eterna dissertazione accademico-letterale persistente “architettonicamente” nei poderosi e polverosi ruderi dell’Abbazia di San Nicola di Casole. Dopo appena due chilometri a sud di Otranto, proseguiamo lungo la scogliera della Palascìa fino ad allontanarci dal Canale idruntino per giungere nell’afoso entroterra campestre segnato da un lungo viale alberato che ci orienta in direzione dei resti del monumentale complesso monastico greco-latino. Costantinopoli (Istanbul): il 726 d.C. fu l’anno dell’editto iconoclasta, promulgato dall’imperatore bizantino Leone III l’Isaurico per condannare alla rimozione e distruzione il culto delle immagini sacre in tutto l’oriente cristiano, costringendo i numerosi uomini di chiesa a rifugiarsi nel sud d’Italia. Le prime comunità monastiche orientali che giunsero in questo “accogliente” lembo di terra, alimentarono la devozione a San Basilio, che perdurò e crebbe durante l’età normanna dall’XI-XII secolo, poiché questi nuovi“conquistatori” non erano intenzionati a distruggere ed umiliare l'arte e la spiritualità bizantina radicata nel Sud d’Italia, ma a condividerla e rispettarla. Dunque la storia dell’Abbazia di Casole ha inizio al tempo del normanno Boemondo I d’Altavilla, principe di Taranto e di Antiochia che tra il settembre del 1098 e l’agosto del 1099 restaura o fonda, sul sito di quell’importante insediamento di monaci basiliani, guidati dal primo egumeno Giuseppe ed assertori della regola di Basilio il Grande, il cenobio di San Nicola. Probabilmente dopo l’intervento “restaurativo” voluto da Boemondo, al monastero viene attribuito il nome “Casole” poichè in precedenza l’originario nucleo monastico era organizzato da primitivi caseggiati, come capanne, nicchie o casole ospitanti i religiosi durante la recita delle preghiere. Casole era uno dei più importanti ed attivi monasteri basiliani del meridione d'Italia e del Salento insieme a quello di Santa Maria delle Cerrate presso Lecce; il monastero Casolano era sede di uno scriptorium, importante per la produzione e riproduzione di codici e testi classici rigorosamente in greco ed in latino, scritti da illustri studiosi come Giovanni Damasceno, Gregorio di Nazianzo e Cirillo di Alessandria. La biblioteca di “Casole”era considerata una delle più fornite e preziose dell’Occidente e riusciva a munire sia l’intima cerchia dei monaci calligrafici che, operavano all’interno del monastero, e sia i monaci che richiedevano libri per la liturgia e per la lettura privata. Questa “antica fucina di conoscenza” antesignana dell’Università offriva ai giovani greci, ebrei e latini di tutte le “province del mondo antico” lo studio di numerose discipline: astronomia, musica, retorica, grammatica, teologia, filosofia, scienze naturali, alle quali si aggiunsero le fondamentali, greco, latino,trivio e quadrivio. All’interno delle pagine del “Typikon” di Casole, documento che regolava la vita religiosa ed intellettuale del monastero otrantino, abbiamo appreso che nel 1160 l’egumeno Niceta fabbricò nei pressi del sacro complesso, la prima “casa dello studente” del mondo occidentale, all’interno della quale si poteva trovare insieme al vitto, all’alloggio ed all’insegnamento, un servizio bibliotecario “aperto al pubblico”. Questa serie di “servizi gratuiti” erano a disposizione di quanti volessero apprendere lo studio delle lettere classiche. Il cuore “culturalmente” pulsante di “Casole” era alimentato costantemente dagli apporti di insigni umanisti come Giovanni Grasso, Andrea da Brindisi, Nicola d'Otranto, Giorgio Bardanes, tutti afferenti “all’entourage letterario” promosso dall’abate Nettario, personalità fine e complessa dalla profonda cultura da letterato, poeta, grammatico e teologo. Quell’ “universo umanistico” progettato in terra non ebbe vita facile e rimase ben poco a seguito della distruzione e del violento saccheggio di Otranto ad opera di Maometto II il Conquistare avvenuto nel luglio del 1480. Attualmente quell’immenso patrimonio culturale è disseminato fra le diverse biblioteche presenti in Europa. I ruderi del complesso monastico di San Nicola di Casole attendono un concreto intervento di rivalutazione, tutela e fruizione, con l’auspicio che il seme della cultura possa nuovamente germinare in questo fertile territorio e fungere da modello esemplare per favorire un proficuo interscambio culturale.

sabato 24 luglio 2010

Fotografia/ Patrizia Emma Scialpi, “Restano cure”





Che tipo di attrito ha la memoria di fronte alla fotografia? Può la fotografia preservare memoria?
La gente delle fotografie Gioia Perrone “Quelle cose usate, pentole e padelle dei nonni, cinciscaglie riscaldate da generazioni di mani umane che Rilke celebrava nelle Elegie di Duino come essenziali a un paesaggio umano”, non ci sono più; ormai da tempo tra panorami di ‘mmondezza visiva e stupori da mercatino dell’usato, ci avvaliamo di leggerezza, di fantasmi cartacei,di brandelli di passato portatile, che pesa quanto una piuma. Fin dai suoi albori la fotografia ci ha fornito innanzitutto un inedito specchio, uno shock speculare nel quale poter constatare il passaggio del tempo sui nostri corpi e su quello dei nostri cari; immortaliamo da più di un secolo istanti di vita familiare, congelando in un frammento un concentrato di presente, che pare debba in eterno parlarci al presente, pure essendo passato, consumato, a volte defunto.
Vita e morte, ci insegna Barthes, si mescola in questo mezzo “bizzarro”, traccia inconfutabile di qualcosa che è esistita proprio lì in quello spazio e in quel tempo di fronte all’obbiettivo, eppure così “muta”, irripetibile esistenzialmente. Patrizia Emma Scialpi, giovane e apprezzata illustratrice e pittrice dal tocco emotivo e inquietante, ha presentato per l'edizione 2010 del “Festival del cinema del reale” a Specchia il suo nuovo lavoro “Restano cure” nel quale utilizza vecchie fotografie di parenti, dal bordo ingiallito, prese dal proprio archivio privato, applicandovi il segno pittorico, il suo tocco di ri-cucitura emotiva, o se vogliamo di liberazione di una via altra verso l’immaginario e la memoria personale.
Che tipo di attrito ha la memoria di fronte alla fotografia? Può la fotografia preservare memoria?
A mio avviso è potente pungolo, boa-rettangolo che segna la possibilità di un percorso e le profondità di acque misteriose e poco sicure: la memoria certo, crea legame e comunicazione tra passato e presente, sviluppa narrazioni del sé, ma è facoltà imprevedibile e irrazionale e , in definitiva va dove vuole. Gli studiosi del mezzo non hanno opinioni concordanti: per alcuni la fotografia sarebbe una memoria che “intralcia i ricordi”, che in qualche modo li devierebbe o meglio, li addomesticherebbe. O ancora semplicemente un accumulo, un ossessione dell’occhio, un continuo rimando. C’è che le vicende familiari di tutti sono state sempre scandite e trasformate in piccoli monumenti privati, dalla fotografia. I corpi risorgono, si mescolano, e gli occhi dei nostri cari, come quelli di sconosciuti, ritornano a guardarci, facendoci sentire tutto il carico e tutto il fascino del sentimento della distanza. La vita di qualcuno la cui esistenza ha preceduto di poco la nostra, tiene racchiusa in sé la tensione stessa della Storia: per guardare la storia bisogna esserne esclusi. Anche la fotografia perisce, ce lo dice Barthes, e per i più “sensibili alla luce” e ai giochi ai quali la fotografia invita , risuona come un’ossessione: “La fotografia condivide la sorte della carta (anche nella sua versione digitale); come un organismo vivente, nasce dai granuli d’argento che germinano, fiorisce e subito invecchia attaccata da luce e umidità”.
Così la Scialpi mette le mani su quella che il sociologo Richard Chalfen chiama Gente della polaroid, la gente della fotografia! Il colore, il segno del pennello è come una seconda patina, un estensione tattile ed emotiva, che sembra voglia creare nuovi ponti medianici tra chi guarda e chi è guardato, tra la memoria tracciata e indicale della fotografia e la memoria re-inventata e libera dell’artista. Allora quei corpi ingialliti, fermi a quel giorno, corpi cari, ci ripropongono eternamente una traccia del nostro genoma, come i corpi sconosciuti della gente sconosciuta nelle fotografie, anch’essi comunque legame tra noi e un genoma fotografico collettivo, davanti al quale qualcosa “punge” qualcosa ci chiede di aver cura. (www.granbelblog.wordpress.com)