sabato 22 dicembre 2012

Le Manie l'Ascolto 2012-2013 Omaggio ad Edoardo De Candia



Il Fondo Verri organizza l’XII edizione de “Le Mani e l’Ascolto – incontri con il pianoforte tra parole e suoni”, appuntamento ormai consueto nel cartellone che l’Amministrazione Comunale di Lecce stila e promuove per le festività del Natale e del Capodanno.
Il pianoforte, gli interpreti di questo meraviglioso strumento e poi libri, esperienze autoriali, ricerche sonore e visuali per una rassegna di suoni e di parole che avrà luogo e pubblico dal 27 dicembre al 5 gennaio nella sede dell’associazione in via Santa Maria del Paradiso. Questa dodicesima edizione è dedicata ad Edoardo De Candia - “Cavaliere senza terra, visionario e purissimo” così lo definiva Antonio L. Verri - nel ventesimo anno delle sua scomparsa.
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Lecce è città che dimentica. Ricomincia sempre daccapo scordando facilmente maestri e radici. Alla materia della memoria è dedito il Fondo Verri inseguendo il filo delle immagini e dei ricordi dedica il suo lavoro mantenendo desta la visione di un percorso organico e storico, nel divenire dei segni espressivi. Attenti al margine, alla linea di confine, alla luce “minoritaria” che sempre nutre e cresce tradita dai più nella loro urgenza di consumare il Tempo. Pochi, ormai, lo ricorderanno, Edoardo De Candia, l’artista, quello che se ne andava in giro per la città, sempre a piedi con un rotolo di “pitture” sotto il braccio.
Lui, era un uomo “liquido”, imprendibile! Uomo del mare e dei boschi. Un uomo della natura, uno che non capiva la città, il divenire del “rumore” quel mormorare sempre dissacrante nel negare al corpo le sue necessità.
Edorado De Candia era corpo, azione e volo. Chi ha avuto la “fortuna” di prendere da quel rotolo, qualche sua figurazione, può capirlo questo, scovando il gesto nella velocità del tratto che mostra una marina, una pineta, un cuore catturato, chissà quant’altro in quello “sbrigarsi a fare” che, lasciando la pittura allo scambio, permetteva di far vivere la santità dell’essere, del suo esserci nella negazione. Una regalità la sua nudità, mai ostentata ma necessaria, performativa diremmo oggi: segno e monito, quell’essere Tarzan nella città, quel suo continuo camminare che neanche l’elettroshock è riuscito a fermare…
Edoardo De Candia morì a Lecce il 6 luglio del 1992, era nato nel 1933 da Margherita Querzola e Giuseppe De Candia.

Il libro che accompagnerà l'intera XII edizione è “Edoardo” di Antonio Massari, pubblicato nel 1998 dalla Edizioni D'Ars.




Il programma e gli autori


La rassegna si apre con un omaggio all’artista Vito Mazzotta, che presenta con Cristina Caiulo e Cecilia Leucci «Liberazione dei “Prigioni” di Michelangelo. Venticinque anni dopo». A seguire, “Gestures and Zoom” con Admir Shkurtaj fisarmonica e pianoforte; Giorgio Distante tromba ed elettronica;Vito De Lorenzi percussioni.

Il 28 dicembre, nella serata suonata da Raffaele Vasquez e Gianluca De Rubertis l’ospite è Martina Gentile, tornata alla narrativa dopo l'ultima raccolta di versi dal titolo “Perdifiato”, con un romanzo intenso, che ha al centro una donna ancora giovane dal passato controverso. La trama di “Sotto la pelle”, libro edito da Calcangeli, è fitta di personaggi ed eventi che irrompono nell'esistenza di Marta Di Gregorio, la protagonista, ora sconvolgendole la vita, ora semplicemente sfiorandola, in un crescendo di tensioni. Con lei anche Maria Rosaria Faggiano con il suo “In via del Ninfeo, un estate” anche questo un libro edito da Calcangeli.

Il 29 dicembre, i suoni saranno quelli di Irene Scardia che con Emanuele Coluccia e Luca Alemanno presenta il suo “Risvegli”. Ad aprire la serata la poesia di Vito Antonio Conte, con la sua ultima plaquette di poesia “Mai più secondo”, Luca Pensa Editore. «A tutti quelli che lottano contro ogni degrado», sono le parole che in dedica aprono la raccolta, “una dedica e un auspicio, uno stimolo, una trance poetica che si rincara, rafforza e rivolge ad un ampio abbraccio nel mondo e verso il mondo”.

Il 30 dicembre i musicisti sono Roberto Gagliardi che si esibirà in una performance con Giorgia Santoro e poi Palmiro Durante e Rocco Nigro che presentano “Adotta un disco”. In apertura di serata lo scrittore Pasquale Pandolfini con il suo “L’innocenza della vita”, un romanzo edito da Manni dove la guerra e il dopoguerra sono in primo piano. Gli occhi sono essenzialmente quelli di un bambino che assiste e partecipa a fatti più grandi di lui, come la strage di Portella della Ginestra, in una Sicilia che non è solo sfondo inerte nella narrazione. Nell’ultimo episodio il bambino è diventato adulto e si misura con i rapporti interpersonali e con il bene e il male che convivono in ogni uomo.

Il 2 gennaio la musica sarà quella di Emanuele Coluccia che si esibirà in una performance in solo al pianoforte. L’autore ospite è Fabio Tolledi che presenterà “Suoni figure di piccolo corpi”, Astràgali edizioni, una raccolta dei versi composti dal regista e drammaturgo nell’arco di tempo dal 1992 al 2012, anni in cui la pratica della scrittura e quella del quotidiano lavoro nel teatro si sono fortemente intrecciate.

Il 3 gennaio il pianoforte sarà di Mauro Tre che presenta “Comincio da me”.
Ad aprire la serata “Succo d’arancia, gocce di limone” di Mario Calcagnile, edizioni Calcangeli. Il libro, il cui sottotitolo è Poesie Astratte Poesie di Dolore e Poesie d’Amore, appare un viaggio attraverso terre, odori, sapori. Ma soprattutto sentimenti, percezioni, sensazioni. Un lungo cammino (contenuto in un breve libro), non fosse altro per il cammino reale, fatto per ben due volte da Calcagnile, di Santiago di Compostela.

Il 4 gennaio, la scena sarà per gli Aedo un percorso lirico che si nutre delle radici del suono. Piega il canto popolare alla riproduzione della natura restituendo un ricercato immaginario arcaico, passando dalla poetica e la riconsiderazione di antichi miti giungendo a testi di natura sociale.
Prologo della serata un excursus di Maurizio Nocera sui libri e inediti di Pablo Neruda.

Il 5 gennaio serata conclusiva della rassegna, Pierpaolo Lala presenta "Non sono un cantautore. 15 anni di non carriera, un anno dopo. Ad aprire la serata Salvatore Caracuta, autore di “Scirocco” (Icaro edizioni), presenta “Tramontana”, esordio narrativo di Giuseppe Calogiuri, Lupo Editore. Un giallo tutto salentino in cui lo studio delle atmosfere d’ambiente si sposa con la scrittura elegante e il gusto della suspense.

Libri fuori programma che abiteranno per l'intero ciclo della rassegna il Fondo Verri sono “Storie Terragne” di Maira Marzioni e Gianluca Costantini per In alto a sinistr, e “Poetico Delirio” di Marco Vetrugno, raccolta di versi edita da Lupo.

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Il Fondo Verri è a Lecce in via Santa Maria del Paradiso, 8 (nei pressi della Chiesa del Rosario – Porta Rudiae)
e-mail: fondoverri@tiscali.it
Recapiti telefonici 0832-242334 - 3273246985

mercoledì 28 novembre 2012

La poesia di Daniela Liviello

L'ultimo appuntamento del "Novembre in Libreria" della Feltrinelli Point Lecce è dedicato alla poesia. In particolare a quella di Daniela Liviello - poetessa salentina - che oggi giovedì 29 novembre 2012, alle 20.00, presenterà il suo ultimo lavoro, "Litanie dell'acqua" (LietoColle Libri), in compagnia di Eliana Forcignanò (curatrice dell’azione letteraria).
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Viene da lontano la musica. Si confonde con il tempo: le ansie, i palpiti, il battere del cuore fanno la partituta, giocano le note, scrivono probabili melodie nel "ma" che inciampa...
Muove, continuamente muove la musica. Le parole fanno appiglio. Scavo lento alla pietra. La segnano ricordadogli quanto è lontana la prima volta... Daniela Liviello è di questa materia, parte di questo scavo. Le parole che usa dettano un modo, il modo, di stare al mondo facendosi acqua. Somigliandole noi , che siamo condannati allo stare. Al fermo di un corpo che il fluire lo impara sfidando il Tempo, con i travagli delle Età.
C'è tutto il Salento tenuto, in trentasette pagine nelle sue "Litanie d'acqua", raccolta di versi edita da Lieto Colle. Non il Salento del continuo onomastico della propaganda. No, non quello che vogliono farci credere esistere, il suo è quello custodito nell'istantanea del desiderio che, nell'Antico, conferma la sua natura sfugente... come il carattere volubile che conosciamo, quello nostro, mai fermo... la sua unicità tessuta di segreti, la geografia più che la storia: i colori, i paesaggi, le cose delle pietre e quelle tenute sotto le pietre. Cose di magia: "Aprirà il petto" – questa poesia – per farci "navigare in fondo" ... "dove si appronta la fessura"... da dove muovere "ogni giorno qualche passo". Quel "qualche" è la chiave, mentre ci vogliono far correre, e quanto, ci vogliono far correre... che l'affanno fa freno... Miracolo di freno!
Ci porta nei luoghi della nascita Daniela Liviello, lì, dove si spera la notte. Chè nel giorno, si sta stretti come nell'evidenza del nome. "L'ordine antico" detta "lo stato delle cose" e quella prigione siamo costretti a sperare per ripararci dall'illusione del presente.
Lei (con noi) è dell'inquietudine: quella dei poeti sempre accompagna, "alla pari, serva del giorno"... "Per questo" -scrive Daniela Liviello – "cerco sostanza, materia sottile che passi attraverso la porta stretta dei giorni. Cerco il metallo oscuro della notte da tramutare in oro". Beatitudine del cercare, dello stare a guardare... e dello scrivere... Della poesia che è filtro della vita.

martedì 16 ottobre 2012

La poesia di Rosemily Paticchio

“Non cambiarmi  le valvole padrone non cambiare i miei circuiti logori ma lasciami morire.
Ritorna alla tua terra tra le stelle, lasciami sola in questo mondo ostile ove l’acciaio non resiste agli acidi.
Ben altre sfere e ruote gireranno per te nell’universo ed io fioca scintilla nell’infinita fiamma lascia che in questo istante mi consumi.
(Claudia Ruggeri,’80-’81)

A te, POETESSA
Astri e particelle



(immagine tratta dalla mostra Astri e Particelle, Roma 2010)

Come fanno astri e particelle
a ricordare il mirabile percorso
quale prodigio nell’ampissimo passo
può generare le parole dell’universo
e poi lasciare lì un lessico
privo di sistema, d’impalcature
che ne sorreggano il VOCABOLO!
Quale pettine viaggiante
tra abissi marini e tavolieri
tra orti e paludi desertiche
può dolcemente premere
la chioma d’una cometa
e nel cammino segnare scie
di racconti indelebili!
È forse il memoriale
di remotissimi eventi
archiviati in Polvere di Stelle
che da sempre ci getta una coltre
palpitante addosso!
Cosa dice al suo nano di scienza
cosa narra delle battaglie cosmiche
che cosa sappiamo delle alleanze celesti?
Il telescopio innalzato sul promontorio
di una gelida crosta terrestre
vede ma non sente la calma
delle pianure incolte
la monocromia delle distese
non conosce l’empatia
di miliardi di astri e particelle
ma debolmente ne osserva gli arcani
rivolti al rovescio
leggendo nel vortice
tra cerchi concentrici.
Da “Il fiacre n.9”. Quadrimestrale di Letteratura Italiana
“Claudia Ruggeri. La rappresentazione della singolarità”
Aljon Editrice. Agosto 2012
Conca di ghiaia

Rosemily Paticchio

Nella conca di ghiaia
in cui trovai le mie origini
di fronte alle radici infuocate dei pini
discende un filo di continua corrente
che scorre nei tralicci porta legame
di sangue e di memorie
detiene il mio stare in concrezione
di sale e di spume bianche
e nella ghiaia affondo Monolite
con i bulbi elevati sui bastioni del molo
che di me fa respiro del mondo.

Da cartesensibili.wordpress.com
“Terre di Memoria”

mercoledì 18 luglio 2012

Enza Pagliara, il mistero della voce

di  Antonio Errico

Con il passare del tempo e canto dopo canto, la voce di Enza Pagliara si fa sempre più sorprendente, quasi misteriosa. Talvolta è un soffio, una vibrazione leggera; talvolta è un gemito, un respiro, un sussulto; altre volte diventa poderosa, come se fosse rimasta nascosta per secoli in un tronco d’ulivo,e poi avesse scelto un corpo per potersi concretare. Talvolta è come se la sua voce raccogliesse il vento, l’onda, la luce della luna, la secchezza delle zolle, l’odore della pioggia, il silenzio di una marina d’inverno, i colori strabilianti dell’estate, le fioriture della primavera, certi tepori e sopori autunnali.
E’ la voce di una cantatrice epica, una narratrice di storie, che modula sapientemente i toni per un canto di rabbia e d’amore, per una ninna nanna, per l’accensione di una pizzica.
Esce in questi giorni il suo nuovo disco, Bona creanza (edizioni AnimaMundi): un intreccio di linguaggi e di temi, un racconto che alterna tensioni e distensioni narrative, accuratamente tessute nella successione dei brani.
Con questo disco diventa ancora più marcato il movimento verticale e orizzontale  che Enza Pagliara  compie nell’ambito della tradizione del canto popolare. L’operazione culturale mi pare che abbia notevoli analogie con quella che ha caratterizzato la poesia in lingua dialettale del Novecento italiano, con la trasformazione da lingua di popolo in lingua letteraria, da lingua delle realtà in lingua d’arte.  
Quando Enza Pagliara si confronta con un canto, lo fa dopo averlo elaborato in relazione al suo pensiero, alla sua sensibilità, alla sua visione del mondo e dell’esistenza. Probabilmente è questa la condizione che poi definisce la connotazione del suo stile, la personalità artistica che contempera dolcezza e sicurezza d’espressione. C’è una relazione profonda tanto con l’origine quanto con le forme nelle quali quell’origine si è trasformata. Allora ogni suo canto è, prima di tutto, una relazione con il tempo, con la cifra del passato e del presente, con il suo tono e con il suo senso, ne sintetizza coerenze, incoerenze, contraddizioni,  i ritmi, i simboli, le inflessioni.
Nel canto di Enza Pagliara c’è una componente d’istinto e una di riflessione che si integrano, si combinano, s’impastano fino a generare quella condizione di originalità assoluta, inconfondibile. Se dovessi rintracciare nel suo canto, anzi nel motivo o nel movente del suo canto, nei filamenti della sua radice, il nucleo da cui ha origine, il levito, l’essenza, ci troverei una tenerezza e una malinconia. Forse una malinconica tenerezza: per le cose che  sono state e che non sono più, per le voci che si sono perse e che lei vuole stringere nella sua voce; una malinconica tenerezza per il volto di questa terra,  per le sue sontuosità e le sue miserie, per la sua lingua antica, per le sue fiabe, i suoi racconti silenziosi.
Ogni canto di Enza Pagliara è una  recherche du temps perdu, una madeleine proustiana che rigenera e rinnova il tempo di una cultura, la storia di una gente.


sabato 9 giugno 2012

L'esiliato dei Pazzi




Libri L'esiliato dei Pazzi di Antonio Errico, Manni Editori, sarà presentato con una lettura corale a San Cesario di Lecce, mercoledì 20 giugno, alle 20.00, in Piazza Garibaldi

Auspici al cambiamento
Mauro MARINO

Il Salento è di moda! Speriamo che passi! Certo i salentini non me ne vorranno, ma c'è bisogno di riparo, di stare nell'angolo... che si sentono cose che non si vorrebbero sentire e tutti corrono qui a guardare... Che penserà il Santo Giuseppe della sua Copertino, cascherebbe giù, da quel dipinto se avesse orecchie e tutte le immaginette col Desa dei voli avrebbero lacrime...
Anche gli editori si sono accorti che il Salento “tira”, quelli “stranieri” dico, e alzano il tiro, e commissionano libri sul Salento ché qui: c'è la luce più bella per il cinema, chè qui c'è la pizzica pizzica e il “ragazzi del Sud Sound System e c'è la buona cucina mediterranea e l'angolo da cartolina ancora conservato ad uso della fotografia più bella e l'albero di canto ancora fiorisce... Scrivete, scrivete, scrivete... così il turista avrà di che “consumar-si”.
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Poi ci sono gli scrittori e gli editori di qui, non c'entrano nulla con la “bazza” usurante e scrivono e pubblicano e certi, invece d'andare “Avanti”, amano tornare “Indietro”. Alcuni esplorano e si spingono nell'incanto della Foresta che prima abitava la nostra Terra, quella dei Lecci sontuosi e delle Vallonee giganti e della selva delle Volpi, giù giù verso Leuca, verso l'aperto dell'Infinito... del Mare. In quella foresta che non è più e che mai più sarà ora, che si sbrigano a rosicchiarne gli ultimi lembi per servire con strade a quattro corsie quell'in-finito che non è più tale...
Ma che volete farci, sbrigarsi è la malattia che pervade e gli editori e gli scrittori “non di qui” devono pur tirare a campare... Perdoniamoli...
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Antonio Errico – che è scrittore di qui - con Manni Editori – anche loro son di qui, lo sapete... - ci fornisce un altro dei suoi “antidoti”... dopo gli incanti che inseguivano le cacce di Federico Re con le sue Stralune verso Finubusterrae ci dona “Un romanzo storico, una storia d'amore. (…) Un libro di libri, di filosofie, di misteri. Che dice del tempo, della luce, del vuoto, della vendetta, del potere, del destino, di verità e di menzogne, di passioni e stupori”. (…) Una riflessione dolorosa sui tortuosi processi della Storia”.
L'andatura di lettura e quella dettata da un “fabulare” che cuce stretto il sentire della poesia con il passo narrativo. É come sentire una canzone leggere le cose di Antonio Errico. Un canto denso di ecolalìe... come quelle che fanno l'attacco volgendosi ad un “Nobilissimo Signore”...
E allora con quel “principiare” vogliamo chiudere quest'invito alla lettura de “L'esiliato dei pazzi”, questo il titolo del libro che sarà presentato con una lettura corale a San Cesario di Lecce, mercoledì 20 giugno: “Nobilissimo Signore, se venissi da queste parti, in qualsiasi tempo dell’anno, in qualsiasi ora del giorno, se arrivassi qui da terra o da mare, se vedessi la miseria e lo splendore mischiati e confusi, se ascoltassi le nenie e i canti del lutto, se comprendessi la rassegnazione davanti alla vita e davanti alla morte, se ti rendessi conto com’è che la sorte è decisa dal cielo in un attimo soltanto, da un assalto di grandine, da una furia di vento, se conoscessi la provvisorietà dell’esistenza di questi uomini muti, di queste donne stravolte di pazienza, tu non avresti più nessuna tentazione di gloria e di potere”.
Che dite?! Lo uso d'auspicio, ma loro certo non capiranno!

mercoledì 30 maggio 2012

Stella d'Italia - Il braccio "dal" Salento



Esperienze Una “Stella” in cammino per l’Italia: da Nord a Sud, la follia di Antonio Moresco.

L’itinerario tocca anche la Puglia e il Salento: partenza da Santa Maria di Leuca prevista per  sabato, 2 giugno, alle 7.30.  il giorno della festa della Repubblica per attraversare un Sud che, quel 2 giugno 1946, votò in maggioranza per la monarchia.

Ricucire la Penisola
Eliana FORCIGNANÒ

È intrinseca nell’atto del camminare una polisemia che, talvolta, sfugge agli occhi di chi intende i piedi soltanto come un mezzo di spostamento da un luogo a un altro, attribuendo maggior importanza alla destinazione piuttosto che al percorso da seguire.

Simbologia del cammino
La fretta è perfida consigliera, considerando la sua azione mistificatrice dell’atto in favore dell’ottenimento di un risultato: non importa, in altre parole, la scelta di un itinerario, la compagnia con la quale si cammina, le osservazioni e le azioni compiute durante la via, perché l’intento precipuo di chi muove i piedi senza nemmeno rendersene conto è quello di arrivare da qualcuno o da qualche parte.
Per tali motivi – fretta, superficialità, timore di sovvertire le regole – è a dir poco folle il progetto “Stella d’Italia” ideato e proposto già lo scorso anno, anche se con un itinerario differente, dallo scrittore Antonio Moresco e dall’associazione “Il primo amore”: un cammino che prende avvio dai quattro punti cardinali e attraversa l’Italia, disegnando i bracci di una stella. Punto di convergenza e d’incontro dei camminatori sarà L’Aquila, città simbolo del desiderio di rinascita e di ricostruzione che anima, o dovrebbe animare, non solo quanti partecipano all’iniziativa (700 persone nell’edizione del 2011!), bensì l’intera società civile, sebbene ricorrere a questa espressione sembri antiquato e pleonastico (esiste ancora una società civile o è polverizzata nei meandri del qualunquismo e del particolarismo?). Durante le tappe di sosta, racconto e raccolta delle esperienze dei camminatori.
L’itinerario tocca anche la Puglia e il Salento: partenza da Santa Maria di Leuca prevista per questo sabato, 2 giugno, alle 7.30. Non è casuale che sia stato scelto il giorno della festa della Repubblica per attraversare un Sud che, quel 2 giugno 1946, votò in maggioranza per la monarchia.
Antonio Moresco, ideatore e promotore del progetto, non ha bisogno di presentazioni: per lui parlano “I canti del caos” (Mondadori, 2010), opera monumentale su cui si sprecano gli aggettivi e che, invece, è semplicemente alta letteratura, come non se ne vedeva da tempo. Leggere “I canti” significa addentrarsi in un macrocosmo di vissuti consci e inconsci nell’àmbito dei quali non esiste un vero protagonista nel senso orizzontale e compartimentale del termine. L’uomo che, camminando, s’incontra per la strada, diviene, anche solo per un istante, protagonista, ossia “primo agone”, agente sul palcoscenico dell’esistenza per il tramite del proprio corpo senziente e fortemente desiderante.

Un «cammino di menti e di corpi»
Schopenhauer afferma nel “Die Welte als Wille und Vorstellung” che il corpo è lo spazio oggettivato della volontà di vivere: attraverso il corpo, infatti, si manifestano gli istinti di riproduzione e, dunque, la condanna a esistere della specie umana, la cui pratica della virtù non coincide mai con la felicità. Questo i manuali di liceo chiamano pessimismo, evitando di tradire la realtà, comune a certo pensiero ascetico, della svalutazione del corpo. Benché molti critici potrebbero dissentire su una simile interpretazione, va riconosciuto che quella di Schopenhauer è una forma di religiosità sublimata dalla quale è opportuno rifuggire. Si dovrebbe aver paura di un corpo soltanto quando esso è privo dei processi vitali, quando non cammina, intendendo per cammino quello che si compie per mezzo dei piedi, ma anche con la mente e con l’intuito. «Cammino di menti e di corpi», dice giustamente Moresco.
Il corpo umano è pari a un elemento chimico instabile che, camminando, produce e trasmette energia nucleare, nel senso che essa proviene da quel nucleo senziente e desiderante che è l’unità biopsichica. Se, in chimica, questo processo viene detto “dimezzamento”, nell’àmbito del biopsichismo, sarebbe più corretto chiamarlo “moltiplicazione”, perché l’energia che si sprigiona dal cammino è in grado di richiamare altre energie che costellano l’aura dalla quale i camminatori sono circondati. Che si tratti di un’aura positiva o negativa non dipende soltanto dalla destinazione del cammino, ma dagli incontri che avvengono in itinere e dallo stato in cui i camminatori si trovano: propizio è lo stato di “adorazione” del quale parla Moresco nel recente editoriale che accompagna l’uscita della rivista “Il primo amore”. L’adorazione è uno stato – uno stato dinamico se è concesso l’ossimoro – tendente a fusione, moltiplicazione e trascinamento. Due gli esempi citati dallo scrittore per chiarire le sue parole: Masaccio e Teresa d’Avila. Masaccio, come lo descrive il Vasari, è quel tipo trascurato e solitario che trascina gli allievi pittori delle migliori scuole di Firenze a osservare il suo lavoro per apprendere e qui basti un nome su tutti: Michelangelo.

Lo stato fusionale
Teresa d’Avila è la testimonianza, agli occhi di Moresco, di quelle che appaiono con evidenza e di là da ogni interpretazione afferente alla psicoanalisi «le forze e le possibilità che attraversano i movimenti dell’universo e la nostra stessa materia e le sue proiezioni e prefigurazioni anche spirituali e mentali». Sono queste forze che ci inducono a camminare, che ci attraggono verso qualcosa che non è la meta, bensì uno stato fusionale con il cammino stesso. Chi s’intenda anche soltanto un po’ di chimica è consapevole dell’esistenza di due processi nucleari: la fissione, potenzialmente pericolosa perché nasce dalla divisione di nuclei estremamente pesanti, e la fusione che, invece, si compie mediante l’aggregazione di nuclei leggeri d’idrogeno costituenti il gas elio, in breve si tratta del processo che avviene nel sole e che l’uomo non è ancora in grado di riprodurre se non in laboratorio, a temperature altissime.
Questa tipologia di processo nucleare – la fusione – dovrebbe interessare anche l’unità biopsichica, poiché esso prevede aggregazione e formazione di un nuovo elemento. Camminare non è soltanto guardare la propria ombra proiettata sul muro a mezzogiorno, bensì constatare l’effetto che due ombre accostate e in movimento, in transito, realizzano. Se poi dall’ombra si passa al corpo di sangue, carne e ossa l’effetto è ancora più potente.

Dai Machiguenga agli Ebrei per riflettere
E, forse, salvifico, come testimonia il mito degli Indios “machiguenga” dell’Amazzonia, i quali, in un’epoca imprecisata del mondo, cominciarono a camminare per sostenere il sole ed evitarne la caduta. I machiguenga – racconta Vargas Llosa nel suo romanzo intitolato “Il narratore ambulante” – dovettero, per poter camminare, farsi leggeri, ossia abbandonare le pelli che avevano cacciato, le recinzioni che avevano costruito, gli utensili che avevano fabbricato, portando soltanto le armi necessarie per procurarsi il cibo. Camminarono a lungo sostenuti da una ferma volontà, finché il sole smise di cadere, ma tutte le volte che essi sostavano troppo in un luogo, la stella ricominciava ad abbassarsi sull’orizzonte ed era necessario riprendere il cammino. Ancora oggi gli Indios machiguenga della foresta amazzonica continuano a camminare. La loro mitologia prefigura il racconto veterotestamentario dell’esodo degli Ebrei dall’Egitto che attraversarono camminando persino il Mar Rosso per sfuggire alla condizione d’iniqua schiavitù in cui erano ridotti.
Anche oggi il sole cade e la schiavitù impera: potrà salvarci un nuovo cammino?

martedì 22 maggio 2012

La storia siamo ahinoi!




Appuntamenti La sera di venerdì 25 maggio, a Villa Elena in via Calore n. 6, a Lecce, la presentazione del libro “La storia siamo ahinoi” e del cd “Ergo sum Anima Lunae”, realizzato da Beppe Elia con la complicità di Mino Toriano (Città Futura Edizioni).

La storia siamo ahinoi!
Vito Antonio CONTE

Si può dire soltanto quel che si è vissuto. Si deve scrivere solo quel che si sa. Preferibilmente, di quel ch’è d’intorno. Tutto il resto è ciarpame. O altro. Che, come (spesso) mi piace intercalare, non dirò. Non scriverò. Non ora. Non qui. Al semaforo, stamane, non c’era nessuno.
Il “Tempo” è un fazzoletto di carta che non basta a asciugare lacrime e rabbia. I giardini sono vuoti. Le chiese sono piene. Sempre meno gente che va. Sempre più gente che sta. Sulla panchina un vecchio guarda l’altalena ferma. Non so chi è più assente dei tre. Nella sua casa un prete sgrana gli occhi su persone e cose riempiendosi la bocca di stronzate senza senso. Molto temporali. Comprendo di più che il sacro è altrove. E che la democrazia cristiana è dura a morire. Le metamorfosi rendono impari la lotta. Chi è il nemico? Dell’antico furore rimane qualche canzone. Che quasi nessuno ascolta più. Le pallottole son tornate a fischiare. A colpire gambe e pensieri. Ma non erano mai finite. La morte arriva a sedici anni. E a molto meno. Ma questa è vicina. E non è eroina. Lo sballo è al centro della Terra. Troppi veleni le abbiamo fatto ingoiare. S’aprono le strade e crollano sogni. Oggi il vento spazza via tutte le cazzate che ho letto in questi giorni. Esibitevi pure. Continuate a farlo. Mostrate i vostri viaggi del cazzo. Postate fotografie senz’anima. Apparite. Commentate. Saziate di parole il vostro ego senza fondo. Spot dopo spot. Fottetevi. Il pozzo del mio malessere è giunto sino all’orlo. Ho bisogno di silenzio. E di un po’ d’amore. Sono fortunato. Le volte di questa stanza sono alte. Si può respirare. La pioggia mattutina porta il sale e scioglie l’amaro. Come una canzone. Anche se il tempo delle ciliegie non tornerà. Specialmente per chi, come me, era poco più che un bambino. E delle ciliegie ne ha fatto versi.
***
Cerco - allora - di ascoltarne l’eco, assaporando questo maggio, che delle ciliegie è la stagione. Io non c’ero in quell’altra stagione. Esistevo, ma non ero lì… Iniziava il 1970. Intanto che arrivavano le mie nove lune, piansi due volte. La prima perché l’unica nonna conosciuta se ne volava via. La seconda perché battemmo i crucchi quattro a tre nella terra di Emiliano Zapata. Ma della rivoluzione e di mille altre cose non sapevo nulla. Ero un bambino. E lo ero ancora quando nacque a Lecce “La mela d’oro”. Per me la musica (quella vera, quella che aprì un altro mondo, quella che ancora cammina…) cominciò nel 1975: la “Mivar” inondò il prolungamento di via Solferino (dove abitavo, un luogo che si faceva fatica a capire se fosse San Pietro in Lama o Lequile) con le note di “Ma il cielo è sempre più blu” (ancora oggi Rino Gaetano mi fa cantare…). “Un giorno credi” (Edoardo Bennato, riscoperto nel 1992 come Joe Sarnataro, insieme ai Bleu Stuff), di un paio d’anni prima, non l’avevo ancora ascoltata. Né l’ascoltai quando - con quella canzone - iniziò a trasmettere “Radio Lecce Giovane” (qualche anno dopo da “Spazio Radio” - se mal non ricordo - il mio amico Maurizio Caruso selezionava “Do you remember… September” degli Earth Wind and Fire…). Quante volte mi sono svegliato e ho dovuto cominciare da zero? Tutte le volte che (per un motivo qualsiasi) mi sono perso qualcosa o qualcuno!
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Non ho conosciuto Toni Robertini, né Emanuele De Rosa, né tanti altri. Né tante cose. Tante altre cose. E, allora, come faccio a parlarne? Come mi permetto di inchiostrare fogli? Ho girato a lungo sulla “rete”. Ho ascoltato tutti i pezzi de “La mela d’oro”, dei “Band Aid” e dei “Forum” che sono su YouTube. Sempre su YouTube ho guardato i filmati del “Teatro Infantile” di Lecce. Ho ascoltato le parole di chi quel periodo ha vissuto e, grazie a dio, ancora c’è. Ho ripensato alla musica live, ascoltata qualche lustro dopo, di alcuni di quei musici che quell’esperienza hanno fatto.
Ho amato (e amo) il free jazz. Ho rivisto l’Edoardo passare sotto il mio liceo coi suoi rotoli di carta colorata e l’ho rivisto sputare sangue portoghese sui gradini dell’ignoranza diffusa a Lecce tra cattedrali e “faugnu”. Ma preferisco ricordarlo quando disse alla Paola “ce beddha ucca russa ca tieni…”. Ho ripensato alla vespa blu e alla salita di Rudiae, intanto che nel notturno indaco le stelle sopra noi erano spente. Le ho riviste accendersi tutte nel silenzio dei grilli. E ho rivisto quella meraviglia di Hi-Fi nella casa del centro storico di Antonio in una delle rare “nargiate” con le note che non ricordo più, ma mi piace pensare che fossero quelle di Neil Young.
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Le cicale schiattavano sugli ulivi. E “li cristiani quannu leggianu «Lu stumpacrita»”. E, verso la fine di quegli anni (settanta), “lu scornu” di via Libertini per un amore lasciato per un altro non detto. Pensavo al calcio soprattutto. Altro talento sprecato... La musica aveva pochi nomi. Quella folk nostrana. Nelle cassette stereotto di mio padre. “Saturday Night Fever” e “Grease” al cinema. Quella disco. Nel nostro club e nelle discoteche di mezzo tacco. E altro. Che neppure dirò. Ché già mi sono ripetuto e le repliche non mi sono mai piaciute! La mia storia l’ho cennata in liberi versi qua e là. Quell’altra storia, quella musicale (ma anche del teatro di strada, della pittura, della scrittura, della politica e, in una parola, del fare traverso l’arte) di un bel pezzo di Lecce degli anni settanta, non l’ho vissuta. La mia storia e quell’altra storia si sono incontrate dopo.
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Questo è il bello delle storie. L’incontro. E, pur non potendo dire: “La storia siamo ahinoi”, un po’ l’ho vissuta. Adesso, però, la conosco meglio. Chi di voi, come me, è nato troppo tardi per viverla, o per un motivo qualunque non la conoscesse, può assaggiarla la sera del 25 maggio prossimo a Villa Elena (via Calore n. 6, Lecce). Oppure, aspettare il numero di giugno di “Qui Salento” che conterrà il libro “La storia siamo ahinoi” e il CD “Ergo sum” di Anima Lunae, di Beppe Elia con la complicità di Mino Toriano (Città Futura Edizioni). Ho letto il libro e ascoltato “el son salentino”. Le parole di questo mio intervento, (quasi) tutte le parole di questo pezzo vengono da lì. Tutto quel che non ho detto (tanto) leggetelo e ascoltatelo da voi. Ché non sono solo canzonette!
Senza prendermi/vi troppo sul serio. Ma la storia (e mo’ non scherzo) è fatta di storie. Conoscere le storie è comprendere la storia.

giovedì 19 aprile 2012

Il meridiano delle stelle di Angelo Donno


















La Storia e le storie


Il centenario dell'unità nazionale è passato, ma non la voglia di scavo che ha portato in dote. Anzi, la ricorrenza, ha mosso le interrogazioni e i capaci, si son messi in cerca e tra notizia storica e desiderio narrativo han dato corpo a pagine che hanno sollecitato i lettori a chiedersi se la Storia che la scuola ha loro donato non fosse da riguardare... Da "inventare" anche, se il caso, andando con l'immaginazione a far rivivere i luoghi che chissà perchè c'erano stati raccontati estranei alle "Cose del Tempo". Già, chissà perchè poi, il nostro Sud, il nostro Salento ce lo siamo immaginati come un luogo sospeso, estraneo, una sorta di limbo dove la Storia era solo di passaggio, così per questioni di calendario o d'orologio... Sappiamo che non è stato così, anzi se ben guardiamo era l'inverso e la Storia proprio qui, al riparo dettava fortuna e sventura...
Ma andiamo con ordine, anzi vediamo di mettere ordine... C'è un libro, scritto da Angelo Donno, sociologo alla sua prima opera letteraria, (ma non è la narrazione la materia "pregiata" di certa sociologia?) che con il racconto e la materia della Storia prende le misure. Il titolo: "Il meridiano delle stelle", l'editore Manni. Un bel tomo di 419 pagine. Un romanzo.
Il racconto si apre con una data il 1799, dieci anni dopo la presa della Bastiglia (ma di questo l'autore non c'avverte). In veloce ripresa di grandangolo l'autore ci dice della stranezza di quell'anno che si portò via il papa Pio VI e..., poi in breve giro ancora una data il 28 di marzo e la ripresa narrativa stringe: siamo a Taviano, è freddo nonostante sia primavera. Ma la primavera di un anno cupo, l'abbiamo detto... Ed ecco che il Salento ci appare antico, remoto, da scorgere intero però, dietro la polvere di quei palazzi che ancora abitano e ci abitano coi nomi degli aristocratici e con quelli più umili persi, inesorabilmente persi nell'indietro della Storia. Ah!, che fortuna avere adesso chi di lena si mette a narrare... di un ragazzo e del suo amore, di un ragazzo e delle passioni politiche è di quel tempo ormai remoto...
Una nota ci avverte che: "Puntuali documenti storici d’archivio sono alla base della ricostruzione alla quale si unisce l’invenzione fantastica sempre molto attenta a riprodurre il contesto economico-sociale del tempo. Così, in un percorso coinvolgente, la microstoria si inserisce nella macrostoria ed è recupero e rivalutazione delle nostre radici". Non serve a questo la sociologia? Almeno quella che noi più amiamo? Non serve a fare visioni? Buona lettura...

sabato 17 marzo 2012

Ricordando Salvatore Toma













Oggi è il 17 marzo ed è necessario ricordare il poeta. Rendere omaggio alla vita e a Salvatore Toma

A great poet

Giuliana COPPOLA

Scrive Roland Barthes “E ancora una volta solo la scrittura consente una tale purezza, un tale mattino dell’enunciazione ignoto alla parola, che è sempre un groviglio contorto d’intenzioni nascoste” e tu non vuoi che la parola, le tue parole, oggi, siano “un groviglio contorto di intenzioni nascoste”.
Oggi è 17 marzo e ritorni a Maglie; non puoi non farlo perché è anche sabato e niente succede per caso; inizia la settimana della poesia e Maglie, con la sua Francesca Capece, è città di poeti, tanti che se ne scordi uno, hai paura che si offendano tutti; sono da sempre tuoi amici e t’attendono nel loro silenzio complice di metafore.
Così ritorni ma soprattutto per una storia; devi accertarti che sia finita la vacanza di Salvatore Toma poeta. Un giorno aveva detto e scritto “Ad esempio una vacanza”; un giorno aveva assicurato che era “in sospeso un anno” e poi “Ancora un anno” e poi “forse ci siamo” e poi… ma tu lo conosci bene, Salvatore Toma poeta; se non viene, devi andare tu a cercarlo; devi ricordargli ciò che ha scritto “Per un verme una lumaca/ avrei dato la vita:/ tante ne ho salvate…” e il mondo che ama ha ancora bisogno di lui.
Così oggi sei di nuovo a Maglie; t’accorgi che iniziano ad apparire le rondini, nel cielo pulito e limpido sugli alberi lì, nel bosco. Senti profumo di nidi. Si deve ritornare “a riprendere un sogno d’acqua/ di tante sere fa/ dove un falco si assetava/ in una radura fiorita”; a risentire “sdraiati al sole/ il canto dell’aria/ delle concilianti querce/ scosse per un vento randagio” ed è così importante “ la tristezza del mio cane”.
“Ci rivedremo/ ci rivedremo senz’altro/ e ne riparleremo…” ti ha detto Salvatore Toma. E’ arrivato il momento; oggi ne stiamo riparlando, della vita e della poesia e di via Vittorio Emanuele e mentre hai paura del groviglio inestricabile ma di pensieri, Maglie ti viene incontro e ascolti il rombo d’un motore e se “vai incontro a un grattacielo/ e dietro c’è una stella/ per un’ovvia ragione/ vedi la stella cadere: allora per incanto/ esprimi un desiderio:/ io vorrei/ una grande esplosione.”
Chiudi gli occhi e, quando li riapri, esplode natura intorno a te; cosi Salvatore ritorna “e puro e semplice e ribelle” come una esplosione di natura perché “ Dio è grande: nessuna casa/ e nessun letto/ lo contengono”.
C’è Dio e c’è Salvatore Toma. Te ne accorgi subito.
“Dai rami dalle foglie/ tra il rosmarino odoroso/ e i cespugli dell’erica/ per seguire la goccia di rugiada/ il refrigerio/ la vita a cui rinnovarsi/ sperare un altro giorno”.
Si riprende ad andare, si segue il rombo d’un motore; viale dell’Addolorata; si va insieme “ con a bordo brandelli di periferia” e forse si incontrerà ancora “il vecchio matto” con le solite bisacce “piene di cuori di legno”, e intorno “la pace inebriante/ delle erbe degli uccelli/ in rapide corse a spirale/ fra le cime fiorite/ dei mandorli sulla collina”.
Un panino “col formaggio e pomodoro”, spalle rivolte per non guardare ché “ una ruspa enorme/ selciava tra i papaveri/ un abisso” e atterriva “la vecchia serpe nera/ dai riflessi verdi perlati”.
Ed eccolo, il “casolare di campagna/ semi diroccato/ davanti al bosco/ nell’erba racchiuso di primavera/ fra i nidi del fanello/ e della quaglia”.
Eccolo, ti aspetta e c’è profumo di querce e quando ti avvicini, forse un po’ troppo, si leva “il grido del nibbio/ il volo sfrecciante del tordo/ la sfrusciante anatra verdazzurra/ l’occhio di antilope della beccaccia/ la civetta la strologa il merlo l'upupa/ il dominante silenzio orgoglioso/ delle campagne delle radure dei boschi/ dei laghi delle sognanti colline”.
Non avresti voluto spaventare tutte le creature, metafora della vita che ritorna; ma forse non sono spaventate; sono solo felici che il loro poeta sia tornato, il poeta che ha regalato loro d’esistere immortali, ché ora sono nero su bianco di pagina, son versi di poesia; ed è così immortale questo “vento leggero” che parla “con voce di foglie”, che apre i germogli e li fa “trepidare”; questo vento che asciuga “i panni, bianchi/ come visi di bambini,/ e a volte con dolcezza/ il sudore della fronte” ed è così “sereno” il suo “respiro”.
Ed è così immortale questo poeta… oggi è 17 marzo ed è “La canzone dei fiori”; Salvatore Toma è “un po’ come i fiori/ che ogni tanto sbocciano/ nella mente/ e li senti immortali/ e li senti immortali…sbocciano/ a primavera/ quando la stagione/ d’amore è più vera/ quando la vita è più vera/ e ti senti immortale…”.

giovedì 23 febbraio 2012

Un viaggio che non finisce mai

















La fotografia è di Maria De Filippis

Ritorno da Auschwitz
Grazia Pia Licheri

Si è concluso il 17 febbraio scorso il viaggio del IV ed ultimo Treno della memoria del 2012, organizzato da Terra del fuoco – mediterranea, che ha ospitato al suo interno più di 700 partecipanti, tra studenti dei licei e delle università pugliesi e una delegazione calabrese. Ricordare la crudeltà e la lucidità con cui nel corso della seconda Guerra mondiale i nazisti, guidati da Hitler, hanno deportato e poi sterminato milioni di ebrei, oppositori politici e persone estranee ai canoni di perfezione ariana, in virtù di un progetto di depurazione del mondo dai “parassiti della società”, è un dovere morale di ogni individuo, ancor più oggi che possiamo entrare in contatto con gli ultimi superstiti dei lager, testimoni diretti di quella barbarie con cui l’umanità ha toccato il fondo.
Tutti i ragazzi che hanno partecipato all’iniziativa si sono dimostrati contenti della scelta e desiderosi di condurre su quel treno nuove persone, affinché possano provare la loro stessa esperienza, che si è rivelata “altamente formativa – come afferma Sara, studentessa di Giurisprudenza dell’università del Salento – tutti conosciamo la shoah, ma vedere quei luoghi di fronte a te fa capire che quelle non sono soltanto pagine di storia. Se prima mi sentivo estranea a certi avvenimenti, ora posso dire di essermene avvicinata molto”. È importante però fare tesoro delle sensazioni e delle conoscenze incanalate in quei luoghi per far sì che episodi razziali non accadano più sotto nessuna forma. “Non si tratta solo del passato, perché assistiamo quotidianamente a manifestazioni xenofobe. Il primo insegnamento del viaggio è che la diversità genera ricchezza”.
“La vista di Auschwitz e Birkenau ha suscitato forti emozioni, ma anche un senso di vuoto e di impotenza, a tratti di incredulità”. Sono queste le parole di Sabrina, studentessa di Lettere. “Le parole della guida davano vita a ciò che è accaduto, soprattutto nel Campo base, mentre Birkenau - aggiunge - è un esempio di desolazione totale, immerso in un bosco di betulle che sono le testimoni mute della tragedia passata”. È stato un viaggio importante, che probabilmente non avrebbe avuto modo di vivere se non fosse stato organizzato in questa dimensione di condivisione comunitaria con tanti altri giovani.
Una full immersion che supera ogni aspettativa: così Mariella, studentessa di Lettere, descrive il Treno della memoria. “C’è un motivo preciso se facciamo tante ore di treno e andiamo in un periodo freddo, perché questo favorisce l’immedesimazione. È una grande esperienza umana e culturale, che consiglio a tutti, anche grazie alle assemblee alle quali abbiamo partecipato e che sono state molto utili per il confronto scaturito”. Il momento più emozionante per lei è stato quello in cui è stato chiesto ad ognuno, durante l’assemblea plenaria svoltasi l’ultimo giorno, di esprimere ciò che ha provato vedendo i campi.
Antonio, che studia Scienze politiche, l’ha definito un’esperienza “bella e toccante”, il cui senso si comprende pienamente solo a posteriori, perché necessita di essere interiorizzato. “Ci tornerei di nuovo, ma forse la seconda volta in maniera intima ed individuale”.
Fabiola, di Lettere, non credeva nella buona riuscita di questo viaggio, perché è partita senza conoscere alcun partecipante, eppure la compagnia con cui si è trovata in treno e in stanza ha manifestato condivisione e solidarietà. “È stato bello, non avrei mai pensato di dividere stanze e bagni con tante persone e di passare le giornate con ragazzi più piccoli. È un’esperienza che consiglio, perché si vivono tante emozioni e si conoscono punti di vista differenti”.
Secondo Roberto, altro studente della stessa facoltà del Salento, “ogni persona con un minimo di sensibilità storica deve partecipare a questo viaggio, perché si toccano con mano i luoghi in cui sono accadute crudeltà terribili e perché nessuno ci fornisce la certezza che non si verificheranno più. Siamo l’ultima generazione che può entrare in contatto con i testimoni diretti di questi eventi”.
Fabio, della facoltà di Economia, ha scelto da anni di svolgere il ruolo di educatore all’interno del Treno, che è “l’unica possibilità di portare tanta gente a percepire realmente quello che erano i lager. Siamo circa 35 educatori, semplici ragazzi con la passione e la voglia di offrire un servizio utile alla comunità. L’obiettivo che speriamo di raggiungere con il nostro lavoro volontario è trasmettere il significato dei campi e l’importanza di fare gruppo, abbattendo le difficoltà che si incontrano nel conoscere persone nuove”.
Laura, studentessa di Filosofia e responsabile del Treno della memoria, parla della possibilità di “dare un’opportunità educative alle scuole. La storia – spiega – non deve essere qualcosa che si studia per l’interrogazione, ma serve per acquisire le lenti di ingrandimento con cui leggere il presente”. Esprime la sua soddisfazione per il buon lavoro svolto dal team di educatori, e sottolinea che questa esperienza non si esaurisce nelle giornate del viaggio, ma è necessario rivedersi anche dopo, attraverso incontri e altre iniziative, per non esaurire quell’entusiasmo e la voglia di contribuire al miglioramento del futuro, rendendo quel viaggio verso i lager “un percorso interiore, una seduta di psicanalisi collettiva che non finisca mai”.

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La triade che costituiva il fulcro del processo concentrazionario dei nazisti in Polonia per la cosiddetta “soluzione finale”, cioè lo sterminio di tutti gli ebrei d’Europa, era formata dai campi di Campo base o Auschwitz I, Birkenau o Auschwitz II, Monowitz o Auschwitz III.
La giornata centrale all’interno del programma del Treno della memoria è stata proprio quella della visita ai lager Auschwitz I e II, nel corso della quale tutti i partecipanti hanno percorso quel suolo, che solo pochi decenni fa era attraversato da corpi senza salute e senza dignità, quasi in punta di piedi, per non rompere la magia di un silenzio che sa di sofferenza e devozione, e certamente in punta di cuore, per accostarsi con discrezione e umiltà ad un dramma troppo grande per essere compreso da chi non lo ha vissuto in prima persona.
Questo “pellegrinaggio laico” nei due campi polacchi si è svolto il 14 febbraio. È un caso singolare che l’appuntamento più forte sia avvenuto il giorno festa degli innamorati. D’altronde, scegliere di vivere, anche solo per poche ore, dietro le quinte di alcuni dei più efferati teatri dell’orrore che la storia abbia mai conosciuto, cos’è, se non amore per l’umanità e per le generazioni future?
Auschwitz si apre con un cancello sovrastato da una scritta di apparente benvenuto, ricca di promesse, ma su cui aleggia una cinica ironia: “il lavoro rende liberi”. Il Campo base, infatti, nasce come campo di concentramento, ma funziona da subito come campo di sterminio.
L’immersione in questo luogo è un fiume di emozioni: il piazzale dell’appello; le sale ricche di oggetti personali riutilizzati dai tedeschi, quali occhiali, protesi, pentole, scarpe, vestiti, capelli; il blocco n. 11, detto “della morte”, dove si svolgevano interrogatori, torture e prigionie, e che conteneva la cella 18 in cui padre Massimiliano Kolbe si fece uccidere al posto di un giovane uomo; il muro della fucilazione; i blocchi in cui si possono capire, con l’aiuto dell’immaginazione e della guida, le condizioni di vita, di salute e di igiene in cui i prigionieri erano tenuti. Tutto il percorso concorre a far comprendere l’atmosfera di disagio fisico e psichico che impregnava quei capannoni austeri umidi.
Ciò che più di tutto fa rabbrividire sono le camere a gas con gli annessi forni crematori, gli unici rimasti dopo la fine della guerra, perché ricostruiti con i pezzi originari. A pochi passi dalle abitazioni dove i bambini delle Ss giocavano godendo con spensieratezza della loro infanzia, un obitorio fu convertito in camera a gas provvisoria tra il 1941 e il 1942, per i primi esperimenti dai quali evinse con grande soddisfazione che era possibile uccidere tantissime persone contemporaneamente senza troppi spargimenti di sangue, semplicemente immettendo dello zyklon b attraverso il tetto. Fuori ci sono più di 10 gradi sotto lo zero, ma la sensazione di freddo improvviso che si prova entrando in queste stanze supera di gran lunga le temperature esterne. Si sente il gelo della morte.
Nel pomeriggio è la volta di Birkenau, ben 30 volte più esteso di Auschwitz. Bianche betulle ischeletrite innalzano i loro rami supplicanti verso un cielo cupo e pallido. Tutto intorno, una distesa di neve tace, ricopre con un velo di gelo anni di storia, di dolore, di terrore. È il vuoto quello che fa più male alla bocca dello stomaco, quando si entra in questo campo di sterminio.
Nel campo base puoi vedere i luoghi della morte, toccare le vetrate dietro cui sono conservati gli oggetti originari appartenuti agli internati, cogliere con lo sguardo i confini del lager, segnati da quel filo spinato che graffia gli occhi di commozione, perché immagini abbia disintegrato in un istante chiunque avesse tentato di spiccare il volo verso il mondo esterno, in un ultimo anelito di vita.
A Birkenau è tutto diverso. Ci sono ancora i famigerati binari, raffigurati su tutti i libri di storia, rotaie che si perdono nell’orizzonte, percorse a suo tempo dagli innumerevoli vagoni su cui centinaia di persone erano ammassate come merci, anzi, come animali condotti al macello. C’è qualche capannone superstite o attentamente ricostruito; ci sono cumuli di macerie sparsi qua e là, lapidi commemorative, fiori. Restano alcuni blocchi, come quello delle saune, ancora aperti al pubblico di visitatori e cosparsi di foto, che i deportati avevano condotto con sé pensando che avrebbero semplicemente iniziato una nuova vita in un altro luogo, come era stato detto loro. Non avevano torto, ma non era certo quello il tipo di vita che ipotizzavano, dipartendosi dai loro accoglienti focolai domestici.
Tutto il resto, a Birkenau, è un vero e proprio nulla. L’assenza e il deserto innevato, disteso su migliaia di ettari, provocano un senso di smarrimento. Camminando su quel suolo manca quasi l’equilibrio. È una strana vertigine, dovuta ai fumi dei forni crematori, all’overdose di ceneri umane che sembrano ancora aleggiare nell’aria e bloccare il respiro, all’ubriachezza da crudeltà di tutte le persone, coinvolte direttamente o indirettamente in questo processo di annientamento di un intero popolo.
Il momento più pregnante della visita è stato la commemorazione finale, nel piazzale di Birkenau, durante cui ognuno ha voluto sigillare l’emozione che lo ha accompagnato pronunciando davanti al microfono il nome del detenuto che lo ha colpito di più, tra quelli raffigurati nelle foto esposte nei blocchi, affinché anche il silenzio dei lager conosca un grido di solidarietà che possa essere tramandato alle future generazioni, perché non è mai troppo tardi per fare il proprio dovere e, forse, non è mai troppo presto per iniziare a cambiare il mondo.
Shoah, io ti ricordo.

martedì 21 febbraio 2012

Leverano, sulle orme di Cosimo De Giorgi
























Lettera aperta All’Egregio Sig. Sindaco di Leverano dott. Cosimo Durante

Una storica e poco nota lettera sul «Corriere meridionale» e la memoria di Geronimo Marciano

Sulle orme di Cosimo De Giorgi

Valentino DE LUCA

Ritrovare un importante e raro scritto (Leverano e Geronimo Marciano, in «Corriere meridionale», 1° giugno 1922) dello scienziato Cosimo De Giorgi mi ha riportato alla mente le sollecitazioni verbali che ho rivolto a Lei dott. Cosimo Durante, Sindaco di Leverano, di recente in un paio di circostanze: La invitavo a prendere le difese del Suo concittadino Geronimo Marciano.
Chiedevo in sostanza un Suo autorevole intervento presso il Sindaco di Lecce, dott. Paolo Perrone, affinché nella toponomastica della città fosse riportata nella forma e nel modo corretto la memoria onomastica del celebre scrittore Suo concittadino con l’eventuale aggiunta almeno del secolo in cui visse, evitando così equivoci sulla siffatta informazione storica. Qui a Lecce molti cittadini, da tempo e spesso, si chiedono senza averne ancora risposta: «ma quistu G. Marcianò ci era?».
Ma vi è di più.
Quell’importante e raro scritto cui accennavo sopra è di fatto una lettera, poco nota,
che lo scienziato Cosimo De Giorgi indirizzò sei mesi prima di morire all’allora sindaco di Leverano Conte Alcibiade Zecca. Questa testimonianza, puntuale pagina di storia, dovrebbe essere conosciuta, e non solo dai suoi concittadini in quanto potrebbe far nascere nuovo interesse e stimolare ulteriori approfondimenti sugli studi e la figura del Marciano, ma soprattutto perché contiene quella bella proposta dell’apposizione di una dignitosa lapide commemorativa.
Dopo poco meno di un secolo quell’idea potrebbe finalmente trovare realizzazione da parte dell’Amministrazione comunale: le storiche e sapienti parole dettate da Cosimo De Giorgi, collocate sulla facciata della casa natale di Geronimo Marciano, renderebbero una verità storica in modo meno invasivo (ne converrà!) del cartello giallo, e creerebbero anche le condizioni per un immediato necessario restauro conservativo dell’intera palazzina con la conseguente rimozione della grigiastra saracinesca per niente armonizzata con la rinascimentale lineare struttura cinquecentesca della casa dei Marciano.
Preferisco qui lasciare spazio alla pubblicazione integrale del testo della storica lettera poco nota, come si legge sul «Corriere meridionale».

La lettera

Al sig. Conte Alcibiade Zecca
Mio egregio Amico. Ho riveduto nei giorni scorsi, in vostra compagnia, il bel paesino di Leverano, che, nella sua alta Torre che domina l’abitato e la fertile campagna circostante, ci ricorda il grande imperatore svevo Federico II il quale la fece edificare verso il 1220. Alcuni anni prima della guerra europea [la prima Guerra mondiale n.d.r.], n’ebbi un giorno, la visita di due archeologi tedeschi indirizzatimi dal Ministero della P. I. Erano venuti per incarico di Guglielmo II imperatore di Germania, il quale si era prefisso di visitare le Torri e i Castelli costruiti in Puglia dal suo antico predecessore; e tra questi la Torre di Leverano. Poi succedè [sic] la catastrofe e con essa tutto andò a monte.
L’ho riveduta ora, ma, oh, quanto diversa da quella che era nel maggio 1873 quando la vidi la prima volta e ne presi un disegno che conservo nei miei taccuini di viaggio. Di questa torre mi riserbo di manifestarvi il mio pensiero in altra lettera. In questa vi dirò di Geronimo Marciano che, come ben conoscete, ebbe i suoi natali in Leverano.
Nei primi del Seicento questi scrisse un’opera intitolata «Descrizione, origini e successi della Provincia di Otranto». Fu assai elogiata dai suoi contemporanei, ed a giudizio dei dotti è una delle migliori fra quelle scritte sulla nostra provincia, dopo il D. S. I. [De situ Japigiae n.d.r.] del Galateo. Quest’opera restò manoscritta per 227 anni, e se ne fecero molte copie, due delle quali si conservano nel nostro Museo Castromediano. Nel 1855 il dott. D. Tommaso Albanese di Oria la pubblicò in Napoli; ma vi aggiunse molte interpolazioni, le quali saltano facilmente agli occhi degli intelligenti in questa materia.
Volli visitare la casa ove nacque il Marciano, e Voi gentilmente me la indicaste nella via che da lui ha preso il nome al n. 15; oggi è l’unico ricordo che il paese ha dedicato alla sua memoria. È una casa modesta a due piani e conserva ancora qualche vestigio dell’Architettura del Cinquecento nelle due porte della facciata, nella finestra del piano terreno ed in quella del primo piano dove aggetta un terrazzino con balaustrata sorretto da beccatelli. Esiste ancora lo stemma dei Marciano sulla porta, oggi murata, ma è indecifrabile per la corrosione della pietra leccese. Sembra, se non m’inganno, uno di quegli stemmi che dicono parlanti perché nella partizione inferiore sono raffigurate araldicamente le onde del mare. Queste poche reliquie architettoniche sono state alquanto manomesse; e vi è stato perfino un balordo tentativo di imbiancare la facciata della casa.
Con un sentimento di venerazione sono salito, per una ripida scaletta, al piano superiore, dove ho trovato una stanza immersa nell’oscurità e divenuta deposito di paglia e di attrezzi rurali.
In un angolo vidi il camino sul prospetto del quale lessi questa iscrizione, che forse il Marciano – presago della futura sorte della sua abitazione – fece scolpire in grandi caratteri romani: Magnus ex una scintilla accenditur ignis.
Ridiscesi, col pensiero a questo illustre dimenticato, e mi tornarono alla mente i versi del poeta di Recanati: O Italia, a cor ti sia | Far ai passati onor, che d’altrettali | Oggi vedove son le tue contrade | Né fia chi d’onorar ti si convegna.
E ora mi rivolgo a Voi che con tanta saggezza dirigete l’Amministrazione del Comune, e vi propongo di apporre una lapide commemorativa sulla casa dove nacque Geronimo Marciano.
A questo proposito, voglio dare a voi ed ai lettori del Corriere Meridionale un documento, sin qui inedito che stabilisce esattamente la data della nascita e della morte del nostro letterato salentino. L’ebbi nel 1884 dal ch. arcidiacono Giovanni Tarantini di Brindisi il quale l’aveva trovato nell’Archivio arcivescovile di quella Cattedrale, dalla quale dipende la collegiata di Leverano.
Nell’atto di nascita si legge: Die 28 9bris 1571 il cantore D. Colella Savina battezzò un figliolo maschio a Merate Marciano et a Natalizia Fapane, et ebbe nome Geronimo. Lo tenne al fonte Antonio de Frascaro.
Nel libro dei morti della Chiesa di Leverano del 1628, si legge la seguente particola: «A dì 13 maggio 1628 Morì Messer Geronimo Marciano et fu seppelito, ut moris, nella Chiesa madre sotto l’altare della sua cappella della Sapienza».
Ho cercato invano nella Collegiata di Leverano questa Cappella, perché fu demolita nel Sec. XVIII con tutte le altre della nave maggiore quando questa fu costruita con la facciata. Le ceneri dei Marciano subirono allora la stessa sorte di quelle del Galateo durante la ricostruzione della chiesa di S. Domenico in Lecce.
Termino questa lunga lettera col proporvi l’iscrizione che potrebbe essere scolpita sulla lapide commemorativa: IN QUESTA CASA | NACQUE IL 28 NOVEMBRE DEL 1571 | GERONIMO MARCIANO | MEDICO, FILOSOFO E SCRITTORE | FASTI DELLA PROVINCIA DI OTRANTO | DOPO IL GALATEO | A NESSUN ALTRO SECONDO || IL MUNICIPIO DI LEVERANO | AL SUO EMERITO CITTADINO | Q. L. P.
Ed ora, mio gentile amico, vi prego di gradire i miei ringraziamenti per le cortesie usatemi nella bella escursione e tenetemi pel vostro.

Lecce, 28 maggio 1922
Devot.mo Prof. Cosimo De Giorgi