sabato 31 luglio 2010

Lo scriptorium del Mondo

Giuseppe Arnesano

In questa prima domenica del mese ripercorriamo la litoranea adriatica per riscoprire l’antica storia di quel crogiuolo culturale, edificato mediante silenziosi blocchi di pietre che funsero da solido luogo d’incontro intellettuale fra due civiltà “forzatamente” rivali. Oriente ed Occidente si compenetrano in un’eterna dissertazione accademico-letterale persistente “architettonicamente” nei poderosi e polverosi ruderi dell’Abbazia di San Nicola di Casole. Dopo appena due chilometri a sud di Otranto, proseguiamo lungo la scogliera della Palascìa fino ad allontanarci dal Canale idruntino per giungere nell’afoso entroterra campestre segnato da un lungo viale alberato che ci orienta in direzione dei resti del monumentale complesso monastico greco-latino. Costantinopoli (Istanbul): il 726 d.C. fu l’anno dell’editto iconoclasta, promulgato dall’imperatore bizantino Leone III l’Isaurico per condannare alla rimozione e distruzione il culto delle immagini sacre in tutto l’oriente cristiano, costringendo i numerosi uomini di chiesa a rifugiarsi nel sud d’Italia. Le prime comunità monastiche orientali che giunsero in questo “accogliente” lembo di terra, alimentarono la devozione a San Basilio, che perdurò e crebbe durante l’età normanna dall’XI-XII secolo, poiché questi nuovi“conquistatori” non erano intenzionati a distruggere ed umiliare l'arte e la spiritualità bizantina radicata nel Sud d’Italia, ma a condividerla e rispettarla. Dunque la storia dell’Abbazia di Casole ha inizio al tempo del normanno Boemondo I d’Altavilla, principe di Taranto e di Antiochia che tra il settembre del 1098 e l’agosto del 1099 restaura o fonda, sul sito di quell’importante insediamento di monaci basiliani, guidati dal primo egumeno Giuseppe ed assertori della regola di Basilio il Grande, il cenobio di San Nicola. Probabilmente dopo l’intervento “restaurativo” voluto da Boemondo, al monastero viene attribuito il nome “Casole” poichè in precedenza l’originario nucleo monastico era organizzato da primitivi caseggiati, come capanne, nicchie o casole ospitanti i religiosi durante la recita delle preghiere. Casole era uno dei più importanti ed attivi monasteri basiliani del meridione d'Italia e del Salento insieme a quello di Santa Maria delle Cerrate presso Lecce; il monastero Casolano era sede di uno scriptorium, importante per la produzione e riproduzione di codici e testi classici rigorosamente in greco ed in latino, scritti da illustri studiosi come Giovanni Damasceno, Gregorio di Nazianzo e Cirillo di Alessandria. La biblioteca di “Casole”era considerata una delle più fornite e preziose dell’Occidente e riusciva a munire sia l’intima cerchia dei monaci calligrafici che, operavano all’interno del monastero, e sia i monaci che richiedevano libri per la liturgia e per la lettura privata. Questa “antica fucina di conoscenza” antesignana dell’Università offriva ai giovani greci, ebrei e latini di tutte le “province del mondo antico” lo studio di numerose discipline: astronomia, musica, retorica, grammatica, teologia, filosofia, scienze naturali, alle quali si aggiunsero le fondamentali, greco, latino,trivio e quadrivio. All’interno delle pagine del “Typikon” di Casole, documento che regolava la vita religiosa ed intellettuale del monastero otrantino, abbiamo appreso che nel 1160 l’egumeno Niceta fabbricò nei pressi del sacro complesso, la prima “casa dello studente” del mondo occidentale, all’interno della quale si poteva trovare insieme al vitto, all’alloggio ed all’insegnamento, un servizio bibliotecario “aperto al pubblico”. Questa serie di “servizi gratuiti” erano a disposizione di quanti volessero apprendere lo studio delle lettere classiche. Il cuore “culturalmente” pulsante di “Casole” era alimentato costantemente dagli apporti di insigni umanisti come Giovanni Grasso, Andrea da Brindisi, Nicola d'Otranto, Giorgio Bardanes, tutti afferenti “all’entourage letterario” promosso dall’abate Nettario, personalità fine e complessa dalla profonda cultura da letterato, poeta, grammatico e teologo. Quell’ “universo umanistico” progettato in terra non ebbe vita facile e rimase ben poco a seguito della distruzione e del violento saccheggio di Otranto ad opera di Maometto II il Conquistare avvenuto nel luglio del 1480. Attualmente quell’immenso patrimonio culturale è disseminato fra le diverse biblioteche presenti in Europa. I ruderi del complesso monastico di San Nicola di Casole attendono un concreto intervento di rivalutazione, tutela e fruizione, con l’auspicio che il seme della cultura possa nuovamente germinare in questo fertile territorio e fungere da modello esemplare per favorire un proficuo interscambio culturale.

sabato 24 luglio 2010

Fotografia/ Patrizia Emma Scialpi, “Restano cure”





Che tipo di attrito ha la memoria di fronte alla fotografia? Può la fotografia preservare memoria?
La gente delle fotografie Gioia Perrone “Quelle cose usate, pentole e padelle dei nonni, cinciscaglie riscaldate da generazioni di mani umane che Rilke celebrava nelle Elegie di Duino come essenziali a un paesaggio umano”, non ci sono più; ormai da tempo tra panorami di ‘mmondezza visiva e stupori da mercatino dell’usato, ci avvaliamo di leggerezza, di fantasmi cartacei,di brandelli di passato portatile, che pesa quanto una piuma. Fin dai suoi albori la fotografia ci ha fornito innanzitutto un inedito specchio, uno shock speculare nel quale poter constatare il passaggio del tempo sui nostri corpi e su quello dei nostri cari; immortaliamo da più di un secolo istanti di vita familiare, congelando in un frammento un concentrato di presente, che pare debba in eterno parlarci al presente, pure essendo passato, consumato, a volte defunto.
Vita e morte, ci insegna Barthes, si mescola in questo mezzo “bizzarro”, traccia inconfutabile di qualcosa che è esistita proprio lì in quello spazio e in quel tempo di fronte all’obbiettivo, eppure così “muta”, irripetibile esistenzialmente. Patrizia Emma Scialpi, giovane e apprezzata illustratrice e pittrice dal tocco emotivo e inquietante, ha presentato per l'edizione 2010 del “Festival del cinema del reale” a Specchia il suo nuovo lavoro “Restano cure” nel quale utilizza vecchie fotografie di parenti, dal bordo ingiallito, prese dal proprio archivio privato, applicandovi il segno pittorico, il suo tocco di ri-cucitura emotiva, o se vogliamo di liberazione di una via altra verso l’immaginario e la memoria personale.
Che tipo di attrito ha la memoria di fronte alla fotografia? Può la fotografia preservare memoria?
A mio avviso è potente pungolo, boa-rettangolo che segna la possibilità di un percorso e le profondità di acque misteriose e poco sicure: la memoria certo, crea legame e comunicazione tra passato e presente, sviluppa narrazioni del sé, ma è facoltà imprevedibile e irrazionale e , in definitiva va dove vuole. Gli studiosi del mezzo non hanno opinioni concordanti: per alcuni la fotografia sarebbe una memoria che “intralcia i ricordi”, che in qualche modo li devierebbe o meglio, li addomesticherebbe. O ancora semplicemente un accumulo, un ossessione dell’occhio, un continuo rimando. C’è che le vicende familiari di tutti sono state sempre scandite e trasformate in piccoli monumenti privati, dalla fotografia. I corpi risorgono, si mescolano, e gli occhi dei nostri cari, come quelli di sconosciuti, ritornano a guardarci, facendoci sentire tutto il carico e tutto il fascino del sentimento della distanza. La vita di qualcuno la cui esistenza ha preceduto di poco la nostra, tiene racchiusa in sé la tensione stessa della Storia: per guardare la storia bisogna esserne esclusi. Anche la fotografia perisce, ce lo dice Barthes, e per i più “sensibili alla luce” e ai giochi ai quali la fotografia invita , risuona come un’ossessione: “La fotografia condivide la sorte della carta (anche nella sua versione digitale); come un organismo vivente, nasce dai granuli d’argento che germinano, fiorisce e subito invecchia attaccata da luce e umidità”.
Così la Scialpi mette le mani su quella che il sociologo Richard Chalfen chiama Gente della polaroid, la gente della fotografia! Il colore, il segno del pennello è come una seconda patina, un estensione tattile ed emotiva, che sembra voglia creare nuovi ponti medianici tra chi guarda e chi è guardato, tra la memoria tracciata e indicale della fotografia e la memoria re-inventata e libera dell’artista. Allora quei corpi ingialliti, fermi a quel giorno, corpi cari, ci ripropongono eternamente una traccia del nostro genoma, come i corpi sconosciuti della gente sconosciuta nelle fotografie, anch’essi comunque legame tra noi e un genoma fotografico collettivo, davanti al quale qualcosa “punge” qualcosa ci chiede di aver cura. (www.granbelblog.wordpress.com)


martedì 6 luglio 2010

NdT 2010 Ri-trovare il silenzio

Ludovico Einaudi a Melpignano





Dal 13 al 28 agosto nel Salento torna La Notte della Taranta, l'annuncio ieri, nella prima conferenza stampa di questa tredicesima edizione.
Melpignano, l'aria è carica d'umido, il cielo lo porta tutto in una spessa coltre bianca, la luce fende gli occhi, un giorno difficile, come molti di questo inquieto inizio d'estate...
Nello scriptorium degli Agostiniani ci accoglie un “aria” diversa, quella della musica che è contenimento d'anima, muove l'umore. Un leitmotiv dirà poi Ludovico Einaudi, la prima scrittura venuta, per l'incontro. Un suono misterico, largo, sinfonico. Avvolge e trattiene segnato da piccoli tocchi di piano. Il piano minimo del maestro. Il segno certo della novità di questa edizione “colta” della grande Notte salentina. Addio al pop e agli occhiolini neo-folk ci si muove nella necessità di operare il “tradimento” fino in fondo: il corpo preso nell'impasto digitale.
Stare sul bordo per mirare i passaggi, i superamenti di confine, il continuo divenire generante dell'orlo, nel battito, nel ri-suono. Zona di altro andare, dove ogni bit ritrova senso nell'intimità di una musica - quella nostra, dei nostri interpreti - che ha metabolizzato (e superato) esperienze, e tante! Tutte confuse alla Storia dalla soggezione del silenzio al clamore di oggi, che ri-vuole quiete, un riparo per (ri)tentare la trance... Ricordate il caro Georges Lapassade? Le sue grandi orecchie, sapevano già. Lo ricordate quando inseguiva i ragazzi delle dance hall, tentando il virus, sempre nel merito della musica, leva (e levatrice) di questo territorio, custode del segreto ed essenza della sua maieutica.
È trascorso tempo, s'iniziava allora a scrollarsi di dosso il “rimorso” con quel “quandu camini” che portava (inconsapevolmente) il fuoco della nuova stagione. Ah!, quel “rimorso” mi fa mancanza, nostalgia, malinconia questa volta santa!

La venuta del maestro Einaudi - a Melpignano in funzione di compositore e concertatore della Notte della Taranta solo alcune ballate lo avranno ospite al pianoforte - porta in dote una sentire utile, nutriente in questo tempo che rende “avaro” il territorio preda di una pervadente “carestia delle idee”.
Un tempo povero senza canto, che non osa parole... Potremmo fare a meno delle parole!?
Se il suono trova e ritrova senso nell'aggiornamento delle sensibilità e delle strumentazioni la parola rimane ferma.
È ideologia la parola, porta il mondo, lo immagina, lo pre-figura nella mancanza ed è “inopportuna” questa che (sempre) ri-cantiamo.
Si celebra? Sì, si celebra! Ma certe volte direi basta! Voglio altre parole... non mi bastano quelle delle antiche pizziche usurate, stanche... le inseguo ma non trovo significazione. Che non ce ne sia più? O è inutile tentare?
Anche Santu Paulu “m'ha detto” d'un certo fastidio e il tamburrello (certe volte) lo riporterei a Roma e alla napoletana chiederei altro, non so, un registratore portatile - di quelli che certo sbarcano nel suo porto - per catturare ciò che nella natura è sussurro o grido, le “variazioni, l'andare d'ognuno. I patimenti d'adesso, i simboli di questo lungo negarsi che non osa più metafore per giocare la speranza.
C'è il chiaro della pietra, le variazioni dei muretti, le andature argento-verdi del “crine” degli ulivi, colori, la cui forza, Ludovico Einaudi vuole tradurre in suono. Stanze di una architettura immaginifica dove far “abitare” il repertorio, con lui Mauro Durante, guida in questo cercare salentino. Tra gli ospiti il musicista turco Mercan Dede affascinato dal suono del ney (il flauto tradizionale) fonde l’elettronica con la tradizione folklorica del suo paese, la portoghese Dulce Pontes, la greca Savina Yannatou e i Sud Sound System.

Mauro Marino

venerdì 2 luglio 2010

Don Grazio Gianfreda

Dedicato a Don Grazio Gianfreda il volume «Note di storia e di cultura salentina» (1)

Il 26 giugno scorso, nel suggestivo atrio del Castello di Corigliano d’Otranto, è stato presentato, da Dario Massimiliano Vincenti (presidente della sezione magliese della Società di Storia Patria per la Puglia) e da Giuseppe Orlando D’Urso (segretario della stessa Società), il volume «Note di Storia e Cultura Salentina» (Argo Editrice, XX, Lecce 2009, ma stampato giugno 2010), annuario a cura di Fernando Cezzi, ed organo della Società di Storia Patria per la Puglia (Sezione di Maglie – Otranto – Tuglie “Nicola G. De Donno”), al cui interno è pubblicata una miscellanea di Studi dedicati a Mons. Grazio Gianfreda. Il volume è introdotto da un ricordo di mons. Grazio Gianfreda di Maurizio Nocera, che riproponiamo qui.

«La Cattedrale di Otranto [è un tesoro] che racchiude il paleocristiano, il bizantino, il romanico, ed elementi di rinascimento e di barocco». La Cattedrale di Otranto, scrive ancora don Grazio, è «simbolo di mistero» nella fede, che noi umani dobbiamo sforzarci di capire

Le care pietre
Maurizio Nocera

Negli anni ’70 insegnavo alla scuola alberghiera di Otranto e, come spesso capita agli insegnati, gli orari, a volte, risultano essere a fisarmonica, nel senso che si chiudono e si aprono lasciando spazi di tempo di disimpegno. Quasi sempre, passavo queste ore fuori orario scolastico con don Vittorio Boccadamo, il silenzioso custode delle carte e memorie della più antica diocesi di Puglia, o con il poeta Antonio Corchia, custode delle memorie storiche della città dei Martiri, o con Lui, l’ottuagenario don Grazio Gianfreda, custode e conoscitore profondo della Basilica-Cattedrale dedicata al titolo della Madonna dell’Annunziata.

Le “navi” della Cattedrale di Otranto

Don Grazio sapeva tutto del maestoso edificio che sorge al centro della città e che è vanto e gloria degli otrantini. Sapeva tutto e lo conosceva assai bene perché nelle tre grandi “navi”, tra quelle colonne capitellate, nelle cripta, nella sacrestia – suo eletto eremo sacro-urbano – egli aveva vissuto più di mezzo secolo, sempre studiando, sempre accarezzando quelle a lui «care pietre benedette e sante» (sue parole). Nel libro che aveva dedicato proprio alla Basilica, “Storia della Cattedrale di Otranto. Diario di un popolo” (Editrice Salentina, Galatina 1989), in occasione del «nono centenario della consacrazione della Basilica Cattedrale di Otranto: 1088-1988», nella sua prefazione, ha scritto: «Novecento anni di arte, di storia e di fede non sono pochi, e diventano ancor di più, quando si viene a sapere che essi sono collocati su di una struttura precedente, diversa per credo politico-religioso-culturale: paganesimo e cristianesimo non sono epoche chiuse, a sé stanti a scompartimento stagno. Non sono isole. Una prepara l’altra, e tutte e due aiutano a camminare, ad evolversi, a progredire. / Non sono, quindi, più novecento anni di storia ma circa duemila, in parte nascosti in parte palesi che la Cattedrale di Otranto racchiude, tramanda e, in modo mirabile, esprime coniugando l’oggi di ogni epoca con la vita di un popolo. […] La Cattedrale di Otranto [è un tesoro] che racchiude il paleocristiano, il bizantino, il romanico, ed elementi di rinascimento e di barocco». La Cattedrale di Otranto, scrive ancora don Grazio, è «simbolo di mistero» nella fede, che noi umani dobbiamo sforzarci di capire. Già da queste poche frasi si capisce che don Grazio Gianfreda è stato il nume tutelare della Chiesa otrantina per quasi tutto il Novecento; da quella sede sono passati gli arcivescovi al tempo della metropolia, poi i vescovi quando il Vaticano ridusse l’arcidiocesi a sola diocesi elevando al contempo Lecce a sede metropolita. Ma Lui rimane sempre lì a svolgere le sue funzioni di sacerdote pastore d’anime, prima come semplice prete, poi come parroco, infine come monsignore. Sempre con i suoi amati libri tra le mani, sempre aperto a qualsiasi domanda, sempre disponibile a conferire con chiunque lo chiamasse.

Non posso dimenticare le volte che l’ho fatto alzare anzitempo dal letto, perché avevo con me un personaggio importante che aveva assoluto bisogno di incontrarlo, come avvenne con lo scienziato Ettore Biocca, o con il filosofo cileno Sergio Vuskovic Rojo, o infine, cosa che avvenne solo qualche settimana prima della sua morte, col sacerdote andino don Juan Nuñez del Prado. Ricordo molto bene l’incontro tra questi due uomini che al servizio dell’umanità, sia pure con differenti punti di vista teologici, si abbracciarono lungamente e lungamente rimasero a parlare fra di loro.

Di solito incontravo don Grazio nella sacrestia e lì mi fermavo a conversare con lui. Egli sapeva quali fossero le mie idee intorno alla religione, sulla storia della Chiesa, sulla fede, sulla politica; personalmente gliene avevo parlato, gli avevo detto quali erano state le vie attraverso le quali ero giunto alla militanza politica all’interno del movimento operaio e accanto a tutte le persone che vivevano nella sofferenza e nella povertà. Don Grazio sapeva che anch’io, a modo mio, svolgevo una sorta di missione nella lotta per il riscatto della povera gente, e per questo egli non solo comprendeva la mia passione politica ma in un certo modo la sopportava, perché conosceva la mia provenienza territoriale (egli era nato a Collepasso, io a Tuglie, due paeselli agricoli molto vicini fra di loro), e sapeva che non poteva non accadere quanto mi era accaduto sul piano del fare politica accanto a coloro che lottano per difendere il proprio posto di lavoro e le proprie condizioni di vita, spesso deprecabili in una società complessa e spesso disumanizzante, com’è quella nella quale è vissuta la nostra generazione.

San Pietro in Otranto

Il primo libro che mi donò, con dedica, fu la “Basilica Bizantina di S. Pietro in Otranto. Storia e Arte” (Tipografia dell’Abbazia di Casamari, 1967). Don Grazio sapeva che amavo immensamente Otranto, quel suo antichissimo tempio, e sapeva che dentro quello scrigno d’arte e di fede io vedevo il mondo dei monaci basiliani che, sin dai primi secoli del cristianesimo, e fino al Rinascimento, avevano animato le nostre contrade. Non poche volte, a voce, mi leggeva alcuni passi di quel suo libretto, che conservo come sua icona palpitante. Mi diceva che la chiesa di San Pietro in Otranto era molto antica e che «la sua linea architettonica, di modeste proporzioni, rispecchia proprio quel periodo in cui “infatti le chiese bizantine erano piuttosto piccole” [David Talbot Rice, “Arte Bizantina”, p. 103]. “Di tutte le costruzioni a pianta greca nessuna oltrepassa i sedici metri di lato compresa la chiesa del Pantocrate di Costantinopoli” [Ch. Diehl, “Manuel d’art byzantin”, Paris 1925]» (p. 31). Ma quello che più mi interessava di sapere era come fosse fatto l’edificio, e don Grazio, appena poco dopo l’interesse rivolto alla chiesetta dal francese Charles Diehl, fu il primo a darci un’idea della sua pianta e delle sue architetture. In quel libretto scrive: «Le sue cinque cupole, esterne, dominate da quella centrale; le tre absidi circolari, che dall’esterno sembrano tre semicerchi perfetti, sormontate da una monofora – le laterali – e da una trifora – la centrale; le due porte, la regia e quella del popolo (attualmente chiusa), tutti questi elementi, semplici ma armonici, richiamano alla mente del visitatore il bellissimo tempio innalzato alla S. Sapienza in Costantinopoli […] L’interno della chiesa è a forma di croce greca, iscritta in un quasi quadrato [...] ha tre navate, divise da otto colonne di grosso diametro, di cui quattro libere, e quattro semincastrate nelle pareti di Est ed Ovest […] Sugli archi, impostati sulle prime quattro colonne, si solleva la grande cupola, centro architettonico della chiesa, pare librarsi – come sollevata dalla luce che penetra dalle finestre aperte alla base – sulla penombra delle navate. Sembra acquistare maggior leggerezza, essendo senza tamburo e rinfiancata da semicupole di ampiezza adeguata. [...] Anche nella chiesa di San Pietro, in forma più semplice, sono stati usati il quadrato della base e il circolo della cupola, adoperando il metodo a pennacchio. Pare che tale sistema di costruzione sia stato usato per la prima volta in Siria e in Samaria, nel secondo e terzo secolo, poi sia passato a Bisanzio, in Italia e in Armenia» (pp. 35 e sgg.). Particolare interesse don Grazio pone poi nell’analisi degli affreschi, in particolare sulla “Ultima Cena”, sull’affresco della “Lavanda dei piedi”, sulla “Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre”, sul “Battesimo di Gesù”, e sulla “Anastasis” con considerazioni che possiamo dire essere del tutto nuove nel panorama degli studi sull’arte bizantina in Salento.

Altro libro che mi donò Don Grazio Gianfreda, sempre con dedica, fu la sua bella e agile “Guida di Otranto” (Edizioni del Grifo, Lecce 1993), nella quale riprende l’argomento della chiesa di San Pietro, confermando alcune affermazioni e precisando alcune datazioni.

Scrive: «la Chiesa bizantina di San Pietro risale al sec. IX. È tutta affrescata. Sulla cupola dell’altare è la “Annunciazione”; nella conca sottostante è “Maria Madre di Cristo”; a destra, gli “Apostoli”; a sinistra, la “Risurrezione di Gesù”. Nell’abside sinistra, in alto, sono le scene della “Lavanda dei piedi” e della “Ultima Cena”; in basso, la “Vergine con San Nicola e San Francesco di Paola”. Nella navata sinistra, in alto, è la scena della “Vergogna dopo il peccato originale”; nella navata centrale, nei pennacchi della cupola, gli “Èvangelisti” (sono rimasti due e non interi); nella navata destra, il “Battesimo di Gesù, tre Angeli e un mostro ai piedi del Signore”. Lungo le pareti, sugli archi e sulle colonne, si leggono le immagini di “S. Basilio, S. Nicola, S. Leonardo, S. Lucia, Gesù, ecc.”. San Pietro è un trattato di Bibbia e di devozione, anche se oggi – purtroppo! – il tempo e l’incuria hanno cancellato delle pagine che lo rendono lacunoso» (pp. 75 e sgg.).

Il mosaico del prete-artista

Ancora sulla “Guida di Otranto”, don Grazio scrive anche del manufatto che più di ogni altro lo ha interessato: il mosaico pavimentale della Basilica Cattedrale.

Si può dire che tutta la vita di monsignore sia stata spesa nello studio di questo «capolavoro inestimabile [che] – così scrive – copre circa 800 mq di superficie. / Il committente è l’arcivescovo Gionata; l’autore, il Presbitero Pantaleone; l’epoca, dal 1163 al 1165. / Il Prete-artista, con figure tratte dalla “Bibbia”, dalla patrologia, dalla mitologia, dalla storia e dalla letteratura, racconta la storia dell’uomo, iniziando da Adamo ed Eva al Giudizio universale. / Sul presbiterio narra, in sedici tondi, la “Cosmogenesi” e la caduta di Adamo ed Eva. / È il tema che l’artista sviluppa nelle tre navate. / Struttura portante dell’ “opus” è l’ “Albero della vita” che si ripete in ogni navata. Pur essendo sempre simbolo del Logos, esprime operazioni diverse. / L’albero centrale è simbolo del “Logos” che crea. Da esso, come da un unico principio e sorgente, scaturiscono le culture indo-europee che hanno modellato e modellano l’Europa. / Avanzando lungo la navata ci si arrampica sull’albero immenso che percorre tutto lo spazio dividendolo in due parti uguali e poggia su due elefanti indiani./

Il filo narrativo

Passeggiando su quel tronco gigantesco ci si trova come in un labirinto (labirinto per l’uomo del secolo XX, non per l’uomo del Medioevo), in cui convivono esperienze cristiane, precristiane e non cristiane; mostri ed eroi, “Bibbia” e storia; letteratura e mitologia; angeli e diavoli./

Il visitatore, se vuole seguire un filo narrativo-logico deve partire dalla cacciata di “Adamo ed Eva dal Paradiso”; seguono “Re Artù”; il “Lavoro dell’uomo” (zodiaco), il “Diluvio universale” (l’Arca di Noè), la “Torre di Babele”, la “Figura quadrocorporea monocefala”, lo “Scacchiere dell’Essere”, “Diana cacciatrice e il cervo ferito”, l’”Animale androcefalo”, “Due lottatori”, “Alessandro Magno e due cavalieri con l’olifante”; due “Elefanti indiani con due roditori”. / Dentro e tutt’intorno a questa chiarezza narrativa pullula il disordine, la lotta tra il bene e il male. / Questa navata [la centrale] è stata restaurata dal 1982 al 1991. Il suo manto musivo fu tutto staccato, ripulito da malte precedenti e ricollocato su un nuovo letto, nascondeva tombe messapiche integre, mosaici romani e resti di una chiesa paleocristiana». (pp. 55 e sgg.).

Volutamente ho riportato questo lungo passo, perché è questo il motivo assillante dello studio di don Grazio per più di 60 anni. Tanto che nel giugno del 2006, appena qualche mese prima della morte (4 gennaio 2007), mi chiamò al telefono per dirmi di recarmi urgentemente a Otranto perché doveva consegnarmi una copia dell’ultima sua fatica letteraria, appunto “Il Mosaico di Otranto. Anima per l’Europa” (Edizioni del Grifo, Lecce 2005). Ancora oggi mi commuove la dedica che aveva già preparato e apposta sulla pagina a fronte del frontespizio: «9 giugno 2006. All’Amico Prof. Maurizio Nocera / noto studioso delle cose nostre / con stima, affetto e l’augurio / di continuare la tradizione di far / rivivere i grandi valori culturali della nostra / terra. / D. Grazio Gianfreda».

Mi disse che di questo libro era orgoglioso per avere ricevuto – in occasione dell’invio al Papa della prima edizione del 2003 – dalla Segreteria di Stato del Vaticano (Mons. Sandri) – una lettera con i ringraziamenti e i complimenti del Pontefice. Mi disse pure che gli era molto piaciuta la presentazione al libro di Giuseppe Giacovazzo e che a questa seconda edizione egli ci teneva tanto perché, finalmente, essa rispecchiava il suo stato d’animo di vecchio studioso che aveva dedicato un’intera vita al Mosaico e alla Basilica Cattedrale.

Il mosaico, anima per l'Europa

Bellissima è la sua introduzione a questa seconda edizione. Pienamente condivisibile. Scrive: «“Il Mosaico di Otranto – ‘Anima per l’Europa’” si mostra sempre più come un “apocalisse” nel senso etimologico e cristiano del termine: un “alzare il velo”, una rivelazione di ciò che è l’uomo, di ciò che l’uomo desidera e per cui lavora. […] Purtroppo la nostra generazione, specialmente quella detta del “post-moderno”, ha una difficoltà in più sul piano religioso, perché è chiamata ad esplorare una realtà non omogenea.

Infatti, il mondo basato sulle grandi visioni sintetiche e interculturali, come quelle raffigurate sul Mosaico, si è frantumato. / La programmazione informatica, da parte sua, più che mettere ordine in tale universo, rappresenta con i suoi archivi computerizzati solo una difesa disperata, mossa dalla consapevolezza che i frantumi sono diventati cocci, pezzi ormai inutili. / La Cultura si frammenta in una miriade di saperi specialistici che solo di rado ritrovano la via del dialogo e dello scambio, e approssimandosi sempre più ai misteri del microcosmo abbandonano le antiche verità che hanno sempre costituito l’essenza del sapere umano. Le correnti del pensiero parlano, nel migliore dei casi, di “pensiero debole”, nel peggiore, di “nichilismo”. / In questo caotico spazio spirituale e sociale di stati e di città, l’uomo contemporaneo, chiuso nella propria opinione, non si accorge che gli avvenimenti di cui è testimone sono ben distinti da quelli che li hanno preceduti fin dalle origini della storia, e sono caratterizzati da una risonanza di portata mondiale./

Il ruolo della conoscenza storica

Non esiste più una storia locale, né una storia esclusivamente nazionale, i cui avvenimenti interessano un determinato popolo e quello soltanto. L’unità del pianeta è un fatto compiuto, per ragioni economiche, industriali e, generalmente parlando, tecniche, tutte connesse con le applicazioni pratiche delle scienze della natura. Si è stabilita tra i popoli della Terra una solidarietà di fatto, le loro vicende si integrano ad una storia universale di cui essi non sono che momenti particolari. Checché dicano questi popoli, essi sono di fatto parti di un’umanità più naturale che sociale, di cui devono prendere coscienza per volerla e non subirla, e per poterla organizzare./

La Storia può avere qui la sua funzione. Lo studio degli avvenimenti del passato non deve unicamente mirare all’analisi dei fatti materiali o delle vicissitudini delle istituzioni, ma soprattutto alla comprensione dell’anima umana: tendere alla conoscenza di ciò che quest’anima ha creduto, pensato, sentito nelle diverse epoche, per meglio valutare ciò che crede, pensa, sente oggi. / La storia, appunto, racconta che tra Oriente e Occidente c’è stato l’incontro e lo scontro, e che in entrambi i casi l’Europa si è mantenuta fedele alle sue radici storico-culturali e cristiane. Otranto conserva ancora tracce sia dell’incontro che dello scontro./

Nel Mosaico c’è l’incontro tra l’integrazione culturale di Alessandro il Grande, la romanizzazione dell’Impero Romano, l’arte e la cultura dell’Impero Arabo, la Rinascenza dell’Impero Bizantino e le culture dell’Europa Occidentale: nella Cappella degli 800 Martiri, invece, c’è il risultato dello scontro tra civiltà. L’incontro produce l’ “opus insegne”; lo scontro rovina, distruzione, morte» (pp. 9-11).

È bello ciò che è “tipico”

Come non accorgersi che qui ci troviamo davanti al testamento storico-letterario di mons. Grazio Gianfreda il quale, alcune righe dopo, precisa meglio il suo Credo Umano-Religioso: «A me sono cari, in ogni civiltà, i tratti che la fanno nazionale. Nel popolo come nel singolo uomo, è bello ciò che è tipico e irripetibile. Gustiamo le bellezze della civiltà ellenistica e di quella persiana; sappiamo quanto hanno dato all’umanità il pensiero greco e il diritto romano, l’Egitto e l’India, e ciascuna di queste culture ci attrae; consideriamo preziose e di importanza vitale le diverse tipologie del vivere comunitario, del pensare, del fare arte./

[…] Nei miei frequenti viaggi mi ha stupito l’ignoto, mi ha reso osservatore avido ciò che mi era estraneo, ma mi ha anche dato gioia la ricognizione del noto nell’ignoto, dell’intimo e del familiare nell’incomprensibile e nell’’astruso. / Il nostro è tempo di contraddizioni: globalizzazione e rigurgiti nazisti; trionfo della tecnica e trionfo del pregiudizio, di superstizioni e luoghi comuni a frotte; mondo economico unito e mondo politico diviso. […] La lotta contro il pregiudizio è dovere di ognuno. Ho raccolto alcune mie osservazioni, buttate giù dopo aver esplorato l’universo musivo di Otranto e averlo confrontato col mondo presente, e mi sono convinto che Oriente e Occidente, per diversi che siano nella storia, nell’arte, nella vita, presentano chiaramente una matrice che li accomuna. Forse è perché le sorgenti dei grandi fiumi si assomigliano; forse perché sono vicine per il posto che ognuna di esse occupa nella storia dello spirito, dell’arte e dell’umanità. / So per certo, comunque sia, che la divisione del mondo in Oriente e Occidente, popoli ricchi e popoli poveri, e la contrapposizione tra le due realtà, non sono che un antiumanistico arbitrio, gradito a chi professa il cattivo principio, caro ai conquistatori romani, del “divide et impera”» (pp. 11-12).


Nello spirito di Casole

Mi sono permesso questa lunga citazione dell’introduzione di don Grazio Gianfreda al suo libro “Il Mosaico di Otranto”, perché erano appunto questi i discorsi che fra di noi facevamo in ogni occasione d’incontro, e poi anche perché, so per certo – me lo disse lui più di una volta – è questo il suo testamento spirituale, lasciato agli studiosi del Mosaico e della millenaria storia di Otranto. Molte parole abbiamo speso assieme sulla presenza della civetta nera nel Mosaico, a volte concordando altre no, ma sempre nello spirito della reciproca comprensione, soprattutto da parte mia, perché sapevo di imparare molto da quanto don Grazio diceva, indicava e scriveva. Quando d. Grazio si spense aveva 94 anni, dei quali circa 70 passati nella Basilica Cattedrale, ammirando e studiando il Mosaico pavimentale.

Era il 1956 quando era stato nominato parroco del grande tempio otrantino e tale rimase per molte generazioni, fino alla morte. Egli, con i suoi studi e libri, dopo circa mille anni, ha fatto rinascere lo spirito di Casole, lo spirito dell’antico Monastero di san Nicola, presso il cui “scriptorium” sapientissimi monaci basiliani diedero vita alla più vasta cultura europea e mondiale. (2. fine, la parte precedente è stata pubblicata il 2 luglio 2010)