mercoledì 28 ottobre 2009

Giuseppe Greco, la lingua dialettale

Poesia/ Giuseppe Greco“Traini te maravije/ Misteri te culori te tanti jaggi. Poisie”


Un libro di 48 pagine di testi e 48 di immagini in quadricromia delle stesse liriche nella composizione colorata. Giuseppe (Pippi) Greco tiene a precisare che si tratta di una «raccolta d’opere di segni-colori-parole, tecnica mista/ dialetto di Parabita/ dialetto e italiano/ italiano».


Giuseppe Greco, in questi anni, mi sono abituato a vederlo vivere come un umile fraticello (nel senso francescano) che compone i suoi versi in vernacolo per poi presentarli ai suoi occasionali lettori e aspettare da loro un giudizio. Mai che l’abbia visto fregiarsi di questa o di quest’altra onorificenza; perfino gli stessi primi premi, da lui vinti in importanti concorsi di poesia, li cita con discrezione, quasi sotto voce.


La meraviglia nella lingua

Maurizio Nocera


C’è stato un tempo in cui Giuseppe Greco si faceva chiamare Josè Amaz Greco, con l’accento sulla o, quasi a dare un senso di esotico al suo nome. Tutti noi, a quel tempo, giovani come lui (ma forse lo siamo ancora – almeno nella mente – con i nostri 60 anni suonati) conoscevamo Josè per la sua bravura nel dipingere e disegnare, e soprattutto nel ritrarre gli amici. Tanto era il suo amore per l’arte che sarebbe stato ovvio per lui finire ad insegnare in una scuola come gli è poi accaduto di fare per 35 anni nell’Istituto Statale d’Arte parabitano.

Parabita, l’antica messapica Bavota, è la sua amata città, culla e madre di non poche genialità non solo nel campo dell’arte (penso al pittore e critico e storico dell’arte Enrico Giannelli, nato sì ad Alezio nel 1854 ma vissuto per tutta la vita e poi morto a Parabita nel 1945), ma anche in quella dell’umane lettere (penso al grande Ascanio Lenio, detto il Salentino che, nel 1531, pubblicò a Venezia il poema epico-cavalleresco “Oronte gigante ”), e culla anche di buoni poeti come, ad esempio, Rocco Cataldi, Cesare Giannelli, Tommaso Ravenna, altri ancora.

Quand’eravamo giovani, sapevamo poco dell’attività poetica di Giuseppe (Pippi) Greco, e lui, per la verità, data l’indole schiva ed essendo piuttosto defilato, nulla ci faceva trapelare. Ma, ad un certo punto della nostra vita, egli ha cominciato a donarci, quasi in modo giustificativo, delle bustine di plastica porta-santini, solo che al posto delle immaginette c’erano dei versi incorniciati ora di colori a pastello ora acquerellati. Sempre come si fa con i documenti importanti, Giuseppe poneva, a fine lirica, il suo nome e cognome, il giorno e non poche volte anche l’ora di composizione. Il motivo vero di questo suo comportamento non era tanto nel farci sapere che lui componeva versi, ma verificare le nostre reazioni rispetto a quello che di lui andavamo leggendo.


Bustine di versi

Per anni, forse a partire dal 1983, data della sua prima bustina – “’U specchiu sape” –, ho esortato Pippi a pubblicare in un libro le sue liriche in vernacolo. La risposta era sempre la stessa:

«Ma sai, con questa poesia ho vinto tale premio in quella città, con quell’altra ho vinto tal’altro premio, ...». E per quanto riguarda la pubblicazione, anche in questo caso, sempre delle mezze risposte del tipo: «Ma, mo’ vediamo»; «Sì, è vero, ci devo pensare seriamente»; e giù altre giustificazioni. Mai un dato certo, mai una risposta concreta. Poi, ad un certo punto – anno 2008 – finalmente Pippi mi telefona e mi dice: «Ho stampato il libro. È stata l’associazione “Progetto Parabita” che l’ha proposto e curato».

«Finalmente!», dico io, «Finalmente Pippi Greco. Quanta attesa e quanto difficile mi è parso questo parto!».

Ma perché Pippi ha atteso tanto a pubblicare? Fondamentalmente – almeno così io penso –nonostante i numerosi premi ricevuti come migliore poeta in vernacolo e migliore interprete e lettore della stessa, si è sempre considerato non all’altezza di una pubblicazione vera e propria. Ovviamente, chi lo conosce e chi lo ha letto sa che questa è una condizione tipica di chi veramente crede e ama quel che fa, senza nessun trionfalismo, senza nessuna enfasi.

Per quanto mi riguarda, in questi anni, mi sono abituato a vederlo vivere come un umile fraticello (nel senso francescano) che compone i suoi versi in vernacolo per poi presentarli ai suoi occasionali lettori e aspettare da loro un giudizio. Mai che l’abbia visto fregiarsi di questa o di quest’altra onorificenza; perfino gli stessi primi premi, da lui vinti in importanti concorsi di poesia, li cita con discrezione, quasi sotto voce.


Il libro

Dunque, finalmente il libro. S’intitola “Traìni te maravije/ misteri te culori te tanti jaggi/ Poisie ” (a cura dell’Associazione Progetto Parabita, giugno 2008, pp. 90, suddivise in 48 pagine di testi e 48 di immagini in quadricromia delle stesse liriche ma nella composizione colorata). Giuseppe (Pippi) Greco ci tiene a precisare che si tratta di una «raccolta d’opere di segni-colori-parole, tecnica mista/ dialetto di Parabita/ dialetto e italiano/ italiano». La traduzione del vernacolo è affidata a Giuliana Coppola, che riesce a conferire ai versi un ottimo italiano, mentre la prefazione è di Donato Valli che, infallibile come sempre, riesce a dissotterrare il senso vero del fare arte e poesia dell’autore. Scrive che la poesia di Giuseppe Greco rispecchia una nota di «classica sobrietà […]: poesie vivide di colori (anche il dialetto che usa senza ausili di retorica e di dottrina è, in fondo, un colore della parola), quadri densi di parole, cioè di messaggi e di tensione comunicativa. Le sue poesie si possono contemplare come si contempla un quadro; i suoi quadri si possono ascoltare come si ascolta una musica, una melodia […] Ciò significa che una stessa tensione, una comune suggestione anima le creature di Giuseppe Greco, che altro non sono se non l’oggettivazione dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti. Le sue poesie costituiscono un teatro di apparizioni improvvise: bastano un segno, una traccia, una vibrazione perché gli oggetti inerti si animino di una loro vita e diventino autonomi […]. La loro caratteristica sembra essere, […] una sorta di impressionismo concettuale, cioè una fantasia tutta scontata nella dimensione dell’interiorità e che per questo non sente il bisogno di trasfondersi nella dimensione della forma, che rimane familiare, discorsiva, non perde la classica misura» (pp. 3-4).


Le poesie

Nel leggere le poesie, trovo che solo una di esse (“Sciòscia ” del 14.07.1996, h. 18,57) appartiene al piccolo tesoro di bustine contenenti le liriche colorate, donatemi da Pippi negli oltre 30 anni di nostra conoscenza e amicizia. Tutte le altre non erano di mia conoscenza e ciò mi fa sospettare che di certo la sua produzione va ben oltre la quantità da me intesa. Ce ne sono alcune di un lirismo sublime e di un attaccamento alla vita stupendo. Molte hanno nei loro versi persistenti richiami alle stelle, al cielo e alla luna, un po’ come metafora dei desideri impossibili, un po’ come astri che illuminano il cammino silenzioso e notturno del poeta. Che resta sempre attacato alla sua fede (cristiana) e innamorato ardente della sua terra. In “Salentu ”, scrive: «T’azi a lla mmane e viti lu sule/ ca nsce t’intr’a mmare a lla Palascia e/ la vèspara ca tramonta/ a Santa Caterina/ Brau!/ Stu morzu te terra/ ca se stende ‘mmenzu ‘mmare/ fra la Crècia e la Calabbria/ ‘ntornisciatu te scoji erti e dde/ sàbbia fina fina/ raccoje intr’a llu core chiese ricamate/ a Lecce/ a Vèneri a Paràbiita/ ‘i Màrtiri te Òtruntu/ Caddhrìpuli e Sulitu/ Uscentu e don Tninu/ Lèuca/ San Giseppe te Cupertinu/ e llu sule/ e ccummertazzioni te stelle/ te ‘state e/ qualche fiata l’arcubbalenu culora/ te mare a mmare/ ‘sta terra bbenatitta ca ‘mbrazza/ cinca vene e/ ‘mpuza a lla ‘nchianata/ pe’ lla clorria te Cinca l’ha ‘nventata » (p. 36).

A suo tempo, il possesso del volume che, nella veste tipografica, si presenta come un piccolo gioiello dell’antica arte di Gutenberg, mi portò a verificare i titoli delle poesie del mio tesoretto, scoprendo che le poesie presso di me sono: “’U specchiu sape ” (07.07.83); “’U celu crìggiu ” (1999); “Canisci te stelle ” (15.02.01); “A lla ‘mpete ” (19.11.2001, h. 18,38); “To’ francate ” (10.2.2002, h. 00,16); “’A luna jeu tie l’addhri e lle cose ” (28.7.2002, h. 7,53), stupenda poesia composta di XV brevissime strofe, della quale Mario Marti ha scritto: «elaborata e robusta appare […] come un giuoco di immagini e di movimenti, qua e là difficile da decifrare da parte di chi legge, ma sempre ad alto livello, o quasi sempre»; ”Veni ‘cqua vanda/ ca se vite ‘a luna ” (28.10.03, h. 21,11); “Marìsciu te Natale ” (26.12.03, h. 15,12); “Ttre rose” (29.01.04, h.13,45).

Si tratta di poesie il cui significato è di un’intensità profonda. Il poeta si specchia nelle profondità abissali del cosmo per riemergere con un’umanità viva e attenta al senso della vita, al senso delle cose, della natura e di quanto di più sacro c’è per ogni buon fedele del suo Dio, e Giuseppe (Pippi) Greco è veramente un buon uomo, soprattutto un buon cristiano, la cui religiosità tocca punte di armonia sublime. Leggere “Marìsciu te Natale ” è come assistere silenzioso e assorto ad una funzione religiosa dove il parto del Bambino lo senti vicino come vivo e presente: «’A luna come ‘u sule tante fiate/ se manìscia/ cu sse mmasura sula/ a mmenzu ‘ttante stelle/ sparpajate cusì/ oltre ogni ‘ndoru/ te luci te lanterne/ ‘mpise susu susu a ccraticciate/ intr’a teatri ‘perti intr’a a nnui/ ‘na fiata l’annu/ Tie/ a mmanu ‘na francate te culori/ cu pitti maravije/ ‘ncartate/ comu ricali/ pe’ nnui/ ca ddisegnamu ùli te comete e/ nne prasciamu/ a rretu ‘lli Re Mmaggi/ manu cu mmanu mentru/ ‘ luna/ ne ùnge tutt’e sire te misteri/ te luce janca janca ».


Il cielo grigio

Ma c’è una poesia in bustina che mi ha fortemente impressionato. È del 1999. Il titolo: “’U celu crìggiu ”. In essa, il poeta esprime un desiderio, che è poi il desiderio della nostra umanità, e cioè di come noi umani possiamo cambiare in bene la nostra vita, come tentare di creare un mondo nuovo con colori che meglio si addicono alla nostra dimensione di specie. Il punto di riferimento di Giuseppe Greco è Dio nella sua immensità di creatore dell’universo e così come Dio seppe fare, il poeta ci dice di fare anche noi come lui, sia pure nel nostro piccolo, cioè crearci un nostro piccolo luogo, dove sia possibile sentirci più adatti. È possibile che qualche volta alcuni colori (occasioni della vita) possono non piacere o sembrare meno adatti alla nostra condizione di vita, ma non possiamo negarli, perché essi fanno comunque parte della nostra quotidianità e noi abbiamo la possibilità, quando essi non ci piacciono, di osservarli sotto altri aspetti, con altri occhi, con una prospettiva propria e nuova.

Nei primi versi Greco scrive che il contrasto del cielo grigio è di madreperla quando si staglia oltre l’alto del verde degli ulivi, mentre a fine poesia, annota che se a qualcuno quel grigio non dovesse piacere, può sempre immaginarselo come dipinto di celeste. Si tratta di una metafora che ci dice che noi possiamo stare bene se stiamo bene con noi stessi e se quel “noi stessi” sta bene con gli altri. Oltre la metafora. ci è data la possibilità di guardare tutte le cose, anche quelle che non ci piacciono ma, se sappiamo guardarle bene, non dovrebbe esserci difficile scoprire che in esse c’è anche qualche cosa di buono e di utile. Tutto ciò che ci circonda, in primo luogo l’immensità del cielo poetico, altro non è che il riflesso del nostro stato d’animo. Se un giorno ci sforzeremo di essere felici anche il cielo grigio diventerà sopportabile e, nella nostra immaginazione, si tingerà di celeste.

Il cielo grigio sono i nostri sentimenti di tristezza e malinconia, ciononostante il poeta ci consiglia di avere fiducia e tanta voglia di vivere perché, prima o poi, le difficoltà si supereranno. Bisogna colorare di rosa la vita comunque essa sia, solo così possiamo vederla sotto luci diverse. La poesia – sempre – rispecchia la bellezza del creato, che si vede essenzialmente di giorno. Infatti di giorno si possono notare piccole ed insignificanti meraviglie che non potremmo notare di notte come, ad esempio, il vagabondare delle nuvole. Le piccole opere sono le più grandi in quanto noi dobbiamo sapere ammirare la bellezza dell’ambiente che ci circonda. Nella vita non bisogna demoralizzarsi come quando fuori dalla finestra vediamo il cielo grigio, perché siamo noi a dargli alcune sfaccettature di colore. Basta volerlo, in fondo anche nel buio si può aprire una luce. L’importante non è quello che troviamo alla fine della salita… l’importante è quello che troviamo mentre la saliamo. I cieli grigi arrivano dentro di noi quando meno ce l’aspettiamo. A volte hanno la furia di un uragano, a vote sono lievi come brezze. Ma non si possono negare perché dopo ogni grigio c’è sempre un cielo sereno.


U celu criggiu


U celu crìggiu è ccomu ‘e matreperle

se vite cchiui te jernu quandu ‘u verde

te l’àrbuli t’ulie ete cchiu’ verde

e cquandu ‘u celu crìggiu

se strazza ìssutta ‘mmare

e dduma tanti russi e gialli e rrosa

ddisegna le nuveje vacabbonde

nui fuscimu a ssusu ìi monti erti

cu bbitimu ‘i quatri t’u Signore

e nne ‘nguacchiamu te luce te tanta luce

a lla nchianata

ma a ttie ci nu tte piace

u celu crìggiu

pija t’intr’a ttie

nu picca te celeste e

ddani ‘na llappata.

sabato 24 ottobre 2009

L'Antologica di Anna Maria Massari

Mauro Marino
Anna Maria la ricordo, la incontravo nella saletta di via Santa Maria del Paradiso, la sua 'casa' d'arte con Rita Guido e Silvia Mangia. Oggi lì abita il Fondo Verri, in una continuità di progetto che lega e alleva storie. La sigaretta sempre accesa, una voce densa di ironia col dialetto pronto, a sottolineare. Aveva grandi occhiali attraverso quelli guardava il mondo. Di lato lo guardava, di traverso, con la sua vérve critica sempre accesa. Sarà che l'arte le apparteneva intera, respirata sin da bambina, suo padre era Michele Massari, suo fratello Antonio, artisti di grandi visioni e di adorabile manualità.
Certe volte Lecce sorprende, fa doni inaspettati e la voglia di guardarsi nell'intimo produce eventi che ridonano senso e conseguenza a storie dimenticate. E' il caso di questa antologica realizzata con grande cura e passione da Lorenzo Madaro con il prezioso ausilio di Francesco Porpora.
Un luogo al riparo! Un luogo salvo! Non c'è lo stucchevole respiro del restauro negli spazi del Monastero delle Benedettine che ospitano i lavori di Anna Maria Massari, c'è un austero decoro. Non c'è eccesso di luci, c'è il dover guardare. Le opere sono lì agli occhi!
Antonio Massari seduto su un divano rosso - nella terza delle sale che ospitano l'Antologica - chiede: «Cos'è il passato? Papà, Anna Maria, le cose care, la casa. Cos'è il passato?». Che rispondere? Il passato è cosa della memoria. Lo conserviamo, finché in noi dura. Torna il passato, muove il tempo ma non colma la mancanza. Quella no, rimane intatta. Persa nelle pieghe, se è la presenza che inseguiamo. Il concreto esserci di ciò che non è! Non è più! Morire è non sapere, inseguire la morte è non sapere!
Anna Maria Massari è morta nel 1993, il 28 marzo. Stagione triste per i selvaggi del Salento, tanto cari ad Antonio L. Verri. Non c'erano più Totò Toma ed Edoardo. Da lì a poco non ci sarebbe più stato neanche più lui, con noi, volato via. “Ci sarà un sabato e poi la domenica” aveva scritto. Il dono della veggenza lo abitava, sapeva?! Non so dire! Ci lascio la città, a noi continuare. A noi il tempo, il costruire. A noi farci “selvaggi”, vivi vivi, allo stupore!
E allora, cos'è il passato?
Di fronte a noi un monitor racconta Anna Maria. Le sue fotografie da giovane. Era bella Anna Maria. La guardo, seduta ai tavoli di un bar, gli anni cinquanta, Firenze. Un'altra foto la ritrae in compagnia di un'amica c'è ghiaccio dietro, ridono. Era bella Anna Maria! Le immagini scorrono, portano scrittura. Parole e ricordi: è questo il passato? Questo impasto che facciamo per non perdere il contatto, per non rompere il filo con chi ci è stato caro? E continua ad esserlo.
Qui, ci sono le opere! Quella era (è, a noi) la sua vita, la sua poesia.
Un'irrequietezza creativa che si muove, sollecita, attraversa, sperimenta tecniche e modalità differenti. Carte, incollaggi di trasparenze, cellophane, texture e trame fotocopiate, matite, china, i graffi dell' acquatinta, l'impasto dei pastelli e la velocità del pennarello. Una leggerezza ancora presente, necessaria, che fa sfida, sommuove l'animo. Interroga! All'ingresso una grande cornice in cartapesta chiude un ovale vuoto. Il colore essenziale della carta, piccole tracce di fuocheggiatura. C'è un assenza che sconcerta che invita a cercare. E' questo il passato?

venerdì 23 ottobre 2009

Edoardo De Candia
















“La contrada del poeta” ed “Edoar Edoar” delle edizioni il Raggio Verde

“Edoardo De Candia nacque a Lecce nel 1933 da Giuseppe e Margherita Querzola. Il padre fu guardia carceraria proveniente dall’isola di Procida…”

Poesia sull’acqua, mare d’approdo e partenza. E, quando la Parola s’affaccia come grido disperato: «Carte!/chi vuole carte./ Carte dipinte di giallo,/ di rosso,/ carte di colore blu!/ Vuoi una carta anche tu?/ Ma insomma: Uei cu te la catti?/ dipinte… con… della solitudine,/ della sofferenza,/ carte dolenti…»

L'Arsapo
Francesco Pasca

Il mondo dell’Arsapo, così come descritto fra le nuvole di carta di un libro è la metafora di aspettative di chi gironzola fra le pagine dello stesso. La Contrada per l’Arsapo è la rivendicazione di un possesso che non vuole essere una concessione, ma l’appartenenza da sempre a quel Luogo. Chi si avventura per quella infinita e silenziosa porta: “…vede e non vede il piccolo principe/ sul viale del giardino/ […] volteggia nell’aria al traino di uno stormo di pettirossi/ […] nel cielo a spicchi di marangia,/ alla ricerca del suo pianetino/[…] verso tenere donne dal nord venute e amate tanto/…” (pag.47). Per quelle vie, margini di pagine, confini immaginari di parole, è facile incontrare quelle aspettative come il sentire il proprio reclamare. Ti è chiaro quel rivendicare. Questo è l’Arsapo. É questa la Contrada. Così è descritta per le Edizioni Raggio Verde, (ne “La contrada del poeta”) ISBN 978-88-8966345-5 - € 20.00, settembre 2008. Un libro solitamente si scorre. L’andare è rettilineo, la sosta è il tornare o il lasciare. Nelle centotrentaquattro pagine di questa Contrada descritta da Maurizio Nocera non v’è direzione. L’andare è libero, può iniziare con “i tuoi capelli sono stelle filanti” o con “Fuoco Odoacre, Fuoco!”. È trovarsi circondati dal “tu sapevi del nostro atroce destino” o da “figli, vostro padre uccidete”. È salire in alto, in alto, in alto, con “l’Arsapo che volò” o adagiarsi sul “crepuscolo nel mare di Gallipoli”. La direzione non è segnata. È l’Arsapo che guida con discrezione ogni Coscienza. È segnato, quel trovarsi, a pag. 41 “nel vecchio labirinto di nostro fratello indio il Minotauro” e fa ritornare sui propri passi a pag.39, “sotto gli sguardi feroci della superba Cornuta”. Questo è l’andare, così come è il trovare: “c’era il pane, quello della neve e quello della nave di Telemaco”. Ma cosa fa di concreto l’Arsapo-Angelo-Poeta tra le pagine di un libro? Non può passare inosservato il suo fare. Eccolo allora attraversare “i territori dell’effimero” con l’adagio di sempre (pag. 45) e: “pietre raccoglie […] Forme stravaganti hanno le pietre del Poeta:[…] Crescono le pietre … Crescono come rosario antico delle nonne”. Percorre un sentiero lungo da pag. 45 a pag. 52. Altre volte un altrettanto sentiero da pag. 13 a pag.21. Il suo ritmo è scandito dal salto di un serpentello di inchiostro dove la pausa è Verso, il tempo è il Senso. Il libro esce fuori dal libro, va collegarsi con altri testi, con altrettanti Versi che hanno il nome di altri Arsapi. Fuoco Odoacre, fuoco! Quanti sono gli Arsapi? Quanto occorre essere Fintotontopazzo per essere Arsapo? Quante volte occorre mostrasi Nudi dinanzi al mondo, ma non come finti-tonti-Re? Quanta strada occorre percorrere in quella Contrada? Quanto, in quel pendolo magnetico di Spigolozzi occorre sostare? Quante pietre, monoliti, come dice l’Arsapo a pag. 57, occorre scolpire? “Ar ha scolpito l’incontro della natura umana/ col suo equilibrio interno./ quale luminosa finestra che sa trafiggere i mali del mondo:/la disperazione, la noia, la stupidità”. Apprestandomi ad Uscire dalla Contrada come il “Fanalista d’Otranto”, ascolto: ”L’uomo al faro in bicicletta va/sul Colle della Minerva oltre il Ceppo/degli Ottocento eterni martiri/al collo la sciarpa sventolante…” (pag. 65) che dice … «attraversate anche Voi “la Contrada del Poeta”».
Edoar-Edoar la struttura percepibile. Dalle mie letture ho appreso che la formazione di un concetto, quella sorta di astrazione o di strana associazione di concetto alla stessa astrazione, è riconducibile sempre ad un’idea o a quante di queste se ne possono estrapolare, e, con altrettanta associazione, a quante se ne possono ricondurre alla propria realtà. Questa accettazione si fonda sulla capacità della mente umana di assecondare i micro aspetti di ogni esperienza e si può concretizzare in una visione condivisibile. Sensorialmente, bruttissimo termine, ma l’uso, è paragonabile ad uno schema formato unicamente dalle unità di percezioni, essenziali per ogni ricognizione, e si identifica con quell’esperienza, la mia in questo caso. Non sempre si ottiene, o per meglio dire, non sempre si incontrano Arsapi che attraversano questa forma concettuale e giungono o fanno giungere a risultati condivisibili. Dal momento che non è possibile universalizzare il dato sensoriale, quanto mi appresto a dire sembrerebbe una via d’uscita alla contraddizione, la mia. Spero che tutto ciò non lo sia, che il puramente personale sia pertanto condivisibile. Comincia qui l’arcano. Quella formazione del concetto, può sfuggire?! Quell’assecondare ogni micro aspetto di quell’esperienza può, concettualmente, non rendersi condivisibile? L’universo, l’esagerazione del termine, qualche tempo fa correva parallelo. L’Arsapo per un periodo non quantificabile fu eco ma non-parola definita, fu termine non identificabile dal mio sensoriale. il “La dell’oboe” così come è definito da Edgar Coons e David KraehenBuehl – (Informazione come misura di struttura in musica), in (a) quel tempo era ancora sub unità sfuggita alla coscienza perché non perfettamente inserita nel mio contesto culturale. Con Edoar-Edoar, dal colophon luglio del 2006, così si consegnava nelle librerie l’uscita del suo ennesimo libro. Edizioni ilRaggioVerde - per la collana “inediti” - diretta da Antonietta Fulvio. € 13,00 Del termine colophon ho un ricordo. È un dialogo su che cos’è il bibliofilo. Scrissi, poi, una lettera in tal senso in occasione del convegno tenutosi dal 22 al 30 novembre 2007, nella Sala "Teodoro Pellegrino" della Biblioteca Provinciale "Nicola Bernardini" di Lecce per la Mostra Antologica delle Edizioni Tallone. Riassumendo: «per noi bibliofili, l’importanza del libro è il colophon, come questo è presentato. Il colophon è data, è la sua identità, è didascalia ordinata, disegnata, è l’anima del libro. Il resto ne consegue». Perché dico questo e, a domanda, rispondo!? La struttura del libro, divenne, è percepibile. Non è il colophon, ma è come se lo fosse. Con l’Avvertenza di Edoar-Edoar, “Edoardo De Candia nacque a Lecce nel 1933 da Giuseppe e Margherita Querzola. Il padre fu guardia carceraria proveniente dall’isola di Procida…”, Nocera anche in questa occasione si consegna a noi prima come Storia, poi come infinite anime della stessa. Di Edoardo, credevo di conoscere tutto. Chi come me ha vissuto a Lecce negli anni '60 - '70 da apprendista pittore, non può aver dimenticato il matto, il fintotontopazzo, il possente vichingo. La lieve, sommessa e doverosa introduzione con il ricordare quell’isola di Procida, ebbe la capacità di ricordarmi altre fantasie riconducibili come la eco di quel Edoar-Edoar. Lecce, Milano, Londra, “Il Sedile”, “La Cornice”, “3A”, “BelleArti”. Il Mito dei miei giovani anni, il Mito dei Miti che è il Volo da Icaro in poi. Tutto divenne Avvertenza. Altrettanto magica è la lettera di Francesco Saverio Dodaro.(pag.7) Saverio mi appare ancora oggi come uno smarrito naufrago in quel “utero oceano della Verità, dove la calma è tempesta, il silenzio è urlo”. E’ sempre Dodaro a sollecitare quella eco: “Maurizio per favore, dì di non urlare. E di non inquisire”. “Il La dell’oboe”, in Edoar-Edoar, ha il giusto verso, non è più frammentario ed astratto, ma oggettivo e materiale. Nocera si identifica con lo stesso tratto-ritratto segnato dall’Edoardo nell’ottava pagina, la cui nona ne diventava l’inno alla Eco-Edoar. Tutto il carattere di Edoardo è scritto come quel segno. É prima scarno, poi breve, poi profondo, scuro, chiaro. É lo stesso mondo in fuga dell’amico descritto odori-cadute-voli-albe-disperazione-nero-nero-nero-sesso-rutto-scorreggia-vino-whisky. Naturalmente nel libro non mancherà anche a Voi, leggendolo, di essere attratti da Antonio Verri. Nel leggerlo, per me, quella eco divenne, è: “Edoardo, un cavaliere senza terra”. Un’eco di falò dove vengono descritti due giovani artisti (anche Saverio Dodaro) “come purissimi cavalieri, morbidi, buffi, curiosi, rigorosi …”. Dire cosa bruciassero diverrebbe la mia trasgressione. Da pag. 25 a pag. 35 c’è di quanto più gigantesco possa esserci. (testimonianza tratta da Sudpuglia, 3 settembre 1988, pp.137-148). Il libro di Maurizio Nocera divenne Storia, divenne Dialogo. Oggi per me è anche Immagine, è il “La dell’oboe” che saltella e si fa Verso-Suono. Edoar-Edoar è Sentire la Storia e non tralasciare, ma riferire: «Non vogliono la morte per i miei quadri, mi vogliono morto perché mi credono felice. Idioti!».(pag.32) Nel libro c’è il crono-Storico. Si narra una Lecce turbata dalle “irruzioni” di un fintotontopazzo dalla fine anni cinquanta sino alla morte di, del Vichingo, avvenuta nell’estate del 1992. Ma non v’è solo la crono-Storia. É anche Poesia scritta come il sussurrare di una frase delicata e dedicata alla propria compagna di nome Parola. È Poesia sull’acqua, mare d’approdo e partenza. E, quando la Parola s’affaccia come grido disperato: « Carte!/chi vuole carte./Carte dipinte di giallo,/di rosso,/carte di colore blu!/Vuoi una carta anche tu?/Ma insomma: Uei cu te la catti?/dipinte … con … della solitudine,/della sofferenza,/carte dolenti … » (pagg. 19-20). Sempre e comunque, l’Arsapo, ritorna a sussurrare la Parola, ad amarla. È segno “eroico” di Edoardo.(pag.21) Le foto tra disegni e citazioni, sono come l’episodio narrato in postfazione da Antonio Massari: Il bianchetto sul vetro:“…afferra da terra un blocco di ghisa, lo solleva ciclopico sulla testa, e lo scaglia contro il cristallo che con rumore esplode e va in frantumi. E dice: - Più pulito di così non sarà mai - “. Immenso è Edoardo, anche Lui Arsapo-Angelo.

giovedì 22 ottobre 2009

Papagna

Musica/ Raffaella Aprile


Da Anima Mundi il disco di esordio di Raffaella Aprile. Dopo la lunga avventura con Officina Zoè e l’esperienza nell’Orchestra della Notte della Taranta guidata da Ambrogio Sparagna, Raffaella Aprile ha collaborato a numerosi progetti e ha firmato, con Antongiulio Galeandro, la mappa sonora del documentario Radio Egnatia di Davide Barletti (Fluid Video Crew).

Mauro Marino

“Se è malincunia lassala fore!”. Quanti “alleati”, possibili!, ricordi Carlos César Salvador Aranha Castañeda? L'alleato! Il vento carezzava, in 'volo'. L'estasi e la visione mischiati insieme a portare esperienza. In volo, in volo tra la 'quiete' e la 'paura' c'è il viaggio! L'amore è l'odio intrecciano traiettorie, continuamente, nell'attimo frangono ogni limite, ora dopo ora, giorno dopo giorno. E noi, piccoli piccoli, in cerca d'un lievito possibile, alla consapevolezza.
Papagna, dormire, trovar pace! Dimenticare! Dimenticare! Io porto bene! Io sono nell'euforia carne e sogno! Carne e sogno! Sono uno!
C'è un canto che viene, al riparo dal Tempo. Torna e mischia parole, voci, climi, sentire. La lingua lo attraversa, impasta i suoni. Quant'è larga qui, in questo Sud! Sembra unica nei dialetti, suona, fa onda, come un mare. Acquieta, unisce. Come un dormire, un 'perdersi'. Papagna, culla, sogno, carezza! Altro sentire.
Raffaella Aprile è interprete di grandi ascolti, di esperienze lunghe, traversate d'un fiato, accudite poi, e maturate all'ombra della tradizione trasnazionale della cultura grika. C'è il Mediterraneo ad accogliere. L'altra sponda, la sua vastità e tutte le possibili sintonie.
E qui, accudito nel 'tondo' del disco, trovi ciò che il 'popolo' ancora è! Noi siamo popolo!
Anche noi? Solo noi! Che il resto è preda! Noi “vivi” con la nostra sensibilità mischiante, attenta, capace d'accogliere. Il resto è preda, nella soggezione, nella sordità, nel non che non vuol sapere!
Nove tracce in “Papagna”, stornelli, filastrocche, pizziche, che non sono più stornelli, filastrocche, pizziche, sono altro! Un pretesto, nell'essenzialità scrivono la traiettoria, al divenire del suono, al canto. La voce è continua scoperta, toccare dentro se corde incompiute, svelarle, salvarle portandole al pubblico. Altro popolo!

In “Papagna”, Raffaella Aprile - che è anche produttrice del disco edito da Anima Mundi - è affiancata da Emanuele Licci e Cosimo Romano (che hanno curato con lei gli arrangiamenti), Michela Bruno, Giancarlo Paglialunga, Francesco Abbatiello e supportata da Enza Pagliara, Antongiulio Galeandro, Silvia Gallone, Marco Marinelli “Vitello”, Marco Tuma, Cristiano Costantini, Mario Rugge.
Interessante la scelta dei nove brani che compongono il cd: “Malidettu lu cinquanta” è un canto tradizionale datato 1950 nella sua versione originale ripresa sul campo da Alan Lomax e Diego Carpitella e presente in “Puglia: the Salento”; “Catarinella” è un canto tradizionale appreso dalla famiglia Zimba di Aradeo che si allaccia al filone tradizionale delle carceri; “Òria mu” è una composizione di versi poetici in griko adattati a pizzica secondo una consuetudine molto frequente nella musica popolare; la tradizionale “Pizzica di Aradeo”; “Canaja”, questo canto, che si rivolge a San Francesco (così si chiamava il vecchio carcere di Lecce), è noto ai carcerati salentini. Tra le versioni conosciute anche quella di Niceta Petrachi detta Simpatichina presente in “Malachianta” edizione Kurumuny; “De Notte”, su aria tradizionale, è un canto moderno che descrive la notte degli amanti; molto orecchiabile “Lu zinzale”, una filastrocca popolare del Capo di Leuca, “Fei?” è una poesia anonima grika musicata dalla stessa Raffaella Aprile e da Antongiulio Galeandrò con sonorità balcaniche.

lunedì 19 ottobre 2009

Per Anna Maria Massari

A Lecce, Monastero delle Benedettine, a cura di Lorezo Madaro

la mostra antologica dedicata alla ricerca di Anna Maria Massari (1929-1993)

COLOMBA IN VOLO
Maurizio Nocera

Anna Maria Massari silenziosamente entrava nella casa di Ada Donno, nel Quartiere Leuca, ancora prima delle 8, l’ora della campanella per il suo ingresso nella Scuola Media “Salomi”, quando questa era ancora ubicata nell’ex Onmi (Opera Nazionale Maternità e Infanzia) di viale Marche. Ada, all’epoca, era ancora libera da impegni professionali, per cui aspettava Anna Maria sulla porta di casa; conosceva esattamente il tempo del suo arrivo. Poi, assieme facevano colazione. A quel tempo, io ero impegnato ad insegnare in scuole lontane dal capoluogo salentino, in provincia, per questo al mattino mi dovevo alzare presto e partire quanto prima possibile, per cui stavo seduto appena un po’ al tavolo del tinello per fare una veloce colazione e godermi come desideravo la conversazione con loro due. In quei pochi momenti però riuscivo ugualmente a scambiare qualche opinione con Anna Maria. Lei aveva un modo tutto suo di dire le cose, tanto che, dopo averla detto, ogni cosa assumeva la dimensione giusta. Magari, durante il giorno precedente erano accadute cose incredibili, poi arrivava lei, diceva appena qualche frase e tutto ritornava ad essere chiaro. Per questo suo modo di dire e per molto altro ancora debbo veramente molto ad Anna Maria. Lei era una che pesava le parole ed era dotata di un dono straordinario: conoscere la materialità dell’alfabeto, quindi delle singole lettere e del loro peso specifico. Per questo i suoi giudizi sull’arte, sulla politica, sul modo di essere e di fare degli uomini e delle donne erano per me assoluti indicatori di orientamento. Non straripava mai. Io e Antonio Leonardo Verri, dopo averla ascoltata in silenzio, alla fine concordavamo su molto. Fu lei ad indicarci la strada per raggiungere il cuore di Edoardo De Candia, che lei conosceva bene, essendo stata l’unica donna che veramente amò quell’animale celeste. Fu lei che di fatto ci introdusse nel circuito degli artisti di Lecce, che ci allargò il respiro della visione di un mondo colorato.

Era il 1984 quando le chiesi di darmi una mano per organizzare la Mostra dei pittori salentini per la Pace e la Vita contro la guerra nucleare. Fu quella una delle più belle manifestazioni artistiche collettive, dove riuscimmo a coinvolgere 64 artisti salentini. Eccone l’elenco: Donato Paolo Baldassarre, Vittorio Balsebre, Emilio Bracciale, Antonio Bramato, Roberto Buttazzo, Mario Cala, Antonella Casciaro, Renato Centone, Carmine Chirizzi, Franco Contini, Lucio Conversano, Antonio Corchia, Ruggero D’Autilia, Edoardo De Candia, Giovanni Dell’Anna, Sergio Del Prete, Cesare De Salve, Dino De Simone, Vittorio Dimastrogiovanni, Luisa Elia, Gabriella Epifani, Salvatore Fanciano, Pietro Fanigliulo, Enzo Fasano, Oreste Ferriero, Tina Foscarini Bianco, Rosa Maria Francavilla Maritati, Tonio Gallo, Pietro Giammarruco, Josè Greco, Sandro Greco, Rita Guido, Flavia Leo, Pietro Liaci, Salvatore Lipari, Corrado Lorenzo, Ernestina Lo Rizzo, Patrizia Lucia, Lionello Mandorino, Mimmo Marullo, Antonio Massari, Roberto Migliaccio, Silvio Nocera, Pina Nuzzo, Armando Papes, Carlo Politi, Romilda Prastaro Lanzillotto, Tino Rho, Nino Rollo, Marisa Romano, Giovanni Sances, Paola Scialpi, Gianni Scupola, Enzo e Carlo Sozzo, Francesco Spada, Raffaele Spada, Orlando Sparaventi, Pina Sparro, Gigi Striani, Natalino Tondo, Franco Ventura, Alberto Zacheo.

Senza Anna Maria Massari, nonostante i tanti amici artisti, sarebbe stato impossibile per me e per Verri realizzare quell’iniziativa, che si tenne dal 29 aprile al 6 maggio 1984 a Lecce. Per l’occasione, fu lei che ci rese possibili i contatti con gli artisti. Quando, alla fine della raccolta delle opere dei 64 artisti, assieme ci stavamo recando alla sala della Biblioteca provinciale per l’allestimento, mi accorsi che proprio lei non si era inserita nell’elenco. Eravamo ancora in auto, quando con tono allarmato le domandai: “Ma Anna Maria, in questo elenco tu non ci sei! Perché?”. Dopo una breve pausa, ecco la sua riposta: “Va bene, adesso che arriviamo in biblioteca farò anch’io qualcosa”. E la “cosa” che lei disegnò in soli due minuti, fu la più bella di tutta la mostra, tanto da divenire il simbolo dell’intera iniziativa.

Per la domanda di adesione degli artisti avevamo composto un comunicato con sovrimpressa l’immagine diel disegno di una colomba inedita di Rafael Alberti, il noto poeta artista spagnolo. L’avevo incontrato l’anno prima (1983) a Praga, capitale dell’allora Cecoslovacchia democratica e popolare di Gustav Husak, nell’occasione della Grande Assemblea Mondiale per la Pace e la Vita. La delegazione italiana, di cui facevo parte, mi aveva indicato come membro della Commissione cultura di quella straordinaria assemblea, presieduta anche da Gabriel Garcia Marquez. Capitò a me di sedere accanto a Rafael Alberti, col quale scambiai qualche parola. Rafael ascoltava gli interventi prendendo appunti su un block notes, appunti che di tanto in tanto intervallava con disegnini di colombe per la pace. Fu questo uno dei doni più belli che riportai da Praga a Lecce e che poi divenne l’immagine con la quale chiedemmo l’adesione alla Mostra leccese degli artisti salentini.

In due minuti Anna Maria Massari realizzò un disegno che racchiude tutta la simbologia dell’evento: un lungo “continuum ” in blu e rosa che attraverso volute e giravolte alla fine assume la forma di una colomba in volo. Si tratta di un’interpretazione straordinaria e di assoluta bellezza del simbolo, talmente significativo che, a fine manifestazione, divenne il simbolo della Mostra per la Pace e la Vita di Lecce. Il disegno, per decisione del Movimento italiano “Pace e Costituzione”, composto dai padri costituenti e dai costituzionalisti Luigi Arata, Ettore Biocca, Guido Calvi, Michele Coiro, Mario Coluzzi, Manlio Giacanelli, Giobatta Gianquinto, Lucio Luzzatto, Geo Rita, Manlio Dinucci, fu stampato su ogni nostra iniziativa e comunicato successivi.

Nella compilazione della risoluzione di quell’iniziativa venne pienamente coinvolta anche Anna Maria Massari, per cui, in quel testo c’è anche il suo pensiero. Questa la parte significativa: «È stato detto che le guerre non nascono solo nelle fabbriche di armi, ma anche nelle menti delle persone. / Profondamente convinti di questa verità, noi artisti ed intellettuali salentini, partecipanti alla mostra allestita nella Sala delle conferenze della Biblioteca provinciale “N. Bernardini” di Lecce, abbiamo voluto riaffermare la rilevanza ed il ruolo fondamentale della cultura e dell’arte nell’educazione e mobilitare la gente alla lotta per la pace e la vita, contro la guerra nucleare. / Con la nostra presenza, in questo momento cruciale per la storia della civiltà umana a causa dei pericoli incombenti di una guerra nucleare mondiale, abbiamo voluto testimoniare la nostra convinzione che difendere, consolidare e salvaguardare la pace è oggi il dovere di ogni uomo e ogni donna. Tutti noi che lavoriamo nel campo dell’arte e della cultura possiamo, attraverso la nostra professione e le nostre opere, contribuire ad aprire gli occhi a tutti, al di là delle diverse opinioni filosofiche, politiche e fedi religiose, per una coscienza civile tale che, quei governanti che perseguono progetti di guerra nucleare siano posti sul banco degli imputati davanti al tribunale morale del mondo. / Appellandoci ai valori universali della cultura e dell’arte, ci impegniamo a compiere azioni ancora più energiche a favore della pace e del disarmo mondiale. / Esigiamo dai nostri governanti che prendano misure concrete per la cessazione della corsa agli armamenti. / Esigiamo la riduzione delle spese militari, affinché le risorse della Terra siano impiegate a risolvere i problemi sociali, a combattere la miseria, le malattie, l’analfabetismo e tutti gli altri mali che affliggono l’umanità. / Esigiamo lo smantellamento delle basi straniere che sono sul territorio europeo, la creazione di zone denuclearizzate e di pace, nei punti caldi del globo, lo scioglimento dei blocchi e delle alleanze militari contrapposti. / Siamo pronti a cooperare e ad agire di concerto con tutte le forze della pace, in nome dei più nobili ideali di fratellanza, di libertà, di giustizia sociale, affinché il cielo resti puro sopra il nostro pianeta».

Fu così che questo appello sovrimpresso dalla colomba di Anna Maria Massari raggiunse Xavier Perez de Quellar, allora Segretario Generale delle Nazioni Unite a New York; raggiunse l’indiano Romer Chandra, Presidente del Consiglio Mondiale della Pace; raggiunse lo scienziato medico italiano Ettore Biocca, allora vice Presidente della Ippnw (Associazione Mondiale dei Medici per la Pace), in quegli stessi anni premiata a Stoccolma col Nobel per la Pace.

A me e a Verri accadeva di incontrare Anna Maria o presso la mia casa o presso la sua, a Lecce, in via Sozy Carafa. Lei ci aspettava di pomeriggio sul tardi; ci sedevamo ad un tavolo quasi sempre ricolmo di disegni, cellophane, pastelli, ecc. Quindi ci metteva al corrente delle cose dell’arte e di chi dovevamo inseguire per dare sfogo ai nostri curiosi interessi. Anna Maria è stata per noi una miniera inesauribile di conoscenze e di dati difficili da reperire.

Parlando del Gruppo Terra d’Otranto, costituito nel 1979 dalle artiste salentine Rita Guido, Rosa Maria Francavilla Maritati, Anna Maria Massari, Marisa Romano e Pina Sparro, il fratello traccia un suo breve profilo d’artista. Questo: «Anna Maria Massari […] (riconosciuta per coraggiosa, rara ammissione dello stesso gruppo) […] è l’artista. / Quando era piccola impressionava i “grandi” che frequentavano la mia casa per le doti eccezionali. Io ricordo le mani dell’angelo violinista di Melozzo, ricordo i pulcini e i rami di pesco ad acquerello, Cucciolo, il cerbiatto e il modellati in argilla e colorati dopo la cottura, ma non basta: Anna Maria, al venti per cento ha lavorato ai pastori gotico-rinascimentali in terra cotta dipinta di Michele Massari, magici perché di notte “parlavano”; […] Ha anche completato un Filippo Lippi a lunetta gotica che la morte di papà aveva interrotto. Ha dipinto, di sana pianta, i paesaggi secenteschi di scuola napoletana per il mitico avvocato Guacci e… mai che si potesse distinguere la sua mano da quella del padre. […] Oggi, dopo un intervallo di 30 anni […] Anna Maria, miracolosamente, ha ripreso il lavoro. Incide i personaggi notevoli di ogni città di provincia: il patriota fanatico, il poeta sofistico, il venditore di immaginette sacre, […Il suo] disegno più bello, tuttavia, resta la bambina, sul muro di campagna, in equilibrio come la vita, con un cagnolino legato a un filo di coda di cavallo che vola come un fiore o un ombrellino cinese: il cagnolino è una farfalla: la figura è vista dall’alto, ti viene incontro; il muretto si rastrema in prospettiva come una stradina su due abissi: in caso di caduta una farfalla può salvarci, accompagnandoci dolcemente al suolo fra le rape e le cicorie… e credo che oggi le quattro piante disperate dal vento e dal gelo della Contrada l’abbiano veramente salvata!».

E poco oltre, Antonio Massari scrive ancora che Anna Maria «parla con i serpenti, “li castarieddri ” (gufi), le “ranocchiule ” (rospi), e i “cola ” (corvi) […]. Da quando ha sfamato e liberato da ferri e catene “Bolla di sapone” […] tutti i cani della contrada si danno convegno sempre più numerosi al rancio. Uno: “il vecchio Geremia” sciancato dai reumatismi porta la pelle ruggine, caffé e pecora come una logora, larga pelliccia» (cfr. A. Massari, “Io sono straniero sulla Terra ”, Milano, Edizioni D’Ars 1999, pp. 130-132).

Quanto scrive Antonio Massari è assolutamente vero, perché effettivamente l’artista aveva un rapporto stranissimo con gli animali. Chi non ricorda con quanto amore curasse i randagi che le capitavano sotto i piedi sia in città che in Contrada Dottoressa Rapesta? E forse ci sarà stato anche un buon motivo se suo marito, Nando Porpora, al tempo del loro fidanzamento, la chiamasse “leprotto” o “leprottina”. Ciò che è certo, e questo io lo ricordo benessimo, Anna Maria riusciva ad essere avvicinata, senza crearsi né creare ad altri mai alcun disagio, da qualsiasi animale come gechi, lucertole, rane, ragni, serpenti, pecore, capre e via scrivendo.

Ad un certo punto, nello scritto (1983) del fratello c’è la frase: «Oggi, dopo un intervallo di 30 anni […] Anna Maria, miracolosamente, ha ripreso il lavoro». Se andiamo a ritroso nel tempo, vediamo che partendo dal 1983, dopo 30 anni, incontriamo appunto il 1954, anno in cui il padre Michele Massari, lo straordinario ed eccelso pittore post-impressionista morì, a soli 52 anni, a causa di un banale incidente d’auto. Lo sgomento dei due giovani figli fu annientante: Anna Maria, che aveva solo 25 anni, non disegnò e non dipinse più; si chiuse nel suo più intimo segreto; Antonio, che aveva 22 anni, invece, appena qualche anno dopo, era il 1957, andò via da Lecce, potremmo dire in modo quasi definitivo. Ed è ancora lui che ci ricorda l’arte e le vicende artistiche della sorella. Ed ancora, in “Io sono straniero sulla Terra ” scrive: «Ben presto Anna Maria rivela un talento pari al talento di Michele Massari, un talento ereditato. […] Papà a tal punto si fidava di lei da farsi dare una mano nella pittura, nella scultura, nel disegno […] A cinquant’anni forse, Anna Maria ha ripreso a lavorare, giocata, questa volta dall’arte contemporanea con le opere che assorbono la luce: stratificazioni di fogli di cellophane o acetato fino a suscitare la molle, dolce, antica luce della perla e con vaporosi pezzi di lenzuola delle Ferrovia dello Stato» (cfr. Op. cit. , pp. 452-453).

Prima della sua chiusura artistica per alcuni decenni, l’ultimo suo intervento pubblico fu la partecipazione alla Prima Biennale dell’Incisione Contemporanea in Italia, promossa dall’Associazione “Incisori d’Italia” (Torino – Milano – Roma) e organizzata dall’Ente Provinciale per il Turismo di Taranto e dalla Galleria d’Arte “Taras”, che si tenne a Taranto dal 15 ottobre al 10 novembre 1963, alla quale fu presente con un’acquaforte dal titolo “Umanità ”, realizzata però qualche anno prima.

Anna Maria Massari ritornò all’impegno artistico grazie alla nascita del Gruppo di Terra d’Otranto e soprattutto grazie alle sollecitazioni di una sua amica del cuore: Rita Guido, che mai l’ha dimenticata, tanto che, ancora oggi, ne tiene vivo il ricordo raffigurandola nelle sue luminose tele sotto il segno de “Le trecce di Anna Maria ”, dipinti ad olio di una materialità tangibile e sofferente che fa sì che il suo messaggio vada oltre il confine di una specifica territorialità.

Ancora più di recente, Rita ha ricordato l’amica con una plaquette dal titolo “Omaggio ad Anna Maria Massari ” (Lecce 1998), introdotta da un affettuoso pensiero del figlio Francsco Porpora che, commosso, scrive: «Mamma chi stai aspettando? – La Rita! Alle quattro e mezza avevamo appuntamento… casomai non ho sentito il clacson…. / Se era primavera l’aspettava sul balcone, e certe volte io andavo a farle compagnia. […] Ho ancora una grande cornice ovale di cartapesta che forse la mamma voleva riempire con tutti i colori della contrada, l’Universo. / Certe volte, spinte dalla necessità di uscire dal tempo degli altri, s’incamminavano [Anna Maria e la Rita] piano, a braccetto, lentissime per le vie del centro storico, osservando ogni cosa, masticando “passatiempii ” e parlando fitto fitto a testa bassa, come per un dialogo segreto fra “strie ” inebriate di poeticissimo amore». Tenere, gentili, dolci e affettuose sono le dieci liriche che Rita Guido dedica all’amica. Ne riporto solo tre che, secondo me, danno il senso pieno della struggenza del loro rapporto amichevole: «Treccia bellissima/ che per decenni ha affascinato il mio sguardo/ oggi diventata “àncora,/ fune di mare, treccia del ricordo”./ Vorrei cantare/ con le note più adatte/ allo splendore di quel ricordo./ Vorrei cantare/ e saper comporre la tua eterna giovinezza». E poco oltre: «Ho raccolto dal tuo angolo di studio/ piccole porzioni di cose,/ piccoli resti/ che servivano ogni giorno per il tuo lavoro./ Ho chiesto il permesso ad Antonio tuo fratello./ poi ho pensato a tutti i colori dell’Universo/ che tu volevi poggiare in una enorme cornice/ dorata/ realizzata in cartapesta da te Anna Maria/ tanti colori/ tanti tanti dovevano riempire/ il vuoto della cornice di cartapesta./ Solito appuntamento». E l’ultima, la più struggente: «È stato l’appuntamento più bello/ della nostra vita/ Eravamo insieme/ io e te/ sui gradini di una chiesa bellissima/ Si osservava, si osservava ed ancora si osservava/ bisbigliavamo parole e commenti/ che solo io e te, Anna Maria, conosciamo».

Ma come ho conosciuto Anna Maria Massari? A presentarmela per la prima volta fu alla fine degli anni ’70, il marito Nando Porpora, all’epoca, io e lui militanti del sindacato Cgil. Io militavo pure – come si diceva allora – in un’organizzazione politica rivoluzionaria, il CLdP (Circolo Lenin di Puglia), e lottavo come un forsennato per il rispetto dei diritti sindacali dei contadini, dei coloni e dei mezzadri della nostra provincia. Per questa mia attività non ero affatto ben visto dai vertici sindacali, tanto da essere continuamente discriminato e spesso messo da parte. Nando Porpora, invece, che faceva parte anche lui dei vertici sindacali, era l’unico ad avere comprensione del mio operato, per cui spesso, quando ci si vedeva, ci si scambiava qualche parola e pure qualche buon caffé. Fu Nando che, ad un gioioso Primo Maggio presso Porta Napoli mi presentò sua moglie, che da quel momento divenne una delle mie migliori amiche.

Anna Maria Massari era nata a Lecce il 21 ottobre 1929. Aveva studiato all’Istituto Statale d’Arte, completando i suoi studi presso il Magistero di Firenze. Svolse la sua carriera di insegnante nelle Scuole Medie di Napoli, di Brindisi e di Lecce.

Il 30 marzo 1993, giorno tremendamente infausto per la sua storia di umana, Antonio Leonardo Verri così la ricordò: «La morte sta decimando i “selvaggi” del Salento. Dopo Totò Toma ed Edoardo, ieri è toccato ad una carissima amica: Anna Maria Massari. Chi le voleva bene non avrà più i segni della sua costante creatività, la sua dolcezza, la sua lucida allegria».

Appena qualche mese dopo, il 9 maggio 1993, anche lui, il selvaggio più selvaggio di tutti noi volava in alto, nel più alto dei cieli.

venerdì 9 ottobre 2009

C'è Sudapest di Irene Leo


Libri di poesia/ Sudapest di Irene Leo nei Poet/bar di Besa, magazzino di poesia a cura di Mauro Marino

Ah, Rodolfo!
Stefano Donno

La scrittura ha un immenso potere che fa viaggiare nel tempo e nello spazio, ha la facoltà di rievocare mondi e infinti universi paralleli dove le storie si intrecciano, colmano vuoti, si ricostruiscono senza posa sino a creare quella che è una possibile versione dei fatti. Raccontare il Sud dopo Salvatore Toma, Claudia Ruggeri, Vittorio Bodini e Antonio Leonardo Verri, risulta impresa ardua dal momento che la riscrittura dei luoghi, di questi luoghi, di un Salento ormai mitico e spesso inutilmente mitizzato all’ombra di ulivi, del morso del ragno che estasi e ritmo produce più del volo di S. Giuseppe da Copertino, e del morboso barocco, terribile e obliquo, è affare che rientra nella possibilità.

E una tra le tante chiavi di lettura più psichica che cosmica di questo “Sud del Sud del mondo”, risulta essere quella di Irene Leo, poetessa dal grande respiro e dall’immensa generosità nel ritmo e nella resa immaginifica della scrittura e del suo performare semantico.

Conosco da tempo Irene Leo e ho sempre associato il suo incedere nel mondo dei versi come una speranza, che ha fame di vita, inappagabile, inavvertita nel trascorrere del Tempo che ormai di divora se stesso nello slegarsi dei fatti, delle cose, delle storie che narrano di amori, solitudini, e occasioni mancate. Un tempo che fa i conti con il precariato esistenziale, che è liquido e vischioso, immateriale abisso dell’incertezza senza alcun argine e margine, mappa di un mondo che nella deriva degli sradicamenti affettivi crede di essere nel giusto.

Questo è Sudapest di Irene Leo edito dalla Besa editrice, e che poi parli di una storia d’amore o più nuances dell’Amore si capisce che è un pre/testo, l’anticamera di una pesante melanconia che accarezza il cuore e di lui si beffa, che fa sorridere in maniera amara e crea solo disillusione. “I giorni qui portano sulle nocche i calli e le ferite di civiltà deserte, cugine di un’era grande che rivedi negli occhi e nelle curve generose, vere opere d’arte oltre le architetture d’azzardo mesciate a terra e sudore. Sono ricco. Ho qui con me sacchi interi di dignità in foglie ed olive e mani consunte che urlano e gemono nelle ore del giorno. Le osservo, me le guardo, le nascondo” questo dice Rodolfo - maschera principe su un palco dove la vita viene recitata con amarezza e un senso di deriva fortissimo in questo Sudapest -presentandosi. Non è un poemetto, il ritmo è quello della prosa poetica non tanto selvaggia, ma costruita oltre l’essere un mestierante della parola.

Chi si avvicina a questo lavoro deve essere avvertito: potremmo dire “hic locus terribilis est” proprio come all’ingresso della piccola chiesa di Rennes les Chateaux. Già perché il lavoro di Irene Leo ci fa capire come sacro e profano sono ancora in lotta nelle nostre vite e spesso la scelta non può chiudersi su un oggetto ben definito… perché perennemente in bilico


Irene Leo, classe 1980, ha “esordito” ufficialmente nel 2006 con “Canto Blues alla Deriva” (Besa editrice). E’ presente su “Tabula Rasa 05″, rivista di letteratura invisibile, nella sezione Poesia e su alcune antologie, tra cui “Verba Agrestia ” 2008, e “Il Segreto delle fragole” 2009, entrambe Lietocolle edizioni. Nel 2007 ha ricevuto dal teatro di musica e poesia “L’Arciliuto di Roma, il riconoscimento in “Kagolokatia”. Collabora con “Il Paese nuovo ” e cura un suo blog letterario: www.ireneleo.wordpress.com. Ha sempre preferito all’apparenza la sostanza della parola, e del dettaglio. Su tutto la Poesia, la scrittura, emblema di quel niente “Ca te inchie lu core”…

mercoledì 7 ottobre 2009

Omaggio a Ferdinando Boero

Nel giro di un paio di anni, Ferdinando Boero, zoologo marino dell’Università del Salento, ha pubblicato due libri che non hanno nulla di scientifico nel senso tradizionale del termine e che quasi certamente non entreranno a far parte del lungo elenco di pubblicazioni che lo studioso genovese vanta. Infatti, entrambi i volumi non presentano le consuete asperità delle pubblicazioni universitarie: note, citazioni dotte, linguaggio spesso incomprensibile per eccesso di specialismo, bibliografia finale che nessuno mai legge, ecc., ed evidentemente sono destinati ad un pubblico ben diverso da quello degli universitari (studenti e colleghi docenti), sicché chiunque potrà trarre profitto dalla lettura scorrevole e piana, ma non meno dotta, dei due libri. Il primo si intitola Ecologia della bellezza. I gusti della natura, Besa, Nardò 2007, pp. 158 (n. 11 della collana “Astrolabio”); il secondo Ecologia ed evoluzione della religione, Controluce, Nardò 2008, pp. 215 (n. 7 della collana “Riflessi”). Ne darò conto congiuntamente perché meglio risulti il pensiero dell’autore su due questioni di pubblico interesse, la bellezza del mondo e la religione.


In un mondo pieno di spiriti

Gianluca Virgilio


La bellezza del mondo

“Ho fatto diverse recensioni di libri e, nelle recensioni, uno deve dire in poche parole quale sia il messaggio del libro. Se dovessi fare la stessa operazione per quel che ho scritto direi che il messaggio è che noi viviamo in un mondo bellissimo e che siamo bene attrezzati, sensorialmente, per apprezzare la bellezza”. Con queste sintetiche parole Boero “recensisce” (p. 157), in conclusione, il suo stesso libro Ecologia della bellezza.

Sulla soglia del volume, lo scrittore aveva dichiarato: “Ecco, questo libro nasce precisamente da questo problema: è possibile una scienza della bellezza che non sia marcatamente soggettiva e che non possa essere in qualche modo valutabile anche da esseri aridi come gli scienziati?” (p. 13). Il presupposto del discorso è che noi esseri umani “siamo capaci di fare cose belle ma oggi siamo sempre più inclini a farne di orrende. Se non altro perché siamo troppi e produciamo un impatto devastante anche per il solo motivo di esistere” (p. 26). Il lettore lo avrà capito: Boero cerca di utilizzare la scienza per definire qualcosa che corrisponda alla nozione di “bello”. Soltanto dopo aver individuato su basi scientifiche ciò che è bello, lo si potrà convenientemente salvaguardare, per es. in un parco naturale. Oggi è possibile una simile operazione, perché gli strumenti per farla ci sono tutti. Sentite questa esaltazione del paradigma scientifico: “La scienza unifica le culture perché è la sola cultura universale. Non ha vincoli regionali e non ha connotazioni storiche. Le leggi della termodinamica restano le stesse fin dal tempo della loro formulazione, e resteranno le stesse. Così come la teoria cellulare (…). Se sarà dimenticata, in un’età di oscurantismo, sarà riscoperta esattamente come è ora, in una nuova epoca illuminata. Mentre, se si perderanno le tracce della cultura attuale, nessuno riscriverà la Divina Commedia di Dante, o Sofa di Frank Zappa.” (p. 48). Da una parte, dunque, Boero avverte la specificità e unicità culturale dei prodotti della civiltà (Dante, Zappa), da salvaguardare, dall’altra ha per certo che solo la scienza può far ciò, rivestendo un carattere atemporale e universale.

Qua e là nel volume si avverte una certa nostalgia del tempo andato, il tempo dell’infanzia e della giovinezza, che spesso fa capolino nella pagina come quel tempo irrecuperabile, ma in cui si è venuta formando e consolidando la nostra personalità in un mondo non ancora sporcato dalla spazzatura. Molto interessante è il paragrafo in cui Boero commenta il comandamento Non fornicare, oggetto di molti equivoci in età infantile e che ora lo studioso propone come imperativo morale per tutti coloro che operano nel campo della scienza, e non solo: “Non fornicare significa non mescolare quel che la natura ha separato, o, ancora, non fare accoppiamenti contro natura, che poi è la stessa cosa” (p. 104). La proposta che nasce da queste pagine, dunque, è di grande apertura verso il mondo, che ci riserva e ci riserverà sempre delle sorprese. Sulla scorta di Carlos Castaneda, letto in gioventù, Boero riprende la figura dello stregone (A scuola dallo stregone è un titolo di Castaneda) e del suo particolare sguardo sul mondo: “Il vero stregone è chi riesce a vedere i fili d’erba, chi riesce a percepire quello che altri non vedono. Non vede cose soprannaturali, vede l’apparentemente banale che ci circonda. E’ lì che vivono le cose fuori di noi, le cose che alla fine, nella loro apparente insignificanza, condizionano la nostra vita. Chi riesce a vedere queste cose vede di più, sa di più…” (p. 133). Non c’è bisogno di droghe per ottenere una nuova visione del mondo, ma molta applicazione e dedizione. Il messaggio è dunque questo: che la bellezza c’è, ma non basta guardare, occorre saperla (educarsi a) vedere.


Quando lo scienziato vede gli spiriti

A distanza di appena un anno dal suo primo libro, Boero pubblica Ecologia ed evoluzione della religione, Controluce, Nardò 2008, pp. 215, che reca in copertina non so se un sottotitolo o un messaggio pubblicitario del seguente tenore: “Da uno scienziato una visione “funzionalista” della religione”.

Scrive Boero: “Questo libro, però, non ha lo scopo di fornire una documentazione su come si sia evoluta la religione, si chiede invece perché si sia evoluta e abbia avuto così grande successo. Non mi interessa molto ricostruire quel che è avvenuto, con estremo dettaglio, mi interessa capire perché la nostra specie è religiosa, perché la religione è così diffusa in tutte le culture”. (p. 44) Per far questo Boero prende le mosse da alcune esperienze extranaturali, in cui degli spiriti (per fortuna benigni!) sono entrati in contatto con lui. Boero si dice, dunque, testimone e protagonista di queste esperienze extranaturali, ch’egli non saprebbe spiegare da un punto di vista scientifico, ma alle quali crede pienamente. “Io sono agnostico (…) – afferma -. Ho fede nelle potenzialità del mio apparato sensoriale, e sono ingenuo nei suoi confronti. Credo a quel che mi racconta. Non ho pregiudizi positivi o negativi sull’esistenza o meno di qualcosa che i miei sensi non possono percepire. Se non lo posso percepire non mi interessa né in positivo né in negativo”. (p. 124). Ora, perché Boero ci racconta queste cose? La risposta è che le sue esperienze extranaturali gli hanno fatto maturare la convinzione che “avere fede in uno spirito la cui esistenza è stata rivelata da qualcuno che lo ha visto, che è entrato in contatto con lui (e che magari è stato persino toccato da lui), è un primo passo per la costituzione di una religione” (p. 40). “Insomma, la religione è il marchio di fabbrica della nostra specie. Fa parte integrante della nostra cultura” (p. 48). A dare ragione a Boero c’è il fatto che pare non esistano e non siano mai esistiti popoli sulla faccia della terra che non abbiano sviluppato uno spirito religioso. La domanda che ne deriva, allora è: come si spiega l’universalità della religione? La risposta per Boero è che “l’uomo è un animale sociale e ha sviluppato la cultura proprio per comunicare, ed è forse proprio la religione il primo motore di questo processo. Tutte le culture umane hanno sviluppato una qualche forma di religione e spesso le manifestazioni culturali sono tutt’uno con quelle religiose.” (p. 54). Questa è, dunque, la tesi cardine, “l’idea che ha portato a scrivere questo libro: la religione è la principale forma di cultura che l’uomo ha evoluto per agevolare e promuovere la socialità. Quanto più un individuo ha comportamenti sociali, tanto più sarà una “brava persona”” (p. 126). Così si spiega anche la definizione di “visione funzionalista” assegnata all’opera in copertina.


La religione delle meduse

Insomma, per formare una società “abbiamo bisogno dei riti” (p. 115). Si badi: Boero ci tiene a tenere un sufficiente distacco dall’oggetto del suo studio: “Mi spiace – egli dice -, non sono per nulla religioso. I riti mi annoiano profondamente, anche se trovo affascinante la lettura dei testi sacri. (…) … a me piace di più studiare le meduse che le religioni, credo che avvicini di più a dio. Sono gli animali più semplici…” (p. 151), scrive con tono disarmante. Lo annoiano i riti e non sopporta molto gli intermediari tra il mondo degli umani e il mondo dell’al di là: “Il rapporto tra chi crede e chi è creduto dovrebbe essere diretto, e non mediato da terzi” (p. 148); e poi ancora: “Le domande che mi pongo sono: abbiamo davvero bisogno di qualcuno che faccia da tramite tra noi e il mondo degli spiriti? Abbiamo davvero bisogno di giustificare il nostro essere delle brave persone con il fatto che quello è il volere di Dio? Dopo tanti anni di evoluzione culturale, non potremmo capire che è giusto comportarsi in modo socialmente corretto semplicemente perché così si deve fare?” (p. 156). Egli è contro ogni religione istituzionalizzata (“… immagino un mondo senza religione (istituzionalizzata)” p. 152), ma pensa anche che, per il bene dell’umanità, occorra non trascurare l’azione degli intermediari religiosi, “scendendo a patti” con essi: “Usare dio come strumento di convinzione è una bestemmia. Ma non abbiamo altra strada che abbia un barlume di speranza. Allora forse dobbiamo scendere a patti con quei signori dagli strani vestiti, che parlano in strani edifici, dicono strane parole con una strana cadenza…” (p. 162). Ed io mi chiedo se non implichi uno “scendere a patti” anche la convinzione di Boero circa il ruolo del cristianesimo nella costituzione europea. Egli dice in proposito: “In questi mesi si sta discutendo moltissimo della costituzione europea, e molti chiedono a gran voce che vengano citate le radici cristiane dell’Europa. Non trovo che sia una richiesta bislacca. (…) Le nostre radici culturali sono nel cristianesimo…”. (p. 137). Forse, data la varietà e la complessità del nostro passato, varrebbe un supplemento di riflessione in proposito. Tuttavia, Boero non ha dubbi che lo spirito religioso degli occidentali si sia molto affievolito. Lo vede bene nel confronto che egli fa tra i teo-con e gli islamici fondamentalisti: “Oggi i cristiani sono molto forti fisicamente, ma la loro spiritualità si è affievolita. I teo-con, i nuovi fondamentalisti, non sono affatto pronti a morire in nome della loro religione, sono pronti a uccidere. Chi va a combattere deve essere pagato profumatamente, mentre dall’altra parte i combattenti fanno a gara per raggiungere il luogo degli scontri e per morire da martiri eroi. La nostra spiritualità non arriva al punto di vederci felici in caso di morte durante uno scontro armato, la loro sì. La nostra forza fisica è superiore alla loro, ma la loro spiritualità è superiore alla nostra” (p. 146); mentre sarebbe bene che la nostra religione “si facesse i fatti suoi”: “Ci sono religioni che “si fanno i fatti loro”, come quella dei miei amici papua, e ci sono religioni che non si accontentano di essere padrone a casa propria”. (p. 136).


Una nuova religione per il terzo millennio?

Nella parte finale dell’opera, Boero elenca quelli ch’egli chiama i tredici comandamenti di Mae (lo spirito che glieli ha suggeriti, a cui egli crede per averlo visto personalmente). Li riporto, sia perché sarebbe utile seguirli nella nostra vita quotidiana sia perché costituiscono un compendio della saggezza di Boero:

“Resta sempre bambino nel tuo spirito./ Sorridi sempre, ma sii serio dentro./ Cerca di capire gli altri, conoscendoli./ Non pensare di essere migliore di chiunque altro./ Cerca sempre di essere il migliore./ Rispetta l’ambiente che ti circonda./ Segui la conoscenza./ Combatti l’ignoranza./ Parla senza ambiguità./ Pensa sempre a quello che dici./ Evita di dire quello che pensi se questo può ferire un innocente./ Quando pensi a Mae salutalo, ti sta sorridendo./ Non aspettarti che Mae risolva tutti i tuoi problemi, ha altro da fare.” (pp. 173-174).


Viene da chiedersi, a questo punto, se Boero non voglia fondare una sorta di religione del terzo millennio. La domanda è legittima, dal momento ch’egli dichiara esplicitamente che i comandamenti gli sono stati suggeriti dallo spirito di nome Mae (Boero, quindi sarebbe il suo profeta). In realtà, la conclusione vera dell’opera è in un richiamo, di matrice tutta illuministica, alla responsabilità dell’uomo contemporaneo: “Dobbiamo fare in modo che il livello culturale delle persone aumenti, che aumenti la loro consapevolezza” (p. 160); fino all’illuminazione finale, che già Leopardi anticipò due secoli addietro: “Ecco, forse ci sono. Il peccato originale è l’assolutismo, il pensare che noi siamo al centro del creato, è un peccato di superbia che ci mette al di sopra di tutto e ci fa perdere di vista quanto siamo piccoli a confronto del resto dell’universo. E forse Dio voleva farci capire che poi non siano così importanti, che il mondo non è lì solo per noi, che ci ha concesso un grande privilegio ma che non dobbiamo esagerare a pensare di essere il centro di tutto. Certamente noi siamo importanti per… noi. Ma questo non ci autorizza a pensare di essere i più importanti tra gli esseri dell’universo” (p. 189).

Ci vuole una maggiore consapevolezza individuale e collettiva da una parte, e dall’altra una seria riflessione sulla nostra “superbia” antropocentrica. Questa, in conclusione è il messaggio che Boero ci trasmette, non so se col tono dello scienziato utopista o con quello di chi nutre un autentico spirito religioso, e ad esso si affida, in conclusione.


Ferdinando Boero è nato a Genova nel 1951. Attualmente vive a Lecce, dove insegna Zoologia e Biologia Marina presso la Facoltà di Scienze dell’Università. Ha lavorato in molte parti del mondo, dalla California alla Nuova Guinea, studiando la biodiversità marina, e ha ricevuto nel 2006 la Médaille Albert Ier, Prince de Monaco per l’oceanografia dall’Institut Océanographique di Parigi.