sabato 26 dicembre 2009

Tutto questo silenzio











Elisabetta Liguori, Rossano Astremo/ Tutto questo silenzio, Besa

Antonio Errico

Quanto più il lettore tenta di non farsi intrappolare dall’intreccio, e cerca di stabilire una distanza con la narrazione in modo da avere una visione complessiva, per cercare di maturare un’opinione circostanziata e lucida, tanto più si ritrova intrappolato negli accadimenti che si incastrano, si annodano, si aggrovigliano. Una scrittura sola per due autori: “Tutto questo silenzio”, un romanzo di Elisabetta Liguori e Rossano Astremo, edito da Besa. Straniamento. Leggerezza. Corporalità. Iperrealismo e antirealismo insieme. Condensato metaforico. La consapevolezza dell’ambiguità della realtà come principio teorico per l’indagine dei fatti, per lo scavo nella loro struttura semantica, nei loro enigmi. Il sospetto, il dubbio, il rifiuto di qualsiasi condizione aprioristica costituisce il metodo della ricerca e della narrazione. Lo spettacolo della quotidianeità – tragedia, commedia, tragicommedia - che si manifesta in grumi psicologici, in ossessioni malcelate che ad un certo punto esplodono. Il fondale che Liguori e Astremo scandagliano è quello dell’inconscio, o del rimosso, delle verità profonde che non si vedono, che non perdonano, che tarlano il pensiero, lo dilaniano, lo perforano.

Sotto lo scorrere in superficie dei fatti, nell’apparente ineluttabilità degli avvenimenti, si agita l’inquietudine mostruosa di personaggi che si confrontano con un’angoscia quieta, pacata, ma stravolgente. Non pensano nemmeno di opporsi a quella vertigine di alienazione che li priva di ogni equilibrio, al gorgo di incomunicabilità che li risucchia. Si lasciano andare nel nulla senza nessuna resistenza, si nascondono nel grigiore, si scagliano contro l’altro, soprattutto contro se stessi, con tutto l’ odio disperato e cieco che hanno dentro. Si dividono in due categorie: i pesci arpionati e i pescatori. Sono figure con una personalità contratta, contorta, nevrotica, con una visione del mondo che non va oltre le pareti di un appartamento, reclusi in una soggettività egoistica, senza spiraglio, senza scampo. Sanno, o più esattamente sospettano, che la salvezza dell’uomo è possibile solo se si riesce a sentirsi pietosamente simili a un altro. Ma talvolta – o spesso - questa sensazione si avverte quando è troppo tardi, quando la specularità con l’altro non può più realizzarsi perché si è oscurata. Così Mirko si sente pietosamente e dolorosamente simile a qualcuno quando il dramma che taglia in due la sua vita si è già consumato, dopo che ha ucciso a sassate una prostituta bionda e forte come un giunco: si sente simile al volo che quella creatura fa oltre la balaustra nel buio di uno squallido posto di mare. Simile nell’orrore e nel ridicolo. Poi si scopre simile a Carlo, il fratello: simile nella allucinata disperazione. Sono esistenze inchiodate a qualcosa: “un muro, una cornice, un destino qualunque”.

Tutto questo silenzio è un viaggio nei gironi infernali dell’esistere nella contemporaneità. O forse dell’esistere e basta. Ma la contemporaneità rappresenta probabilmente in modo più evidente, plastico, le scene del dramma. Fa vedere meglio – perché è più crudelmente viva - l’ostilità oscura, la guerra sotterranea che coinvolge e sconvolge i destini nella loro solitudine traumatica, irrimediabile. Paralizzati da una sorta di predestinazione, i personaggi di questo romanzo costituiscono la smentita vivente che l’uomo sia l’artefice della propria fortuna. Falso. Completamente illusorio. L’uomo è trascinato da una forza invisibile e incomprensibile, rapito da una benedizione o da una maledizione, non va da nessuna parte per scelta progettata e consapevole.

“Tutto questo silenzio” finisce che dei personaggi non si sa più niente. Mirko viene condannato a settemilatrecento giorni di carcere. Vent’anni. La somma dei giorni della vita della figlia. Si sa questo e nient’altro. E’ come se si disperdessero in un deserto in cui nessuna narrazione li potrà mai raggiungere, dove nessuna consolazione potrà lenire il dolore muto, raggrumato. Non hanno più esistenza. Sono nati insieme al racconto. Muoiono insieme al racconto, lì, sepolti nelle pagine. A loro non appartiene nulla se non questa scrittura, se non questo gesto di pietà che gli ha dato fiato, se non lo sciabordio di parole sulla battigia della loro vita che per il tempo che dura il narrare apre uno spioncino nella cella del loro silenzio, irrimediabile e terribile.

sabato 12 dicembre 2009

Senza storie di Luisa Ruggio













Antonio Errico

Certo che ha ragione Raymond Carver quando dice che è difficile essere semplici, e ha ragione Karen Blixen che bisogna scrivere una storia semplice con la massima semplicità perché nella semplicità di una storia ci sono già abbastanza complessità, ferocia e disperazione.

Hanno ragione Carver e Blixen e fa bene Luisa Ruggio a metterli in epigrafe a due dei racconti che compongono il suo “ Senza storie”, edito da Besa.

Racconti brevi. Frammenti di una narrazione composita, coerente, coesa, che trova i nodi narrativi in un linguaggio lavorato fino al punto da diventare trasparente e cristallino, in un processo di rivelazione del sé che spesso si ritrova e si riconosce nel confronto con l’altro e con le storie che si intrecciano intorno, che maturano dentro, che passano negli occhi come un’alba o un tramonto, che ti saltano addosso ad un angolo di strada, che ti accerchiano in una notte di insonnia, che ti siedono accanto nel vagone di un treno. Racconti attraversati da uno sguardo un po’ ingenuo e un po’ scaltro - comunque stupefatto - sulla semplicità feroce e disperata delle storie che accadono o che si sognano o che si fantasticano.

La modalità di composizione di questi racconti - per esempio l’incipit, la comparsa dei personaggi, gli improvvisi cambi di prospettiva – fanno pensare che Luisa Ruggio non cerchi le storie ma che da esse si lasci intenzionalmente trovare.

La materia del racconto è la vita di ogni giorno. Ma è come se fosse stata liberata dal peso del reale, guarita dal dolore del tempo, sottratta alle costrizioni dello spazio. Raccontando Luisa Ruggio prende le occasioni dell’esistere e le ricolloca in una sospensione di spazio e di tempo che le salva dal transeunte, dall’effimero, dal nulla che aggredisce ogni storia, con tutta la sua bellezza, con tutto il suo stupore.

La brevità della misura è la traduzione in una forma della brevità del tempo che si concede alla vita e al suo racconto. Come se tutto si consumasse in una vampa. Come se ogni giorno non fosse altro che un incontro con se stessi al bar degli appuntamenti mancati. Lì “ dove i viaggiatori vanno a scrivere le lettere che andranno smarrite. Le sole che contino qualcosa, quelle in cui non si mente neppure una volta”, quelle che i rigattieri comprano quando “ è ormai troppo tardi per quegli strani sembianti del cuore umano”. E’ vero: si impara che tutto quello cui siamo abituati può finire in un attimo, così: si apre una crepa nel cuore, si spalanca un vuoto di sguardi. Si impara che l’inutile tentativo di fare un bilancio delle storie che si sono vissute, per le quali si è avuta la febbre di una passione, per le quali si è stati sempre in veglia in un continuo sogno, si schianta contro un senso interdetto, una negazione meravigliosa e tragica.

Allora tutto scompare all’improvviso, si dissolve, sprofonda nella botola della dimenticanza.

Chi volesse tentare di salvare qualcosa ( qualcuno?) può farlo soltanto attraverso le parole di un racconto.

Questo fa Luisa Ruggio: racconta per salvare. Chi ha fatto strada assieme e poi a un certo punto l’ha cambiata. Chi non vorrebbe mai dimenticare e chi si strappa il cervello per farlo. Racconta per salvare quelli che si girano e se ne vanno, quelli che quando ti prendono sono come una poesia, che quando ti lasciano ritornano poesia. Quelli che si abituano alle presenze e poi alle assenze, quelli che non si smette mai di aspettare, quelli che rinunciano perché hanno ragioni infinite, quelli che rinunciano perché non ne hanno.

Luisa Ruggio racconta per salvare chi resta da solo e ha paura che i fantasmi si prendano beffa di lui, che lo stordiscano, che gli mettano paura. Per questo motivo racconta.

venerdì 4 dicembre 2009

Il mio corpo è un incendio

Le “sfide” di Puccetto nelle sale del Castello Carlo V a Lecce

Da oggi sabato 5 dicembre (vernissage alle 19.30) sino al 6 gennaio 2010 le sale del Castello Carlo V ospitano la pittura di Antonio Rocco D’Aversa.

E’ pittura viva quella di Puccetto. Pittura che viene dall’urgenza del corpo, una necessità espressiva che muove poesia mutandola in colore, in concreto atto di attacco: questo è un’imbrattamento. Una lotta, una sfida! Osare è cifra fondante in quest’agire. Motivo d’un riscatto che oggi abita le stanze paludate di un ‘castello’...

A pensarci bene solo una “t” è di troppo per dire ‘casello’ - il luogo dove quest’arte si fa opera - che sempre reggia è, se ci abita l’arte, il cercare, l’impazienza, la ribellione, il contemplare! Recinto d’una regalità ‘fatta’ dell’odore forte delle trementine e delle vernici, scandita dal trillo d’un telefono a muro, di bachelite nera, che annuncia il passaggio dei treni.

Eppure quello è un mondo fermo, nonostante il trafficare del passaggio a livello. Un mondo custodito tutto intero nella sua purezza che cova ingegno per far furba la mano e sagace l’occhio nel guardare in divenire.

Antonio Rocco D’Aversa è poeta, di scritture fini che mischiano la lingua e la declinano nell’incanto di visioni prossime a pochi. E’ miracolo il suo versificare, come miracolo è l’equilibrio che le sue “pezze” accolgono nel calibro del graffio, della pennellata data con le mani, nello stridere d’una punta sulla superficie. Scive Puccetto: La mia pelle è una terra/ Il mio corpo un sentiero senza destino/ La mia vita è un errore/ La mia mano una radice disposta sull'orizzonte/ L'odio è una bocca piena di sabbia/ La mia pelle rubata al tempo/ Nel pozzo profondo esistono immagini/ E un grido che nessuno ascolta/ Io sono affascinato dal pozzo poiché è là che e mie grida mi abbandonano/ Il mio corpo è blu e non riflesso di luce/ Io sono un secolo di silenzio e di argilla/ Un campo tracciato dalla notte/ Il mio corpo è un incendio. (m.m.)

martedì 1 dicembre 2009

Ciao Bruno Brancher, sia quiete adesso, soltanto quiete!

Nella foto di Fernando Bevilacqua
Antonio Verri, un vecchio, Antonio Toma e Bruno Brancher


lunedì 30 novembre 2009

Irene Leo: Sudapest

Poesia/ L'esordio di Irene Leo: Sudapest

L’arte è semplice: dar vita ai pensieri sotto forma di parole. Pensieri, quindi, non meri significati: tinte , sensazioni, deformazioni dell’anima , ultrapercezioni, temperature, rumori.

Vincenzo Ciampi

Si dice che l’incipit conti molto, in un libro. Se è così, quello di “Sudapest” (di Irene Leo; Besa Edizioni – Poet Bar, pagg.60,) è decisamente accattivante : “Corre il tempo su pattini a rotelle, le vedo, sfuggite a qualche mente distratta,stridule di pietra calcarea bianca. Polvere sugli intarsi delle ombre finemente concesse allo sguardo. Scoscesa la veste su anche sottili e dorate di sole, quelle di voci infantili e tiepide, affacciate all’albore della signora vita”.

C’è il Salento, non più luogo della memoria, ma della vita quotidiana: con le sue assenze e il suo accento, che si legge e si ascolta non fra le parole ma fra le immagini e i suoni. C’è il trionfo di una sinestesia prevaricante, perché la Leo non è mai monosensoriale, neppure nelle virgole: i suoni si vedono, le parole si guardano, gli uomini si odorano, i cieli si toccano. Sensuale e terrena, ma con lo sguardo sempre catturato dall’aria, senza distinzione fra prosa e poesia, nel realismo integrale dell’immaginazione. Narrazione povera di fatti ma ricca di eventi, atemporale, perché tutto è sospeso eppure vivente. Personaggi maschili come specchio di un’anima femminile, ovviamente barocca ma senza frivolezze, abituata a cibarsi di pane e poesia fin dall’infanzia.

Dialoghi secchi captati da ricettori ipersensibili nascosti nell’anima, come una spia del tempo e del luogo; embrioni di storie e di ricordi, che un giorno verranno raccontate, quando la scrittura accetterà la banalità del tempo e del luogo; storie per ora solo annunciate, e racchiuse nella sintesi che vuole essere poetica sempre e comunque, senza se e senza ma, anche omettendo di produrre versi, perché è questa l’inclinazione, musicale e fantasiosa, della scrittrice.

“Sudapest” racchiude il germe di storie future , ed è scritto su un pentagramma neppure troppo occultato .“Sonate”, infatti, sono definiti, i capitoli, o i quadri, affidati all’intepretazione della lettura – la Leo scrive per leggere, prima ancora che farsi leggere – che non sarà mai uguale ogni volta che sarà reiterata, come avviene per i pianisti di talento. Provare per credere.

Contrasti. Modalità espressive che da liriche diventano crude, senza passare per la prudenza del preavviso: “Quando apri le ali ancora e ancora, non trovi il mio corpo come nido a sorreggere le tue sottili braccia bianche di luna, né le rose asperse tra profumi di noi, e liquidi di pelle madida di amore a rendere loro vita”. Ma, poco dopo: “Le mie dita, invece, sono già ferite da scheggia di cane, dove mai più sorgerà primavera. Il miracolo non accade...”.

L’arte è semplice: dar vita ai pensieri sotto forma di parole. Pensieri, quindi, non meri significati: tinte , sensazioni, deformazioni dell’anima , ultrapercezioni, temperature, rumori . Esprimibili in nessun altro modo che questo. La concatenazione logica che dà luogo al linguaggio arriva dopo, perché i significati sono già catturati nel momento che precede l’atto della scrittura. Scrittura che quindi ne fluisce già depurata e libera dall’ansia di spiegare e raccontare. Scrittura ad alta definizione.

Sessanta pagine sono poche, e sono abbastanza. Poche per mantenere le promesse, abbastanza per renderle ambiziose, e giustificare l’attesa di percorsi più lunghi, lavori più strutturati. In “Sudapest” c’è l’autosufficienza del fatto compiuto, e la scommessa di future imprese. Si giustifica da solo, è scrittura pura, che non cerca compiacenza del lettore, si offre senza compromessi, non evoca similitudini di vita, non parla a chi legge di lui stesso. Non nasce per piacere, bensì per l’impellenza di esistere. Energia che, com’è noto, può stemperarsi solo sulla carta. Un atto di altruismo, dopotutto, oltre che di libertà.

mercoledì 18 novembre 2009

Salvatore Toma e l’amore per la natura

A me Dio piace indovinarlo/ in una pietra qualunque,/ in un'infanzia serena,/ in un frutto maturo,/ nell'onda del mare,/ che come la morte cancella il mio nome".

In Salvatore Toma c'è “una tensione del corpo verso le parole che precede ogni immaginario. Le parole si fanno vita, esistenza tesa alla poesia come la corda tende l'arco alla sua massima potenza. La poesia, come massima espressione della vita.

Francesco Aprile

La fine come inizio non poteva che essere il risultato di una voce eterna, da consegnare all'etereo sentire di un palpito nell'aria. Nella poetica di Salvatore Toma, retoricamente parlando, si intrecciano la morte, l'amore, la natura. Ma c'è consapevolezza, parole che raccontano di una morte che si fa Uno ed esclude il molteplice per poter essere in Dio. Due stati di morte. Quello apparente, quello reale. Quello apparente è una fuga, motivo di catarsi come lo è, all'interno della sua scrittura, l'aspetto animale, il volo degli uccelli. La morte come l’inizio della vita vera. Nascere, crescere e morire per poi essere liberi. Nel gesto estremo stanno i germi della vera vita, della libertà, del riconoscere-conoscere se stessi fino in fondo, in maniera diversa, nuova. “...Ci ho messo una croce e ci ho scritto sopra, oltre al mio nome, una buona dose di vita vissuta. Poi sono uscito per strada a guardare la gente con occhi diversi...”.

Ma c'è anche un'altra morte e coincide con l'idea di Dio raccolta dalla Corti nel postumo "Canzoniere della Morte". "La mia idea di morte si fa chiara/ in questo vuoto, come l'idea di Dio./ A me Dio piace indovinarlo/ in una pietra qualunque,/ in un'infanzia serena,/ in un frutto maturo,/ nell'onda del mare,/ che come la morte cancella il mio nome".

Dio che è in ogni pietra, in un'infanzia serena, è il Dio che ha in sé tutte le perfezioni. Dio che, come un'onda, cancella il nome di ogni essere dopo la morte, è il Dio che è Uno, a cui conviene l'essere puro e non la molteplicità. Ma c'è una nuova religione in Toma, l'uomo e la natura si fanno enti spirituali, una religione animale, senza croci e spine, ma solo col sogno di un volo come liberazione. Toma ci consegna un naturalismo tribale, una sorta di pietas verso gli animali, un ritorno al primitivismo, seguendo le vie primigenie surrealiste, fuggendo da esso, però, nella mancanza di una scrittura automatica, ma scrittura pesata e forgiata dalla natura, dall'amore per gli animali, dal suo cogliere l’attimo.

"Quando sarò morto/ che non vi venga in mente/ di mettere manifesti:/ morto serenamente/ o dopo lunga sofferenza/ o peggio ancora in grazia di Dio./ Io sono morto/ per la vostra presenza".

Autore raffinato, nascosto dietro finta sciatteria metrica, di una scrittura selvaggia che è un continuo manifestarsi e adagiarsi di vita fiabesca, che altro non può fare se non stagliarsi fra natura e parole. In Toma accade che il mondo reale si evolva cattivo, come la società ed il suo essere arida, cinica, oscura. E l'unico rifugio è un volo, una fuga nel mondo "animale", "naturale", come lo sguardo di un bambino, l'essere in rapporto col fiabesco lungo le corde di uno sguardo che ammicca costantemente allo stupore, invaghito delle fughe nell'incanto. Il regno animale come catarsi.

La sua è una poetica dell'incanto, dove natura, morte, amore, altro non sono che la manifestazione suprema del suo stupore, il punto massimo di un'esistenza conscia di una tensione del corpo verso le parole che precedono ogni immaginario e, anzi, si fanno vita, esistenza tesa alla poesia come la corda tende l'arco alla sua massima potenza. La poesia, come massima espressione della vita. Ed è a questo punto che natura, amore, morte, si fondono nella poesia, in una vita che è poesia stessa, massima espressione della parola in versi.

"Il poeta esce col sole e con la pioggia/ come il lombrico d'inverno/ e la cicala d'estate/ canta e il suo lavoro/ che non è poco è tutto qui./ D'inverno come il lombrico/ sbuca nudo dalla terra/ si torce al riflesso di un miraggio/ insegna la favola più antica".

Il poeta è, così, natura, e dunque amore, perché in Toma solo l'amore regna verso la natura, e, poi, è morte, favola e stupore. L'incanto della favola più antica. Parole in cui vita e morte coincidono: “Alla deriva/ c’è invece il mare/ il mare aperto infinito/ alla deriva/ c’è finalmente la vita/ filtrata digerita/ c’è la leggerezza/ del corpo vuoto”.

La vita e la morte che coincidono sono la paura più grande per lo stesso Toma, l’impossibilità di tornare al passato, raggiungerlo, ripetersi, lo strazio più grande per il suo amore, per la sua donna, dove le sue parole si tramutano, da parole per la sua donna assumono i connotati del suo dilaniarsi l’anima alla ricerca di ciò che il tempo sacrifica sull’altare della vita/morte. L’equilibrio è un ammiccare al vento, la pace degli intenti è un susseguirsi di sé allo scoppio di un’emozione, rintracciarsi nella luce del sole al mattino, nella luce del sole al tramonto, nella luce della luna la sera, sotto un corpo percorso da stelle ed un cielo di piante, fiori erba. Dissolversi nello scorrere dell’acqua di un fiume, sfociare nel mare e ritrovarsi nuovo, raggiungersi e scoprirsi nascosto nel fondale marino invaso da pesci e desideri di luna ondeggiante, nei capricci dei palpiti assopiti che si risvegliano sotto i colpi della brezza nell’incessante ricerca dell’attimo trafugato dalle parole, in una continua versificazione della vita/morte, dei piaceri/dispiaceri. Contare paure che si dissimulano ai quattro venti, lungo le pieghe della felicità di un bambino, nella naturale dolcezza di un cielo che scopre tutta l’essenza di un incantato indovinarsi fra le forme delle nuvole.

Salvatore Toma, è nato a Maglie l'11 maggio del 1951. Poeta, muore il 17 marzo 1987 per via di una cirrosi, declino alcolico del corpo. Dal 1970 al 1983 pubblicò sei raccolte in versi: Poesie, Ad esempio una vacanza, Poesie scelte, Un anno in sospeso, Ancora un anno, Forse ci siamo. Maria Corti, curò l’edizione del “Canzoniere della Morte”, pubblicato postumo da Einaudi.

martedì 17 novembre 2009

Oh! Novecento

Nel libro “Modernità del Salento. Scrittori, critici e artisti del Novecento e oltre”, di Antonio Lucio Giannone edito da Congedo, una raccolta di interventi, articoli, brevi saggi, recensioni, di questi ultimi anni, che lo studioso ha riunito in volume, dividendo il lavoro in tre sezioni: 'Attraverso il Novecento', più vasta delle altre, contiene quattordici scritti sulla letteratura e la critica salentina; 'Tra letteratura e arte', contiene sette scritti che prendono in esame i complessi rapporti tra artisti e letterati salentini; 'Critica, narrativa, poesia', raccoglie dodici brevi recensioni, e può essere considerata come la parte in cui meglio si rivela la propensione dello studioso alla critica militante.


Gianluca Virgilio

Sono passati nove anni dall’inizio del nuovo secolo, e già possiamo affermare quanto i nostri antenati salentini di cento anni fa difficilmente avrebbero potuto dire in riferimento al secolo che li precedette, ovvero che la periodizzazione e storicizzazione del Novecento è cosa fatta. Voglio dire che noi disponiamo, grazie agli studi condotti da un cinquantennio in avanti nell’Università del Salento, di una ben precisa narrazione storiografica, suscettibile certamente di aggiunte e aggiustamenti, ma ormai ben delineata nella sua periodizzazione e nelle sue figure fondanti, che gli studi di contemporaneistica hanno messo in luce con non poche pubblicazioni specialistiche. Si legga, a questo proposito, l’ultimo libro di Antonio Lucio Giannone, Modernità del Salento. Scrittori, critici e artisti del Novecento e oltre, Congedo Editore, Galatina 2009, pp. 236, e si avrà la riprova di quanto ho appena detto.
Giannone, come molti sanno, è professore ordinario di Letteratura italiana contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università del Salento. Chi meglio di lui potrebbe fornire ragguagli sul canone - si prenda il termine senza alcuna accezione prescrittiva - della letteratura novecentesca salentina?
Il libro di cui parlo è frutto di una raccolta di interventi, articoli, brevi saggi, recensioni, ecc., perlopiù di questi ultimi anni, che lo studioso ha riunito in volume, dividendola in tre parti: la prima, Attraverso il Novecento (pp. 13-143), più vasta delle altre, contiene quattordici scritti sulla letteratura e la critica salentina; la seconda, Tra letteratura e arte (pp. 145-184), contiene sette scritti nei quali Giannone prende in esame i complessi rapporti tra artisti e letterati salentini; la terza, Critica, narrativa, poesia (pp. 185-221), raccoglie dodici brevi recensioni, e può essere considerata come la parte in cui meglio si rivela la propensione dello studioso alla critica militante.
Quale Novecento letterario, artistico e critico, dunque, è quello che Giannone delinea per il Salento?
Il Capitano Black
Alle origini del Novecento letterario salentino figura Giuseppe De Dominicis (detto il Capitano Black). Giannone analizza l’ultima raccolta del poeta di Cavallino, “Spudhiculature”, ovvero “briciole”, del 1903, due anni prima della morte del poeta, rinvenendone il “motivo conduttore che accomuna le varie liriche… il tema della condizione umana” e “una concezione pessimistica e sconsolata dell’esistenza, che a lui sembra caratterizzata, oltre che da caducità e fragilità, da innumerevoli problemi di ogni tipo: fame, miseria, malattia, infermità fisiche e mentali, passioni rovinose come l’amore che può portare alla morte…” (p. 15). Il critico individua in particolare, in alcune delle ultime poesie, “un De Dominicis per certi aspetti sorprendente, con una sensibilità decisamente più moderna e aperto a una problematica e a suggestioni tipicamente novecentesche” (p. 18).
Il Futurismo
Ma è soprattutto col Futurismo che la modernità fa irruzione nel Salento. E qui si fa sentire lo studioso del Futurismo (si ricordi che Giannone ha scritto L’avventura futurista. Pugliesi all’avanguardia (1909-1943), Fasano, Schena, 2002): “…Lecce anzi, nonostante la posizione periferica e decentrata, può vantare una sorta di primato nella ricezione del movimento marinettiano rispetto a tutte le altre città del Sud e, per certi aspetti, anche rispetto a Napoli. Infatti, fin dal 1909, l’anno stesso di fondazione, questo movimento, oltre ad essere ben conosciuto e ampiamente discusso su numerosi periodici salentini, aveva già i primi adepti e simpatizzanti. Nel 1910, inoltre, a un giovane critico della provincia, Mimì Frassaniti, in contatto epistolare con Marinetti e altri futuristi, si deve il primo, organico tentativo in campo nazionale di delineare le caratteristiche del movimento in uno studio rimasto inedito. A Lecce, ancora, negli anni immediatamente seguenti, operava uno dei primi, misconosciuti seguaci della pittura futurista in tutta Italia, Antonio Serrano” (p. 27).
Dopo il Futurismo, Michele Saponaro, lo scrittore di San Cesario che tanto successo ebbe in vita e che, dopo un lungo periodo di oblio, oggi torna ad essere studiato. Scrive Giannone: “Ora però è giunto il momento, appunto, di “riscoprire” Saponaro. Tanto più che l’Università del Salento possiede da qualche anno il prezioso Archivio dello scrittore, donato dai figli Giovanni e Silvia attraverso la mediazione di Tondo (...), nonché tutti i suoi numerosissimi volumi, recentemente acquistati e conservati, insieme all’Archivio, presso la Biblioteca del Dipartimento di Filologia, linguistica e letteratura” (p. 46). Di Saponaro, Giannone studia lo scrittore di novelle e romanzi, ma anche il biografo (di Foscolo, Leopardi, Carducci, Mazzini), l’organizzatore culturale e il direttore di riviste, oltre che l’autore e il critico teatrale, ben consapevole che “siamo solo all’inizio di questo lavoro di riscoperta e valorizzazione che non deve interessare solo gli studiosi - scrive Giannone -, ma si deve estendere agli studenti, agli insegnanti, ai lettori salentini perché un autore come Saponaro sia conosciuto e apprezzato come merita in campo nazionale ma anche e soprattutto nella propria terra” (p. 53).
Bodini, Bene e la concezione del Barocco
E poi ecco due autori centrali del canone novecentesco salentino, Vittorio Bodini e Carmelo Bene (quest’ultimo, a mio avviso, un po’ negletto dagli studiosi locali), accomunati, secondo il critico leccese, da alcuni punti di convergenza: la concezione del barocco, l’interpretazione della figura di Giuseppe Desa da Copertino, i fatti di Otranto del 1480, che Giannone mette in luce al fine di “offrire un contributo al dibattito sulla identità salentina” (p. 55). Su tutti, mi piace riferire l’interpretazione bodiniana del barocco, così come è riassunta dal critico: “Come interpreta il barocco leccese Bodini? Non tanto e non solo come uno stile architettonico e artistico che ha dato a Lecce la sua inconfondibile fisionomia ma come una condizione dello spirito in cui si riflette il senso del vuoto, l’horror vacui, che i leccesi cercano di colmare con l’esteriorità, l’ostentazione, l’oltranza decorativa, tipica delle chiese e dei palazzi della città” (p. 56). Si consideri, a questo proposito, che Giannone ritiene misconosciuta a livello nazionale l’opera di Bodini “che continua ad essere sistematicamente ignorata dalle più importanti antologie della lirica italiana contemporanea (Sanguineti, Mengaldo, Cucchi-Giovanardi, Segre-Ossola)” (p. 191). Lo studioso richiama anche il giudizio di Bodini sulla rivista di Girolamo Comi, “L’Albero”, avente per lui “una chiara impronta ermetica e un carattere astrattamente universalistico” (p. 61). Ragion per cui Bodini fonda nel 1954 a Lecce la rivista “L’esperienza poetica” (cfr. le pp. 61-63).
Le riviste
Proprio alle riviste è dedicato il cuore pulsante della prima parte del libro. Giannone pensa che la storia delle riviste possa ben rappresentare il “panorama dell’attività letteraria nel Salento”, di cui egli fornisce una precisa periodizzazione. Il centro cronologico di questa periodizzazione è il 1970, anno della morte di Bodini, “che dagli anni Trenta agli anni Sessanta aveva caratterizzato la vita culturale leccese con la sua forte personalità e le sue iniziative. Inoltre, perché nel 1970 ha inizio la nuova serie dell’ “Albero”, che – scrive Giannone – deve essere considerata la più importante rivista letteraria salentina (e forse meridionale) del secolo appena trascorso.” (p. 83). Questa nuova serie de “L’Albero”, a cura di Oreste Macrì e Donato Valli, che va avanti fino al 1985, continua “la migliore tradizione letteraria salentina riallacciandosi ai periodici leccesi degli anni Quaranta, da “Vedetta mediterranea” a “Libera voce”, fino al “Critone” (p. 83). Accanto alla nuova serie de “L’Albero”, poi, negli anni Settanta “si formano gruppi e gruppetti d’avanguardia ed escono alcune riviste che si collocano nell’area della più avanzata sperimentazione” (p. 103). Il riferimento è a “Gramma” e a “Ghen” (pp. 103-108), e poi ancora al “Pensionante dei Saraceni” e “l’Incantiere” (p. 121), di cui lo studioso ricostruisce la genesi e i modelli, cita i fondatori e i redattori.
Vittorio Pagano
Girolamo Comi, Vittorio Bodini, Vittorio Pagano restano i nomi più citati (a Pagano è dedicato il paragrafo 6 della prima parte, pp. 65-72), a proposito dei quali lo studioso esprime il suo rammarico per la mancata o incompleta valorizzazione sul piano nazionale: “E se Comi e Bodini purtroppo, nonostante il loro indubbio valore, sono spesso assenti in dizionari, storie letterarie e antologie scolastiche, Pagano poi, in queste opere, non figura mai” (p. 65), scrive con rammarico Giannone; aggiungendo che, se Comi viene solitamente inserito nella cosiddetta “linea orfica”, insieme ad Arturo Onori, e Bodini in una linea sperimentale, tra ermetismo e neorealismo…, di questo scrittore [Pagano] risulta difficile stabilire esattamente la collocazione” (p. 66). Eppure è Pagano che, curando il supplemento letterario del “Critone” a partire dal giugno 1956, “prende il testimone proprio da Comi anche in questo tipo di iniziativa. Pagano ristabilisce il legame culturale tra Lecce e Firenze, nato ai tempi della “terza pagina” di “Vedetta Mediterranea”, redatta da Vittorio Bodini e Oreste Macrì, e dà al supplemento una chiara impronta postermetica…” (p. 120).
Paolo, Politi e Rizzo
Quel che è detto di Pagano a proposito del suo mancato riconoscimento sul piano nazionale, potrebbe essere ripetuto di molti altri scrittori, per esempio Salvatore Paolo (gli è dedicato il paragrafo 7 della prima parte): “Questo ovviamente, precisiamolo subito, non vuole essere un discorso di carattere campanilistico o provincialistico, non tende cioè a rivendicare le grandezze di glorie e gloriuzze locali, ma è invece un discorso di tipo metodologico, cioè un invito a studiare la letteratura di una regione periferica come il Salento in maniera critica, senza farne l’apologia, e mettendola sempre in rapporto con la cultura nazionale, secondo una prospettiva policentrica dello svolgimento della letteratura italiana” (p. 73). Insomma, il pericolo di scadere nel provincialismo c’è, e Giannone lo sa bene. Ma forse è necessario correre questo pericolo, e schivarlo grazie a un surplus di pensiero critico, se si vuole agganciare il treno della storia e non rimanere esclusi dalle correnti moderne della cultura italiana ed europea.
La prima parte del volume si chiude con due saggi: l’uno dedicato a Francesco Politi germanista e traduttore (pp. 123-131) e l’altro a Gli studi novecenteschi di Gino Rizzo (pp. 133-143). Di entrambi gli studiosi, Giannone segue il curriculum di studi, mettendo in luce scelte, predilezioni e metodo.
L'arte salentina e la letteratura
Nella seconda parte dell’opera, uno scritto sulla Scuola d’Arte di Lecce (pp. 147-152) è l’occasione per una periodizzazione dell’arte leccese dai primi del Novecento al secondo dopoguerra e oltre; il secondo dopoguerra, considerato come il periodo di “maggiore vivacità in campo culturale” (p. 154). Sono poi passate in rassegna alcune figure emblematiche dell’arte salentina novecentesca: Luigi Gabrieli, Mino Delle Site, Cosimo Sponziello, Sandro Greco, Pietro Liaci e Giovanni Valletta. Commentando l’opera pittorica di Luigi Gabrieli, Giannone così scandisce i tre diversi momenti dell’arte leccese novecentesca: “…Gabrieli, nato nel 1904, appartiene alla seconda generazione dei pittori salentini del ‘900, insieme a Temistocle De Vitis, Pippi Starace, Gaetano Giorgino, tutti del 1904 e Mario Palumbo (1905). La prima è stata quella di Geremia Re e Vincenzo Ciardo, i due maestri riconosciuti della pittura salentina del Novecento, nati entrambi nel 1894. La terza generazione, quella di Della Notte, Carlo Barbieri e Fernando Troso (1910), Roberto Manni (1912), Delle Site (1914), Suppressa e Sponziello (1915)” (p. 154). A proposito di Sponziello, Giannone richiama l’attenzione sugli “intensi sodalizi” che caratterizzarono i rapporti tra artisti e scrittori tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta del Novecento: “Di quell’esaltante stagione [Sponziello] fu anzi uno dei protagonisti accanto a Nino Della Notte, Aldo Calò, Lino Paolo, Suppressa, Luigi Gabrieli e agli scrittori Vittorio Bodini, Vittorio Pagano, Luciano De Rosa, con i quali quegli artisti sono stati legati spesso da intensi sodalizi” (p. 171). Per venire poi agli ultimi tre decenni del secolo scorso, caratterizzati da “un vivace sperimentalismo”, nei quali la ricerca artistica salentina “continua a dimostrare una sorprendente vitalità, a ulteriore conferma – aggiunge Giannone – della singolare vocazione culturale di questa terra, che ha saputo recepire con prontezza e a volte con originalità i principali movimento artistici e letterari contemporanei, dal futurismo al novecentismo, dall’ermetismo al neorealismo, fino alla neoavanguardia” (p. 183).
Nella terza parte del volume, lo studioso leccese recensisce alcuni libri pubblicati da autori locali negli ultimi anni, sempre stando molto attento a cogliere l’aspetto caratterizzante l’opera e lo scrittore. Così, per fare solo qualche esempio, di Emilio Filieri è messa in luce “la concezione policentrica della storia della letteratura italiana” (p. 193), alla quale va il pieno consenso di Giannone, di Giuseppe Minonne “la vocazione pedagogica del narratore” (p. 197), dei racconti di Maddalena Castagneto Guidorizzi l’aspetto “lirico, evocativo, che lascia le situazioni nel vago, nell’indistinto…” (p. 199), ecc.
In conclusione, bene ha fatto Giannone a raccogliere in volume i disiecta membra della sua produzione sulla letteratura, l’arte e la critica salentina. Il libro, infatti, risulta utile al lettore non solo perché gli permette di entrare nel laboratorio degli studi di letteratura contemporanea dell’Ateneo leccese, ma anche perché gli suggerisce una ben precisa linea di svolgimento della letteratura e dell’arte salentina; di un Salento affacciatosi, forse un po’ tardi, alla modernità, che ora la critica letteraria e la ricostruzione storiografica rivendicano come fondamento identitario di un popolo.

mercoledì 28 ottobre 2009

Giuseppe Greco, la lingua dialettale

Poesia/ Giuseppe Greco“Traini te maravije/ Misteri te culori te tanti jaggi. Poisie”


Un libro di 48 pagine di testi e 48 di immagini in quadricromia delle stesse liriche nella composizione colorata. Giuseppe (Pippi) Greco tiene a precisare che si tratta di una «raccolta d’opere di segni-colori-parole, tecnica mista/ dialetto di Parabita/ dialetto e italiano/ italiano».


Giuseppe Greco, in questi anni, mi sono abituato a vederlo vivere come un umile fraticello (nel senso francescano) che compone i suoi versi in vernacolo per poi presentarli ai suoi occasionali lettori e aspettare da loro un giudizio. Mai che l’abbia visto fregiarsi di questa o di quest’altra onorificenza; perfino gli stessi primi premi, da lui vinti in importanti concorsi di poesia, li cita con discrezione, quasi sotto voce.


La meraviglia nella lingua

Maurizio Nocera


C’è stato un tempo in cui Giuseppe Greco si faceva chiamare Josè Amaz Greco, con l’accento sulla o, quasi a dare un senso di esotico al suo nome. Tutti noi, a quel tempo, giovani come lui (ma forse lo siamo ancora – almeno nella mente – con i nostri 60 anni suonati) conoscevamo Josè per la sua bravura nel dipingere e disegnare, e soprattutto nel ritrarre gli amici. Tanto era il suo amore per l’arte che sarebbe stato ovvio per lui finire ad insegnare in una scuola come gli è poi accaduto di fare per 35 anni nell’Istituto Statale d’Arte parabitano.

Parabita, l’antica messapica Bavota, è la sua amata città, culla e madre di non poche genialità non solo nel campo dell’arte (penso al pittore e critico e storico dell’arte Enrico Giannelli, nato sì ad Alezio nel 1854 ma vissuto per tutta la vita e poi morto a Parabita nel 1945), ma anche in quella dell’umane lettere (penso al grande Ascanio Lenio, detto il Salentino che, nel 1531, pubblicò a Venezia il poema epico-cavalleresco “Oronte gigante ”), e culla anche di buoni poeti come, ad esempio, Rocco Cataldi, Cesare Giannelli, Tommaso Ravenna, altri ancora.

Quand’eravamo giovani, sapevamo poco dell’attività poetica di Giuseppe (Pippi) Greco, e lui, per la verità, data l’indole schiva ed essendo piuttosto defilato, nulla ci faceva trapelare. Ma, ad un certo punto della nostra vita, egli ha cominciato a donarci, quasi in modo giustificativo, delle bustine di plastica porta-santini, solo che al posto delle immaginette c’erano dei versi incorniciati ora di colori a pastello ora acquerellati. Sempre come si fa con i documenti importanti, Giuseppe poneva, a fine lirica, il suo nome e cognome, il giorno e non poche volte anche l’ora di composizione. Il motivo vero di questo suo comportamento non era tanto nel farci sapere che lui componeva versi, ma verificare le nostre reazioni rispetto a quello che di lui andavamo leggendo.


Bustine di versi

Per anni, forse a partire dal 1983, data della sua prima bustina – “’U specchiu sape” –, ho esortato Pippi a pubblicare in un libro le sue liriche in vernacolo. La risposta era sempre la stessa:

«Ma sai, con questa poesia ho vinto tale premio in quella città, con quell’altra ho vinto tal’altro premio, ...». E per quanto riguarda la pubblicazione, anche in questo caso, sempre delle mezze risposte del tipo: «Ma, mo’ vediamo»; «Sì, è vero, ci devo pensare seriamente»; e giù altre giustificazioni. Mai un dato certo, mai una risposta concreta. Poi, ad un certo punto – anno 2008 – finalmente Pippi mi telefona e mi dice: «Ho stampato il libro. È stata l’associazione “Progetto Parabita” che l’ha proposto e curato».

«Finalmente!», dico io, «Finalmente Pippi Greco. Quanta attesa e quanto difficile mi è parso questo parto!».

Ma perché Pippi ha atteso tanto a pubblicare? Fondamentalmente – almeno così io penso –nonostante i numerosi premi ricevuti come migliore poeta in vernacolo e migliore interprete e lettore della stessa, si è sempre considerato non all’altezza di una pubblicazione vera e propria. Ovviamente, chi lo conosce e chi lo ha letto sa che questa è una condizione tipica di chi veramente crede e ama quel che fa, senza nessun trionfalismo, senza nessuna enfasi.

Per quanto mi riguarda, in questi anni, mi sono abituato a vederlo vivere come un umile fraticello (nel senso francescano) che compone i suoi versi in vernacolo per poi presentarli ai suoi occasionali lettori e aspettare da loro un giudizio. Mai che l’abbia visto fregiarsi di questa o di quest’altra onorificenza; perfino gli stessi primi premi, da lui vinti in importanti concorsi di poesia, li cita con discrezione, quasi sotto voce.


Il libro

Dunque, finalmente il libro. S’intitola “Traìni te maravije/ misteri te culori te tanti jaggi/ Poisie ” (a cura dell’Associazione Progetto Parabita, giugno 2008, pp. 90, suddivise in 48 pagine di testi e 48 di immagini in quadricromia delle stesse liriche ma nella composizione colorata). Giuseppe (Pippi) Greco ci tiene a precisare che si tratta di una «raccolta d’opere di segni-colori-parole, tecnica mista/ dialetto di Parabita/ dialetto e italiano/ italiano». La traduzione del vernacolo è affidata a Giuliana Coppola, che riesce a conferire ai versi un ottimo italiano, mentre la prefazione è di Donato Valli che, infallibile come sempre, riesce a dissotterrare il senso vero del fare arte e poesia dell’autore. Scrive che la poesia di Giuseppe Greco rispecchia una nota di «classica sobrietà […]: poesie vivide di colori (anche il dialetto che usa senza ausili di retorica e di dottrina è, in fondo, un colore della parola), quadri densi di parole, cioè di messaggi e di tensione comunicativa. Le sue poesie si possono contemplare come si contempla un quadro; i suoi quadri si possono ascoltare come si ascolta una musica, una melodia […] Ciò significa che una stessa tensione, una comune suggestione anima le creature di Giuseppe Greco, che altro non sono se non l’oggettivazione dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti. Le sue poesie costituiscono un teatro di apparizioni improvvise: bastano un segno, una traccia, una vibrazione perché gli oggetti inerti si animino di una loro vita e diventino autonomi […]. La loro caratteristica sembra essere, […] una sorta di impressionismo concettuale, cioè una fantasia tutta scontata nella dimensione dell’interiorità e che per questo non sente il bisogno di trasfondersi nella dimensione della forma, che rimane familiare, discorsiva, non perde la classica misura» (pp. 3-4).


Le poesie

Nel leggere le poesie, trovo che solo una di esse (“Sciòscia ” del 14.07.1996, h. 18,57) appartiene al piccolo tesoro di bustine contenenti le liriche colorate, donatemi da Pippi negli oltre 30 anni di nostra conoscenza e amicizia. Tutte le altre non erano di mia conoscenza e ciò mi fa sospettare che di certo la sua produzione va ben oltre la quantità da me intesa. Ce ne sono alcune di un lirismo sublime e di un attaccamento alla vita stupendo. Molte hanno nei loro versi persistenti richiami alle stelle, al cielo e alla luna, un po’ come metafora dei desideri impossibili, un po’ come astri che illuminano il cammino silenzioso e notturno del poeta. Che resta sempre attacato alla sua fede (cristiana) e innamorato ardente della sua terra. In “Salentu ”, scrive: «T’azi a lla mmane e viti lu sule/ ca nsce t’intr’a mmare a lla Palascia e/ la vèspara ca tramonta/ a Santa Caterina/ Brau!/ Stu morzu te terra/ ca se stende ‘mmenzu ‘mmare/ fra la Crècia e la Calabbria/ ‘ntornisciatu te scoji erti e dde/ sàbbia fina fina/ raccoje intr’a llu core chiese ricamate/ a Lecce/ a Vèneri a Paràbiita/ ‘i Màrtiri te Òtruntu/ Caddhrìpuli e Sulitu/ Uscentu e don Tninu/ Lèuca/ San Giseppe te Cupertinu/ e llu sule/ e ccummertazzioni te stelle/ te ‘state e/ qualche fiata l’arcubbalenu culora/ te mare a mmare/ ‘sta terra bbenatitta ca ‘mbrazza/ cinca vene e/ ‘mpuza a lla ‘nchianata/ pe’ lla clorria te Cinca l’ha ‘nventata » (p. 36).

A suo tempo, il possesso del volume che, nella veste tipografica, si presenta come un piccolo gioiello dell’antica arte di Gutenberg, mi portò a verificare i titoli delle poesie del mio tesoretto, scoprendo che le poesie presso di me sono: “’U specchiu sape ” (07.07.83); “’U celu crìggiu ” (1999); “Canisci te stelle ” (15.02.01); “A lla ‘mpete ” (19.11.2001, h. 18,38); “To’ francate ” (10.2.2002, h. 00,16); “’A luna jeu tie l’addhri e lle cose ” (28.7.2002, h. 7,53), stupenda poesia composta di XV brevissime strofe, della quale Mario Marti ha scritto: «elaborata e robusta appare […] come un giuoco di immagini e di movimenti, qua e là difficile da decifrare da parte di chi legge, ma sempre ad alto livello, o quasi sempre»; ”Veni ‘cqua vanda/ ca se vite ‘a luna ” (28.10.03, h. 21,11); “Marìsciu te Natale ” (26.12.03, h. 15,12); “Ttre rose” (29.01.04, h.13,45).

Si tratta di poesie il cui significato è di un’intensità profonda. Il poeta si specchia nelle profondità abissali del cosmo per riemergere con un’umanità viva e attenta al senso della vita, al senso delle cose, della natura e di quanto di più sacro c’è per ogni buon fedele del suo Dio, e Giuseppe (Pippi) Greco è veramente un buon uomo, soprattutto un buon cristiano, la cui religiosità tocca punte di armonia sublime. Leggere “Marìsciu te Natale ” è come assistere silenzioso e assorto ad una funzione religiosa dove il parto del Bambino lo senti vicino come vivo e presente: «’A luna come ‘u sule tante fiate/ se manìscia/ cu sse mmasura sula/ a mmenzu ‘ttante stelle/ sparpajate cusì/ oltre ogni ‘ndoru/ te luci te lanterne/ ‘mpise susu susu a ccraticciate/ intr’a teatri ‘perti intr’a a nnui/ ‘na fiata l’annu/ Tie/ a mmanu ‘na francate te culori/ cu pitti maravije/ ‘ncartate/ comu ricali/ pe’ nnui/ ca ddisegnamu ùli te comete e/ nne prasciamu/ a rretu ‘lli Re Mmaggi/ manu cu mmanu mentru/ ‘ luna/ ne ùnge tutt’e sire te misteri/ te luce janca janca ».


Il cielo grigio

Ma c’è una poesia in bustina che mi ha fortemente impressionato. È del 1999. Il titolo: “’U celu crìggiu ”. In essa, il poeta esprime un desiderio, che è poi il desiderio della nostra umanità, e cioè di come noi umani possiamo cambiare in bene la nostra vita, come tentare di creare un mondo nuovo con colori che meglio si addicono alla nostra dimensione di specie. Il punto di riferimento di Giuseppe Greco è Dio nella sua immensità di creatore dell’universo e così come Dio seppe fare, il poeta ci dice di fare anche noi come lui, sia pure nel nostro piccolo, cioè crearci un nostro piccolo luogo, dove sia possibile sentirci più adatti. È possibile che qualche volta alcuni colori (occasioni della vita) possono non piacere o sembrare meno adatti alla nostra condizione di vita, ma non possiamo negarli, perché essi fanno comunque parte della nostra quotidianità e noi abbiamo la possibilità, quando essi non ci piacciono, di osservarli sotto altri aspetti, con altri occhi, con una prospettiva propria e nuova.

Nei primi versi Greco scrive che il contrasto del cielo grigio è di madreperla quando si staglia oltre l’alto del verde degli ulivi, mentre a fine poesia, annota che se a qualcuno quel grigio non dovesse piacere, può sempre immaginarselo come dipinto di celeste. Si tratta di una metafora che ci dice che noi possiamo stare bene se stiamo bene con noi stessi e se quel “noi stessi” sta bene con gli altri. Oltre la metafora. ci è data la possibilità di guardare tutte le cose, anche quelle che non ci piacciono ma, se sappiamo guardarle bene, non dovrebbe esserci difficile scoprire che in esse c’è anche qualche cosa di buono e di utile. Tutto ciò che ci circonda, in primo luogo l’immensità del cielo poetico, altro non è che il riflesso del nostro stato d’animo. Se un giorno ci sforzeremo di essere felici anche il cielo grigio diventerà sopportabile e, nella nostra immaginazione, si tingerà di celeste.

Il cielo grigio sono i nostri sentimenti di tristezza e malinconia, ciononostante il poeta ci consiglia di avere fiducia e tanta voglia di vivere perché, prima o poi, le difficoltà si supereranno. Bisogna colorare di rosa la vita comunque essa sia, solo così possiamo vederla sotto luci diverse. La poesia – sempre – rispecchia la bellezza del creato, che si vede essenzialmente di giorno. Infatti di giorno si possono notare piccole ed insignificanti meraviglie che non potremmo notare di notte come, ad esempio, il vagabondare delle nuvole. Le piccole opere sono le più grandi in quanto noi dobbiamo sapere ammirare la bellezza dell’ambiente che ci circonda. Nella vita non bisogna demoralizzarsi come quando fuori dalla finestra vediamo il cielo grigio, perché siamo noi a dargli alcune sfaccettature di colore. Basta volerlo, in fondo anche nel buio si può aprire una luce. L’importante non è quello che troviamo alla fine della salita… l’importante è quello che troviamo mentre la saliamo. I cieli grigi arrivano dentro di noi quando meno ce l’aspettiamo. A volte hanno la furia di un uragano, a vote sono lievi come brezze. Ma non si possono negare perché dopo ogni grigio c’è sempre un cielo sereno.


U celu criggiu


U celu crìggiu è ccomu ‘e matreperle

se vite cchiui te jernu quandu ‘u verde

te l’àrbuli t’ulie ete cchiu’ verde

e cquandu ‘u celu crìggiu

se strazza ìssutta ‘mmare

e dduma tanti russi e gialli e rrosa

ddisegna le nuveje vacabbonde

nui fuscimu a ssusu ìi monti erti

cu bbitimu ‘i quatri t’u Signore

e nne ‘nguacchiamu te luce te tanta luce

a lla nchianata

ma a ttie ci nu tte piace

u celu crìggiu

pija t’intr’a ttie

nu picca te celeste e

ddani ‘na llappata.

sabato 24 ottobre 2009

L'Antologica di Anna Maria Massari

Mauro Marino
Anna Maria la ricordo, la incontravo nella saletta di via Santa Maria del Paradiso, la sua 'casa' d'arte con Rita Guido e Silvia Mangia. Oggi lì abita il Fondo Verri, in una continuità di progetto che lega e alleva storie. La sigaretta sempre accesa, una voce densa di ironia col dialetto pronto, a sottolineare. Aveva grandi occhiali attraverso quelli guardava il mondo. Di lato lo guardava, di traverso, con la sua vérve critica sempre accesa. Sarà che l'arte le apparteneva intera, respirata sin da bambina, suo padre era Michele Massari, suo fratello Antonio, artisti di grandi visioni e di adorabile manualità.
Certe volte Lecce sorprende, fa doni inaspettati e la voglia di guardarsi nell'intimo produce eventi che ridonano senso e conseguenza a storie dimenticate. E' il caso di questa antologica realizzata con grande cura e passione da Lorenzo Madaro con il prezioso ausilio di Francesco Porpora.
Un luogo al riparo! Un luogo salvo! Non c'è lo stucchevole respiro del restauro negli spazi del Monastero delle Benedettine che ospitano i lavori di Anna Maria Massari, c'è un austero decoro. Non c'è eccesso di luci, c'è il dover guardare. Le opere sono lì agli occhi!
Antonio Massari seduto su un divano rosso - nella terza delle sale che ospitano l'Antologica - chiede: «Cos'è il passato? Papà, Anna Maria, le cose care, la casa. Cos'è il passato?». Che rispondere? Il passato è cosa della memoria. Lo conserviamo, finché in noi dura. Torna il passato, muove il tempo ma non colma la mancanza. Quella no, rimane intatta. Persa nelle pieghe, se è la presenza che inseguiamo. Il concreto esserci di ciò che non è! Non è più! Morire è non sapere, inseguire la morte è non sapere!
Anna Maria Massari è morta nel 1993, il 28 marzo. Stagione triste per i selvaggi del Salento, tanto cari ad Antonio L. Verri. Non c'erano più Totò Toma ed Edoardo. Da lì a poco non ci sarebbe più stato neanche più lui, con noi, volato via. “Ci sarà un sabato e poi la domenica” aveva scritto. Il dono della veggenza lo abitava, sapeva?! Non so dire! Ci lascio la città, a noi continuare. A noi il tempo, il costruire. A noi farci “selvaggi”, vivi vivi, allo stupore!
E allora, cos'è il passato?
Di fronte a noi un monitor racconta Anna Maria. Le sue fotografie da giovane. Era bella Anna Maria. La guardo, seduta ai tavoli di un bar, gli anni cinquanta, Firenze. Un'altra foto la ritrae in compagnia di un'amica c'è ghiaccio dietro, ridono. Era bella Anna Maria! Le immagini scorrono, portano scrittura. Parole e ricordi: è questo il passato? Questo impasto che facciamo per non perdere il contatto, per non rompere il filo con chi ci è stato caro? E continua ad esserlo.
Qui, ci sono le opere! Quella era (è, a noi) la sua vita, la sua poesia.
Un'irrequietezza creativa che si muove, sollecita, attraversa, sperimenta tecniche e modalità differenti. Carte, incollaggi di trasparenze, cellophane, texture e trame fotocopiate, matite, china, i graffi dell' acquatinta, l'impasto dei pastelli e la velocità del pennarello. Una leggerezza ancora presente, necessaria, che fa sfida, sommuove l'animo. Interroga! All'ingresso una grande cornice in cartapesta chiude un ovale vuoto. Il colore essenziale della carta, piccole tracce di fuocheggiatura. C'è un assenza che sconcerta che invita a cercare. E' questo il passato?

venerdì 23 ottobre 2009

Edoardo De Candia
















“La contrada del poeta” ed “Edoar Edoar” delle edizioni il Raggio Verde

“Edoardo De Candia nacque a Lecce nel 1933 da Giuseppe e Margherita Querzola. Il padre fu guardia carceraria proveniente dall’isola di Procida…”

Poesia sull’acqua, mare d’approdo e partenza. E, quando la Parola s’affaccia come grido disperato: «Carte!/chi vuole carte./ Carte dipinte di giallo,/ di rosso,/ carte di colore blu!/ Vuoi una carta anche tu?/ Ma insomma: Uei cu te la catti?/ dipinte… con… della solitudine,/ della sofferenza,/ carte dolenti…»

L'Arsapo
Francesco Pasca

Il mondo dell’Arsapo, così come descritto fra le nuvole di carta di un libro è la metafora di aspettative di chi gironzola fra le pagine dello stesso. La Contrada per l’Arsapo è la rivendicazione di un possesso che non vuole essere una concessione, ma l’appartenenza da sempre a quel Luogo. Chi si avventura per quella infinita e silenziosa porta: “…vede e non vede il piccolo principe/ sul viale del giardino/ […] volteggia nell’aria al traino di uno stormo di pettirossi/ […] nel cielo a spicchi di marangia,/ alla ricerca del suo pianetino/[…] verso tenere donne dal nord venute e amate tanto/…” (pag.47). Per quelle vie, margini di pagine, confini immaginari di parole, è facile incontrare quelle aspettative come il sentire il proprio reclamare. Ti è chiaro quel rivendicare. Questo è l’Arsapo. É questa la Contrada. Così è descritta per le Edizioni Raggio Verde, (ne “La contrada del poeta”) ISBN 978-88-8966345-5 - € 20.00, settembre 2008. Un libro solitamente si scorre. L’andare è rettilineo, la sosta è il tornare o il lasciare. Nelle centotrentaquattro pagine di questa Contrada descritta da Maurizio Nocera non v’è direzione. L’andare è libero, può iniziare con “i tuoi capelli sono stelle filanti” o con “Fuoco Odoacre, Fuoco!”. È trovarsi circondati dal “tu sapevi del nostro atroce destino” o da “figli, vostro padre uccidete”. È salire in alto, in alto, in alto, con “l’Arsapo che volò” o adagiarsi sul “crepuscolo nel mare di Gallipoli”. La direzione non è segnata. È l’Arsapo che guida con discrezione ogni Coscienza. È segnato, quel trovarsi, a pag. 41 “nel vecchio labirinto di nostro fratello indio il Minotauro” e fa ritornare sui propri passi a pag.39, “sotto gli sguardi feroci della superba Cornuta”. Questo è l’andare, così come è il trovare: “c’era il pane, quello della neve e quello della nave di Telemaco”. Ma cosa fa di concreto l’Arsapo-Angelo-Poeta tra le pagine di un libro? Non può passare inosservato il suo fare. Eccolo allora attraversare “i territori dell’effimero” con l’adagio di sempre (pag. 45) e: “pietre raccoglie […] Forme stravaganti hanno le pietre del Poeta:[…] Crescono le pietre … Crescono come rosario antico delle nonne”. Percorre un sentiero lungo da pag. 45 a pag. 52. Altre volte un altrettanto sentiero da pag. 13 a pag.21. Il suo ritmo è scandito dal salto di un serpentello di inchiostro dove la pausa è Verso, il tempo è il Senso. Il libro esce fuori dal libro, va collegarsi con altri testi, con altrettanti Versi che hanno il nome di altri Arsapi. Fuoco Odoacre, fuoco! Quanti sono gli Arsapi? Quanto occorre essere Fintotontopazzo per essere Arsapo? Quante volte occorre mostrasi Nudi dinanzi al mondo, ma non come finti-tonti-Re? Quanta strada occorre percorrere in quella Contrada? Quanto, in quel pendolo magnetico di Spigolozzi occorre sostare? Quante pietre, monoliti, come dice l’Arsapo a pag. 57, occorre scolpire? “Ar ha scolpito l’incontro della natura umana/ col suo equilibrio interno./ quale luminosa finestra che sa trafiggere i mali del mondo:/la disperazione, la noia, la stupidità”. Apprestandomi ad Uscire dalla Contrada come il “Fanalista d’Otranto”, ascolto: ”L’uomo al faro in bicicletta va/sul Colle della Minerva oltre il Ceppo/degli Ottocento eterni martiri/al collo la sciarpa sventolante…” (pag. 65) che dice … «attraversate anche Voi “la Contrada del Poeta”».
Edoar-Edoar la struttura percepibile. Dalle mie letture ho appreso che la formazione di un concetto, quella sorta di astrazione o di strana associazione di concetto alla stessa astrazione, è riconducibile sempre ad un’idea o a quante di queste se ne possono estrapolare, e, con altrettanta associazione, a quante se ne possono ricondurre alla propria realtà. Questa accettazione si fonda sulla capacità della mente umana di assecondare i micro aspetti di ogni esperienza e si può concretizzare in una visione condivisibile. Sensorialmente, bruttissimo termine, ma l’uso, è paragonabile ad uno schema formato unicamente dalle unità di percezioni, essenziali per ogni ricognizione, e si identifica con quell’esperienza, la mia in questo caso. Non sempre si ottiene, o per meglio dire, non sempre si incontrano Arsapi che attraversano questa forma concettuale e giungono o fanno giungere a risultati condivisibili. Dal momento che non è possibile universalizzare il dato sensoriale, quanto mi appresto a dire sembrerebbe una via d’uscita alla contraddizione, la mia. Spero che tutto ciò non lo sia, che il puramente personale sia pertanto condivisibile. Comincia qui l’arcano. Quella formazione del concetto, può sfuggire?! Quell’assecondare ogni micro aspetto di quell’esperienza può, concettualmente, non rendersi condivisibile? L’universo, l’esagerazione del termine, qualche tempo fa correva parallelo. L’Arsapo per un periodo non quantificabile fu eco ma non-parola definita, fu termine non identificabile dal mio sensoriale. il “La dell’oboe” così come è definito da Edgar Coons e David KraehenBuehl – (Informazione come misura di struttura in musica), in (a) quel tempo era ancora sub unità sfuggita alla coscienza perché non perfettamente inserita nel mio contesto culturale. Con Edoar-Edoar, dal colophon luglio del 2006, così si consegnava nelle librerie l’uscita del suo ennesimo libro. Edizioni ilRaggioVerde - per la collana “inediti” - diretta da Antonietta Fulvio. € 13,00 Del termine colophon ho un ricordo. È un dialogo su che cos’è il bibliofilo. Scrissi, poi, una lettera in tal senso in occasione del convegno tenutosi dal 22 al 30 novembre 2007, nella Sala "Teodoro Pellegrino" della Biblioteca Provinciale "Nicola Bernardini" di Lecce per la Mostra Antologica delle Edizioni Tallone. Riassumendo: «per noi bibliofili, l’importanza del libro è il colophon, come questo è presentato. Il colophon è data, è la sua identità, è didascalia ordinata, disegnata, è l’anima del libro. Il resto ne consegue». Perché dico questo e, a domanda, rispondo!? La struttura del libro, divenne, è percepibile. Non è il colophon, ma è come se lo fosse. Con l’Avvertenza di Edoar-Edoar, “Edoardo De Candia nacque a Lecce nel 1933 da Giuseppe e Margherita Querzola. Il padre fu guardia carceraria proveniente dall’isola di Procida…”, Nocera anche in questa occasione si consegna a noi prima come Storia, poi come infinite anime della stessa. Di Edoardo, credevo di conoscere tutto. Chi come me ha vissuto a Lecce negli anni '60 - '70 da apprendista pittore, non può aver dimenticato il matto, il fintotontopazzo, il possente vichingo. La lieve, sommessa e doverosa introduzione con il ricordare quell’isola di Procida, ebbe la capacità di ricordarmi altre fantasie riconducibili come la eco di quel Edoar-Edoar. Lecce, Milano, Londra, “Il Sedile”, “La Cornice”, “3A”, “BelleArti”. Il Mito dei miei giovani anni, il Mito dei Miti che è il Volo da Icaro in poi. Tutto divenne Avvertenza. Altrettanto magica è la lettera di Francesco Saverio Dodaro.(pag.7) Saverio mi appare ancora oggi come uno smarrito naufrago in quel “utero oceano della Verità, dove la calma è tempesta, il silenzio è urlo”. E’ sempre Dodaro a sollecitare quella eco: “Maurizio per favore, dì di non urlare. E di non inquisire”. “Il La dell’oboe”, in Edoar-Edoar, ha il giusto verso, non è più frammentario ed astratto, ma oggettivo e materiale. Nocera si identifica con lo stesso tratto-ritratto segnato dall’Edoardo nell’ottava pagina, la cui nona ne diventava l’inno alla Eco-Edoar. Tutto il carattere di Edoardo è scritto come quel segno. É prima scarno, poi breve, poi profondo, scuro, chiaro. É lo stesso mondo in fuga dell’amico descritto odori-cadute-voli-albe-disperazione-nero-nero-nero-sesso-rutto-scorreggia-vino-whisky. Naturalmente nel libro non mancherà anche a Voi, leggendolo, di essere attratti da Antonio Verri. Nel leggerlo, per me, quella eco divenne, è: “Edoardo, un cavaliere senza terra”. Un’eco di falò dove vengono descritti due giovani artisti (anche Saverio Dodaro) “come purissimi cavalieri, morbidi, buffi, curiosi, rigorosi …”. Dire cosa bruciassero diverrebbe la mia trasgressione. Da pag. 25 a pag. 35 c’è di quanto più gigantesco possa esserci. (testimonianza tratta da Sudpuglia, 3 settembre 1988, pp.137-148). Il libro di Maurizio Nocera divenne Storia, divenne Dialogo. Oggi per me è anche Immagine, è il “La dell’oboe” che saltella e si fa Verso-Suono. Edoar-Edoar è Sentire la Storia e non tralasciare, ma riferire: «Non vogliono la morte per i miei quadri, mi vogliono morto perché mi credono felice. Idioti!».(pag.32) Nel libro c’è il crono-Storico. Si narra una Lecce turbata dalle “irruzioni” di un fintotontopazzo dalla fine anni cinquanta sino alla morte di, del Vichingo, avvenuta nell’estate del 1992. Ma non v’è solo la crono-Storia. É anche Poesia scritta come il sussurrare di una frase delicata e dedicata alla propria compagna di nome Parola. È Poesia sull’acqua, mare d’approdo e partenza. E, quando la Parola s’affaccia come grido disperato: « Carte!/chi vuole carte./Carte dipinte di giallo,/di rosso,/carte di colore blu!/Vuoi una carta anche tu?/Ma insomma: Uei cu te la catti?/dipinte … con … della solitudine,/della sofferenza,/carte dolenti … » (pagg. 19-20). Sempre e comunque, l’Arsapo, ritorna a sussurrare la Parola, ad amarla. È segno “eroico” di Edoardo.(pag.21) Le foto tra disegni e citazioni, sono come l’episodio narrato in postfazione da Antonio Massari: Il bianchetto sul vetro:“…afferra da terra un blocco di ghisa, lo solleva ciclopico sulla testa, e lo scaglia contro il cristallo che con rumore esplode e va in frantumi. E dice: - Più pulito di così non sarà mai - “. Immenso è Edoardo, anche Lui Arsapo-Angelo.

giovedì 22 ottobre 2009

Papagna

Musica/ Raffaella Aprile


Da Anima Mundi il disco di esordio di Raffaella Aprile. Dopo la lunga avventura con Officina Zoè e l’esperienza nell’Orchestra della Notte della Taranta guidata da Ambrogio Sparagna, Raffaella Aprile ha collaborato a numerosi progetti e ha firmato, con Antongiulio Galeandro, la mappa sonora del documentario Radio Egnatia di Davide Barletti (Fluid Video Crew).

Mauro Marino

“Se è malincunia lassala fore!”. Quanti “alleati”, possibili!, ricordi Carlos César Salvador Aranha Castañeda? L'alleato! Il vento carezzava, in 'volo'. L'estasi e la visione mischiati insieme a portare esperienza. In volo, in volo tra la 'quiete' e la 'paura' c'è il viaggio! L'amore è l'odio intrecciano traiettorie, continuamente, nell'attimo frangono ogni limite, ora dopo ora, giorno dopo giorno. E noi, piccoli piccoli, in cerca d'un lievito possibile, alla consapevolezza.
Papagna, dormire, trovar pace! Dimenticare! Dimenticare! Io porto bene! Io sono nell'euforia carne e sogno! Carne e sogno! Sono uno!
C'è un canto che viene, al riparo dal Tempo. Torna e mischia parole, voci, climi, sentire. La lingua lo attraversa, impasta i suoni. Quant'è larga qui, in questo Sud! Sembra unica nei dialetti, suona, fa onda, come un mare. Acquieta, unisce. Come un dormire, un 'perdersi'. Papagna, culla, sogno, carezza! Altro sentire.
Raffaella Aprile è interprete di grandi ascolti, di esperienze lunghe, traversate d'un fiato, accudite poi, e maturate all'ombra della tradizione trasnazionale della cultura grika. C'è il Mediterraneo ad accogliere. L'altra sponda, la sua vastità e tutte le possibili sintonie.
E qui, accudito nel 'tondo' del disco, trovi ciò che il 'popolo' ancora è! Noi siamo popolo!
Anche noi? Solo noi! Che il resto è preda! Noi “vivi” con la nostra sensibilità mischiante, attenta, capace d'accogliere. Il resto è preda, nella soggezione, nella sordità, nel non che non vuol sapere!
Nove tracce in “Papagna”, stornelli, filastrocche, pizziche, che non sono più stornelli, filastrocche, pizziche, sono altro! Un pretesto, nell'essenzialità scrivono la traiettoria, al divenire del suono, al canto. La voce è continua scoperta, toccare dentro se corde incompiute, svelarle, salvarle portandole al pubblico. Altro popolo!

In “Papagna”, Raffaella Aprile - che è anche produttrice del disco edito da Anima Mundi - è affiancata da Emanuele Licci e Cosimo Romano (che hanno curato con lei gli arrangiamenti), Michela Bruno, Giancarlo Paglialunga, Francesco Abbatiello e supportata da Enza Pagliara, Antongiulio Galeandro, Silvia Gallone, Marco Marinelli “Vitello”, Marco Tuma, Cristiano Costantini, Mario Rugge.
Interessante la scelta dei nove brani che compongono il cd: “Malidettu lu cinquanta” è un canto tradizionale datato 1950 nella sua versione originale ripresa sul campo da Alan Lomax e Diego Carpitella e presente in “Puglia: the Salento”; “Catarinella” è un canto tradizionale appreso dalla famiglia Zimba di Aradeo che si allaccia al filone tradizionale delle carceri; “Òria mu” è una composizione di versi poetici in griko adattati a pizzica secondo una consuetudine molto frequente nella musica popolare; la tradizionale “Pizzica di Aradeo”; “Canaja”, questo canto, che si rivolge a San Francesco (così si chiamava il vecchio carcere di Lecce), è noto ai carcerati salentini. Tra le versioni conosciute anche quella di Niceta Petrachi detta Simpatichina presente in “Malachianta” edizione Kurumuny; “De Notte”, su aria tradizionale, è un canto moderno che descrive la notte degli amanti; molto orecchiabile “Lu zinzale”, una filastrocca popolare del Capo di Leuca, “Fei?” è una poesia anonima grika musicata dalla stessa Raffaella Aprile e da Antongiulio Galeandrò con sonorità balcaniche.

lunedì 19 ottobre 2009

Per Anna Maria Massari

A Lecce, Monastero delle Benedettine, a cura di Lorezo Madaro

la mostra antologica dedicata alla ricerca di Anna Maria Massari (1929-1993)

COLOMBA IN VOLO
Maurizio Nocera

Anna Maria Massari silenziosamente entrava nella casa di Ada Donno, nel Quartiere Leuca, ancora prima delle 8, l’ora della campanella per il suo ingresso nella Scuola Media “Salomi”, quando questa era ancora ubicata nell’ex Onmi (Opera Nazionale Maternità e Infanzia) di viale Marche. Ada, all’epoca, era ancora libera da impegni professionali, per cui aspettava Anna Maria sulla porta di casa; conosceva esattamente il tempo del suo arrivo. Poi, assieme facevano colazione. A quel tempo, io ero impegnato ad insegnare in scuole lontane dal capoluogo salentino, in provincia, per questo al mattino mi dovevo alzare presto e partire quanto prima possibile, per cui stavo seduto appena un po’ al tavolo del tinello per fare una veloce colazione e godermi come desideravo la conversazione con loro due. In quei pochi momenti però riuscivo ugualmente a scambiare qualche opinione con Anna Maria. Lei aveva un modo tutto suo di dire le cose, tanto che, dopo averla detto, ogni cosa assumeva la dimensione giusta. Magari, durante il giorno precedente erano accadute cose incredibili, poi arrivava lei, diceva appena qualche frase e tutto ritornava ad essere chiaro. Per questo suo modo di dire e per molto altro ancora debbo veramente molto ad Anna Maria. Lei era una che pesava le parole ed era dotata di un dono straordinario: conoscere la materialità dell’alfabeto, quindi delle singole lettere e del loro peso specifico. Per questo i suoi giudizi sull’arte, sulla politica, sul modo di essere e di fare degli uomini e delle donne erano per me assoluti indicatori di orientamento. Non straripava mai. Io e Antonio Leonardo Verri, dopo averla ascoltata in silenzio, alla fine concordavamo su molto. Fu lei ad indicarci la strada per raggiungere il cuore di Edoardo De Candia, che lei conosceva bene, essendo stata l’unica donna che veramente amò quell’animale celeste. Fu lei che di fatto ci introdusse nel circuito degli artisti di Lecce, che ci allargò il respiro della visione di un mondo colorato.

Era il 1984 quando le chiesi di darmi una mano per organizzare la Mostra dei pittori salentini per la Pace e la Vita contro la guerra nucleare. Fu quella una delle più belle manifestazioni artistiche collettive, dove riuscimmo a coinvolgere 64 artisti salentini. Eccone l’elenco: Donato Paolo Baldassarre, Vittorio Balsebre, Emilio Bracciale, Antonio Bramato, Roberto Buttazzo, Mario Cala, Antonella Casciaro, Renato Centone, Carmine Chirizzi, Franco Contini, Lucio Conversano, Antonio Corchia, Ruggero D’Autilia, Edoardo De Candia, Giovanni Dell’Anna, Sergio Del Prete, Cesare De Salve, Dino De Simone, Vittorio Dimastrogiovanni, Luisa Elia, Gabriella Epifani, Salvatore Fanciano, Pietro Fanigliulo, Enzo Fasano, Oreste Ferriero, Tina Foscarini Bianco, Rosa Maria Francavilla Maritati, Tonio Gallo, Pietro Giammarruco, Josè Greco, Sandro Greco, Rita Guido, Flavia Leo, Pietro Liaci, Salvatore Lipari, Corrado Lorenzo, Ernestina Lo Rizzo, Patrizia Lucia, Lionello Mandorino, Mimmo Marullo, Antonio Massari, Roberto Migliaccio, Silvio Nocera, Pina Nuzzo, Armando Papes, Carlo Politi, Romilda Prastaro Lanzillotto, Tino Rho, Nino Rollo, Marisa Romano, Giovanni Sances, Paola Scialpi, Gianni Scupola, Enzo e Carlo Sozzo, Francesco Spada, Raffaele Spada, Orlando Sparaventi, Pina Sparro, Gigi Striani, Natalino Tondo, Franco Ventura, Alberto Zacheo.

Senza Anna Maria Massari, nonostante i tanti amici artisti, sarebbe stato impossibile per me e per Verri realizzare quell’iniziativa, che si tenne dal 29 aprile al 6 maggio 1984 a Lecce. Per l’occasione, fu lei che ci rese possibili i contatti con gli artisti. Quando, alla fine della raccolta delle opere dei 64 artisti, assieme ci stavamo recando alla sala della Biblioteca provinciale per l’allestimento, mi accorsi che proprio lei non si era inserita nell’elenco. Eravamo ancora in auto, quando con tono allarmato le domandai: “Ma Anna Maria, in questo elenco tu non ci sei! Perché?”. Dopo una breve pausa, ecco la sua riposta: “Va bene, adesso che arriviamo in biblioteca farò anch’io qualcosa”. E la “cosa” che lei disegnò in soli due minuti, fu la più bella di tutta la mostra, tanto da divenire il simbolo dell’intera iniziativa.

Per la domanda di adesione degli artisti avevamo composto un comunicato con sovrimpressa l’immagine diel disegno di una colomba inedita di Rafael Alberti, il noto poeta artista spagnolo. L’avevo incontrato l’anno prima (1983) a Praga, capitale dell’allora Cecoslovacchia democratica e popolare di Gustav Husak, nell’occasione della Grande Assemblea Mondiale per la Pace e la Vita. La delegazione italiana, di cui facevo parte, mi aveva indicato come membro della Commissione cultura di quella straordinaria assemblea, presieduta anche da Gabriel Garcia Marquez. Capitò a me di sedere accanto a Rafael Alberti, col quale scambiai qualche parola. Rafael ascoltava gli interventi prendendo appunti su un block notes, appunti che di tanto in tanto intervallava con disegnini di colombe per la pace. Fu questo uno dei doni più belli che riportai da Praga a Lecce e che poi divenne l’immagine con la quale chiedemmo l’adesione alla Mostra leccese degli artisti salentini.

In due minuti Anna Maria Massari realizzò un disegno che racchiude tutta la simbologia dell’evento: un lungo “continuum ” in blu e rosa che attraverso volute e giravolte alla fine assume la forma di una colomba in volo. Si tratta di un’interpretazione straordinaria e di assoluta bellezza del simbolo, talmente significativo che, a fine manifestazione, divenne il simbolo della Mostra per la Pace e la Vita di Lecce. Il disegno, per decisione del Movimento italiano “Pace e Costituzione”, composto dai padri costituenti e dai costituzionalisti Luigi Arata, Ettore Biocca, Guido Calvi, Michele Coiro, Mario Coluzzi, Manlio Giacanelli, Giobatta Gianquinto, Lucio Luzzatto, Geo Rita, Manlio Dinucci, fu stampato su ogni nostra iniziativa e comunicato successivi.

Nella compilazione della risoluzione di quell’iniziativa venne pienamente coinvolta anche Anna Maria Massari, per cui, in quel testo c’è anche il suo pensiero. Questa la parte significativa: «È stato detto che le guerre non nascono solo nelle fabbriche di armi, ma anche nelle menti delle persone. / Profondamente convinti di questa verità, noi artisti ed intellettuali salentini, partecipanti alla mostra allestita nella Sala delle conferenze della Biblioteca provinciale “N. Bernardini” di Lecce, abbiamo voluto riaffermare la rilevanza ed il ruolo fondamentale della cultura e dell’arte nell’educazione e mobilitare la gente alla lotta per la pace e la vita, contro la guerra nucleare. / Con la nostra presenza, in questo momento cruciale per la storia della civiltà umana a causa dei pericoli incombenti di una guerra nucleare mondiale, abbiamo voluto testimoniare la nostra convinzione che difendere, consolidare e salvaguardare la pace è oggi il dovere di ogni uomo e ogni donna. Tutti noi che lavoriamo nel campo dell’arte e della cultura possiamo, attraverso la nostra professione e le nostre opere, contribuire ad aprire gli occhi a tutti, al di là delle diverse opinioni filosofiche, politiche e fedi religiose, per una coscienza civile tale che, quei governanti che perseguono progetti di guerra nucleare siano posti sul banco degli imputati davanti al tribunale morale del mondo. / Appellandoci ai valori universali della cultura e dell’arte, ci impegniamo a compiere azioni ancora più energiche a favore della pace e del disarmo mondiale. / Esigiamo dai nostri governanti che prendano misure concrete per la cessazione della corsa agli armamenti. / Esigiamo la riduzione delle spese militari, affinché le risorse della Terra siano impiegate a risolvere i problemi sociali, a combattere la miseria, le malattie, l’analfabetismo e tutti gli altri mali che affliggono l’umanità. / Esigiamo lo smantellamento delle basi straniere che sono sul territorio europeo, la creazione di zone denuclearizzate e di pace, nei punti caldi del globo, lo scioglimento dei blocchi e delle alleanze militari contrapposti. / Siamo pronti a cooperare e ad agire di concerto con tutte le forze della pace, in nome dei più nobili ideali di fratellanza, di libertà, di giustizia sociale, affinché il cielo resti puro sopra il nostro pianeta».

Fu così che questo appello sovrimpresso dalla colomba di Anna Maria Massari raggiunse Xavier Perez de Quellar, allora Segretario Generale delle Nazioni Unite a New York; raggiunse l’indiano Romer Chandra, Presidente del Consiglio Mondiale della Pace; raggiunse lo scienziato medico italiano Ettore Biocca, allora vice Presidente della Ippnw (Associazione Mondiale dei Medici per la Pace), in quegli stessi anni premiata a Stoccolma col Nobel per la Pace.

A me e a Verri accadeva di incontrare Anna Maria o presso la mia casa o presso la sua, a Lecce, in via Sozy Carafa. Lei ci aspettava di pomeriggio sul tardi; ci sedevamo ad un tavolo quasi sempre ricolmo di disegni, cellophane, pastelli, ecc. Quindi ci metteva al corrente delle cose dell’arte e di chi dovevamo inseguire per dare sfogo ai nostri curiosi interessi. Anna Maria è stata per noi una miniera inesauribile di conoscenze e di dati difficili da reperire.

Parlando del Gruppo Terra d’Otranto, costituito nel 1979 dalle artiste salentine Rita Guido, Rosa Maria Francavilla Maritati, Anna Maria Massari, Marisa Romano e Pina Sparro, il fratello traccia un suo breve profilo d’artista. Questo: «Anna Maria Massari […] (riconosciuta per coraggiosa, rara ammissione dello stesso gruppo) […] è l’artista. / Quando era piccola impressionava i “grandi” che frequentavano la mia casa per le doti eccezionali. Io ricordo le mani dell’angelo violinista di Melozzo, ricordo i pulcini e i rami di pesco ad acquerello, Cucciolo, il cerbiatto e il modellati in argilla e colorati dopo la cottura, ma non basta: Anna Maria, al venti per cento ha lavorato ai pastori gotico-rinascimentali in terra cotta dipinta di Michele Massari, magici perché di notte “parlavano”; […] Ha anche completato un Filippo Lippi a lunetta gotica che la morte di papà aveva interrotto. Ha dipinto, di sana pianta, i paesaggi secenteschi di scuola napoletana per il mitico avvocato Guacci e… mai che si potesse distinguere la sua mano da quella del padre. […] Oggi, dopo un intervallo di 30 anni […] Anna Maria, miracolosamente, ha ripreso il lavoro. Incide i personaggi notevoli di ogni città di provincia: il patriota fanatico, il poeta sofistico, il venditore di immaginette sacre, […Il suo] disegno più bello, tuttavia, resta la bambina, sul muro di campagna, in equilibrio come la vita, con un cagnolino legato a un filo di coda di cavallo che vola come un fiore o un ombrellino cinese: il cagnolino è una farfalla: la figura è vista dall’alto, ti viene incontro; il muretto si rastrema in prospettiva come una stradina su due abissi: in caso di caduta una farfalla può salvarci, accompagnandoci dolcemente al suolo fra le rape e le cicorie… e credo che oggi le quattro piante disperate dal vento e dal gelo della Contrada l’abbiano veramente salvata!».

E poco oltre, Antonio Massari scrive ancora che Anna Maria «parla con i serpenti, “li castarieddri ” (gufi), le “ranocchiule ” (rospi), e i “cola ” (corvi) […]. Da quando ha sfamato e liberato da ferri e catene “Bolla di sapone” […] tutti i cani della contrada si danno convegno sempre più numerosi al rancio. Uno: “il vecchio Geremia” sciancato dai reumatismi porta la pelle ruggine, caffé e pecora come una logora, larga pelliccia» (cfr. A. Massari, “Io sono straniero sulla Terra ”, Milano, Edizioni D’Ars 1999, pp. 130-132).

Quanto scrive Antonio Massari è assolutamente vero, perché effettivamente l’artista aveva un rapporto stranissimo con gli animali. Chi non ricorda con quanto amore curasse i randagi che le capitavano sotto i piedi sia in città che in Contrada Dottoressa Rapesta? E forse ci sarà stato anche un buon motivo se suo marito, Nando Porpora, al tempo del loro fidanzamento, la chiamasse “leprotto” o “leprottina”. Ciò che è certo, e questo io lo ricordo benessimo, Anna Maria riusciva ad essere avvicinata, senza crearsi né creare ad altri mai alcun disagio, da qualsiasi animale come gechi, lucertole, rane, ragni, serpenti, pecore, capre e via scrivendo.

Ad un certo punto, nello scritto (1983) del fratello c’è la frase: «Oggi, dopo un intervallo di 30 anni […] Anna Maria, miracolosamente, ha ripreso il lavoro». Se andiamo a ritroso nel tempo, vediamo che partendo dal 1983, dopo 30 anni, incontriamo appunto il 1954, anno in cui il padre Michele Massari, lo straordinario ed eccelso pittore post-impressionista morì, a soli 52 anni, a causa di un banale incidente d’auto. Lo sgomento dei due giovani figli fu annientante: Anna Maria, che aveva solo 25 anni, non disegnò e non dipinse più; si chiuse nel suo più intimo segreto; Antonio, che aveva 22 anni, invece, appena qualche anno dopo, era il 1957, andò via da Lecce, potremmo dire in modo quasi definitivo. Ed è ancora lui che ci ricorda l’arte e le vicende artistiche della sorella. Ed ancora, in “Io sono straniero sulla Terra ” scrive: «Ben presto Anna Maria rivela un talento pari al talento di Michele Massari, un talento ereditato. […] Papà a tal punto si fidava di lei da farsi dare una mano nella pittura, nella scultura, nel disegno […] A cinquant’anni forse, Anna Maria ha ripreso a lavorare, giocata, questa volta dall’arte contemporanea con le opere che assorbono la luce: stratificazioni di fogli di cellophane o acetato fino a suscitare la molle, dolce, antica luce della perla e con vaporosi pezzi di lenzuola delle Ferrovia dello Stato» (cfr. Op. cit. , pp. 452-453).

Prima della sua chiusura artistica per alcuni decenni, l’ultimo suo intervento pubblico fu la partecipazione alla Prima Biennale dell’Incisione Contemporanea in Italia, promossa dall’Associazione “Incisori d’Italia” (Torino – Milano – Roma) e organizzata dall’Ente Provinciale per il Turismo di Taranto e dalla Galleria d’Arte “Taras”, che si tenne a Taranto dal 15 ottobre al 10 novembre 1963, alla quale fu presente con un’acquaforte dal titolo “Umanità ”, realizzata però qualche anno prima.

Anna Maria Massari ritornò all’impegno artistico grazie alla nascita del Gruppo di Terra d’Otranto e soprattutto grazie alle sollecitazioni di una sua amica del cuore: Rita Guido, che mai l’ha dimenticata, tanto che, ancora oggi, ne tiene vivo il ricordo raffigurandola nelle sue luminose tele sotto il segno de “Le trecce di Anna Maria ”, dipinti ad olio di una materialità tangibile e sofferente che fa sì che il suo messaggio vada oltre il confine di una specifica territorialità.

Ancora più di recente, Rita ha ricordato l’amica con una plaquette dal titolo “Omaggio ad Anna Maria Massari ” (Lecce 1998), introdotta da un affettuoso pensiero del figlio Francsco Porpora che, commosso, scrive: «Mamma chi stai aspettando? – La Rita! Alle quattro e mezza avevamo appuntamento… casomai non ho sentito il clacson…. / Se era primavera l’aspettava sul balcone, e certe volte io andavo a farle compagnia. […] Ho ancora una grande cornice ovale di cartapesta che forse la mamma voleva riempire con tutti i colori della contrada, l’Universo. / Certe volte, spinte dalla necessità di uscire dal tempo degli altri, s’incamminavano [Anna Maria e la Rita] piano, a braccetto, lentissime per le vie del centro storico, osservando ogni cosa, masticando “passatiempii ” e parlando fitto fitto a testa bassa, come per un dialogo segreto fra “strie ” inebriate di poeticissimo amore». Tenere, gentili, dolci e affettuose sono le dieci liriche che Rita Guido dedica all’amica. Ne riporto solo tre che, secondo me, danno il senso pieno della struggenza del loro rapporto amichevole: «Treccia bellissima/ che per decenni ha affascinato il mio sguardo/ oggi diventata “àncora,/ fune di mare, treccia del ricordo”./ Vorrei cantare/ con le note più adatte/ allo splendore di quel ricordo./ Vorrei cantare/ e saper comporre la tua eterna giovinezza». E poco oltre: «Ho raccolto dal tuo angolo di studio/ piccole porzioni di cose,/ piccoli resti/ che servivano ogni giorno per il tuo lavoro./ Ho chiesto il permesso ad Antonio tuo fratello./ poi ho pensato a tutti i colori dell’Universo/ che tu volevi poggiare in una enorme cornice/ dorata/ realizzata in cartapesta da te Anna Maria/ tanti colori/ tanti tanti dovevano riempire/ il vuoto della cornice di cartapesta./ Solito appuntamento». E l’ultima, la più struggente: «È stato l’appuntamento più bello/ della nostra vita/ Eravamo insieme/ io e te/ sui gradini di una chiesa bellissima/ Si osservava, si osservava ed ancora si osservava/ bisbigliavamo parole e commenti/ che solo io e te, Anna Maria, conosciamo».

Ma come ho conosciuto Anna Maria Massari? A presentarmela per la prima volta fu alla fine degli anni ’70, il marito Nando Porpora, all’epoca, io e lui militanti del sindacato Cgil. Io militavo pure – come si diceva allora – in un’organizzazione politica rivoluzionaria, il CLdP (Circolo Lenin di Puglia), e lottavo come un forsennato per il rispetto dei diritti sindacali dei contadini, dei coloni e dei mezzadri della nostra provincia. Per questa mia attività non ero affatto ben visto dai vertici sindacali, tanto da essere continuamente discriminato e spesso messo da parte. Nando Porpora, invece, che faceva parte anche lui dei vertici sindacali, era l’unico ad avere comprensione del mio operato, per cui spesso, quando ci si vedeva, ci si scambiava qualche parola e pure qualche buon caffé. Fu Nando che, ad un gioioso Primo Maggio presso Porta Napoli mi presentò sua moglie, che da quel momento divenne una delle mie migliori amiche.

Anna Maria Massari era nata a Lecce il 21 ottobre 1929. Aveva studiato all’Istituto Statale d’Arte, completando i suoi studi presso il Magistero di Firenze. Svolse la sua carriera di insegnante nelle Scuole Medie di Napoli, di Brindisi e di Lecce.

Il 30 marzo 1993, giorno tremendamente infausto per la sua storia di umana, Antonio Leonardo Verri così la ricordò: «La morte sta decimando i “selvaggi” del Salento. Dopo Totò Toma ed Edoardo, ieri è toccato ad una carissima amica: Anna Maria Massari. Chi le voleva bene non avrà più i segni della sua costante creatività, la sua dolcezza, la sua lucida allegria».

Appena qualche mese dopo, il 9 maggio 1993, anche lui, il selvaggio più selvaggio di tutti noi volava in alto, nel più alto dei cieli.

venerdì 9 ottobre 2009

C'è Sudapest di Irene Leo


Libri di poesia/ Sudapest di Irene Leo nei Poet/bar di Besa, magazzino di poesia a cura di Mauro Marino

Ah, Rodolfo!
Stefano Donno

La scrittura ha un immenso potere che fa viaggiare nel tempo e nello spazio, ha la facoltà di rievocare mondi e infinti universi paralleli dove le storie si intrecciano, colmano vuoti, si ricostruiscono senza posa sino a creare quella che è una possibile versione dei fatti. Raccontare il Sud dopo Salvatore Toma, Claudia Ruggeri, Vittorio Bodini e Antonio Leonardo Verri, risulta impresa ardua dal momento che la riscrittura dei luoghi, di questi luoghi, di un Salento ormai mitico e spesso inutilmente mitizzato all’ombra di ulivi, del morso del ragno che estasi e ritmo produce più del volo di S. Giuseppe da Copertino, e del morboso barocco, terribile e obliquo, è affare che rientra nella possibilità.

E una tra le tante chiavi di lettura più psichica che cosmica di questo “Sud del Sud del mondo”, risulta essere quella di Irene Leo, poetessa dal grande respiro e dall’immensa generosità nel ritmo e nella resa immaginifica della scrittura e del suo performare semantico.

Conosco da tempo Irene Leo e ho sempre associato il suo incedere nel mondo dei versi come una speranza, che ha fame di vita, inappagabile, inavvertita nel trascorrere del Tempo che ormai di divora se stesso nello slegarsi dei fatti, delle cose, delle storie che narrano di amori, solitudini, e occasioni mancate. Un tempo che fa i conti con il precariato esistenziale, che è liquido e vischioso, immateriale abisso dell’incertezza senza alcun argine e margine, mappa di un mondo che nella deriva degli sradicamenti affettivi crede di essere nel giusto.

Questo è Sudapest di Irene Leo edito dalla Besa editrice, e che poi parli di una storia d’amore o più nuances dell’Amore si capisce che è un pre/testo, l’anticamera di una pesante melanconia che accarezza il cuore e di lui si beffa, che fa sorridere in maniera amara e crea solo disillusione. “I giorni qui portano sulle nocche i calli e le ferite di civiltà deserte, cugine di un’era grande che rivedi negli occhi e nelle curve generose, vere opere d’arte oltre le architetture d’azzardo mesciate a terra e sudore. Sono ricco. Ho qui con me sacchi interi di dignità in foglie ed olive e mani consunte che urlano e gemono nelle ore del giorno. Le osservo, me le guardo, le nascondo” questo dice Rodolfo - maschera principe su un palco dove la vita viene recitata con amarezza e un senso di deriva fortissimo in questo Sudapest -presentandosi. Non è un poemetto, il ritmo è quello della prosa poetica non tanto selvaggia, ma costruita oltre l’essere un mestierante della parola.

Chi si avvicina a questo lavoro deve essere avvertito: potremmo dire “hic locus terribilis est” proprio come all’ingresso della piccola chiesa di Rennes les Chateaux. Già perché il lavoro di Irene Leo ci fa capire come sacro e profano sono ancora in lotta nelle nostre vite e spesso la scelta non può chiudersi su un oggetto ben definito… perché perennemente in bilico


Irene Leo, classe 1980, ha “esordito” ufficialmente nel 2006 con “Canto Blues alla Deriva” (Besa editrice). E’ presente su “Tabula Rasa 05″, rivista di letteratura invisibile, nella sezione Poesia e su alcune antologie, tra cui “Verba Agrestia ” 2008, e “Il Segreto delle fragole” 2009, entrambe Lietocolle edizioni. Nel 2007 ha ricevuto dal teatro di musica e poesia “L’Arciliuto di Roma, il riconoscimento in “Kagolokatia”. Collabora con “Il Paese nuovo ” e cura un suo blog letterario: www.ireneleo.wordpress.com. Ha sempre preferito all’apparenza la sostanza della parola, e del dettaglio. Su tutto la Poesia, la scrittura, emblema di quel niente “Ca te inchie lu core”…