di Marcello Buttazzo -
Il tarantino Davide Cuccaro ha pubblicato la sua prima
poesia dal titolo Pace brasiliana, per un lavoro scolastico per
l’U.N.E.S.C.O. a diciotto anni. Ha pubblicato per Aletti Editore. Nel 2021 è
uscita la raccolta di poesie Un Uomo parte II (Graffi); nel 2024 ha
partecipato alla collana I Poeti di Ponte Vecchio con la casa editrice
Dantebus. A ottobre 2026, è uscita per I Quaderni del Bardo edizioni di Stefano
Donno la nuova raccolta di versi di Davide Cuccaro intitolata L’abitudine
del male. L’ideazione e la grafica di copertina è dello stesso autore, il
progetto e la cura grafica e l’impaginazione sono curati dal poeta Mauro
Marino. Questo volume di poesie è stato composto presso la sede del Fondo Verri
di Lecce.
Perché siamo liberi e
solo questo mare ce
lo ricorda. L’espressione dei nostri
occhi all’alba della
nostra vita è
tutto ciò che dovremmo avere.
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| La copertina del libro edito da I Quaderni del Bardo |
“L’abitudine del male” è scritto in uno stile essenziale e
il poeta compie il suo viaggio conoscitivo con lo spirito dolente. Fulcro
centrale dell’opera è l’amore, l’amore dilacerato, l’amore che non c’è. Il mal
d’amore è protagonista centrale, e Cuccaro sovente appare fortemente provato da
un’assenza che lascia il segno sul corpo, sullo spirito. “L’abitudine del male”
procede come un diario intimo, in cui l’autore enuclea vissuti, sentimenti,
scontenti, travagli, pensamenti, sovente rinchiuso in una prigione serrata.
Cuccaro, tuttavia, in diversi passaggi cerca di rompere le catene ferree del
dominio della ragione e, di tanto in tanto, fa balenare squarci di luce e di
propositività. Un topos che emerge nei versi è il mare, culla primigenia, che
ci accoglie e ci dà nutrimento. Il paesaggio marino, in certi momenti, diventa
un vero e proprio interlocutore fisico dell’autore, che al mare confida le sue
pene, i suoi dispiaceri. La passionalità è il cimento che guida i versi,
l’amore assente furoreggia nella sua veste illesa e, di converso, si respira
tutto lo smarrimento di Cuccaro per un amore che è andato via. Tuttavia, il
poeta vive il distacco e la separazione con contegno, affidandosi alla parola
che, anche se non salvifica in senso stretto, può essere vagamente terapeutica
e dà sollievo. La parola aiuta a continuare a supportare il dolore più intenso,
a trasformarlo anche in qualcosa di diverso, qualcosa che non sia sempre e
necessariamente afflizione. In una nota della direzione editoriale si può
leggere: “L’abitudine del male è una ferita aperta trasformata in arte. Cuccaro
non abbellisce il dolore, lo guarda in faccia, lo sviscera, ne assapora il
sale. I suoi versi sono schiaffi e carezze e restituiscono al lettore
l’autenticità di un amore che, seppur finito, continua a bruciare come una
stella solitaria nella notte”. È palese e vibrante il tormento interiore
dell’autore che, nel suo percorso, pur attraversando uno scuro cupo, riesce a
far emergere la bellezza e la candidezza dell’amore respirato fino allo stremo,
fino allo sfinimento. Il libro reca in apertura una dedica precisa: Ad
Alessia/”i tuoi occhi, i miei,/Il mio cuore, il tuo”.
Nella poesia “Era la notte” prevale l’amore che latita,
tanto che la notte è una stanza vuota (“Nelle carezze di vento, la voce/che
manca dà silenzio/e questa notte è ancora/nelle lagrime lo scorrere/del tempo”.
In “Requiem per me” l’assenza diventa straziante (“cancellami ode,/cancella
ogni mio perché/cancella, dà fine/a questa mia vita,/perché è buio/Amore, è
finita”).
Negli occhi del poeta è scesa la sera. Lui ha visto l’ultima volta l’amata in
un prato di primavera. “Le notti con Lei erano passaggi/in paradiso” (“E ora il
silenzio piove,/come inchiostro nero che,/macchia, le mie parole,/ora che mi
sembra di inquinare la/freschezza dell’amare”).
Per esorcizzare in qualche modo la mancanza della persona amata ci si rinchiude
fra le quattro mura. E nel cuore del poeta s’addensano infinite paure.
Cuccaro è solo e si consola con una foto di lei nella casa costruita assieme al
suo amore, “dove ogni muro è un ricordo di noi”.
All’interno del proprio sé navigano zone d’ombra che incutono paure
(“Ho/cavalieri neri che/attaccano il mio cuore,/torri che sgretolano e armature
a/correre che si affannano”).
Il poeta sente un amore sconfinato per la sua amata assente (“Tu cercami ti
prego,/cercami…lo sai dietro/ogni temporale c’è/sempre un arcobaleno/ed un
nuovo sereno/lascia che trovi il tuo palmo teso a me/fammi sconfiggere questo
male, dà/a me la mano, noi insieme voliamo”).
Anche il mare ha il colore di ghiaccio ora che gli innamorati non lo osservano
più con insistenza.
Il silenzio d’amore può uccidere, soprattutto dopo che all’amata s’è donato il
cuore (“Ed ora che, con un: “ci sentiamo domani”, mi hai salutato, questo
cancro/mi sta uccidendo incontrollato e/vivo, morendo”).
Cuccaro avverte anche un forte sentimento di rimpianto per l’amore perso (“amo
te, anche se/ora fa male e lo sai,/di amarti, non smetterò mai”). Cuccaro,
preda del dolore, sa di affondare in un mare di travaglio (“Distrutto ho i
ricordi, abbandonati sulla pelle/in graffi che al sole bruciano come
cristalli”).
Il mare è come uno sciabordio che batte dentro, il poeta aspetta l’avvento
d’un’alba (“attendo te”). Si va alla ricerca di ciò che non si trova (“andare
con /con la voglia di chi sorride all’alba di un/giovane sole”). L’amore perso
è una mansione totalizzante. Cuccaro è fermo sotto una luna avorio e chiama per
nome il suo amore che non c’è (“E, miro un orizzonte/per cercarla un blu
metallo che/mi rasserena”). Il ricordo è vivo e lacerante il dolore (“È fermo
il mondo, equi, adesso noi con i/temporali nel cuore a/far di tempeste ali di
pace come/gabbiani bianchi nelle/onde di mare a scivolare”). Il viso dell’amata
alloga nel poeta, che immagina di far giungere parole a lei, affidandole al
vento, e che siano parole come una soffice carezza.
Cuccaro s’avvolge nei silenzi, il pensiero cerca invano lei,
l’emozione vissuta come fosse l’ultima (“Vivila e, conservala in te, così, da
poterla cancellare”). Ciò che resta è un singhiozzo soffocato (“Ed/è dolce,
forse, soffiare e, spegnere/quella fiamma come l’ultima luce/che dice addio e
abbandona la scena”). Il poeta è vivo, ferito, ascolta le nuvole (“Mi rivesto
di/mare ed un mantello nero di notte per/nascondermi dietro le tue porte,/lì
per attendere i tuoi occhi come una/culla, un’alcova bianca, le ali di
una/colomba, ed ora, la nostra stanza”). Cuccaro vorrebbe fuggire la paura.
Vorrebbe tanto amare senza tempo. Lui continua a guardare la luna bianca e
agogna che lei possa carezzarlo con i suoi sguardi.
Marcello Buttazzo

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