Claudia Di Palma, La resa dei nomi


 di Marcello Buttazzo - 

La poetessa salentina Claudia DI Palma, laureata in Musiche Tradizionali al Conservatorio Tito Schipa, è la voce del gruppo di musica popolare Sikalìndi. Si dedica attivamente al teatro. Ha collaborato con la compagnia Astràgali e Asfalto Teatro. Nel 2016 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Altissima miseria (Musicaos Editore), per la quale ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti. Nel 2021 ha pubblicato la raccolta di poesie Atti di nascita (Minerva). Presente in numerose antologie e riviste, è stata tradotta in inglese e francese. Di Palma torna alla poesia. Nel settembre 2026 è uscito il suo libro di versi dal titolo La resa dei nomi, edito da Sensibili alle foglie, compreso nella collana “Il Primo Sguardo”.

“Questa collana di scritture, curata da Guido Celli, intende nutrire l’utopia (la vivace necessità) di scardinare l’asma epidemica del quotidiano, le algebre dispotiche del giudizio e il morbo solitudinante delle merci dal paesaggio umano”. L’obiettivo manifesto di questa collana di poesie e quello di conservare sempre il Primo Sguardo del tempo primevo, cioè lo sguardo trasognato, immaginativo, ardente e indomito dell’infanzia. Al contempo è fondamentale “sgravarsi dall’ennesimo sguardo (sentenziante, normato) con cui gli adulti esercitano e sublimano sopraffazione”.


“Chiamiamo le cose con il loro nome”.

Ma i nomi che diamo alle cose

ci restano addosso, appiccicati.

Sono ancora nostri.

E le cose sono ancora nude

come epigrafi bianche

(non hanno ricevuto niente

e non riceveranno mai niente

dagli uomini).



La copertina del libro edito da Sensibili alle foglie


La resa dei nomi è un’opera articolata, raffinata, in cui trova spazio una poesia audace, che avvampa di bellezza. 

La raccolta è divisa in cinque sezioni che si susseguono come un continuum: “Dietrofront”, “Mandato di voce”, “Orfani di lingua”, “La parte vulnerabile”, “Ecc.”. 

Una prima stesura della raccolta La resa dei nomi ha ricevuto una segnalazione al Premio Letterario Nazionale Gianmario Lucini - II edizione (sezione raccolta inedita). L’intero libro è stato portato in scena in forma di performance poetico-musicale il 21 agosto 2025 a Lecce, nell’ambito della rassegna “Qui se mai verrai…il Salento dei poeti”, promosso dall’Associazione Culturale Fondo Verri, e il 18 dicembre 2025 a Caprarica di Lecce, nell’ambito della rassegna "Argine Donna", promossa da Audiopoesie. 

Claudia Di Palma nel suo nuovo libro si concentra compiutamente sulla parola, sul suo evolvere, sul suo insoddisfatto status. La poetessa sviscera, scava, penetra nel fondo, interroga le parole con uno scandaglio certosino e paziente, cerca di entrare nel connettivo vivo del nome. Certo, si può parlare a ragione di resa del nome, di resa dei nomi, perché il nome reca con sé un vincolo, epperò è la materia viva per poter creare la lingua ed edificare poesia. E nella costruzione d’una lingua e d’una poetica le parole in modo multipolare possono servire per uno scopo dirimente. È vero, le parole, a volte, sono contraddittorie; altre volte sono il cimento più vivace per chiarire, per spiegare. Nella postfazione Guido Celli afferma che “la resa dei nomi è, almeno così ci sembra, un’opera sulla superpotente impotenza del linguaggio”, aggiungendo che “Claudia Di Palma osserva la realtà creata dalle parole con lo sguardo di chi non ha la pretesa di aver saputo e saper (ferendosi) vedere, ma la tensione, messa a visione, di chi si interroga cosa stia vedendo, cosa stia apprendendo dalla ferita di quel che vede e cosa stia vedendo di ciò che la sua ferita non ha ancora veduto”. Il linguaggio davvero porta con sé, al contempo, una forza e una cedevolezza, un saper interloquire con le cose fisiche, materiali e immateriali, e talvolta non riesce a nominare le cose. La poesia è la sezione aurea che sa discernere e, al tempo stesso, sa smarrirsi. Di Palma con venustà e con grande rigore segue un tracciato, un percorso, compie anche una sorta di critica alla mappatura dei nomi, i quali sono sostanza disvelante delle cose, epperò quasi mai riescono a rivelare strettamente l’esistente. Nicola Vacca, a proposito de “La resa dei nomi”, ha scritto su “Gli Amanti dei Libri”: “Nella poesia di Claudia DI Palma la parola irrompe sulla pagina senza nessuna teatralità e attraverso la mappatura del nome fa la sua parte fino in fondo. La resa dei nomi è un’opera complessa, irrisolta e aperta sull’importanza del nome e sulle innumerevoli fragilità che però dicono che la poesia non è qualcosa che si può dire in un altro modo, e trova la sua voce nell’atto del nominare che diventa lingua”. Claudia DI Palma, ne “La resa dei nomi”, si pone di continuo domande, sovente irrisolte. E sono proprio questi quesiti insoluti a dare significanza alla sua indagine.

Il corpo, sempre dissidente, fa finta di raccogliere e di assemblare l’inutile dettato della carne (“Dissolverai pure questo lavoro/questa poesia”).

In “Dietrofront” la poetessa canta che “scrivere è un verbo strappato al deserto./Non disseta, non sazia”. Scrivere assomiglia un po’ al verbo sparire. La ragione intima e ontologica della scrittura non è quella di fornire certezze apodittiche, ma più che altro intricati quesiti (“Il mio alfabeto è una domanda”).

La scrittura comporta virgole, punti esclamativi, aguzzini (“E infine la pagina bianca, che sbandiera./Il libro si arrende, la guerra è finita./Le parole fanno dietrofront”).

DI Palma comprende che, forse, sarebbe stato meglio non imparare “la splendida architettura dei significati” (“Ma ormai è tardi/e sono imbrigliata nel paradosso della parola”).

Si può essere sballottolati, incerti, senza saper rispondere alla delicata questione: “siamo noi uomini ad abusare del nome/o è lui ad abusare (in eterno) di noi?”

Nella lotta fra il nome e le cose, il nome sembra soccombere (“O c’è il nome o c’è la cosa./Si cercano da sempre e non si trovano”).

Se qualcosa rimane dell’incendio di una sillaba, la poetessa s’adopera (“Sono significante, vado in cerca/di un significato smarrito,/un figlio che non torna/perché forse non è mai partito”). Lei sa che sono morte le parole confessate (“La scrittura è un eterno riposo,/un sudario la pagina/per il corpo esausto”).

Si può avere l’intento di non essere strettamente comprese (“Voglio essere suono, fonema/che indugia prima di farsi parola”).

Campeggia una perpetua domanda: “se l’ascolto fosse ben/proporzionato al grido”, “allora vi sarebbe salvezza/ per la voce?”

La voce è dappertutto un’extracomunitaria, “naviga in acque internazionali /continua a non appartenere”. Questa è la sua onnipotenza. Un respiro potrebbe fuggire dalle gabbie, poi rientrare, “riacciuffato dalle guardie, e di nuovo/gettarsi oltre le sbarre?”

Secondo la poetessa, da bambini, “quando siamo stati immersi nella lingua”, abbiamo imparato il naufragio (“E siamo ancora immersi/bocca denti lingua/dov’è la riva?”).

La parola è labile, “pronunciarti è perderti, ancora/una volta ancora/una volta abitarti per poco”.

In “Orfani di lingua” la poetessa può dire: “La mia casa è straniera/è un dialetto che non ho mai parlato/sconosciuta lingua madre/ventre appena inventato”.

Di Palma ritiene che la lingua finisca “quando esaurisce tutti i suoi/tentativi di fuga”. Ma, nello stesso tempo, la poetessa è convinta che la lingua alfine non finisca (“Guarda come declina nel silenzio/e sogna oltre le parole/il frutto proibito”).

In “Orfani di lingua” s’esprime un malcelato amore per le origini (“Sono contagiose le origini”).

Tra le parole si può trovare rifugio, “piccoli pertugi tra una frase e l’altra/dove stare accovacciati”.

In “Orfani di lingua” prevale il sentimento di ricerca: “Lingua è una traduzione senza capo né coda/come questa carne che l’origine scorda/o disattende,/ennesima traduzione di una dimenticanza”.

Ne “La parte vulnerabile” la poetessa sostiene che la lingua s’inventa sulle sue labbra (“Sei viva solo quando ti lascio andare”). A volte, Di Palma tenta di trattenerla (la lingua), ma lei (la lingua) si scaraventa fuori con più forza (“e ti accorgi o ti accontenti/ di essere spreco/anidride carbonica/rigetto”).

Il silenzio è la parte preminente, “radice fondativa di ogni parola/schiva a raccontare”.

Perfino in Achille la parte più vulnerabile non era il tallone, ma la lingua (“che si alzava da terra e correva/portandosi dietro tutta la sua debolezza”).

Il corpo freme, alla poetessa tremano le mani, quindi scrive (“Soltanto la carta può accogliere lo sgomento./Sia benedetto questo alfabeto di passaggio”).

Scrivere, forse, è “sporgersi dalle labbra/e poi tornare nell’ombra” (“togliere la coperta del nome/e lasciare la cosa la rosa/tentare una nudità impossibile”).

Nella sezione “Ecc.” c’è la contezza che “la fame ci consegna a ulteriore fame,/il linguaggio a ulteriore mancanza”. E la visione che la madre lingua è saccheggiata, “i potenti del mondo sostituiscono/ le tue parole con bijoux” (“Madre, le tue parole sono prostitute/mi amano a notte fonda/vengono in sillabe e liquori/ odorano di nardo e zafferano/ canna aromatica e cannella”).

Verosimilmente “a fine giornata torneranno/nel cavo orale a riposare, le parole”. Oppure non torneranno affatto.

Marcello Buttazzo