Aspetto l'alba


 di Marcello Buttazzo - 

Aspetto l’alba. A volte ancora sento rumori e fracassi della notte stridente, mi fanno male intimamente gli assordanti frastuoni. Agogno pace interiore, spazi di sereno, onde sole onde, una quiete in quest’ora aurea che precede la carezza del primo lucore. Cos’è che mi silenzia parzialmente il subbuglio dell’anima? Un chiarore d’autunno che nasce, fiorisce, nonostante lo scontento che m’attanaglia. Per un attimo, in questo tempo sospeso e lento prima del sorgere dell’aurora, mi ritorna la rimembranza. Mi ritornano le corse sfrenate a perdifiato coi compagni del Convento nei prati e sui selciati dell’infanzia. Vorrei tanto che questa età che inesorabilmente avanza, si consuma, avesse l’innocenza e la candidezza dell’età primeva. Vorrei tanto che questo tempo odierno sofferto e contraddittorio, preda delle ansietà ricorrenti, conservasse la purità del tempo che fu. Per intanto aspetto l’alba con lo stupore d’un bimbo. A volte, mi sovviene anche la stagione della giovinezza, quando di notte la mia eterna chimera rastrellava il cielo per raccogliere spiriti feriti. Lei era solita catturare lune e stelle e seminare la vita nel cerchio argentato. Cosa era l’adulata notte se non il rifugio della mia dilettevole chimera? Di notte a lei sorridevano mille lune e cento stelle. Aspetto l’alba, ma adesso il cielo scuro mi butta addosso tutta la limitatezza delle mie decadenze. Si sfibra l’austerità del giorno corrucciato e nelle mani mi resta una pietra scavata di sangue. Non avverto più il fervore di quell’amore giovanile, radice d’ogni fermento, che un tempo mi planava addosso, purezza di giglio. Quell’amore era oasi tempestosa di frenesia, di lascivia. Oggi, in quest’attesa spasmodica dei primi bagliori dell’aurora, mi sovviene la rimembranza, ma non è più vertigine, non è più ebbrezza, più non mi preme, più non mi entra nel connettivo delle ossa. Tanti anni fa pensavo che il lucore d’un amore perso potesse illuminarmi la stanza. Ma non è più così. Il tempo che ineludibilmente passa, vola, mi dona ora solo un cielo nero confuso, e su questa terra turbinano le mie idee, le mie manie, senza trovare pace. Tra le quattro mura non inseguo più sogni dalle ali spezzate, non inseguo più utopie, non rincorro miraggi, ma solo un pozzo d’acqua chiara da bere a mani unite. Esco fuori per strada. Passa il gattino nero e mi fissa. Sento a volte una voce di bimbo che mi chiama: è, forse, il mio sé fanciullo che sbraita, urla, non s’adegua alla decadenza del momento. Eppure, in un tempo preciso della mia giovinezza, un vento di ponente soffiava sugli abissi del cuore. Allora, non c’erano ombre, né tristezze. Il passato era un giardino di paese. Un mare d’agosto, quando con lei osai sfidare le onde. Ebbri di baci correvamo. E come fanciulli spensierati davamo del tu ai nostri fantasmi di sogno. Il passato era un porto di barche serene. Il passato era davvero un vento di ponente sullo spirito ridestato. Lei, la musa, mi concedeva il suo sorriso, un pensiero di lievi parole e un dolce presagio. Faceva nascere il crepuscolo che all’orizzonte s’imporporava in arabeschi di fiamma. Mi donava la notte più abbacinante del giorno e le stelle pellegrine sulle chine d’un eterno ritorno. Mi dava il cuore, il cuore rosso sangue. E il ciliegio d’un trascorso aprile. In questa età attuale che un po’ mi opprime, nonostante tutto, aspetto ancora l’alba. L’alba è il canto del merlo nella fitta boscaglia. L’alba è la magia del biancore che ritorna. L’alba ancora m’abbarbaglia. L’alba che oltrepassa le asperità della notte e si apre al nuovo giorno. È vero, talvolta non c’è un’alba attesa, senza una notte tormentosa. 


Claude Monet, Impressione, levar del sole - 1872

La notte può essere anche troppo scura e angosciante. Ma poi, comunque, viene l’aurora come un anelito di libertà. L’alba è come la promessa della vita. Quante volte, dopo un’insensibile, inconcludente, crudele notte, abbiamo rivolto all’aurora la nostra silenziosa preghiera. L’alba nel suo intimo reca iscritta a caratteri d’oro davvero la mansione dell’attesa. Quante volte con la prima luce sono uscito, ancora una volta, per strada. Quante volte ho trovato a Lequile, la piazza del paese già viva. E San Vito, il Santo Patrono, il Santo bambino, che troneggiava sulla secolare colonna con le sue bandiere rosse. Ancora oggi, di notte, mi sveglio di soprassalto, mi sveglio con il cuore in gola, esco di casa a raccattare amore. Corro da solo a piedi su una terra di cemento. E vado, vado per strade. Fino al ritorno della nuova aurora. Ancora oggi, nonostante tutto, aspetto l’alba.

Marcello Buttazzo