di Marcello Buttazzo –
Antonio Palumbo, laureato in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università del Salento, ha lavorato per molti anni nell’ambito del teatro e delle arti performative. Nel 2015 ha realizzato il suo primo lavoro come regista e attore, WAITING FOR JOB, resistere è amare ancora, riscrittura originale ispirata alla figura di Giobbe. Dal 2017 è il cuoco di Trattoria Vardaceli, a Castiglione d’Otranto, in provincia di Lecce. Nel 2020 per Musicaos Editore ha pubblicato la raccolta poetica “La lunga partenza”. Nell’ottobre 2025, sempre per Musicaos Editore, nella Collana Poesia, è uscita la nuova raccolta di versi di Antonio Palumbo dal titolo “A mangiarmi vivo”.
datemi un
po’ di silenzio
durerà in me come pane caldo
datemi un pezzo di carne
parlerà per me che ancora non canto
Un libro, “A mangiarmi vivo”, davvero originale. L’autore parte dal suo mestiere di cuoco per scavare a fondo nell’analisi e nell’anamnesi esistenziale. Palumbo è un cuoco artista, un cuoco poeta, che sa scendere nell’intimo dei vissuti suoi e dei suoi simili, conducendo una sorta d’inchiesta emozionale. Palumbo è un antropologo del cibo, perché non si ferma e si sofferma solo sul fatto vegetale o animale, sul mero concetto biologico, ma con pazienza penetra con efficacia fra le pieghe dell’esistente, riuscendo a far balenare un caleidoscopio di sentimenti, dall’amore al senso di caducità del tempo, dall’assenza all’esigenza d’una vita nuova. Così osserviamo il cuoco poeta intento a preparare, a lavorare il cibo, con gesti semplici e umanamente apprezzabili, con un moto di devozione verso ciò che viene fatto. Dobbiamo dire che la descrizione della preparazione dei nutrienti non è mai disgiunta dal corso della vita umana, dall’esistenza bordeggiata con semplicità dall’autore, con un procedere quasi francescano:
mi voglio
perdere nei culi dell’estate, nelle stravacanze
per poi ripetere che siamo noi, sì
ma non proprio uguali
perché lo specchio curva a quelle gradazioni
così mi tuffo come alice che domina l’acciaio
nell’olio che acceca e dora fino a commuovere
anche gli dei più sbadati
C’è un’alta mansione etica in queste poesie, perché Palumbo manifesta nei gesti, nei movimenti, nei fatti, uno spiccato contegno nell’approcciarsi al cibo, nell’accostarsi ad esso. L’autore sa condurre la sua danza di vita con una malcelata dose di sensualità tanto che abbiamo l’impressione che traspaia erotismo allorquando lui si appresta a toccare farina, pane, verdura, carne, pesci. È un poeta innamorato, Palumbo, che prova sensazioni di umana bellezza, di passione, di armonia. Luciano Pagano, in una nota finale al libro, ha scritto: “La vita e la morte si confrontano su un territorio vasto, “dalle braci alla branda”, il letto e il piano di cottura, in quel mare d’oro brillante che profuma racchiuso fra pareti d’acciaio. C’è simbiosi fra uomo e animale, bellezza fra i viventi e i loro organi, portatori d’un soffio vitale, ineffabile. Ciò che finisce qui, rinasce, transita, così ciò che viene preparato, tagliato, nei percorsi di fuochi, bacinelle e acciaio, assume nuova forma, un verso come un sapore nasce dall’idea, provenendo da ingredienti che nulla facevano intendere. È il ritorno eterno, nutrimento sacralizzato, intimo, di un corpo che canta la vita”. E, in “A mangiarmi vivo”, Palumbo, tramite il cibo, esprime il suo pensamento profondo sull’alterna vicenda dell’esistenza, evoca vita, morte, gioia, dolore, con grazia e amabilità, sempre ben disposto a interrogarsi fittamente, a guardarsi dentro, a far uscire all’aria aperta gocce di splendore. Lo stile scritturale è essenziale, diretto, senza alcun orpello. L’interpunzione è ridotta al minimo. La lettura di questo bel libro è piacevole e scorrevole, soprattutto perché, in ultima istanza, il poeta non parla solo di sé, ma si riferisce a tutti noi.
Palumbo è loquace e delicato nel suo incedere, sostiene d’aver negli
occhi pene di perle, nel petto un cavolo arso (“Ho queste mani e sanno d’aglio
e oglio/e sanno meglio e fanno tutto al volo/ho questo corpo e non ha colpe
l’anima/nascosta e questo è un dono”.
Il sacrificio dell’animale è un gesto sacro, che rattrista (“dentro la
carne gela il cuore,/poi sfilaccia via/in un battere di lame, qualche cappero
di scoglio/e un’aria di neve”).
Viene evocata nei versi l’assenza di una persona cara (“macerie a me,
ma tu non c’eri amore/solo un fegato, un polmone e tanto pepe:/il cuore pompa
dietro un altro portone”). Il poeta si sa esprimere con un senso di pietà, di dolore, che è
l’espressione d’uno spirito (il suo) tenero e umanissimo (“poi ti lasceranno
morire all’amo/come un pesce di fondo, l’occhio cavo/la melma intorno, morirai
solo”).
Palumbo è un poeta d’amore, un uomo di sentimenti vivi (“mi sono
tagliato la lingua/per parlare con il cuore, ma quello/non risponde,
scola/nella bacinella senza un rumore/e cambiando colore sogna un corpo/nuovo,
una casa bella a cui tornare”).
L’animale è inconsapevole del suo destino, Palumbo continua il suo
cammino simbiotico, che è un atto d’amore (“la bolla estiva, il taglio sulla
pelle/alle frascaglie e un desiderio/d’acqua alle peschiere dove il
pesce/sbatte senza sapere”).
L’autore riesce con la sua grazia a dare un tocco di leggerezza e
soavità di suono anche ad una cicoria (“sei puntarella esanime/crescenza
estrema/un fuoco verde di salina”).
Il poeta ama il minuscolo, le piccole cose che fanno stare bene
(“rivivono le mani al calore/della frittata, sognando la goccia/o perla di bava
che serbano in cuore/le cose semplici le cose buone”).
Palumbo va a fondo con il pensiero, con l’analisi critica (“dobbiamo
salvarci gli occhi, rifarci/in fretta lenti d’oro o forse cavarli via/come
quelli del polpo e finalmente/surgelarli per uno sguardo nuovo”).
Nel Salento, terra degli ulivi (oggi un po’ feriti), il poeta può
imbastire un dialogo serrato anche con il pane e con l’olio (“dormo per non
morire, un coltello/tra le mani il pane e qualche goccia d’olio/in fronte che
qui dicono santo”).
Palumbo nutre un amore sconfinato per il suo lavoro e per la vita
esperita (“mi sono lavato nell’acqua dei pomodori/in una bagnarola color del
cielo di settembre/mi rialzo e me ne vado pieno di semi/e senza niente”).
Il poeta è molto assorbito dagli ordini d’acquisto (“la testa brucia
fra le comande/di quelli là dal venire a prendermi/e a mangiarmi vivo”).
La fame è un bisogno vitale, naturale, fisiologico (“una percoca che sa
di sole, la lingua/chiusa in un guscio sottile, la fame/non ha parole,
dimentica tutto”).
Fra mondo animale e vegetale c’è una sorta di sintonia d’intenti, tanto
che “una lumaca amara brucava/nel cuore della scarola/”-era scritto sulla
foglia-/nel suo lento sparire consumava l’aria/lasciando bava al posto della
storia”).
Palumbo è consapevole che il soldo è del soldato, ma l’autore ripudia
le armi, agogna solo i vagheggiamenti (“io non sono armato/se non di pochi
sogni e qualche spiedo greco/ecco, nient’altro, questo:/la testa nel pane, il
cuore nel bicchiere”).
Marcello Buttazzo

