VITA


 di Marcello Buttazzo

Cieli di chiome e barlumi di luce elargisci a piene mani. “Fragile la vita”, dicesti in un trasalimento d’anima. “Melanconica la vita”, rammentasti per voler ricucire i tuoi vissuti. La vita è ciò che è: clamore, stridio di ragazzi, voci della luna nell’albeggiare selvaggio. La vita è l’insopprimibile gioco, quando protesi a catturare fermenti di gioia, a volte, il dispiacere ci assale. La vita è ciò che resta e non passa: fragore turbolento quieto all’improvviso, oltre la cupezza dell’insensibile giorno. Penso, talvolta, che vorrei portarti alle soglie d’una notte elettrica e sensuale per vedere con te le stelle silenziose e la falce di luna. Vorrei che tu risvegliassi il greto d’un sogno non più inaridito. Troppo fulgore giace tra ciottoli e ghiaia. Vorrei portarti con me. Vorrei condurti a bordo d’uno stratagemma per nutrirmi del tuo pane cereale. Vorrei bere dal tuo seno l’ambrosia divina. Divorare le tue labbra, sfiorare il tuo scenario di capelli. In grembo alla tua anima riposa tutto il bene del mondo.


Vincenzo Irolli (Napoli, 1860 - 1949) - Il bacio


La vita, soffio sottile, corsa, rincorsa, spazio d’attesa. La vita delle note taciute, delle frasi spezzate, delle memorie perdute. Giardino serale di fiori straniti, la vita, quando il cielo s’illuna di vicende plausibili. Ti vorrei davvero vedere nel mio giardino. Il fiore blu ardesia è solo un ricordo del freddo inverno, reminiscenza di te. Tu non dirmi che il tempo è un bimbo che piange. Non dirmi che il tempo è un bimbo smarrito. Questo è il giorno, una scorribanda, uno scorrimento. E tu mite di presenti nel tuo nudo rosa. Ti presenti vestita di sposa, che percorri i viali alberati di paese, i viali sempiterni. E l’esistenza decidua, l’esistenza che fugge e non si ferma. Ogni mattina ti vengo a cercare nelle contrade affollate della mia anima. Ti cerco e ti ritrovo ogni mattina quando canta il gallo. Tu ti fermi, mi guardi, e ti giochi a dadi coi santi il piccolo destino. Le voci sussurrate, gli spazi accennati, di ciò che sarà.

Tu, presaga e maga del mio futuro, àncora sospesa su imperturbabili cime. Nel tambureggiamento delle ore ti vedrò interrogativa domandare l’eterna margherita. “Il m’ama, non m’ama”, è un gioco ozioso, dicesti. Meglio l’impreveduto, l’incedere lento, che preannuncia pace e battaglia. Meglio, molto meglio l’aleatorietà degli eventi. Meglio la precarietà. E tu, maga prediletta, scrivi a chiare lettere di inchiostro e di sangue tutta la titubanza del domani. Nel giorno che fluisce, scorre, più d’ogni cosa rimane vivo e intatto il sogno. Sogno di fanciulla. Sogno d’oro nel luccicare d’amore. Sogno periferico sui corpi sfiniti e dimessi di poveri migranti avviliti, feriti a morte, nel corpo, nel cuore. E quel pensiero di celeste cielo, che sempre agognammo di là delle strettoie implacabili della morte. Sogno d’amaranto che trasvola nell’altrove come polline d’argento.

Sogno. Solo sogno. Vivamente ti sogno fanciulla delle interminate primavere, giorno di sole senza pena, barchetto ebbro, clamore di tuono sulle creste dell’onda. Il sogno non passa, non muore, nonostante la perfidia delle ore e la fatica emotiva d’affrontare questo presente. Il sogno mai s’avvilisce. Vagheggiare l’attimo e l’infinito, la gioia, il dolore e il suo superamento, mestiere supremo dello stare al mondo. Non è solo ricordanza, vana reminiscenza, ma analisi ponderata del momento. Ambire il sole di notte, il soffio dell’aurora, e poi la carezza del giorno, non è meteorologia di eventi, ma piccola rivoluzione esistenziale, sobrietà di vedere il mondo girare a quote più normali. Il tempo. Il tempo scorre, trascorre vola, e ci porta nel suo altrove.

Passa il momento, gli anni s’accollano come grani d’un laico rosario, ma inesausta persiste la voglia di scompaginare il tempo. La voglia d’amare intensamente il giorno e la notte, il meriggio, le stagioni perse, gli angeli di passaggio, il sangue imprigionato. Fluiscono gli anni, ma sentirsi addosso, sulla pelle, il profumo d’una musa assente è la più strepitosa cifra d’una gioia invincibile. Il tempo. Fanciullo scarmigliato, il tempo, che scompagina gli accadimenti e vola. Vola veloce, lento. Con i sogni dentro. La vita va vissuta ineludibilmente amando. La vita va traversata vivendo. A volte, ti penso amica dei mattini lontani. E se scivolasse negli scantinati senza fondo dell’oblio ogni patema, ogni travaglio? E se dimenticassi le vestigia del passato dolente, ogni traccia sofferta, archeologia di ciò che fu? Se io tornassi a pensare la vita come corsa e rincorsa, stratagemma d’amore? Ti vedrei nel tuo prato di fiori fanciulli, tu che parli agli arcangeli, carezzi i gatti, e giochi con i tuoi bimbi, il cui sorriso è d’oro. Sono d’oro come il grano anche le risa dei tuoi bimbi, che gialleggiano nel sole e per le strade di paese. E accendono il giorno di significati nuovi. C’è un sole stamane che batte, non verrà mai la notte, l’intorpidimento stamane non verrà. La scia del tuo sorriso apre mattini. C’è una luce per le vie. Il tuo sorriso m’accora, è slancio radiante, trasognato come un sogno ad occhi aperti, che ritrovo inesausto fra le pieghe del mio tempo fuggiasco.

Marcello Buttazzo