di Marcello Buttazzo
Seguo le tracce della musa che non esiste. I suoi cieli sono azzurri, lumeggiati dai soli ardenti. Soli assettati d’immaginifiche visioni, arresi al chiarore vivo, che entra nelle ossa e non ti lascia. I prati della musa che non esiste, a maggio, rosseggiano di papaveri e di zolle sanguigne bruciate dal tempo. Prati come sentieri d’amore da percorrere a piedi nudi.
La mia musa che non esiste
tratteggia i suoi cieli lapislazzuli come arabeschi. La musa che non esiste è
viola d’inverno, viola del pensiero. È rosso di giorno, rosso d’amore.
Caleidoscopio di colori nei giardini marezzati dell’anima. E poi, il rosa, il celeste,
il giallo, gioco all’incanto. Una tavolozza di colori naviga nel sommerso ed
emerge alla luce. Una tavolozza di sentimenti, che sono esistenziali mutamenti.
La musa che non esiste è il frutto ambito per tutte le stagioni, cibo prediletto, ambrosia divina, di là di questo tempo scontento. Seguo la scia della musa che non esiste. La musa trasognata, solo vezzeggiata e vagheggiata nei meati della mente. Eppure, a volte, sono stanco e spossato dalle notti insonni, sono prostrato e non voglio più sentir parlare di irraggiungibili e sdegnose chimere. Sono stanco, a volte, di desiderare istanti vitali e qualcosa che non esiste. Però, come un sussulto, come un trasalimento, mi fermo ai crocicchi del vento, ai bordi del giorno. E misuro il tempo, il suo scorrere lento. Sono immobile nel mio cantuccio solingo (la mia stanza), ma in movimento con i miei pensieri. Penso e ripenso alla musa che non c’è, che non si manifesta. Vedo egualmente il suo viso di gerbera, che non esiste. Ma è il più bel fiore da guardare piano. Il suo corpo è da agognare, sublime il suo spirito. Il suo seno di pane è nutrimento per le stagioni di carestia, una fonte di vita per la mia insaziata sete d’amore.
Non esisti musa benedetta, ma ti
sento e ti vedo.
Ti vedo sempre in una divinazione
di stelle bianche. Con la musa che non esiste al mio fianco, non torneranno le
notti scure, svaniranno le paure, le soverchie ansietà. Con te al mio fianco,
musa solo pensata, solo immaginata, un fulgore, un bagliore. Solo un bagliore
di sole per le perenni aurore, quando il cielo si squarcia d’uno strabilio
soffuso. Con te al mio fianco, musa che non esisti, un sogno, un piccolo sogno
da esperire. Con te non torneranno le notti sconfitte, perse, quando stelle
perverse bevono asprezze nel pozzo della luna e si giocano a dadi l’esistenza
nel cerchio d’argento, truccando le carte dell’alterna ventura! Non è più
avvilito il mio tempo interiore, se solo riesco a prefigurarti nel tuo nudo
rosa. Se solo riesco a intuire la natura del tuo essere assente.
Ora s’invola ormai il mattino, il
buio è solo un ricordo. Il tuo sorriso di perla lumeggia già le strade. Anche
se non esisti. Non esisti, ma come turbine di vento, come lampo d’un momento,
mi vieni accanto e mi parli di te. Stella della sera, corallo, angelo di
strada. Sei sogno ed eternoritorno. Sei notte scura che passa e aurora
che rifiorisce. Sei il tempo che mi basta e più non fugge. Sei il tempo che più
non mi ferisce con le sue lance affilate e con i suoi chiodi di mestizia. Sei
quel che sei. La corsa ininterrotta di chi s’arresta e s’estasia di tanta umana
bellezza. Anche se non esisti. Stilla, lucore, il tuo viso, l’ampio sorriso. Tu
dicesti: “La vita s’affronta piano piano”. Tu ami la vita, le sue minuscole
cose, le sue scaturigini, le sue propaggini, ciò che s’addentra nel fondo del
fondo. Tu desideri la vita, le sue gioie, i piccoli piaceri. Sai trasformare il
dolore. Sai mutuare ogni intimo travaglio, fai del trambusto una serafica
accettazione. Per me l’esistenza è sovente ansietà di vivere e paura
d’esistere.
L’esistenza spesso mi spaventa, e
mi chiudo a riccio nel mio rinserrato fortino esistenziale ed emotivo. Ma tu,
musa che non esisti, mi solleciti: “La vita va traversata vivendo”. Mi invogli
a navigare pazientemente in mare aperto sul vascello del tempo, sul barchetto
del sogno. Anche se non esisti, la tua cura è pressante, la tua premura è
vitale. Il tuo è un esperanto d’amore, musa solo immaginata. Le parole, i
gesti, le frasi taciute, i silenzi, come un codice che tu mi mandi. Tu non sei
solo carne e sangue, nervi e ossa, tu non sei solo spirito che avvampa. Tu sei
come una laica preghiera che nessuno ha mai detto, che io recito ogni giorno ad
alta voce. Sei mare che io traverso con il mio battello rapito, perché ho
bisogno di te. Sei la mia sponda, dove mi fermo, staziono, sosto con la mia
dirompente ansietà per sentire la fragranza del giorno. I tuoi occhi splendono
e allontano ogni male. E tengono a bada le ricorrenti melanconie. Tu sei il
medicamento sulla ferita, calia preziosa da custodire nello scrigno più intimo.
Sei quanto di luce che danza. Sei il tempo che scorre, ma mai passa, perché
ogni istante m’estasio di te. Sei la laica religione del mio quotidiano,
rosario che sgrano avidamente. Anche se non esisti.
Marcello Buttazzo
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Calliope di Cosmè Tura, 1460. National Gallery Londra. |

