"Aspetto la povertà della notte/gli occhi chiusi a cambiare la storia"


di Marcello Buttazzo - 

La pugliese Serena Mansueto ha pubblicato nel 2020 per Eretica Edizioni la raccolta di poesie “Travestimenti”. Nel 2021, un suo racconto è apparso nell’antologia “C’era una nota in Puglia” (Besa Editore). Mansueto è stata inclusa nell’antologia nella nuovissima poesia pugliese “I cieli della Preistoria”, edita da Marco Saya Editore (2022) e suoi inediti sono stati pubblicati nella rivista cartacea “Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea” di Raffaelli Editore. Alcuni suoi componimenti sono comparsi nella rubrica “La bottega della poesia” di Repubblica- Bari, a cura di Vittorino Curci. Scrive su riviste online e cartacee.

Nel maggio 2024, Serena Mansueto ha pubblicato la raccolta di poesie “La statua inesistenza”, edita da L’arcolaio, nella collana diretta da Gianluca D’Andrea.

Piccolo, piccolissimo, il seme
ancorato come una goletta nella rada
crea il suo nido nel nucleo di luce.

Un messaggero scodinzola da vicino
sullo strato del vetrino, è la storia dei secoli
dei secondi fitti a ingrandire il mondo.

Un solo insieme agli altri, un esercito
di foglie con i rami sguainati
e un frullo d’ali nella confusione di fedeli

abbacinati dalla goccia-uovo: come loro
segna una devozione
un respiro al futuro.

Ne “La statua inesistenza”, che evoca un doloroso cammino, Serena Mansueto mostra chiaramente tutta la sua grazia femminile, la sensibilità profonda, la tenerezza, la delicatezza. Mansueto esprime il travaglio d’un accadimento intimo con una poetica raffinata, ricorrendo sovente a figure retoriche sostenuto e al mito, sempre con un atteggiamento desto, immersa in una realtà effettiva riconducibile al presente. Mansueto è una poetessa morbida ed elegante che crede intimamente nel valore maieutico della parola, che lei impiega con contegno, con discrezione, con cura, con premura. In una nota finale dell’autrice s’insiste sul fatto che è irrilevante e secondario per il lettore rintracciare elementi di autobiografismo in questo libro. Certo, ne “La statua inesistenza”, vengono cantate con un linguaggio lucido, studiato, ricercato, pulito, vicende precipue, personali, ma le evenienze umane simbolizzano sfaccettature che possono accomunare tante persone. Le storie si trovano sovente nel solco di ciò che scorre nell’intimo, nel sommerso del non-detto. Secondo l’insegnamento della valida poesia, si può dire che queste storie escano dall’angusto giardino del personale per abbracciare un vestimento universale. Serena Mansueto scrive nella sua nota: “La statua inesistenza segna, quasi, una maturità appena raggiunta, vale a dire un passaggio dall’età dell’incoscienza all’età della conoscenza, laddove, per quest’ultima, si possa – e si voglia – intendere un processo di ricerca e di impegno personale nei confronti della poesia, con un atteggiamento e un approccio maggiormente profondo rispetto al passato”. 

Anche se ne “La statua inesistenza” si procede con una sofferenza bruciante nel petto (e quel “piccolissimo seme” emoziona e commuove), prevale una forza placida dell’autrice, che riesce a tratteggiare eventi biologici (la fecondazione) e vissuti ospedalieri con uno sguardo meticoloso, potente. I fatti biologici ed embriogenetici (come la goccia- uovo, il seme) vengono descritti con una bellezza linguistica assoluta, con un nitore espositivo che incanta. Mansueto ha portato avanti, verosimilmente, anni fa, una fecondazione assistita che non ha avuto un esito finale positivo (“Ho portato un figlio-solo nella voce-/l’incastro della pancia sull’orlo dei vasi/la conversione delle ossa, un nuovo atrio/ da arredare”). La poetessa si muove su un terreno complesso con sapienza. Trasvola, la poetessa, con i suoi versi limpidi fra un dentro e un fuori (interiore ed esteriore), fra ciò che accade in un mondo emotivo, fisiologico, conoscitivo, e ciò che si verifica nel mondo dell’esperienza. All’interno del corpo ha ospitalità un seme piccolissimo, “un germoglio d’acqua nell’utero”, mentre fuori “nella sordità del pomeriggio/le persiane allineate/il vento disposto in ordine sui prati”. Si dispiega la vita anche come sogno (“Abbiamo guardato i nostri volti, i sogni/dentro ai chicchi di giugno”). Nell’esteriorità il tempo scorre con il suo passo lento (“Hanno opposto resistenza/il fico d’india sul ciglione, la crepa issata/sul pane. La stagione stava per accadere/tutto dentro al tronco”).

Ne “La statua inesistenza” si cammina passo passo con Serena Mansueto in un gioco emozionale, come abbiamo detto, fra interiore ed esteriore. Osserviamo attentamente quel piccolo seme (“Compone lo stato osseo del guscio/di luce, una primavera più interiore./ È un laboratorio nella pancia”), mentre, si sa, che “nel buio si formano le stelle”. “La statua inesistenza” comprende trentanove poesie. Scorrendole si ha l’impressione che vivido sia il senso della vita, del desiderio, del vagheggiamento; epperò, c’è anche contezza della morte. Sicché potremmo dire che la vita e la morte siano in un rapporto dialettico, in un dialogo fitto, in compartecipazione. E la visione dell’autrice è un po’ realistica, un po’ trasognata. A un certo punto della raccolta, la gioia si tramuta in assenza, che tuttavia non è vuoto, non è perdizione nichilistica. La gioia diventa la statua, per l’appunto “La statua inesistenza”. Mansueto coi suoi versi redige una laica preghiera, che oltrepassa l’assenza, e vince perfino la morte. Quel “piccolissimo seme” che non ha visto la luce, in certo modo, rimarrà sempre vita (“Abbiamo dato un nome, la certezza di essere stato/di essere stata./Seminato e raccolto nella divaricazione alla vita/il tuo nome Argento è ritornare/nel tempo, essere nella bocca fra le fioriture/e le rovine della lingua, nella gibbosa crescente/o calante”). Il libro è suddiviso in quattro sezioni, che fanno balenare diversi momenti e vissuti. Ci sono distici di Antonia Pozzi, di Derek Walcott, di Cristina Campo, di Cesare Pavese. Il poeta delle Langhe Pavese cantava: “Tu sei come una terra/che nessuno ha mai detto”). E la poetessa, riferendosi al suo minuscolo fiore, amaramente sostiene: “Il tuo nome è impronunciabile/non ci sarai/ nella composizione dell’alba, per la prima luce./Ho perso una cosa mai detta”. Mansueto, in apertura, dedica la sua opera “a chi ha scelto di aiutare gli altri”, facendo notare come la solidarietà e l’empatia siano mansioni irrinunciabili per una comunità di cittadini, di cittadine. “La statua inesistenza” è un viaggio intensamente emozionale, il trapasso dall’attesa, dalla serenità, fino alla desolazione, è facilmente rintracciabile. Tuttavia, negli occhi della poetessa traspare un lucore che non conosce obnubilamenti, ma solo fiducia (“C’è una strada incenerita nel caldo d’agosto/il colostro alla riva s’inchioda sugli scogli/una schiuma batte sul viso/aspetto la povertà della notte/gli occhi chiusi a cambiare la storia”).

Marcello Buttazzo