L’idea di costruire, la poesia di Dario Goffredo

 

di Marcello Buttazzo -

Il leccese Dario Goffredo ha pubblicato “Atti minimi di sopravvivenza” con le edizioni Spagine (2016) e “Alfabeto affettivo” con Musicaos Editore (2020). Inoltre ha partecipato alle antologie “Tu quando scadi?” (Manni Editori, 2005) e “I cieli della preistoria. Antologia della nuovissima poesia pugliese (Marco Saya Editore, 2022). Sue poesie sono apparse su diverse riviste e blog letterari. Nel settembre 2024 il poeta salentino ha dato alle stampe la raccolta di versi “L’idea di costruire” con una nota di Anna Chiara Strafella, edita da Collettiva Edizioni Indipendenti. Il libro fa parte della collana Prose minime a cura di Simona Cleopazzo e Stefania Zecca.


L’idea di costruire è suddiviso in sezioni: Il rituale; Steve Mcqueen; La carne e la morte; Un volto e un culo; Italia- Inghilterra; Ninna nanna.

“L’idea di costruire” si apre con una dedica particolare: “A Sandra,/ che tu possa essere nuda,/ che tu possa essere libera”. Una dedica sentita, partecipata, perché auspicare per la donna amata il raggiungimento della libertà, in un’epoca soffocante, è come sognare per lei tutto il bene del mondo. In un tempo che opprime con le sue sovrastrutture, con le costrizioni imposte, la nudità è una mansione benedetta. Sono innumerevoli le evenienze che coprono e inficiano la nudità (che vuol dire eminentemente essenzialità) di vestimenti fallaci e ipocriti. Il tempo che traversiamo è quello che è. Le nostre storie e i nostri vissuti ci portano ineludibilmente a prestare ascolto e a dare rilevanza alle eredità culturali. È vero, paghiamo anche un retaggio della tradizione cristiana e cattolica. Sovente siamo costretti a rapportarci con il senso di colpa, con le colpe di altri. I padri ci hanno detto chiaramente che faremo i conti con la colpa. Tutta la nostra educazione di figli ci ha fatto scontare un peccato, che di fatto non abbiamo commesso.

In una nota di lettura Anna Chiara Strafella scrive, fra le altre cose: “Le generazioni sedotte dall’idea di costruire hanno ritenuto di poter attraversare gli ultimi decenni del Novecento con la dignitosa continuità che il passaggio di testimone con la generazione precedente gli avrebbe garantito, una traslazione se non di saperi pratici quantomeno di consegne ideali di indiscutibili basi certe, di implicazioni non contrattabili (il pubblico e il privato come cartina al tornasole l’uno dell’altro, la demolizione delle fedi inique, la coltivazione di una-una qualunque- promessa di liberazione”. Insomma, l’idea di costruire come segno di riconoscenza da pagare ai padri per vedersi perdonare la sazietà di figli liberi di godere libertà già conquistate e principi già assodati. Noi figli non abbiamo commesso alcun peccato e passiamo il tempo a tormentarci e a congetturare su qualcosa che ci opprime. Noi figli, in tutti i modi possibili, abbiamo provato a prendere le distanze dai padri, ma purtroppo non siamo riusciti ad oltrepassare l’impasse.

Ne “L’idea di costruire” Dario Goffredo ha indagato molto accoratamente e accuratamente su se stesso, sulla propria interiorità. È sceso nel profondo delle stanze più intime e più recondite della propria sensibilità, con la perizia d’uno psicoterapeuta poetico ha portato alla luce intricati grovigli da sbrogliare (che è riuscito a dipanare) e zone d’ombra. Goffredo non si ferma affatto a ciò che appare in superficie, entra con la lente del poeta fra le pieghe più significative dell’esistente, ci offre una visione piana delle cose del mondo. Ne “L’idea di costruire” Goffredo riesce con un escamotage analitico e lirico a trovare una soluzione quasi salvifica. La colpa diventa desiderio, capacità di vagheggiare qualcosa di nuovo. A un certo punto il poeta sembra soccombere sotto i fendenti d’una salute precaria, tanto che fa capolino stringente la morte, che diviene compagna di Goffredo. La morte non è, però, implacabile, invasiva, invadente: essa non riesce a vincere la sfida con il poeta, il quale, visceralmente attaccato al desiderio, riesce a legarsi strettamente alla vita, con l’aiuto anche d’una infermiera, del suo sorriso radioso e del suo culo rotondo. Dario Goffredo sente addosso il fiato della nera Signora con la mantiglia scura, ciononostante non la abbatte, non la irride, ma la contempla, e con un salto si abbarbica alla vita. “L’idea di costruire” è una raccolta poetica intrigante. Lo stile scritturale è molto curato. L’interpunzione è ridotta all’osso. Talvolta la versione più propriamente poetica cede il passo ad un andamento più prosastico. “L’dea di costruire” è la celebrazione del desiderio, d’una vita quotidiana giocata sulle cose semplici e umili, d’una concezione dell’esistenza nuda.

 


Fin dall’inizio della raccolta Goffredo fa i conti con la morte (“e ho guardato la morte che è sempre morte e mentre la fissavo essa mi/ha fatto riflettere su alcune cose e su altre di cui non è il caso di parlare”). Se la vita fosse davvero bella sarebbero sufficienti quattro passi in città “con nelle orecchie l’amore che è carte da decifrare ma le uniche carte/che abbiamo davanti sono quelle del notaio o le bollette da pagare”.

Nella sezione “Il rituale”, il poeta sostiene che la morte lo prese per mano. I rituali di resurrezione mnemonica di Goffredo iniziavano a funzionare “e vennero fuori alcuni episodi o aneddoti appartenuti a una memoria vissuta o una memoria tramandata da un io bambino”. Con una figurazione altamente poetica Goffredo afferma che la morte lo riportò al giorno in cui incontrò la tetra Signora nella faccia seria dell’amico che aveva perso la madre (“durante la mia breve catabasi mi ritrovai a giocare con i giochi del/ mio amico che erano sempre più nuovi e costosi dei miei”).

A Sandra il poeta raccomanda di non affidarsi alla resurrezione mnemonica “che potrebbe comportare/ spiacevoli e imprevedibili effetti collaterali/come tutti i rituali”.

Nella seconda sezione “Steve Mcqueen”, a tratti, prevale uno scorrere quasi prosaico. Continua il racconto di Goffredo (“un uomo propose di eliminare ma i ricchi non furono /d’accordo e provocarono una rissa tra i poveri”). E ancora, “una persona devota disse che era il sesso la causa di tutto/ i libertini ne furono offesi e si dovette dunque aspettare che finisse l’orgia/che ne nacque”.

Con andamento anche lirico il poeta canta il pensamento che gli naviga dentro, ed è un pensiero di libertà e d’amore (“Quando anche l’ultima donna/si sarà chiamata libera e tutte/le ferite saranno sanate/e la povertà una scelta di chi la desidera/ Allora/forse potremmo smettere di scrivere/e seduti sotto i grappoli d’uva/finalmente stupire/del rumore che fa il sole fra i rami”.

Nella sezione “La carne e la morte” è presente il senso di smarrimento (“abbiamo sentito madri/che ci hanno insegnato che eravamo polvere/e padri che ci hanno detto/che faremo i conti con la colpa”).

I versi di Dario Goffredo sanno essere delicati:

È sempre bella Castro d’inverno
hai visto il castello
e il mare dall’alto
che arrendersi al bere
lassù è quasi bello.
Hai visto Castro d’inverno?

Goffredo, ne “La carne e la morte” avverte forte il sentimento della vita, del desiderio. A lui piace la porzione della pelle nuda dell’amata e fare l’amore mentre Arnoldo Foà nello stereo legge “Il lamento di Ignacio” di Federico Garcia Lorca. Ne “La carne e la morte” campeggia anche la nera Signora, la quale confidò al poeta di aver ispirato André Fraysse “nella creazione di Arpege di Lanvin, uno dei profumi preferiti di Lady Diana. Goffredo ha una concezione partecipata, totale dell’amore vissuto, esperito. Il suo non è anelito di possesso, esprime più che altro la possibilità d’entrare con l’amata in una sana simbiosi di piacere e d’umana bellezza:

Con quel corpo che è tuo e sento quasi mio
quel corpo che riscalda il mio corpo
che se piacere prova lo provo anch’io
in questa palude che è triste preludio.
In questa
palude di niente.
Che se è corpo è fatto di sangue è fatto
di magia è fatto di ossa il corpo che è tuo
ma che si fa mio.

Goffredo impiega l’arte dello scrivere con l’intendimento chiaro di creare armonia (”Per gli amanti scrivo/per chi cerca in silenzio/per i sorrisi fatti di denti/e la notte che li segue”). Il suo senso di libertà e di consapevolezza è marcato (“ognuno di noi dovrebbe prendersi il tempo necessario a redigere un/personale canone aureo di tutto ciò che conta un catalogo- mondo”). Alcune cose che andavano di moda negli anni ’60 e ’70 e che hanno smesso di andare di moda (“il libretto rosso di Mao, i jeans a zampa di elefante, l’amore libero, le tette di fuori, il campeggio libero, la classe operaia va in paradiso, gli hippies, le spiagge per nudisti, due amici, una chitarra e uno spinello, i film di Godard, i radioamatori, i cantautori).

Nella sezione “La carne e la morte” c’è un dialogo intenso con la morte (“la morte mi ha detto che ricorda benissimo quel pomeriggio/ in cui morì Ignazio era seduta di fianco al poeta la morte si nutre/ la morte vive”).

Nella sezione “Un volto e un culo” la salute del poeta viene fortemente segnata. Epperò prevale il suo spirito di conservazione, il desiderio diventa pensiero dominante capace di tenere a bada la nera Signora.

In questo stato di sofferenza si staglia salvifica una donna, un’infermiera (“c’era un’infermiera più dolce delle altre il cui volto rimarrà per/ sempre un mistero ma la cui voce mi ha accompagnato indietro il/suo volto rimarrà un mistero ma lo credo molto bello”). La salute traballa sensibilmente, per il poeta viene utilizzata la cosiddetta macchina cuore- polmoni, un supporto meccanico che funziona da pompa del sangue (“allo stato attuale della ricerca medico- scientifica non si è giunti/alla realizzazione d’una macchina che svolga le funzioni di /produzione e elaborazione dei sentimenti”). L’infermiera aveva gli occhi e i capelli chiari e una voce accattivante. Tubi e aghi che invadono il corpo consentono egualmente a Goffredo di nutrire il desiderio e di pensare e guardare il culo portentoso dell’infermiera.

Il poeta indugia su vari pensieri (Come, ad esempio, il Gramsci acquistato alla fiera del libro di Bologna, il ricordo del nonno, della Lettera 22, dei libri di poesia), mentre l’infermiera dallo sguardo dolce lo sottopone a una tricotomia totale, lava il suo corpo, sfiorandone delicatamente ogni parte (“ha guidato il ritmo del mio respiro con la sua voce dolce ninna/nanna del ritornare in vita l’infermiera dal bel culo”).

Fra aghi, tubi, cateteri, bruciore, dolore, respiro affannoso, svenimenti, strappi, fuoco, ciò che trionfa è l’amore per la vita.

Goffredo, forse non è un cattolico praticante, purtuttavia dedica la sua preghiera alla Madonna degli scartati (“proteggi gli usurati/noi che proviamo a scrostarci di dosso/la colpa come vecchia vernice sgrattata/ noi ti adoriamo signora degli sfiniti”).

Nella sezione “Italia- Inghilterra”, Goffredo rammemora ciò che accadde allo stadio di Bari ai Mondiali del ’90 con Totò Schillaci che segna il rigore e fa esplodere lo stadio. E, intanto, la bella e dolce infermiera sorride, mentre il poeta è sopraffatto dalla nausea. Anche la morte sorride. Però il sorriso dell’infermiera è più permeante e, grazie all’infermiera e ad una iniezione, la nausea passa.

Con i versi, con l’apporto della scrittura, Goffredo offre spiragli alla rimembranza. Ricorda il grande Moser, il gelato al bar, l’orzata della nonna. Gli anni passati. E, nel frattempo, pensa ai seni di lei e alle colpe dovute patire a causa di altri (“Un velo nero mi riporta al presente./È te che voglio. Senza giudizio/e senza alcun orgoglio”).

Nella Sezione “Ninna nanna”, Goffredo fa ancora i conti con la morte. Lui sa che pregare non serve a non morire, prova piano a respirare e a depotenziare i dubbi, canta per sé la ninna nanna del non morire. Ha contezza, il poeta, d’aver allontano la morte, avviluppando con lo sguardo “un sorriso e un culo che ti salvano l’anima”.

Marcello Buttazzo