Valentina Colonna, “Nelle Radici” (Nino Aragno Editore)
Valentina Colonna, poetessa di origine salentina, vive a Granada. In passato ha pubblicato tre libri di poesie: “Dimenticato suono” (Manni, 2010), “La cadenza sospesa” (Aragno, 2015) e “Stanze di città e altri viaggi” (Aragno, 2019). I suoi versi sono stati tradotti in oltre venti Paesi e pubblicati in plaquette, riviste e antologie. La sua ricerca artistica intreccia poesia e musica: pianista e compositrice, ha pubblicato tre singoli e l’album discografico “Piano-Poetry. Resonances”. È docente di Linguistica Generale presso l’Università di Granada. In Andalusia allignano le nuove radici di Valentina Colonna, che però reca sempre nel flusso sanguigno i semi ancestrali delle sue origini salentine. Da poco, nell’aprile 2026, è uscita per Nino Aragno Editore la sua nuova raccolta di poesie dal titolo emblematico “Nelle Radici”. Il libro porta la seguente dedica: Ai miei genitori. “Nelle Radici” è un avvolgente viaggio emotivo, esistenziale, sulle tracce del tempo, della memoria, della ricordanza, dei vissuti, delle nuove radici, dove gioia e dolore si mischiano in un caleidoscopio d’anima. La raccolta è anche un viaggio geografico alla scoperta di culture, tradizioni, storie, sospeso fra incanto e disincanto. “Nelle Radici” è suddiviso in cinque sezioni: “Tempo della dissolvenza”; “Radici”; “Radicamenti”; “Il doppio numero. Canto per Granada”; “Quadri cileni”.
Valentina Colonna è una poetessa che impiega il medium della scrittura per esprimere emozioni, sensazioni, per descrivere luoghi e stati d’animo, per rappresentare il mondo dell’esperienza e l’esistente con un linguaggio chiaro, intellegibile. È una voce pulita che sa entrare in sintonia con la voce degli altri, delle altre, in uno spiccato anelito universale, che poi è il più valido insegnamento della poesia. Colonna, di certo, ha conosciuto il travaglio e la solitudine esistenziale. Ma per lei queste evenienze non sono una iattura, ma un cimento sostanziale per poter scrivere, per poter cantare. Leggendo i suoi versi, si ha la fondata impressione che Valentina Colonna, poetessa trasognata, ma fortemente ancorata alla realtà effettiva delle cose, sappia mediare, modulare e trasformare il dolore, facendo leva su un immenso amore che le naviga dentro, nel connettivo delle ossa. La variante tempo è molto pregnante nelle sue poesie: non è il tempo astronomico ad interessare l’autrice, ma il tempo dei vissuti, dello spirito, il fluire e lo scorrere dei momenti, degli attimi, che lei vive intensamente. Colonna è poetessa d’amore. L’amore è un suo pensiero dominante, è la materia viva, la carne vivida e spirituale che ci rende desti e allontana la morte, la tetra Signora con la mantiglia nera. “Nelle Radici” è un percorso d’umana bellezza.
È, forse, importante più che mai sradicarsi dai paesi natii, amare,
lambire, abitare nuove terre, provare perfino una sensazione di spaesamento, di
straniamento, ma al contempo essere persone con una forte capacità di
adattamento culturale, prerogativa essenziale per desiderare e abbracciare
nuove radici, portando sempre nell’intimo però le radici di provenienza. E
Colonna, da quanto si desume dalla sua raccolta di versi, ha saputo incontrare
in Andalusia, di là dell’iniziale spaesamento linguistico, tutto l’amore del
mondo.
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L’autrice sa respirare e vivere il suo ecosistema, la sua casa, sa far approfondire radici, che sono segno, simbolo d’appartenenza e perseveranza. In una nota finale Angeles Mora, a proposito della raccolta “Nelle Radici”, scrive: “Uno sguardo fatto di conquiste e perdite allo stesso tempo: la felicità per ciò che si colma pienamente, turbata dalla consapevolezza della sua fugacità, delle miserie, dei dolori che pure ci avvolgono. Fin dalla prima poesia di questo libro si apre la ferita attraverso cui respireremo sino alla fine: il cammino di un pensiero, poetico e vitale, profondo, che ci porta a percepire come eterni quelli che in realtà sono momenti di felicità”.
“Nelle Radici” è un viaggio passionale e spirituale. Colonna non ha paura di traversare anche il travaglio, perché la sofferenza è una nota distintiva e ineludibile degli umani, ma riesce a colmarlo con il suo adamantino sentire umano, riesce a saturare ferite e a lumeggiare zone d’ombra. Colonna ha una cura particolare della parola, che viene utilizzata con certosina attenzione. Il verso sovente è lungo e, nello svolgersi della poesia, appaiono squarci di puro lirismo, perché l’autrice è molto devota alla musica del respiro, sa compendiare con maestria musica, sonorità e parole. Dobbiamo, inoltre, dire che nella raccolta “Nelle Radici” campeggia una Natura straripante e illesa. In una nota dell’autrice si può leggere: “In questo libro si incontrano alcune parole in lingua spagnola: esse esprimono non solo il desiderio di far emergere dalla pagina le sonorità di alcuni luoghi di tradizione ispanofona ma anche il frutto di quella compenetrazione linguistica e culturale che nasce dai viaggi radicati e dell’emigrazione. Ciò è legato in particolare alla mia vita in Spagna nel 2019 e a partire dal 2023, oltre che a un’esperienza di ricerca in Cile, nel 2024”.
Nella prima sezione “Tempo della dissolvenza” è evidente la mansione
del tempo astronomico che non esiste, “ma la memoria all’improvviso riporta la
durata”. Rivolgendosi ad un interlocutore, al suo lunghissimo silenzio, la
poetessa afferma: “Tu esisti sempre./Questione di cercare/il finestrino
d’aeroplano da cui ancora ci guardiamo”. Mal volentieri Colonna si piega
all’ineluttabilità (“Ma è insostenibile accettare/che il nostro amore/se lo
porta sempre via la morte”).
La dimenticanza esiste per pochi fugaci attimi, perché la memoria del
dolore è un qualcosa che evoca, trafitto nella gioia del sole da un passerotto.
Colonna è particolarmente legata alla memoria, ai suoi riverberi (“Inventare
gli orizzonti mi soffia dentro la forza/radicante/che è guardare in faccia la
tua per sempre assenza”).
La poetessa sa attraversare il travaglio della perdita (Addio. Addio,
amore, a tutto quello che saremmo”). I canti di Colonna sono canti sonori,
canti d’amore totale (“Questo è un canto innamorato senza tempo né ore:/voglio
di noi tutto. Tutto lo schianto, amalo”. Lei è consapevole che
dell’interlocutore può scrivere, chiusa in stanza, “le più dolci forme della
tua assenza” (“Tra le mani anche il sole si protegge,/mi regge mentre
guardi,/chiudi gli occhi e voli via”).
In “Tempo della dissolvenza”, la Natura è incontaminata, popolata di
ciliegi selvatici, farfalle in fuga, calabroni, libellule (“Alzo il viso a
cercati: ancora colline,/ancora mare, tutto il mare/che in ogni volto immagino
venire”).
Colonna attende la voce di deserto dell’interlocutore prima della dissolvenza (“È giunto il tempo di interrarci/con amore,/sino a non sentire,/sino a scomparire interi per fiorire”).
Nella sezione “Radici” è vibrante la passione e la devozione per la
terra salentina.
Anche da lontano, da Granada, Valentina Colonna dedica versi delicati
ai suoi genitori. Sua madre “è una rosa color rosa antico”. In un pianto di
bellezza, suo padre “è il pettirosso che sorvola/le radici del roseto poi
sorride”. Quando l’autrice percorre i giardini del Carmen de los Martires
avverte l’odore radicante che emana l’abbraccio della mamma (“Capisco ora
soltanto la genealogia di quel profumo,/che è lo stesso di mia nonna”).
Pensando alla pineta a Baia dei Turchi di Otranto e alle feste di
paese, Colonna ha piena contezza di quanto difficile sia la dissolvenza delle
origini, di quanto sia presente dentro di sé il suo Salento (“Così il tempo
riporta sempre a casa”).
La poetessa sostiene chiaramente che un paesino del sud è stato il suo
primo grande amore, da piccola andava in bici nella piazza (“dal mondo scendo
per rivedere i miei nonni/uscire dal cimitero a giocare coi bambini”).
Le radici sono sempiterne (“Le radici le senti accomodarsi morbide/nel terriccio sul balcone, la sera, del gelsomino notturno, quando/il bocciolo si affaccia e si schiude in girandole/di salti che scorgi se volti di nascosto”).
A Ferragosto, alla Notte della Taranta, Valentina Colonna torna a
ballare, con l’onda calma di chi ha percorso tante miglia e torna a casa più
sereno (“Lascio la crisalide e imparo di nuovo a cantare./Rinasco ancora volo
rifiorito”).
L’autrice scrive con morbidezza per un amore ancora non incontrato.
Immagina la sua presenza camminarle accanto (“Mi faccio leggera per entrare,
camminarti/incontro a braccia aperte in una croce/fiorita di rinascita”).
Sradicarsi dalla propria terra e radicarsi in una nuova contrada esige
pazienza, perseveranza, etica della sofferenza, attaccamento alla vita. E nella
sezione “Radicamenti” l’autrice canta liricamente il suo approdo in Spagna,
terra di studio e di insegnamento.
La poetessa ha impiegato più di trent’anni per prepararsi a questa nuova esperienza (“Tutto il fiume che è esondato, che ha portato/dirompente/tanti detriti alla mia porta, non era che la strada/primordiale/che incamminava a una luce azzurrissima di mare”).
Nel suo viaggio solitario Colonna trova la forza e la verve di
sorridere (“È in questo silenzio che capisco/come più forte si ami il mondo
insieme”). Nel viaggio si trascorre pianamente (“Il treno passa nel bosco,
scorre le montagne,/il filo di neve delle cime e il torrente”). Le foglie la
sera dei tigli sulle strade in salita a Montmartre sembrano lunarie splendenti.
Nel giugno 2023 Colonna è a Motril (Granada). È una terra che piange di
bellezza, i paesini fanno il Paese. L’autrice dice chiaramente: “Questa gente è
anche la mia gente”, nella consapevolezza d’aver trovato un focolare e uno
spazio emotivo da vivere.
Nel giugno 2019, andando verso Cordoba, ritornano nella mente della
poetessa i silenzi degli ulivi del suo Salento (“La linea bianca
dell’asfalto,/lo spalto delle palme,/per ricordare secoli dopo che tutti
insieme ancora si vive”).
Nel giugno 2019 (Quasi Cordoba), Colonna è sulla strada che conduce a
Cordoba. Trova un ambiente familiare, papaveri aperti, alberi forti, una
chiesetta bianca, la sterpaglia che odora di casa, di legna bruciata (“La mia
casa è negli ulivi che corrono sul saliscendi/ delle piane”).
Nel percorso verso Malaga anche i cortijos (case di campagna a uso
degli agricoltori) “nelle piane si abbandonano al silenzio”.
Nell’ottobre 2023 (Almeria- Granada) Valentina è molto attenta alle
ferite della storia (“Il deserto di Tabernas racconta il tempo/che non è il
tempo dell’uomo ma è il tempo/del mondo”).
Cabo de Gata è un paesino, una frazione, un confine. Qui prevale l’aura serafica che tanto piace all’autrice (“Gli anziani sulla porta amano il mare che non muore,/la signora a cent’anni col giornale e il bambino/in mutandine che gioca sulla soglia”).
La sezione “Il doppio numero. Canto per Granada” è molto intensa e si
sostanzia come un canto unico, articolato in più parti. In una nota finale
della poetessa leggiamo: “In questa sezione, la più fitta presenza di termini
spagnoli si deve non solo a un desiderio di fedeltà primariamente
toponomastica, ma anche alla necessità di aderire ad una “musica linguistica”
del luogo inteso come spazio di intraducibilità e testimonianza della
condizione ibrida della vita all’estero”.
È un itinerario e una storia affascinante Granada. La prima volta
Colonna arrivò per caso alla plaza (la Plaza de San Miguel Bajo). Vi arrivò di
corsa (“con la più forte convinzione/di non lasciarmi intrappolare in questo
bianco,/in questo eterno che confonde la vita e i volti/dalle loro direzioni”).
A San Miguel Bajo si trova una chiesa bianca, chiusa, e si trovano anche los
arboles del amor (gli alberi dell’amore), che fioriscono in primavera e si
chiamano anche alberi di Giuda.
Qui a Granada, Valentina ha trovato un hogar, cioè il focolare, un
fondamentale spazio di cura. E, tra le altre cose, ha respirato aria di
Salento. Ha trovato las granadas (le melagrane), frutto simbolico di Granada
(“che mia nonna/ha sempre ripetuto portassero fortuna”).
Calle Santa Isabel la Real, è una piccola strada di Granada, popolata
di turisti (“A mezzogiorno in questo spazio di paese puoi sentire/ una campana
a uguale voce provenire/ dal monastero o dalla chiesa”).
La primavera granadina esplode di jazmines (gelsomini), di glicinias
(glicini) e azahares (zagare), che la poetessa sente rampicare fra i capelli.
Di sera lei sente l’odore di albahaca (basilico) e pietra innaffiata (il
petricore che scandiva le estati salentine). Lei sfiora la pianta di tomate
(pomodoro) (“si concede in un odore/che ti entra in gola”).
La casa abitata da Colonna diviene la sua “chiesa”, “l’Aurora per le
strade silenziosa si innalza, bianca,/ti bacia”. E ancora, lei può ascoltare
“le parole delle campane a mezzanotte/al Paseo de los tristes impazzite a
festa”.
All’Huerto de Carlos (piazza dell’Albaicin) Colonna ha la fondata
sensazione che “nella storia si entra dalle rovine: le radici camminano/tra i
franamenti del tempo”.
Salendo i tornanti della montagna, si incontrano le Alpujarras, anziane
signore coi capelli racchiusi in tuppi (“Hanno l’odore dei sentieri, di terra
bagnata”).
Nel “Canto per Granada” compare una descrizione dettagliata della Settimana Santa (la Semana Santa), celebrata secondo la tradizione andalusa. Una ritualità antica, che affonda scaturigini nella storia e nelle tradizioni.
La sezione “Quadri cileni” è un altro viaggio interessante sui selciati
della conoscenza. La varietà di spagnolo usata è quella cilena. Sulla scala
della fermata della metropolitana Bellas Artes di Santiago del Cile una ragazza
ride, un bambino studia pianoforte nel cortile del palazzo dove abita la
poetessa, il tempo dell’infanzia sembra inseguire Valentina (“Il tempo è un
cielo di rondine che t’insegue/e in una giostra di illusione riconduce/a strade
remote di casa, radici lunghe di mondo”).
A Santiago i cani randagi dormono stesi sui marciapiedi al riparo coi
barboni. Teneramente si può osservare “una madre e una figlia avanti negli
anni/tenersi per il dito mignolo in calle de la Merced (“C’è una bellezza del
sole che resiste agli orrori,/ai tempi neri delle perdizioni, che hanno nel
sangue/un carnavalito, spazi immensi di gioia e/contraddizioni”).
In metro a Santiago una bambina snella con una gonna nera a pois
bianchi passa a raccogliere soldi per una madre che prova a cantare (“Mi
domando per quanto tempo ancora conserverò/ di questa forza la meraviglia della
solitudine”).
A San Alfonso, un paesino sul Cajon del Maipo (che è un canyon andino)
“c’è un fiume fangoso che corre gridando”. Il fiume Maipo “frantuma le
orecchie, traporta gli dèi/ nell’acqua in detriti”.
Colonna dedica una poesia a Concepcion, città del Cile del sud. Qui
scorre il rio Biobio, uno dei fiumi più importanti del Cile (“Passano e
ripassano gabbiani albicocca sugli argini/dove posano anime che scorgi, animali
che immagini”).
“Per andare a Isla Negra si attraversano boschi/assetati di eucalipti”.
Le strade sono costeggiate dalle animitas, luoghi di culto (“In volo
all’alba la luce mai vista viola-rosa accesissima/non si lascia
catturare-micidiale aurora australe”).
Colonna scrive versi per la città di Valparaiso, dove ci sono case
povere isolate coloratissime, case impoverite appena scrostate e casette
restaurate (“C’è un dolore che rovescia per le strade/vivacissime dei cerros,
c’è un odore di lotta/e rassegnazione, che trova nei murales una narrazione/di
libertà”).
Marcello Buttazzo

