Anna Rita Merico, Se tolgo il nodo



di Marcello Buttazzo

Nel novembre 2023, Musicaos Editore ha pubblicato il libro di poesie “Se tolgo il nodo” di Anna Rita Merico. L’autrice è nata a Nola e attualmente vive in Salento. Ha iniziato il proprio percorso in poesia dopo aver vissuto una lunga esperienza di studio, pubblicazioni, collaborazioni, sperimentazioni, formazioni in luoghi legati alla ricerca sulla filosofia di genere. Fa parte della Comunità Versipelle, pubblica su blog e riviste sia online che cartacee. È nella redazione di Le parole di Fedro, Circolo Letterario Vento Adriatico, Neobar. Rilevanti nel suo percorso di vita sono stati gli studi filosofici. Anna Rita Merico s’è formata all’Università Federico II di Napoli con una tesi in Dottrine Politiche sul pensiero di Carla Lonzi. Merico conduce, da anni e anni, uno studio alla scoperta del corpo e delle dinamiche della soggettività con un rifiuto marcato del pensiero neutro. 


La copertina del libro edito da Musicaos

In “Se tolgo il nodo” Merico intraprende un viaggio poetico originale, visionario, una meticolosa ricerca filosofica, psicologica, in cui balenano non solo l’io dell’autrice, ma anche gli io degli altri, in una condivisione di intenti. In “Se tolgo il nodo” Merico non è mai ripiegata su se stessa, è aperta al flusso dei venti, affronta dolori, inciampi, cadute, travagli, e possibili vie d’uscita dai nodi esistenziali con lucidità assoluta e con un fare poetico dirompente, che attrae il lettore. Protagonista incontrastato dei versi della poetessa è l’umano, che viene scandagliato con pazienza in profondità, fotografato nei meati più reconditi del proprio sé. E un ruolo preminente, d’elezione, nel suo libro è ricoperto dalla parola. Una parola filtrata, centellinata, misurata. Una parola proferita sempre carica di senso, di significanza, che esige attenzione, meditazione. La parola di Merico è analitica, ontologicamente significativa, filosofica, poetica. È una parola in cammino, in movimento, che stabilisce un ordine. Una parola che agogna desiderio, libertà. Soprattutto un desiderio di edificare un mondo a partire dal proprio sé, senza tuttavia mai rinchiudersi in isole solipsistiche. Anzi, aprendosi all’umanità d’una composita società. In effetti, l’io lirico dell’autrice nella raccolta di poesie dialoga di continuo, fittamente, con una costellazione vasta di gente. Si parla di Covid, di persone schiave dei social, di corpi violati dalle dipendenze. Merico impiega la parola per rappresentare un’umanità che sovente si rapporta, a volte, con difficoltà. La poetessa non profetizza mai, ma s’abbandona con grazia all’incedere delle parole per evocare persone intente a sciogliere nodi, avvezze a traversare il labirinto dell’esistenza con le loro fragilità, vulnerabilità, debolezze. In uno scritto d’apertura Antonio Nazzaro precisa: “Il corpo occupa uno spazio importante in questi versi. Il vivere diventa dolore fisico in cui il trascorrere del tempo (attimo o tempo lungo?) e il desiderio d’una vita altra vestono la carne di questo versificare. Nella descrizione del corpo la parola mette a nudo una dimensione quotidiana radicata nel malessere percettivo della realtà”. La poetessa, partendo dal corpo, riesce a produrre una parola vibrante, una parola che segna, che definisce, che comunica fortemente. Una parola anche in parte salvifica, che porta gli umani ad addivenire, alla fine, ad un sentimento di pienezza della vita. 

Nella postfazione Claudia Mirrione fissa, fra le altre cose, analogie e punti di distacco fra la raccolta “Se tolgo il nodo” e la precedente produzione poetica di Merico contenuta in “Fenomenologia del silenzio”. In entrambe le raccolte è presente il richiamo mitologico. “Se tolgo il nodo” s’apre con uno stralcio tratto dal Minotauro di Friedrich Durrenmatt. Per Merico il passato è fondamentale per definire la coscienza dell’uomo contemporaneo. Noi umani non siamo solo noi, nati in uno spazio-tempo, ma siamo anche ciò che ci precede, compreso anche ciò che non conosciamo. Come in “Fenomenologia del silenzio”, anche in questa nuova raccolta s’intende esplorare il corpo femminile in puro divenire. Epperò, mentre in passato Merico analizzava il ruolo archetipico della donna facendo riferimenti a figure mitologiche della classicità, in “Se tolgo il nodo” la poetessa indaga la condizione esistenziale della donna contemporanea. La postura scritturale di Merico è veramente interessante. Per intanto, il suo linguaggio è intellegibile e al contempo elegante, con trovate liriche affascinanti. Il verso è segmentato, frammentato. Un verso libero di impedimenti e di lacci. I versi scorrono da una pagina all’altra come un fiume di venustà. La narrazione non è lineare, è discontinua, tutta protesa a far emergere sentimenti, travagli, possibilità dell’umanità. 

Nella postfazione Claudia Mirrione, a tal proposito così s’esprime: “La pagina di Anna Rita Merico è fatta di versi presenti a tutto campo nello spazio bianco, ma i sintagmi, talvolta collocati nei margini e/o centralmente, sono distanziati fra loro per il tempo d’un respiro. Ciò rende l’idea di una scrittura che, analogamente al corpo di cui essa parla, si può definire “porosa”: le parole accadono e divengono nella pagina bianca, emergono tra ampi silenzi in maniera vibrante, pur chiedendo la stasi e l’uscita dal Labirinto”. “Se tolgo il nodo” è una stupenda raccolta di poesie. Anna Rita Merico tratteggia un tempo interiore. I protagonisti scavano nel fondo del fondo, facendo apparire parti sommerse del proprio sé, per tentare di sciogliere nodi, per provare a trasformare la vita.

Appesa/con bava di ragno//a costola di pietra”. Così inizia il viaggio conoscitivo della raccolta di poesie “Se tolgo il nodo”. L’esplorazione è molto intricata, molto faticosa. La donna (“appesa/con bava di ragno”) vive una condizione di assoluta precarietà.

La donna si scinde, come uno shuttle nello spazio perde parti (crea spazzatura cosmica). Si vaga in uno spazio poetico suasivo (“un movimento ralenty-irreale/mi catapulta in uno spazio violaceo turchino in cui nulla sa di respiro/ora nulla più mi lega/il linguaggio è tentacolo filiforme”).

Il viaggio procede vertiginosamente, vorticosamente, verticalmente. Il viaggio esige perdita di parti (“È perdita di me/perdita agita per schivare il disastro”). L’io poetante agisce (“m’impollino di un silenzio che mi fredda e che pure mi tiene”). E così “un filo potente scuce/un movimento di lentezza imprendibile avvolge/ nel fondo in cui scendo/trovo l’inaspettato”).

Eppure su questo sentiero l’io poetante non era solo, c’erano “boschi incendi grani viti onde venti rose” (“e l’universo m’era vicino come non mai/e lo stare qui m’era lontano come non mai”).

Le stanze del Giorno e della Notte hanno preso a stemperarsi. L’io poetante sa di essere dentro ad un oblò, purtuttavia avverte il dolore del mondo, nella ricerca d’una possibile omeostasi: “come cellula scissa crea cellule così fondo di pensiero crea filo sottile metallico/mi regge? mi regge? mi regge? mi regge? mi regge?

Il tempo procede e si dileguano le fattezze umane, rimangono ombre (“tutto diviene nero/ vedo disfacimento/ eppure mi aggrappo ai rantoli di fumo che piroettano nell’aria/ affusolandomi”).

In “Storie” si narra d’una protagonista fumatrice che ammonticchia filtri per terra, accanita fumatrice, cerca di mettere ordine fuori (nel fard, nel rossetto, nella matita), cerca una storia bella (“aspiro accendo e getto un altro filtro”).

In “Fame” viene indagata la dipendenza da cibo (“Avevo fame/avrei voluto…/tu hai avuto paura di darmi il tuo seno e sei sgusciata fuori dalla stanza bianca senza guardarmi”). E ancora, “ululo come lupo piango come agnella/stasera stasera stasera/vorrei vorrei vorrei/cenare con te/aiutami ho fame stasera”.

Auspicabile sarebbe poter vedere la realtà senza soverchi nodi (“se tolgo il nodo/si snoda l’amore/se tolgo il nodo/si sfascia il mondo/se tolgo il nodo/la luna resta nera/se tolgo il nodo/lucifero m’assale/se tolgo il nodo/cambio pelle forse però se togli il nodo quel borbottio dell’anima si ferma”).

La poesia “Squame” fa riferimento all’amore materno, che talvolta può essere invasivo e urticante (“Tu/tu/tu/ vorresti divorarmi/ti ho capita/è inutile che nascondi le tue intenzioni/vorresti divorarmi”). E ancora, “sei come mia madre/la ricordo nel controllo del mio volere/allontanati però/oggi fa freddo ma ho caldo/allontanati/non vedi che ho caldo durante questo inverno di albe brinose?”

Nella poesia “Amici”, la protagonista, che si nasconde dietro diversi profili social e ha tante storie fittizie e fasulle, a un certo punto ammette il suo fallimento: “la realtà/dio/ quanto è pesante la realtà”.

In “Fusioni” Anna Rita Merico parla di dipendenze psicologiche, che sono molto pericolose (“E scostati/togliti da qua/mi stai attaccato addosso”). E soprattutto, “non vedi il mio altro da te?”

In “Abitudini” compaiono due amiche, una avvezza a comportamenti lineari ed essenziali, l’altra a comportamenti eccessivi, abnormi(“oggi immobile al buio voglio solo ricordare te/te che ridevi davanti alle nostre colazioni al bar felice solo perché una nuvola dicevi che pareva drago/io il drago non lo vedevo ma era drago per me la tua risata”).

In “Futuro” una persona al tempo del Covid ha rifiutato il vaccino, ha perso il lavoro (“mi sono sempre sentita invasa/allagata intollerante alla parola, al latte all’ordine alle regole alla pelle”).

In “Luoghi” Anna Rita Merico sente l’esigenza di rannicchiarsi stretta, fetale, epperò avverte il bisogno vitale di non tornare più nel luogo primevo, ma di abitare un luogo nuovo che possa accoglierla, che possa farla fiorire a vita nuova (“sono fuori da ogni utero possibile non ho luogo/devo agire costruirne uno che m’accolga/ che mi sviti dal torpore che mi dia volto e mani che mi succhi da questa foschia/che mi lasci nascere/finalmente”.

In una poesia dedicata a Claudia Ruggeri Merico afferma che “tutto avviene nel passaggio dal cosmo alle tube”. È un passaggio di solito semplice, regolare, lineare. Ma quando il passaggio non è semplice, lineare, regolare, e si occlude il sentiero “qualcosa resta nel buio metallico del cosmo/e tutta la vita non basta per riagganciare quel pezzo nel cosmo freddo”.

In “Fotocopie” prevale una sorta di lamentazione per la vulgata comune che vuole la donna unicamente moglie e madre, eterna vestale, perenne guardia del focolare domestico (“c’è una trasparenza che ti imbozzola/non so come attraversarla/moglie fidanzata amica amante/bruco fuori da metamorfosi”).

In “Suzione” si leva la voce materna, che giunge da lontano (“Stanotte l’ho vista mia madre/l’ho vista in sogno” /pelle antica e squama di serpe”). La relazione evocata con la madre è perniciosa, distruttiva, simbiotica, epperò s’apre una possibilità (“Per lei stanotte ho pianto/per lei stanotte ho tentato di bere il succo amaro del suo latte rancido senza più sentirne ferita/stanotte ho pianto/per lei per me/succhiando nuova libertà”.

Marcello Buttazzo