di Marcello Buttazzo
Angelo Lippo è nato a Taranto
l’11 novembre 1939, sulle rive dello Jonio nel giorno di San Martino (come
amava ripetere) ed è morto nella sua città il 27 agosto 2011. Come poeta ha
pubblicato numerosi volumi, è presente nelle antologie letterarie. S’è distinto
brillantemente come critico d’arte. Ha collaborato a diversi quotidiani:
“Corriere del Giorno”, “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “Il Nuovo Quotidiano di
Puglia”, e a diverse altre riviste.
È stato condirettore della
rivista “Il policordo”, poi fondatore e direttore dal 1985 di “Portofranco”,
trimestrale d’arte e letteratura. Nel corso della sua esistenza Lippo ha
nutrito molteplici interessi. Diversi anni fa ho avuto modo di leggere due
raccolte poetiche di Angelo Lippo, l’ "Elogio dell’ebbrezza"
(Edizioni Lepisma, 2009) e “Se non matura la spiga” (Il Raggio Verde Edizioni,
2011).
Oltre all’impegno civile
manifesto e profuso generosamente, l’autore, fecondissimo nella sua attività
pubblicistica, affascina per il registro amoroso molto intenso, molto vivo.
Compare nei suoi versi una Natura parlante, panica, vibratile di sentimenti. La
tavolozza di colori un po’ rarefatti, ma anche fortemente marcati. Quel
“rossogote” e quel “turgore rossofiamma” che campeggiano nell’ “Elogio
dell’ebbrezza” rappresentano, fra le altre cose, una vera e propria esortazione
del poeta a vivere le varie evenienze della vita con amore, con umana bellezza.
Nell’ottobre 2021, è uscito un
libro postumo di Angelo Lippo, dal titolo “LE RADICI NEL CIELO” (pubblicato da
Bertoni Editore), una significativa Antologia Poetica, che segue quasi
cinquant’anni ininterrotti d’una storia, che ha segnato profondamente e vivamente
le vicende (non solo poetiche) della terra di Puglia.
La mia città ha un cuore tenero
anche se produce acciaio.
Cercatela
nelle vaste campagne di uliveti e
vigneti
e sui rugosi volti dei pescatori
che si annidano nell’antico
borgo.
La mia città ha un cuore tenero
anche se produce acciaio.
L’ Antologia Poetica (1963-2011)
“LE RADICI NEL CIELO” di Lippo è un piccolo gioiello, un florilegio di venustà,
che ci fa seguire passo dopo passo un percorso virtuoso di intendimenti di
quello che viene considerato da Raffaele Nigro “il maggior poeta dell’ultimo
Novecento tarantino”. Da carteggi conservati nell’archivio di famiglia, si
evince che Lippo ebbe contatti serrati, fra gli altri, con Donato Valli, con
Mario Marti, con Giacinto Spagnoletti, con Giorgio Barberi Squarotti, con Maria
Luisa Spaziani. La sua vita ricchissima di incontri e compartecipazione, spazio
di inclusione e condivisione (“Filo diretto è la poesia:/spicchioluna delle
fresche promesse/aranciaestate dai caldi inviti”.
“Le radici nel cielo” (titolo
scelto dall’autore) si può fregiare della premessa di Dante Maffia e d’una
vasta prefazione di Simone Giorgino. Maffia si sofferma sul poeta tarantino che
visse un’esistenza appartata, artefice d’una “poesia semplice come il pane”,
ben lontana dagli ismi e dalle avanguardie. Giorgino ribadisce lo stile sobrio
e posato, il registro colloquiale, l’istintiva adesione di Lippo alle tematiche
e agli stilemi più caratteristici dell’aria meridionale e magnogreca. La poesia
meridiana di Lippo. Insiste Giorgino: “Appartenere alla cultura meridiana
significa anche, per Lippo, fare parte di una comunità di persone che
condividono lo stesso disagio, e si noti come il frequente ricorso alla prima
persona plurale, al “noi”, sia in Lippo uno stigma evidente della sua
propensione alla coralità”.
La poetica dell’autore segue i
selciati della denuncia civile e, al contempo, è una evocazione amorosa d’un
lirismo puro e raffinato. Taranto, terra violata e sporcata dagli ossidi e dai
vapori, è sempre presente. Quei morti d’avanzo da lasciare a testamento della
sofferenza del poeta. Prima di dipartire, in “Se non matura la spiga”(raccolta
del 2011), il poeta agogna un sentimento nuovo, un senso di resipiscenza in chi
scuote la gente di Taranto, che non respira più per paura di morire. Altresì,
recisa è la condanna di coloro che non finiscono di accorgersi che molti,
troppi bambini potessero essere uccisi dal fumo delle ciminiere. In “Classe
1939” prevale la mestizia per una generazione di traditi, di uomini e di donne
invasi dal raptus del benessere, impreparati ad affrontare il fluire degli
accadimenti. I versi di Lippo sono accesa poesia d’amore con virenti
figurazioni di Natura, di flora e di fauna vitali e pensanti. La ragione
governa la vigna abbattuta dall’autunno, gli abeti illimpidiscono nel viale,
l’erba trascolora nella carezza alata. La Storia cammina negli occhi della Musa
e affabula perfino il mugghio di mare. E ancora, bianchi steli di gelsomini,
solchi segnati dagli ulivi secolari, fioriture di pesche vergini ai bordi di un
esistere, papaveri macerati a oblio delle ansie e degli sgomenti. La tartaruga
che fissa il tempo, il niveo spumeggiare delle colombe. E poi oleandri
sgargianti, il melograno ridente che invoca il mistero dell’aria, il gufo che
s’inalbera come gatto, il cristallino del cielo s’asciugherà sulle pupille
secche, il profumo delle margherite frantumate dalla lucertola scattante, le
insidie del ficodindia. Nei versi di Lippo, inoltre, è tralucente un Sud di
luce radiante, una contrada che risplende, dove gli ulivi sublimano abbracci e
le donne richiamano tepori. La poesia del grande poeta pugliese è altamente
lirica, procede per afflato di musicalità.
Non sono buono a cavarci più
nulla
dal cielo azzurro e dalle stelle.
I grilli hanno nascosto il capo
nei fienili di campagna. Ho
smarrito
anche la volontà dei venti
e confondo spesso il mugghio del
mare.
Alla darsena mi ritrovo come un
tempo
solo a insabbiarmi di ali di
gabbiani.
Molto intensi e delicati i versi dedicati alla madre e al padre. La visione d’un figlio che sa far barbagliare negli occhi della sua genitrice tetti d’ardesia e pampini di vite. E che sa portare al genitore deceduto il bianco stupore di un mattino di gabbiani, carpito sulle rive dello Jonio.
Angelo Lippo, nel corso della sua esemplare esistenza, ha valorizzato poeti, pittori, narratori, marginalizzati dalla critica ufficiale. Quando Alda Merini si trasferì a Taranto per sposare il medico e poeta Michele Pierri, Lippo non esitò a pubblicizzare la produzione della grande poetessa dei Navigli, che non era ancora diventata un’icona pop. Ne “Le radici del cielo” ci sono poesie scritte per Alda Merini, per Dante Maffia, per Ignazio Buttitta. Angelo Lippo è un importante poeta moderno italiano da leggere attentamente e da studiare magari nelle scuole. La voce dei poeti e dei narratori può aiutare i più giovani a rinsaldare e a strutturare una formazione umana e intellettiva morbida, aperta, al passo con i tempi. I poeti come Lippo sono custodi d’umanità, di esistenza vera, d’una bellezza palpitante, che è come un atteso trasalimento di vita. Vita che scorre di là dalle limitatezze di questo triste tempo contemporaneo.
I bambini vestiti a repertorio
all’assalto dei carretti di
noccioline
e dei palloni che finiscono
sempre nell’aria.
La gente che modula il passo
nella calca dei saluti e degli
abbracci
mentre la musica spazza alta le
case.
Un tempo al mio paese
le icone uscivano più spesso a
passaggio.
Questi nostri occhi tumefatti
non sono buoni a lanciare
preghiere.
Marcello Buttazzo

