di Oronzina Greco -
Quanti classici abbiamo letto, di quanti
classici abbiamo discusso con amici amanti della lettura tirando tardi la sera,
con quanti classici ci siamo confrontati e con quanti ci siamo appassionati e
con quanti ci siamo misurati intorno alle nostre certezze e alle nostre insicurezze?
Inevitabilmente ci torna in mente Italo
Calvino che, nella sua raccolta di Saggi “Perché leggere i classici”,
testualmente dice: “Il “tuo” classico è quello che non può esserti indifferente
e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con
lui.”
Oggi, complice la proposta di una poesia di Cesare Pavese presente in una delle tracce dei temi per la maturità dell’anno scolastico appena concluso (giugno-luglio2026), è scattata la spinta a rileggere le poesie ma, poi, anche qualche romanzo di Pavese.
![]() |
| La prima edizione de La luna e i falò Ultimo romanzo di Cesare Pavese, fu scritto tra il 18 settembre e il 9 novembre 1949 e pubblicato da Einaudi nell'aprile del 1950. |
Per noi, il rileggere “La luna e i falò” il capolavoro - secondo
diversi critici - di questo grande scrittore del Novecento è stato un attimo. E
Italo Calvino ci guida: “D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta
come la prima”.
In Pavese ritroviamo
quasi sempre un prima, un dopo e un durante che si intrecciano e poi si
sviluppano e prendono corpo e consistenza e animo e afflato, non in una sola
opera, ma nei personaggi e nei luoghi delineati e descritti in tante sue opere.
![]() |
| Lavorare stanca nell'edizione di Interno Poesia del 2021 |
In “Lavorare stanca”
ci sono le colline, i contadini ma anche la ricerca di un’evasione, di un altrove.
Quel cugino, per esempio, che, nella poesia “I mari del Sud”, torna dall’America per dire che le Langhe non si
dimenticano ha importanza, non solo nella poesia-racconto, ma anche nello
sviluppo della stessa vita di Cesare Pavese. Perché il cugino ha saputo tentare
l’avventura, metterla nel proprio bagaglio e andare oltre, tornando al paese
più forte di prima e più consapevole, dopo la scoperta di un mondo per lui
altrimenti inimmaginabile.
Bagaglio e tesoro
quel mondo e quel ritorno dall’America!
Così scrive Cesare
Pavese nella poesia “I mari del Sud”
tratta da “Lavorare stanca”:
Camminiamo una sera sul fianco di un colle,
in silenzio….
Mio cugino è
tornato, finita la guerra,
gigantesco,
tra i pochi. E aveva denaro.
I parenti
dicevano piano: “Fra un anno, a dir molto,
se li è
mangiati tutti e torna in giro.
I disperati
muoiono così”.
Mio cugino ha
una faccia recisa. Comprò un pianterreno
nel paese e ci
fece riuscire un garage di cemento
con dinanzi
fiammante la pila per dare la benzina
e sul ponte
ben grossa alla curva una targa-reclame.
Poi ci mise un
meccanico dentro a ricevere i soldi
e lui girò
tutte le Langhe fumando.
S’era intanto
sposato, in paese. Pigliò una ragazza
esile e bionda
come le straniere
che aveva
certo un giorno incontrato nel mondo.
Camminiamo da
più di mezz’ora. La vetta è vicina,
sempre aumenta d’intorno il frusciare e il fischiare
del vento.
Un profumo di terra e di vento ci avvolge nel
buio,
qualche lume
in distanza: cascine, automobili
che si sentono
appena; e io penso alla forza
che mi ha reso
quest’uomo, strappandolo al mare,
alle terre
lontane, al silenzio che dura.
Pavese ammira
quest’uomo perché la permanenza in America lo ha portato a sviluppare la
capacità di far rivivere quel mondo nella terra dei propri padri, nella sua
terra, in quel “pezzo” di Piemonte contadino che anche lui ha nel cuore. E che
gli rimane sempre nel cuore anche quando la città lo conquista e, poi, gli
svela tutte le sue contraddizioni: gli amori casuali, le donne, le
piccole-grandi tragedie, la fabbrica, i caffè, il carcere…
Già dagli anni delle
traduzioni di scrittori americani e inglesi, Pavese si era aperto al “nuovo”, aveva
incontrato “l’America” e l’universo letterario americano servirà per svecchiare
la letteratura e la cultura italiana, servirà per pensare ad un’Italia diversa
rispetto alla retorica della “romanità” del fascismo.
Egli legge Melville,
traduce il suo romanzo Moby Dick e scrive saggi e traduce tanti altri
scrittori, tra cui D. Defoe e J. Steinbeck. Nell’humus letterario e culturale
nel quale lavora a Torino come traduttore e, poi, come direttore editoriale della
Casa Editrice Einaudi, scoprirà e consoliderà i suoi temi e personaggi e
ambienti di scrittore.
Proprio ne “La luna e i falò”, il “classico”
pavesiano per eccellenza secondo noi, tornano temi e luoghi, la vita trascorsa
in campagna e quella vissuta in città, il passato sempre presente e il presente
con le radici nel passato, la guerra, la Resistenza, le persone conosciute e i personaggi
inventati. Vengono fuori miti e simboli
personali, latenti, sebbene sempre presenti nella costruzione del romanzo.
I simboli infantili
vivono e perdurano nella luna che, nella dura e grama vita di campagna,
influenza i raccolti e nel fuoco che fertilizza il terreno per le coltivazioni
successive.
Ma, ad un certo
punto, i simboli infantili crollano in questo romanzo perché non hanno più lo
stesso significato e valore per il protagonista. Per esempio, il fuoco non è
più rigeneratore ma serve a distruggere e cancellare.
Il romanzo è quello
del ritorno di Pavese all’infanzia, all’adolescenza, è il ritorno al paese dove
è nato, S. Stefano Belbo, che viene ricordato, ripercorso e, in un certo senso,
rivissuto dallo scrittore proprio mentre prepara la stesura dell’opera.
In una lettera alla
cugina Federica, giovane studentessa, la figlia del famoso cugino de “I mari del Sud” scrive: “Sono stato a S.
Stefano, ma mi hanno rapito. E’ un paese dove non si può fare quello che si
vuole. … tutti vogliono passare un pomeriggio o una mattina o una sera con me.
Mi sembra di essere Rita Hayworth….” E, ancora, in un’altra lettera sempre
indirizzata a Federica: “… Inutile dirti che i miei ricordi di S. Stefano sono
molto belli e la vostra cordialità mi commuove al ricordo.”
Nelle tante volte in
cui torna a S. Stefano, soprattutto negli anni dal ’48 al ‘50 incontra l’amico
Nuto, il falegname Pinolo Scaglione al quale chiede di fargli conoscere i suoi
parenti, chiede notizie sui fatti accaduti in paese e sulle persone e sulle
famiglie. Con Nuto, che ricorda tutto e racconta, trascorre le notti sotto un
pergolato di glicine a farsi narrare le storie del paese e con lui gira di
giorno tra le vigne e i boschi, su per le colline e giù per le forre. Nuto, il
partigiano, è la “memoria” storica delle Langhe, anche delle atrocità della
guerra. Egli entra nel romanzo della maturità pavesiana con la sua realtà di
costruttore di bigonce e chitarre insieme all’ inventiva immaginativa dello stesso
Pavese, scrittore all’apice della sua creatività.
La piana di S. Stefano nel romanzo cambierà nome e diventerà la collina del Salto che vedrà svilupparsi la trama e i protagonisti del romanzo. Il personaggio di Nuto è contento della propria vita, tranquillo, risolto. E’ cresciuto su quelle terre senza cercare avventure altrove, senza cercare né gloria, né denaro. Anguilla, invece, il protagonista, il trovatello che è andato via dalle Langhe e ha girato il mondo, è un uomo sfiduciato che torna nei luoghi dove è stato bambino e ragazzo e resta tragicamente deluso del cambiamento. La sua casa di un tempo è stata distrutta da un incendio e, non a caso, egli “rivede” il sé stesso bambino in Cinto, un ragazzo zoppo e malato.
“La luna e i falò”, come scrive Davide Lajolo, conclude il dialogo
tra il mondo reale e il mondo simbolico… tra l’amore e l’abbandono, tra la
politica e il mito, tra la collina e il mare, tra la città e la campagna, tra
l’infanzia e la maturità, tra la luna e i falò.”
E, allora, ecco
perché lo riteniamo un classico e lo diciamo ancora una volta con Calvino: “Un
classico non ha mai finito di dire quel che ha da dire.”
Un classico ci
costringe a recuperare ricordi che diventano memoria, che sono basi identitarie
per tanti individui-lettori i quali costruiscono storie e relazioni; un
classico ci invita a leggerci dentro, un classico ci porta a cercare gli altri
per confrontarci e discuterne; un classico può spingerci a conoscere la Storia;
un classico può creare comunità.
“La luna e i falò”, il romanzo del ritorno a S. Stefano, il più
iconico “classico” di Cesare Pavese, è fatto di scoperte e riscoperte, di illusioni
e disillusioni. E’ un percorso dentro la violenza delle persone, dentro gli
orrori della guerra, con la morte che aleggia sui personaggi in tante parti del
romanzo e che è presente, orribile, nell’epilogo dell’opera.
E, però, è il romanzo
in cui Cesare Pavese scrive: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di
andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente,
nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei
resta ad aspettarti.”



