di Marcello Buttazzo
Nel giugno 2024 Les Flâneurs Edizioni ha dato alle stampe la raccolta di versi “Ti parlo con il pane”
del poeta salentino Nico Mauro. L’opera fa parte della collana Icone,
curata da Alessandro Cannavale ed Elisabetta Destasio Vettori (scomparsa
prematuramente). La collana Icone (molto attiva e propositiva) si propone di
rispondere al bisogno di effervescenze creative, coraggiose e corali.
L’obiettivo è quello di proporre inediti contatti di linee per resistere
all’assenza del silenzio. Alimentare un lavorio incessante che abiliti nuovi
ponti immateriali del dialogo, promosso da interlocutori eretici.
“Ti parlo con il pane,
silenzio che si spezza
tra le dita lontane.
In luoghi diversi teniamo l’anima
scaviamo per custodirci,
siamo scrigno alla memoria.
Sono passato da te, eri distratto
da un racconto, ascoltavi
la voce che tramanda e trema.
Ogni cosa ritorna lenta.
Non lascio più al caso
le parole dei miei versi
ora che ogni dolore è meditato”.
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| La copertina del libro edito da Les Flâneurs Edizioni |
Nella raccolta “Ti parlo con
il pane” Nico Mauro dedica versi densi di bellezza al ricordo e alla
ricerca del padre che non è più fra i viventi. È un viaggio ardito che il poeta
compie con amore, con consapevolezza. È un percorso virtuoso che si dispiega
nel tempo. Un tempo che è una clessidra inappellabile che fa parte di noi. Il
poeta va alla ricerca di senso, di umanità, e indaga l’assenza di un padre per
scoprire, tra le altre cose, aspetti del proprio sé. In questo suo scandaglio
Mauro sa impiegare la parola con misura, con maestria. Una parola austera,
elegante, raffinata, che svela il dicibile e s’approccia all’indicibile. Una
parola sempre controllata e fine, mediante la quale il poeta conduce la sua
indagine sul padre che non c’è più, tentando di colmare un’assenza. Che per
tanti aspetti è pure presenza. Mauro compie una strada complessa, non solo alla
ricerca del proprio padre, ma anche per essere padre a sua volta. Nella
stupenda prefazione al libro Gianfranco Lauretano scrive: “Cercare il padre
è il compito dei compiti, per questo la presente poesia è così tesa, quasi
agonistica, estratta dal cuore con un gesto che è insieme rapido e affondato:
una zampata dietro l’altra. Leggerlo è persistere nella stessa dinamica, di
ferita in ferita, condotti dai bagliori che filtrano nella crepa, com’è da
intendere ogni singola poesia, secondo l’impressione che fa. Si intuisce alla
fine che, ritrovando il padre, si ritrova il senso ultimo delle cose”. E il
padre è la ragione intima d’un procedere, d’un andare.
Poesia viva, quella di Mauro,
poesia che s’addentra delicatamente nei meati d’un’assenza. E che nel suo
incedere compendia anche l’idea della morte. La poesia è un medium, a volte,
miracoloso, ci fa scorgere il visibile e ci fa scendere a piedi nudi sui sentieri
dell’insondabile. La poesia, forse, non salva la vita, ma verosimilmente può
aiutare a compiere una ricerca di senso. “Ti parlo con il pane” è un assunto
nobile, una sorta di manifesto. Il pane nutre, dà vita, è esso stesso vita.
Pane e padre hanno la stessa radice, “PA”. Nico Mauro, che è figlio e anche
padre, sa creare un’alchimia di intendimenti, una circolarità fra generazioni,
e sa rapportarsi poeticamente al padre e ai figli. Ci affidiamo nuovamente alle
parole ineccepibili di Gianfranco Lauretano, che nella prefazione, a un certo
punto, scrive: “Con questo poema al padre il poeta ha deciso di provare a dire
l’indicibile. Perché il padre cambia forma: prima è il suo, ed è già
inafferrabile, poi diventa lui stesso, il che è come cercare di affermare
l’essere, per poi passarlo al padre del futuro, il figlio. E intanto accorgersi
che la memoria al massimo dell’altezza sconfina nella dimenticanza, è la
dimenticanza”. Nel rapportarsi al padre, Mauro utilizza la memoria come
strumento, non solo per rammemorare, per enucleare vissuti, ma anche per
approdare ad una sorta di dimenticanza, perché bisogna essere ben disposti
nell’evolvere della vita a dimenticare. La poesia di Mauro è sitibonda di
desiderio. Lui con la parola tenta di trovare la via opportuna per “toccare”
ancora il padre, per averlo ancora vicino. Il poeta sa donare con passione
tracce di sé, sa esplicare e praticare anche la mansione del silenzio, sa
entrare in sintonia con la vita, sa vedere anche la morte.
In “Ti parlo con il pane” Mauro
indaga il tempo con pazienza, con puntiglio, per addivenire ad una sorta di
disvelamento. L’assenza del padre è palpitante e i versi di Mauro sono di
chiaro nitore: “A spingere la vita rimane il filo dell’assenza,/la sutura
invisibile dei lembi di carne e di parola,/la sera scomparsa, bevuta dalla sete
delle stagioni”. Il poeta sgrana ancora le parole (“Scompaio, io lontano,/nel
tuo lontano vociarmi./Padri diversi”). Non solo la ricerca dell’assenza del
padre viene condotta con scandaglio e con piena consapevolezza, ma anche l’idea
della morte trova una precipua definizione (“Bisognerebbe morire/alla fine
della vita”). La ricordanza campeggia con delicatezza (“Prendemmo frutti
d’occasione,/talvolta verdi, a San Giovanni”). La variante tempo compare e
ricompare (“la mia voce che ascolta/nelle cose le larve del tempo”). A volte,
il tempo è più marcato, più sostanziale (“Le notti/spaventate scomparvero/e
d’un solo tempo fu il tuo letto”). Il caso ha posto, padre e figlio, grani in
due rosari (“sequenze di misteri/preghiamo”). Nella lontananza si appalesano i
segni e le reminiscenze dell’infanzia (“Da lontano,/è più facile diventare
bambini”). Intensissima è l’empatia di Mauro, che ha davanti la grafia di tanti
padri e con trasporto si rivolge ai propri figli (“Ora rubo dai loro
appunti/parole tra le virgole./Sia mai vi veda padri,/figli miei”). Il flusso
del vivere comporta inevitabilmente l’acquisizione fisiologica della morte. E
il poeta la sa evocare con potenza e con forte visione: “Solo le maree
insegnano che ogni cosa/prima di stare al suo posto ha bisogno di morire”. Si
può trovare il poeta a pregare in ginocchio, di nascosto(“Tutto accade alla
fine/tutto serve a voltare la notte./Come foglio vergato/un lascito immenso che
disfo,/per noi”). Il poeta ha abnegazione, buon cuore, pacatezza (“Ho
pazienza,/l’infinita notturna pazienza del ricordo./Non mi scoraggia
l’assenza/quanto l’attimo prima del salto”). Anche nell’assenza il padre del
poeta sa fare barbagli di sé (”Alito tra le foglie strette come le
mani,/sciogli il crogiolo del suono,/doni l’ordine dei passi, le forme di
bellezza,/il lento ritorno a domani”. Mauro può dire con la sua voce suggestiva
e carezzevole: “E poi un giorno ti richiamerà/il vento afono la mia presenza”,
perché sui luoghi nulla si dilegua. Il poeta si rifugia ancora nelle cose del
padre (“Imparo, con ritardo, a piegare il tempo,/a vuotare i cassetti./Abbrevio
la distanza”). Mauro è intento a pregare, sa che nella preghiera il padre lo
ascolta, sostanziandosi il silenzio sacro della sua assenza. Il poeta ha
scalato tutti i silenzi (“Ci sono due silenzi, l’inizio e la fine,/ che si
toccano solo nel mio sguardo”).
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| Nico Mauro |
È anche un gioco di memoria la
vita, che può echeggiare l’età fanciulla, quando il poeta e il suo papà, usciti
dal Cavallino Bianco, raccoglievano coriandoli fino a casa (“Ricordo tutte le
maschere/che coprivano i volti,/tenute vicine ai suoni delle voci”). Prevale in
“Ti parlo con il pane” anche un senso di nostalgia: al tempo della vendemmia
c’era un’aria d’allegria con Tonio e Santo che erano l’uva della vita, con i
canti e il gioco che facevano i bimbi (“Delle vigne si è perduta la radice/e
l’ombra”. La lama della luce taglia i vetri, il presente è quello che è, Mauro
pensando al padre sostiene: “Non trovo le parole per farti morire,/per farti
vivere”. Il poeta non riesce a trovare le parole giuste per sentire il padre
accanto a sé, per esperire questo immenso desiderio. Commoventi sono i seguenti
versi: “Ti ho raggiunto nel ventre della balena/di ritorno dalla mia vita”. Per
cercare di trovare suo padre, il poeta è disposto a scendere nel fondo del
fondo, nel ventre della balena come Pinocchio. Mauro nutre un amore sconfinato
per i suoi figli, che sono gemme preziose: “Siete al mondo anche per me,/per
guardare ogni forma diversa di padre,/per custodire ogni mia dimenticanza”). Il
padre del poeta non c’è più, è andato via, irrimediabile e la sua assenza, e
Nico Mauro come una preghiera scrive: “Ti chiedo di starmi vicino,/lo faccio
senza che ti giunga voce,/lo faccio mentre scrivo genuflesso/sulla tastiera”. È
vibrante l’amore di Mauro per il figlio, c’è vivida comprensione fra di loro:
“DI notte, dare la mano ad un figlio/non è come prendere la stessa mano./Ci
siamo chinati l’uno verso l’altro/e sono scorsi incalcolabili passi/tra le
nostre paure diverse”. Talvolta, predomina nei confronti del padre un’amara
consapevolezza (La realtà resta una,/avervi perduto e mai ritrovato,/come
l’acqua nella grondaia”). Le attese di Mauro sono fiorite come le speranze: “Ci
ritroveremo al fianco delle rondini,/del loro garrire invaghito di noi”. C’è
qualcosa di imponderabile che è degno di notazione (“E fosse la verità/che ogni
nostra invisibile energia/si faccia suono e conservi i nostri volti”). Al poeta
è rimasta in gola una domanda, un nodo ribelle, una catena senza vocali
(“Spiegami qual è il limite della stanchezza,/dove finisce il desiderio e
inizia Dio”). Mauro ha la contezza che l’addio è un continuo incontrarsi
(“Moriremo nelle mani lontane da ogni verso,/senza scambiarci voci ma in un
fruscio”). L’assenza e il dolore avviluppano (“Nell’assenza, ritrovo il denso
rumore della morte,/e la vivo ancora,/lungo il periplo del lago ritrovato./È
come una carezza essere un luogo del dolore”). Mauro custodisce con sé le
parole, quelle che lo hanno reso padre e quelle che lo hanno fatto ritrovare
figlio. E ha provato a donarle al caro padre (“Tu saprai aspettare il mio
arrivo/e con certezza riconoscerò la tua ombra/ovunque nascosta,/mentre cammino
sulla strada, ad occhi chiusi.
Marcello Buttazzo


