di Marcello Buttazzo -
Nell’agosto 2023 è stato prodotto
l’audiolibro “Fate solo quel che v’incanta”, che ha come fulcro centrale la
scrittura di ricerca, immaginifica, favolistica di Antonio Verri.
Un progetto ideato e coordinato
da Piero Rapanà e nato grazie all’apporto e alla passione d’un gruppo di
valenti attori e musicisti. L’audiolibro è edito da Fondo Verri- Spagine con il
contributo di NUOVOIMAIE.
L’ensemble
Fondo Verri può contare su professionisti appassionati e devoti all’arte e al
loro lavoro. Per quanto riguarda i suoni, Bruno Galeone (fisarmonica), Emanuele
Coluccia (pianoforte e sax), Vincenzo Grasso (clarinetto), Davide Chiarelli
(percussioni), Redi Hasa (violoncello).
Per ciò che concerne il canto, la
voce è di Daria Falco. Le voci recitanti sono di Piero Rapanà, Simone Franco,
Simone Giorgino.
Le meravigliose illustrazioni e
disegni sono di Massimo Pasca. La grafica è di Valentina Sansò.
![]() |
| La copertina dell'audiolibro disegnata da Massimo Pasca e realizzata da Valentina Sansò |
Ascoltare il Cd “Fate solo quel
che v’incanta” e, al contempo, sfogliare il libretto è veramente un gioco
all’incanto. Si resta dolcemente avviluppati da voci suadenti e amiche e da
suoni speciali, che hanno il sapore della meraviglia. I testi sono tratti dalle
seguenti opere di Antonio Leonardo Verri: “Il pane sotto la neve”, “Bucherer
l’orologiaio”, “I trofei della città di Guisnes”, “Il fabbricante di armonia”,
“La cultura dei Tao”, “Il naviglio innocente”, “La Betissa”. Affascinante la
voce di Daria Falco, che interpreta con morbidezza e intraprendenza le
poesie-canzoni di Antonio Verri, che nei suoi scritti sapeva sapientemente, con
maestria, rapportarsi con la sua terra, con lo spazio fisico, con il tempo.
Verri, che nelle sue poesie e nei
suoi passi di prosa era chiaro e, al contempo, trasognato e complesso, aveva la
capacità di evocare con grande determinazione il presente e, come tutti i
visionari, i poeti veggenti, era in grado di preconizzare il futuro. Il poeta
dell’uomo dei ciurli, della mar, del Salento, del paesaggio culturale
meridiano, ci ha lasciato troppo presto, nel 1993, all’età di 43 anni. Tante
cose dovevano ancora essere dette, tante storie dovevano ancora essere
raccontate, cantate, tanti vissuti dovevano essere sostanziati per diventare
carne viva e arte. Verri è stato un fine ricercatore della parola d’inchiostro,
lui sapeva creare un’alchimia superiore fra significato, senso, suono, musica
pura del verso, con una meticolosità impressionante. Tutto ciò, ovviamente,
celava un enorme lavoro di indagine, di scandaglio. Verri come un archeologo
scavava nelle parole per far balenare una commistione armonica, raffinata di
suono e significato.
![]() |
| L'immaginario verriano in una illustrazione di Massimo Pasca |
Mauro Marino, in una nota
d’apertura all’audiolibro “Fate solo quel che v’incanta”, scrive: “Se le faceva
suonare in testa le parole Verri prima di scriverle, ne saggiava la musicalità,
se le ripeteva, le accordava con il respiro, con il battere del cuore e con il
vento. Aveva un amore americano Verri, un maestro di composizione: John Cage e
molti amici musicisti con cui confrontarsi, era capace ascoltatore, lo faceva
dal margine, stando in ascolto del silenzio”.
Verri, nel suo percorso
scritturale e umano, credeva fortemente nella condivisione, nella
compartecipazione artistica. Tra le altre cose, lui nel suo cammino meridiano,
era molto amico di artisti come Edoardo De Candia, Ezechiele Leandro, del poeta
Salvatore Toma. Verri è stato un grande poeta e scrittore, un infaticabile
operatore culturale, che ha mostrato una strada da percorrere. In questo tempo
desolato avremmo tanto bisogno di poeti virtuosi e faticatori, di pazienti
fabbricanti di armonia. Di visionari, lungimiranti. L’audiolibro “Fate solo
quel che v’incanta” è un piccolo gioiello, uno scrigno di bellezza, un viaggio
di musica e poesia che spazia in molteplici generi miscelando sonorità
balcaniche con il jazz e il blues, con rischiami alla tradizione e alla world
music, senza dimenticare le festose sonorità bandistiche che si alternano a
composizioni interamente originali create sulle poesie di Verri.
Da “Il pane sotto la neve” (Per
Otranto, per occasioni), 1983 - Kurumuny, 2022, p.71
[…]
Rinasco al sortilegio
con meraviglia con furore
ho parole pinnacoli bugnette
gli occhi nel vuoto stanchi
la mia ragione i miei tormenti
cento corsivi sibillini
la mia testa la mia carne
in cento luoghi. I profumi
barocchi le mie storie
i danni il pane l’euforia
i giochi sulla cenere la madre
l’allegria dei suoi scisci
i frisi, la sua morte.
In un'altra nota all’audiolibro
Simone Giorgino afferma: “L’idea di letteratura che animava la ricerca di
Antonio Verri: nulla di libresco, di polveroso, di stantio. Nulla di accademico
o di salottiero. Letteratura, per Verri, è partecipazione e condivisione,
impegno quotidiano, laboratorio permanente, azzardo”. Sempre Giorgino precisa:
“Ciò che affascina ed entusiasma, in Verri, oltre al complesso meccano dei suoi
strabilianti congegni linguistici, poetici e narrativi, è appunto questa
pratica agonistica della scrittura e del lavoro intellettuale. E poi il suo
immaginario saldamente legato al territorio, che ha dato come risultato un
riuscito esempio di equilibrio fra biosfera e semiosfera, fra il territorio che
abitiamo e le parole che adoperiamo per rappresentarlo”.
![]() |
| Verri e la sua Fiat 126 azzurra in due disegni di Massimo Pasca |
In “FIERA DI SAN Marco”, tratto
da “La cultura dei Tao”, Verri racconta d’una terra dove a volte cade una neve
farinosa. Il poeta narra d’un Salento che innalza sulla pianura presuntuosi e
strabilianti campanili. Questo è il paese che propaga un suono. “È questa la
cultura del sibilo lungo”(“Sta per arrivare la banda… C’è armonia, c’è
avventura, c’è tanta gioia, c’è festa… ecco sta per arrivare la banda”).
In “C’È UN CASTELLO DI COTone”,
tratto da “I trofei della città di Guisnes”, s’evoca un castello di cotone, una
cattedrale di riso, “ma il mondo è così vasto, è così incredibilmente rosso e
poroso, è un così gran testo, un prodigio, una così rara voliera…”.
“IL CASTELLO DI MUNOT” (da “Il
pane sotto la neve”) è una formidabile ballata, con il canto suasivo di Daria
Falco e la profonda e carezzevole voce di Piero Rapanà (“Il Castello di Munot è
quando/decisi di mettere una lamiera/sugli occhi/son le cantate allo Star
Quik/i miei drammi allo Swanen/o quando briccolai col Padre Emilio”).
“LA NAVE DI CASTRO” (da “Il
naviglio innocente”) vaga, silenziosa… assorta, mentre s’avvicendano i /giorni,
cupa, leggera e innocua”, con la voce recitante di Simone Giorgino, limpida
come acqua di fonte.
In “UN POSTO CHE CONOSCO” (tratto
da “il fabbricante di armonia Antonio Galateo”), la gente ha il colore del
mare, ha l’andatura di un’onda, il cuore negli occhi, un corpo azzurrato,
perfetto (“l’infinito si può trovare dappertutto in questo posto, e ogni cosa
ogni persona, ha un suo particolare stupore, dolore…succede così anche a me…”).
In “FATE FOGLI DI POESIA” (da “ll
pane sotto la neve”) si leva alto il grido del poeta: “Cominciate, poeti, a
spedire fogli di poesia/ai politici, gabellieri d’allegria/a chi ha perso
l’aria di studente spaesato/a chi ha svenduto lo stupore di un tempo”. Verri
incalza con vigore e con audacia: “Spedite fogli di poesia, poeti/dateli in
cambio di poche lire/insultate il damarino, l’accademico borioso/la distinzione
delle sue idee/la sua lunga morte”. Le voci recitanti di “Fate fogli di poesia”
sono d’un acuto Piero Rapanà e d’un incalzante e penetrante Simone Franco.
In “MARCANTE DOBLONESE” (tratto
da “Il fabbricante di armonia Antonio Galateo”) traspare l’intensa, articolata
e sperimentale ricerca linguistica di Antonio Verri.
In “VI LASCIO LA CITTÀ” (da “Spagine-
scrittura infinita, maggio 1991) Verri è perentorio (“Vi lascio la città,
proprio non mi va di scrivere se poi tutto si dilegua, faccio fatica a seguire.
Voi lo sapete, io parlavo di un gran fiume e non riuscivo a contenermi, io
continuamente parlavo, guardate vi lascio la città, non so che farmene”).
Ne “LA MAR”(da “La Betissa”)
Verri si rivolge all’amata madre. E scrive: “Cara madre, […]Come già sai anche
se ti sei chiesta sempre il perché, io continuo a scrivere, continuo a cercare
parole che dicano, che facciano fede ai diversi e a volte strani momenti della
mia vita, che molti dicono povera”.
Marcello Buttazzo



