di Marcello Buttazzo -
Nel settembre 2025, Les Flâneurs Edizioni ha pubblicato, nella collana curata da Alessandro Cannavale ed Elisabetta Destasio Vettori (deceduta prematuramente), la raccolta di poesie “Un canto al tempo che mi assolva” di Giorgia Mastropasqua. La copertina è impreziosita da un’opera (Legàmi) di Oscar Verrico.
L’autrice è stata redattrice
della rivista il Caffè. Suoi componimenti sono apparsi su Ellin Selae,
ClanDestino, Poeti Oggi, Suite italiana, Le parole di Fedro, Pastiche e
ANTEPRIME. Nel 2015 ha pubblicato “Grazie per gli Spiriti” (Il Menocchio), nel
2016 è fra le autrici di “Streghe Postmoderne” (Alter Ego Edizioni). Dopo la
prima raccolta di versi “Al mondo vuoto” (Controluna, 2024), Giorgia
Mastropasqua, che ha studiato lettere alla Sapienza di Roma, e vive a Lecce, è
tornata alla poesia con “Un canto al tempo che mi assolva”.
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| La copertina del libro edito da Les Flâneurs con in copertina un disegno di Oscar Verrico |
Un viaggio attraverso luoghi
precisi, condotti con spirito trasognato. Mastropasqua si serve del medium
della memoria e ci tratteggia un mondo affascinante, laddove la realtà viene
continuamente modulata e trasformata dalla sua verve immaginifica di fine
poetessa e scrittrice. La vita è viaggio, cammino piano e malagevole sui
selciati rosso sangue di zolle marroni dell’alterna e incerta ventura,
denominata vita. È percorso, la vita, da compiere con contegno, con decoro, con
umanità, con empatia, con solidarietà, dando soprattutto significanza al
giacimento di beni immateriali e non consumistici (come l’amore, l’amicizia, il
dono, la gratuità). L’esistenza va esperita con profondità di pensiero e con
soavità. Possibilmente con poesia, soffio leggero di vento, trasalimento di
primavera, sussulto nell’estate. Conosco Giorgia Mastropasqua da qualche anno.
Conosco suo marito Giacomo e la loro piccola, dolce e bella figlioletta
Ginevra.
Apprezzo intimamente la poesia di
Giorgia. Prima della poesia viene la vita. E la vita di Giorgia Mastropasqua
segue i dettami della bellezza umana e della fraternità diffusa. Ho letto il
libro di poesie “Un canto al tempo che mi assolva”. E ho avuto alcune
sensazioni. Versi freschi con incedere progressivo, con un procedere suasivo.
C’è il sapore della vita in questi versi, la tendenza di perla e lattea delle
aurore sorgive. Da un punto di vista stilistico Mastropasqua segue un passo
moderno con versi liberi, senza alcun orpello o ridondanza, senza complicanze,
con l’interpunzione ridotto al minimo. I suoi sono versi eleganti, con
vestimento austero, dal carattere a volte criptico, ottenuto con analogie
intricate, l’uso attento di figure retoriche e di allitterazioni. C’è una
ricerca di musicalità, che è come un canto, come il respiro dell’onda, un serio
gioco di assonanze, reso vivido da fraterni abbracci fra i versi. La musicalità
scaturisce, senz’altro, da un meticoloso e certosino lavoro di lima sulla pagina
di inchiostro, ma il ritmo sopraggiunge naturalmente come un’acquisizione
fisiologica nella dinamica scritturale. Una poesia raffinata con un fine
substrato linguistico. I versi scorrono come un flumen con trovate
immaginifiche e sintagmi chiari.
Fra i versi si staglia limpida
come adamantina acqua di sorgente, di fonte, la figura di una bambina
(verosimilmente la piccola Ginevra, figlia della poetessa). Giorgia che è una
madre accogliente, tenera, devota, sa ascoltare con cura e con premura questo
suo piccolo fiore sbocciato nell’aurora. Giorgia cerca come una rivelazione la
sua piccina. La dolce Ginevra reca il sorriso della madre della poetessa, “come
il segno d’una storia più lunga”, come ereditaria e mendeliana memoria. Nelle
poesie di Mastropasqua frequenti sono i rimandi alla illesa magia,
all’esoterismo, al misticismo. Figura di riferimento è lo scrittore e filosofo
romeno Ioan Petru Culianu, specialista in antropologia religiosa, che dedicò i
suoi lavori al mondo dell’occulto, dell’eros, della magia. Come Culianu,
Mastropasqua è convinta che le stagioni presenti siano in perenne cangiamento,
in dinamico mutamento. E facendo leva sul sistema filosofico esoterico
dell’alchimia, Mastropasqua utilizza un lessico vario e multipolare, con evidenti
echi di discipline come la chimica, la fisica, l’astrologia, la metallurgia.
C’è un anelito francescano in
queste poesie, una propensione per il minuscolo, per il piccolo, che barbaglia.
Ciò fa sentire la poetessa in comunione con il filo d’erba ebbro di fotosintesi
universale, con la rugiada che lambisce le piante, con un campionario di
ciottoli, con l’aurora eternoritornante che apre il giorno, con la
piuma, con lo stelo, e con il becco dell’animaletto. Topos ricorrenti sono
parole sostanziate di venustà come anima e luce, che sono cominciamento e fine,
sono soprattutto albori d’una poetica genuina. C’è una concezione panica della
Natura, una visione animistica che permea, avvolge, avviluppa. Una tavolozza di
colori arabesca i versi rendendoli marezzati d’amore, con tonalità che vanno
dal blu al bianco, dal turchese all’oro giallo ambra del sole. Gli elementi
naturali sono vivi (a volte con metafore ardite). Così tralucono fiori di
roccia, rosari di pigne, profumi della terra sotto i sassi, sole, vento, stelle
e firmamento, violette selvatiche raccolte nel puro tempo, riflesso latteo
della luce, incessante frinire del mare.
La terra salentina è ben
caratterizzata, nitidamente definita. Così ci si ritrova al mercato di
Gallipoli, per strada sulla via del Convento, nella canicola del pomeriggio
estivo, fra i vicoli di Lecce, città solare, popolata di gente straniera, dove
“indugiare contemplando i bei fiori sui cancelli e rispondere al sorriso dei
mascheroni appesi”. Ci si ritrova fra i vicoli dell’estate meridiana, per i
cortili assolati, per i rioni, per i campetti, nella città di notte. In questo
tempo fragore e baraonda, dominato da fracassi e eccessivi rumori, Mastropasqua
cerca di vivere, di incontrare oasi di silenzio. Gli spazi e i gradienti di
silenzio per lei sono importanti e pregnanti come ragione di vita. La notte è
feconda. C’è un’aura magica nella notte sitibonda d’amore vissuta dalla
poetessa con intensità (“quanti caffè è lunga la notte”).
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| Giorgia Mastropasqua |
Quella di Giorgia Mastropasqua è
una poesia siderale, che rabdomanticamente cerca pazientemente calie e
pietruzze preziose nell’immanente, cerca di pescare nel pozzo del definito e
dell’inconosciuto la ragione stessa delle stelle. Poesia colta con una predilezione
a scandagliare l’umano, il visibile e l’invisibile, con una postura essenziale
(nel senso che va alle scaturigini dell’essenza, alle radici della vita viva).
Il dicibile è detto, viene tratteggiato con versi efficaci. L’indicibile viene
egualmente pensato e lasciato sedimentare con il vagheggiamento del sogno.
Poesia della cura del proprio sé e dell’altro da sé. Giorgia Mastropasqua sa
prendersi cura fattivamente, non solo poeticamente, della vasta costellazione
umana. Poesia della rimembranza lumeggiata con occhi di grazia. Ci si può
commiatare da una persona cara con il fiato del mondo dentro, con un respiro
intenso. Poesia filosofica che si sostanzia in ricerca antropologica. La
tensione della poetessa è umanissima, rifugge dalle strette ferrigne del
discorso stereotipato, dai fissisti domini della ragione, desiderando mutare
una voce in sasso, approdando ad una figurazione che procede per costellazioni.
Riverberi di memoria sono manifesti. Ogni tanto la poetessa ritorna alle età
primigenie, primeve. Come quando da ragazza prendeva le preghiere per canzoni
d’amore.
Marcello Buttazzo


