"Serve filo" di Pina Petracca


La poetessa salentina Pina Petracca, insegante di Laboratorio di Chimica presso I.I.S.S. “Don Tonino Bello” di Tricase, vive a Surano, in provincia di Lecce. Dal 1999 ad oggi ha pubblicato diverse raccolte di poesie. Oltre ad essere intervenuta a diversi reading di poesia, Pina Petracca ha partecipato a concorsi letterari nazionali conseguendo in varie occasioni menzioni speciali e premi. Alcune sue poesie sono state tradotte in rumeno nell’ottobre 2022 sulla rivista “Caligraf”. 

Nell’aprile 2026, è uscita la nuova raccolta di versi di Pina Petracca dal titolo “Serve filo” (pubblicata da Musicaos Editore). In copertina il libro è impreziosito da un dipinto di Laura Petracca, amica della poetessa, che porta la dizione “Per filo e per sogno”, un intreccio di filo colorato con alla sommità un aquilone. La raccolta reca la seguente dedica: “Ad Alfredo,/a Gianluigi ed Emanuele/E a chi, ignoto,/ha donato nuovo filo/al gomitolo dei miei cari/prima che si sfilacciasse per sempre…”. I versi della raccolta sono legati da un filo cronologico, che va dall’aprile 2022 fino al dicembre 2025. Pina Petracca verga versi fin dalla tenera infanzia, la scrittura è il suo mestiere di vivere d’elezione. Si scrive per innumerevoli motivazioni. Si può scrivere per sbrecciare un dolore, per metabolizzare un tomento, per comunicare qualcosa ad un interlocutore, per gettare un ponte di condivisione con l’altro da sé. Si può scrivere per lanciare un urlo contro la superficiale e fissistica società odierna, improntata ad una deteriore filosofia del compra, usa e getta. Si può scrivere per un’urgenza sentita, per evocare qualcosa che potrebbe sfuggire facilmente alla lingua parlata. Si può scrivere per amore. Solo per amore. Per discettare della terra natia, in cui allignano i nostri natali, per carezzare una madre, per sconfessare l’avidità e la tracotanza politica dei cosiddetti grandi del mondo. Si può scrivere per rendere chiara, adamantina, visibile, la nostra interiorità, il nostro sé, che ha sempre bisogno d’essere accudito. Si può scrivere perché in questa frenetica e famelica società dei media, dei computer, dei social, le parole sensate e poetiche hanno sempre bisogno di essere sviluppate con accortezza, con contegno, con decoro. Pina Petracca, forse, scrive anche per questi fatti appena enucleati. E per tutto il resto.

La poesia di Pina è una poesia altamente antropologica, ha sempre l’umano come suo pensiero dominante. Petracca tramite il medium della parola riesce ad entrare in sintonia con il lettore, perché i temi trattati sono sempre attuali, pregni d’una intensissima sensibilità. Sia che si parli d’un cielo azzurrato o stellato, sia che si parli del suo Salento, sia che si parli dell’efferatezza e dell’insensatezza delle guerre, Petracca impiega la parte morbida del suo sé. Lei sa mediare e compendiare alla perfezione lo slancio istintuale e passionale con la sfera razionale. La sua non è mai una poesia cerebrale, mai artefatta: è una poesia autentica, vera, che talvolta nasce da fatti di cronaca realmente accaduti, altre volte il sentimento trasognato e immaginifico dell’autrice è il cimento portante che predefinisce e presceglie le situazioni narrate. Lo stile della sua scrittura poetica è colloquiale, a tratti lirico, ma sempre condotto nei meati d’un linguaggio misurato ed essenziale. Petracca è consapevole d’essere un granello di sabbia nell’immenso infinito dello spazio e del tempo, sa di attingere filo dal suo gomitolo, con un capo che parte da remoto, dalle età primigenie e antiche, scioglie nodi quando serve o raggomitola in fretta per stanchezza. In una nota al libro la poetessa scrive: “Serve filo più che mai di questi tempi. Serve filo per affacciarsi dal precipizio e stupirsi ancora del panorama, per risalire dal fondo dell’oceano di emozioni. Serve filo per bearsi del volo di un aquilone, serve filo per tessere il velo bianco dei fantasmi della memoria e giocarci insieme. Serve filo per saturare ferite dell’anima aperte e sanguinanti o per legare la salvezza dell’anima alla punta di una stella. Serve filo per incatenarsi alle porte dei sogni o per legare i sogni al rogo e distruggerli per sempre. Serve filo per poi tranciarlo di netto e scaricare i grovigli inestricabili, per poi riannodare. E riannodare ancora. Il labirinto si fa sempre più intricato, ma a ben guardare in fondo al filo che verrà…quante trame di luce”. 

Davvero serve filo per continuare il cammino, il percorso sui sentieri incerti del destino, serve filo d’oro per risanare, ricucire le ferite che s’aprono nel nostro intimo, serve filo per ricompattare i vuoti della coscienza. La poesia, verosimilmente, non salverà il mondo (il mondo è troppo compromesso), ma può (la poesia) fornire il filo per rinvigorire di linfa vitale i vari accadimenti dell’esistenza e per dare una minima significanza alla vita. Maurizio Nocera, nella postfazione al libro, a un certo punto, ha affermato: “Siamo in un periodo del tempo di vita dell’umanità straordinario, tempo di guerre, delle quali non sappiamo come liberarcene. E lei, poeta inascoltata, non si dà pace. Trema ad ogni scoppio di bomba, il suo cuore pulsa a battiti alterni. Sente il dolore di madre che vede i suoi figli morire tra le proprie braccia. Disperazione NO. Ma sconcerto, incredulità, dolore. Questo sì. E poi: Pina Petracca poeta, nel profondo del suo IO, ha quell’humus concentrato per la storia, per le più belle cose della vita vissuta, per il cielo, per il sole, la luna, per l’umanità. Petracca è molto attenta ai conflitti criminali che insanguinano le contrade della terra, porta in sé tutto il travaglio del mondo, ma anche tutto il bene, tutta la bellezza illesa. Il suo filo è contemporaneo, legato alle evenienze della quotidianità, ma è anche un filo della memoria, che sa riverberare il passato in un’aura di dolcezza. In un giorno di Pasqua del 2022, tempo di rinascita, di resurrezione, prevale un forte scoramento, tanto che la poetessa per Cristo ha parole di sconforto (“I sepolcri caduti/sono missili tattici/ché tu più non sia redento”). La terra salentina è radiosa e generosa, terra di confine, nuda come la terra nuda. E Leuca reca sempre la sua aura magica (“Sei luce/di faro oltremare./Sei azzurro che scende/nel cuore,/sei sguardo che sale/e va oltre./Io pellegrino/da te/verso me/tento di ripartire”). Nei versi di Petracca traluce una vivida umanità e un forte senso del divenire (“Fatti verme bestia insetto/larva crisalide farfalla./Del bozzolo animale/conosci trame e fili/per poi tessere l’uomo”). La guerra è la iattura e la vergona del mondo. Nel luglio del 2022 la poetessa chiede alla luna piena le ragioni intime dell’esistenza. Si tormenta, la poetessa, sulle sorti del mondo (“Piovono ancora/missili su Kharkiv”). Le contrade salentine sono luminose. E a Torre Pali di notte mani di pietra tenere ricuciono l’orlo delle onde e accarezzano memorie (“L’estate qui/è abbraccio sacro/a prescindere”). Petracca, nell’agosto del 2022, osserva il viso pallido del politico arenato di turno (“Umanamente non chiamatelo governo”). Versi d’amore e di misericordia la poetessa dedica ai bimbi dei migranti che nel Mare Nostro trovano la morte, mentre la politica ufficiale balbetta soccorsi. Al cospetto dei frequenti naufragi nel Mediterraneo non si declama alcuna poesia (“nessuna poesia/nessuna onda di bellezza/in questo mare”). Epperò la vita ordinaria può anche donare poesia. A San Donato, Silvia sogna su un quaderno a righi, Giuseppe fa domande, Cristina si racconta e scrive cartoline, Enzo canta e De Andrè risorge, Andrea ascolta e medita sorrisi. La poetessa entra piano “per non disturbare/dentro questa meraviglia/di poesia”. Nei versi di Petracca prevale una concezione panica e francescana dell’esistente. Il piccolo e il minuscolo sono ragioni di vita. La Natura è sostanzialmente benevola e perfino un fiore virente può diventare motivo di canto (“Meravigliosa rosa/che sfidi il vento,/sei la bellezza che vedo,/la spina che sento/quando non ti credo”). In “Serve filo” s’avverte chiaramente la caducità della vita, evento provvisorio, storia effimera. Forse, in questa vita corrente, rimane ancora un po’ di legna da bruciare, “ma prima o poi/saremo cenere/alla terra/finito il nostro gioco”. È necessario più che mai tirare fili “come fiati/dai figli/dai padri” per annodare il segno di memorie. E poi c’è il mare. Si deve guardare il mare nel suo alfabeto di onde, si deve toccare il mare lama affilata all’orizzonte, si deve curare il mare (“Mai lasciarlo solo/il mare”). Petracca rispetta rigorosamente Madre Terra ed è pienamente consapevole delle perturbazioni, degli sconvolgimenti antropici causati dall’uomo moderno (“Tu Madre/io ingrata figlia/che pure riconosci/ad ogni alba”). Le evenienze dell’esistenza possono portare anche intoppi. Ma ci si deve adoperare per riprendere le cose, a riprendere le rose selvagge sui balconi, a riprendere le case, le chiavi grandi dei portoni. Una lirica è dedicata all’attore e regista Francesco Nuti, deceduto il 12 giugno 2023 (“Rubata anche/l’ultima scena/alla purezza./Tanto silenzio/balbetta/nell’etere/stasera”). 

Poesia, quella di Pina, pensata e redatta per uomini umili, semplici, come l’arrotino (“La lama, che l’arrotino arrota/ambulante ancora/su una strada vuota/in una stasi che dilaga/oltre le persiane/affonda e sbriciola/dito nella piaga/l’ultimo pezzo di pane”). Poesia delle piccolissime, ma vere cose, come può essere una lirica scritta per il canto dei grilli(“Non fermare mai/il tuo canto/ al mio passo/che lento/s’incanta/al tuo verso”). La poetessa sa che ogni tanto occorre farsi forestieri ed è necessario con sguardo di stupore guardarsi dentro (“Ogni tanto/occorre farsi forestieri/che agli indigeni/spesso sovviene/indifferenza e fame”). Pina Petracca è anche donna di scienza, ma sa che nessun chimico (o biologo marino) riuscirà a fare un’analisi completa del pH, della temperatura, della salinità, se ignora la ruga secca del pescatore, se non considera il silenzio all’alba, l’urlo e l’affondo senza scampo d’un disperato, il castello di sabbia del bambino, la torre che racconta mille volte lo stupore del poeta. Il Salento è terra di luce, d’amore, di restanza (“Smisurata luce/di questa terra/dove le ombre/reclamano presenza/e il cuore tutto/si fa albero e riparo./Là dove tutto si perde/e tutto si ritrova”). Noi umani siamo come l’onda(“L’asperità della roccia/non disperde l’onda/finché la nutre/la profondità del mare/e l’impetuosità/la rigenera poi”). La poetessa ha un rapporto serrato, intimo con la sua terra, di complicità (“Dal solco della ruga/che ci accomuna/io ho già raccolto,/tu attendi i semi”). Petracca nell’incedere del suo tempo affronta anche momenti di scoramento (“A cucire le parole/più non riesco./Scarseggia il filo/e l’ago spuntato/più non passa tra le asole/del verso”). Nel dicembre del 2023, la poetessa pensa intimamente alla madre sofferente (“Le più splendenti luci di Natale/nelle tue pupille spente./Illogico scialo/ogni altra stella”). In “Serve filo” c’è un dialogo fitto con il tempo (Lègami forte/tempo che vieni/e che vai/a questa pietra/che non sia/più lapide”). Marcata è la critica contro certa ipocrisia e sventatezza (“brindiamo/la gioia della festa/senza mai capire/se siamo/i celebranti/i celebrati/o solo/la bomboniera”). Noi umani siamo capaci di tutto, anche di empietà (“Incapaci/d’altri sguardi oltre/ci incartiamo/nelle spire/del taciuto/del non dire/ del pensare niente”). Alle persone amate Petracca sa dedicare versi di splendore (“Chissà se mi credi/se ti dico/ che vivrei in eterno/ripiegata a fazzoletto/sulle tue gambe stanche”). Anche la croce di Cristo deve subire, in quest’era nefasta, la viltà di alcuni umani (“Maniscalco/inetto/l’uomo illuso/dei tuoi voli/di sepolcri aperti/più non sposta pietre/né lenzuoli). Sulla mano ferma un grumo di sangue. La poetessa si rapporta sempre umanamente e dolcemente alla madre dolente (“Ogni goccia è diamante/che io/non so contenere/con due sole mani/se non col dolore/mio limite/mia fine/suo unico nome./Domani/Mamma/Domani”). Con il procedere del tempo la poetessa porta la madre nel cuore (“Mamma/lo vedi settembre/su questo mio viso?/È un fiore reciso/che più non attende”). L’amore per la Natura di Petracca è pressante, tanto che essa può perfino redigere un canto per l’agapanto (“Nel giardino degli innesti/l’agapanto in carestia di vezzi/Ha colori di quaresime irrisolte/e di formiche/che divorano il cemento”. Pina riesce a scrivere versi per le amate lucertole, che “più non temono/cappi di fili d’erba/strappati alla terra”, riesce ad esaltare la luce d’ottobre, che si fionda cristallina sui melograni sgranati alla preghiera. Petracca esprime malcontento per i programmi televisivi superficiali che trattano gli utenti da dementi. Sarebbe necessaria un po’ d’astinenza, di silenzio. Intanto, “fuori è la luna”. La Natura ha una purezza primigenia e noi umani sovente compiamo sconcezze. Solo la mano d’artista ha ago e filo e fede per poter ricucire le crepe (“Perché l’Arte/è Creato e creatura,/è Madre e figlia/dell’Amore”). La sensibilità antropologica, popolazionistica di Petracca è un canto continuo in difesa dei bimbi che annegano nei mari della tribolazione. Ahmed muore fra le spume insensibili e tanti altri bambini quotidianamente trovano la morte in una bara d’acqua. Petracca è donna e poetessa di questa quotidianità. Lei segna a matita versi di Majakosvkij. Il grande poeta diceva: “Bisogna strappare la gioia ai giorni futuri”. Pina prova a farlo nel gaudio dei giorni presenti “alla morte e alla vita/che confondono carte/e pezzi di carne/e di sangue”. La denuncia di Petracca contro la volgarità delle guerre e contro le malsane logiche del riarmo è recisa (“Se hai indice e pollice/indica il mare/e fai arma d’amore./Dimmi se hai mira più bella del cielo”). Altro che riarmo. Petracca abita questo mondo e si rapporta inevitabilmente anche al dolore (“Lungo questa linea temporale/si districa un dolore/che non chiude il cerchio”). Nell’aprile 2025, Petracca redige versi profondissimi per la madre deceduta. Da quando la sua mamma non c’è più, Pina ormai non la imbocca, più non le accarezza il viso e gli occhi secchi (“appena ieri mamma/finivi quello scialle./Ed era solo filo”). La madre deceduta è una musa di venustà. Le rose della madre, dopo la sua dipartita, hanno perso il loro profumo (“Le ho calpestate/nel giardino/dove un tempo cucivi/petali ad ogni fiore/e mi facevi bella”). La guerra è una iattura, è l’insania del mondo (“Tacete aerei, bombe/boati di guerre, mortai,/sirene d’allerta,/urlate all’azzurro/alle nuvole/al vento alle rocce,/urlate più che potete/alla torre che più non difende/la terra dei bimbi”). Ai signori delle guerre che fanno strame dell’umano sentire e dei bimbi, la poetessa riserva parole crude (“Che i sudari di sangue/dei bambini,/ d’un sangue raggelato/ nelle vene arse/dalla fame,/siano lenzuola/per le vostre notti beate/di demonio”). Ai volgari esecutori delle fanatiche guerre di dominio e di potere e di controllo che sanno usare l’ignobile dizione “Definisci un bambino”, Petracca ricorda che un bambino è la tempesta che profuma di sole è il sole dietro la nuvola che piove. Un bambino disarma il mondo con i suoi occhi di magia, un bambino è miliardi di stelle. Un bambino è un bambino.


La locandina della presentazione del 2 giugno per La Poesia Detta


Marcello Buttazzo