di Marcello Buttazzo -
Rossano Astremo è originario di Grottaglie e vive a Roma, dove insegna italiano in un Liceo Internazionale. Autore di diverse opere, con Collettiva nel 2020 ha pubblicato la raccolta di versi “Hai fatto burrasca”. Nel 2025, per Solferino, ha pubblicato il romanzo “Nudo di padre”.
Nel marzo 2026, è uscita per Collettiva edizioni indipendenti la plaquette dal titolo Otto sonetti sbagliati dopo il giro di boa di Rossano Astremo. Il libriccino che comprende 8 poesie fa parte della collezione “I Distillati”, plaquette di prose minime. Prose minime è la collana di poesie a cura di Simona Clepoazzo e di Stefania Zecca. I distillati stillano goccia a goccia un umore, un sentimento, mettono in risalto un gusto puro e concentrato. Si tratta d’una collezione di plaquette minimali nella grafica, dei libriccini artigianali. Una tiratura di poche pagine numerate e firmate a mano. Astremo ha compiuto, in passato, i suoi studi brillanti presso l’Università del Salento. I suoi trascorsi con la città di Lecce, in particolare con il “Fondo Verri”, con Mauro Marino, con Piero Rapanà, con “Il Nuovo Quotidiano di Puglia”, sono stati fecondi di incontri, di collaborazioni, di scritture.
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| La copertina del "distillato" di Rossano Astremo per Collettiva Edizioni Indipendenti |
Rossano Astremo è uno scrittore valente. Il suo interesse primario è la vita e l’umano sentire. Nella parte finale del libretto “Otto sonetti sbagliati dopo il giro di boa”, così l’autore chiarisce il suo rapporto con la scrittura poetica: “Ogni verso nasce dal rumore della città, dal fruscio dei passi sulle strade bagnate, dai clacson e dalle voci che si perdono tra le piazze e i palazzi. Nasce dal silenzio improvviso di un pomeriggio assolato, dai respiri che sfuggono come un battito trattenuto, dai ricordi che riaffiorano senza preavviso, dai lampi di infanzia che ancora bruciano dentro di me.
Queste poesie sono piccole esplosioni di memoria e quotidiano, frammenti di una vita osservata dal bordo del presente, attimi rubati ai campi di calcio polverosi, ai tramonti sulle terrazze, ai gesti silenziosi di chi passa accanto e non si volta”. La scrittura poetica di Astremo è nitida, intellegibile, è una sorgente d’acqua pura.
È una poesia chiara, onesta, senza infingimenti, che non si perde in meandri oscuri, priva d’ogni vestitura criptica. Una poesia adamantina che si lascia leggere con piacere, perché fra le pagine d’inchiostro alligna non solo la storia d’un uomo (il poeta Astremo), ma anche le vicissitudini del mondo.
Nei fatti contingenti cantati da Astremo ciascuno di noi può trovare tracce della propria vita, ci si può facilmente immedesimare. Così la poesia di Rossano non è solo il canto d’un poeta, ma è la storia viva di tutti noi.
È una poesia di vicende, di accadimenti, di vissuti. Un canto incentrato, fra le altre cose, sulla memoria, sul suo riverbero, che è sempre vivido di esperienze umane.
L’umanità è il fulcro primario della sua scrittura suasiva. Astremo, nei suoi versi, è molto attento al reale, alla realtà effettuale, ravvivata dalle sue visioni di fine poeta. E il tempo che passa è una variabile fondamentale del suo adoperarsi. Lui è molto devoto al fluire quotidiano del tempo, che è una clessidra talvolta serafica; altre volte turbolenta.
Nel romanzo “Nudo di padre” Astremo ha narrato, tra le altre cose, il suo rapporto intimo e d’elezione con suo padre. Nella poesia “Non sono” ritorna a evocare tutti i padri che ha ammazzato, i quali “avevano il sapore amaro della terra in autunno”. Il padre di carne “beveva vino rosso senza essere mai sazio”. Il padre di prosa “leggeva Proust prima del sonno”. E poi “il padre di versi, corpo inquieto/nella danza che ha nome vita/scriveva/poesie sulle mura di un tempo eroso:/devo a lui tutto ciò che non sono”. La rammemorazione fanciullesca è viva nel poeta. Rossano ricorda in particolare l’estate del 1986. Lui era piccolino, aveva pochi anni. Ciononostante ha nella mente i mondiali messicani, la mano di Dio di Diego Armando Maradona, Lineker capocannoniere, Bearzot infuriato, il talento di Scifo, la voce mai quieta di Bruno Pizzul. Il piccolo Rossano trascorreva le sue giornate estive inseguendo un pallone su un campo di ciottoli e fango (“Fotogrammi di un’infanzia svanita:/ morbide venature del sogno d’un bambino”).
Attimi vissuti, momenti respirati intensamente nei luoghi più diversi, come, ad esempio, in Piazza Testaccio, dove echeggia il canto ibrido degli uccelli, dove bambini accarezzano con gli occhi un aquilone, dove adolescenti si rincorrono strillando (“Le panchine di Piazza Testaccio,/la mia vita così vicina/che la morte mi abbandona”). Il tempo dell’infanzia, per certi versi, è un tempo particolare, che lascia dentro tracce indelebili. Da ragazzino, Rossano prediligeva cose belle, simulando partite da tennis con avversari immaginari. Sognava di alzare al cielo il trofeo di Wimbledon (“Ripenso a quegli anni con nostalgia,/ci ripenso mentre mia figlia gioca/a fare la rockstar nella sua cameretta”).
Il poeta ama l’aura notturna e il declinare dello scuro nei primi lucori mattutini. Si siede a scrivere poesie “e tutto sembra seguire il ritmo/di un dolce silenzio nel giorno che nasce”: Rossano è un uomo che segue il fluire dei giorni, lo scorrere del tempo. Con la sua Vitara va oltre il raccordo, legge poesie di Carver, beve Coca Light, ascolta Nick Cave. Sente che qualcosa accadrà.
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| Rossano Astremo |
Rossano è un uomo sensibile con grande spirito d’osservazione. Come poeta porta dentro di sé, per antonomasia, tutto il bene e tutto il dolore del mondo. S’accorge sulla metro, direzione Laurentina, d’un uomo che piange lacrime dignitose alle otto del mattino (“Quell’uomo sulla metro, sceso a Garbatella,/un fazzoletto bagnato riposto nella giacca,/il passo lento di chi subisce il mondo/e poi ingoiato: non resta che l’ombra”. Il mestiere di vivere può essere faticoso ed esige amore e perseveranza (“Il mio lavoro è contemplare l’infanzia che ho odiato,/è spiegare ai mai nati il sorgere del sole,/è proteggere i respiri che mi dona la veglia,/è sentire solo il mio sangue che pulsa”).


