di Marcello Buttazzo -
Il salentino Luigi Palazzo, dopo
aver pubblicato le raccolte di versi “Non raccontarmi il cielo” (Manni, 2021) e
Bar Samarcanda (Transeuropa, 2021), è tornato alla poesia nel 2025 con la
pubblicazione della raccolta di versi “PIETRE E MIRAGGI” (per peQuod), nella
collana il Portosepolto diretta da Luca Pizzolitto e Massimiliano Bardotti.
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| La copertina del libro edito da PeQuod nel 202 |
Luigi Palazzo, in questi anni, ha
ottenuto vari premi e menzioni d’onore ed è stato finalista, con inediti, al
Premio Fabrizio De André. Con una dedica evocativa e significativa (”A mia
madre che vince sull’assenza) prende il via un libro intenso di 29 poesie,
diviso in due sezioni: “Polvere e campane” e “Andante ritorno”. Con uno stile
essenziale, snello, con il verso ridotto all’osso, Palazzo da vero artigiano
della poesia sa cesellare scenari, immagini, sa narrare vissuti e storie.
È un artigiano all’antica, Palazzo, le sue poesie sono delicate e potenti, riverberano con sapienza la lezione letteraria dei poeti del Novecento. Lui non s’abbandona mai a funambolismi, a descrizioni criptiche, ad astruserie. Palazzo è chiaro, nitido nel suo procedere e sa dare rilevanza assoluta alla parola d’inchiostro. La parola ha essenzialmente una funzione comunicativa, esplicativa, seve a definire l’esistente anche quando la sua cifra inerente può apparire parzialmente oscura o comunque non facilmente assimilabile e fruibile ad una prima lettura.
Luigi Palazzo è un poeta meridiano, intimamente legato alla sua terra, Salice Salentino. Anche se trascorre giorni del mese per lavoro a Milano, parte della sua esistenza viene esperita nel Salento. E la sua terra del Sud è pregnante e cimento vivo nei suoi versi, soprattutto nella sezione iniziale “Polvere e campane”. Non è un Sud agiografico, da cartolina, che prevale.
Non è un Sud imbellettato che muove il sentire del poeta. È un Sud nudo come la terra nuda. Sì, è vero, geografico, ma è preminentemente un Sud dell’anima che campeggia e s’insinua nelle fibre rosso sangue (“Tra le maglie di un rudere/un setaccio, il Sud/trattiene/vite rassegnate,/pietre e miraggi”). È un Sud che si sostanzia nel paese, nella vita di paese, nell’evolvere dei fatti, negli accadimenti ordinari (“Quant’erano belli i funerali/al mio paese,/ che quando se ne andava/uno di noi/era/uno di noi/che se ne andava./E la vita/mischiata all’istante/scorreva/fino alla madre/appesa/ allo stelo d’un fiore”). E ancora, “Al mio paese/il verbo “trovare”/indica la ricerca/e la domanda del motivo./Al mio paese/il futuro è declinato/al tempo presente”.
Luigi Palazzo è poeta d’amore, perché sa cantare con morbidezza l’eterna vicenda umana. Palazzo è anche poeta civile. Conosce l’impegno morale, pragmatico, e l’abnegazione (“Mio nonno aveva un fratello/che giocava alla Rivoluzione/e un giorno strappò dalla porta/l’unica di casa/uno stipite di legno e tarme/ e ci inchiodò una tovaglia, rossa/l’unica di casa/ e corse con quattro compagni/inneggiando al lavoro/cercando nei campi/la chiave nel fango./Lo sguardo in avanti”).
Commovente è la poesia che Palazzo dedica a Donato Leuzzi, che guidava la Camera del Lavoro di Salice Salentino ed era fra i principali organizzatori delle lotte bracciantili per la riforma agraria e l’occupazione delle terre dell’Arneo. Fu assassinato con un colpo di pistola all’età di 25 anni (“Lo scalpiccio dei tacchi/sul sagrato celebra/il dischiudersi lento/delle navate./ Scricchiola il portone/che restò chiuso,/ quando fu assassinato/ il sindacalista dell’Arneo/che offrì alla terra/i suoi vent’anni”). Lecce viene vista dal poeta come una ragazza con una paglia in bocca che gira naso all’insù sulla via, “mentre lo sguardo di Bodini/innamorato/inchioda ogni parola/ad ogni chianca”. La vita di paese è vita vivida, vita vera. Sulla porta del bar risuonano i comizi elettorali “e la domenica al din don dan/s’intonavano schiamazzi/per quattro lire di paste”. Il Sud è da respirare, da attraversare, a volte anche da patire (“Scontare il Sud,/vivere due vite/in mille inciampi”).
Nella seconda sezione “Andante Ritorno” c’è uno scavo ancora più introspettivo, più interiore, più intimistico. Palazzo fa i conti con i suoi vissuti, con le ricordanze, con i sempiterni fantasmi che talvolta emergono, principalmente in alcune visioni notturne. La poesia non dà certezze, non vive di certezze. E i versi di Palazzo sono versi dell’imponderabilità. Il poeta si rapporta al dolore, al trambusto, allo scoramento (“Le parole che restano/sono scorie/sono ombre/senza corpo”). La poesia di Palazzo è inevitabilmente anche poesia dell’assenza (“L’enigma del sole di novembre/accende la pietra/per la via./Riesco ancora a ferirmi/con le parole/che non mi hai detto). E ancora, “Dalla finestra/ho incrociato lo sguardo/di mia madre/a trentaquattro anni/capelli scompigliati./Due bambine/l’una in braccio l’altra/nel palmo di una mano/non sanno ancora che papà/è un ricordo/Un bambino che non ha mai visto la neve/domanda dove sia il cielo/quando è buio”. Sono frequenti i tormenti nella notte, i subbugli e le visioni (“ritorna e fugge e vibra/questo niente,/immerso nella notte/che corre e non respira, che respira e non fluisce,/nelle ore diroccate/in un quotidiano/ che si scuce”). “Pietre e miraggi” è un libro di presenze e di assenze.
È
palpabile la solitudine di Palazzo, solitudine creatrice che lo conduce sui
sentieri dell’esistenza con lo spirito desto. E, fra le pietre e i miraggi, il
messaggio del poeta è comunque positivo. Questo tempo vale la pena di essere
scandito, per poter quantomeno essere parte integrante del grande libro della
vita.
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| Luigi Palazzo |
Marcello Buttazzo


