di Marcello Buttazzo
Flavia Santoro è un’avvocata
salentina di formazione, ama leggere, viaggiare e mettersi in ascolto del
mondo, ama i gatti, si infervora davanti a soprusi e ingiustizie, scrive di ciò
che la ossessiona. Nel marzo 2026, è uscito per Collettiva Edizioni Indipendenti
un libriccino di Flavia Santoro dal titolo “Raccontare la vita com’è”. Un
libello di 8 poesie, che fa parte di un’extra della collana di Prose Minime: “I
Distillati”. Una collezione di plaquette minimali nella grafica, dei libriccini
artigianali ben curati. Una tiratura limitata di poche pagine numerate e
firmate a mano. Prose Minime è la collana di poesie a cura di Simona Cleopazzo
e di Stefania Zecca. I distillati mettono in risalto sentimenti, vissuti,
storie, sensazioni, un umore, sanno mettere in evidenza il timbro d’una voce.
E la voce di Flavia Santoro è molto chiara e incisiva. È la voce d’una donna consapevole e determinata, che esige il rispetto delle regole e la salvaguardia dei diritti. È la voce onesta d’una donna che non si piega alle iniquità di questo mondo sconfitto e compromesso, guidato e governato, soprattutto ad alcune latitudini, da gente senza scrupoli. È la voce d’una poetessa che non si rassegna alla caduta rovinosa propria d’uno status quo soffocante. Gli indigenti del mondo, i precari, i sottoposti, gli sfruttati meritano d’essere visti e di rivendicare ad alta voce ciò che a loro spetta. La plaquette “Raccontare la vita com’è” contiene, fra le altre cose, un distico sintomatico ed emblematico di Edouard Louis (“Non sarà il caso di ripetersi fino a quando ci ascolteranno?/Per obbligarli ad ascoltarci?/Non sarà il caso di gridare?”).
Santoro nel suo libello corposo e
significativo racconta davvero la vita com’è, senza infingimenti, senza
edulcorazioni. La vita esperita da certuni sovente non è un viaggio in prima
classe con tutte le luci accese. La vita ordinaria di milioni di persone è
sofferenza, lavoro disperato, anche in condizioni estreme. Per molta gente la
vita ordinaria è un viaggio in una carrozza scassata di terza classe. Santoro
sa occuparsi con discrezione, con eleganza, e con una apprezzabilissima
morbidezza femminile, degli arbitri, delle prevaricazioni, delle illegittimità,
senza fare sconti ad alcuno. Con una sensibilità di poetessa civile, Santoro sa
cogliere piccole sfumature che certuni talvolta fanno finta di non vedere.
Flavia racconta la vita com’è, come riesce a scorgerla con la sua lente di
poetessa attenta, scrupolosa, senza remore, senza alcuna paura di risultare
sgradita ai potenti e ai prepotenti. Nella parte finale della plaquette Santoro
espone la genesi e la significanza della sua scrittura: “nasce da un’urgenza,
un’ossessione. rendere visibile il fuori fuoco, la marginalità, l’ordinarietà
di un’umanità che cerca il proprio posto nel mondo, e lo cambia, attraverso il
corpo e la lingua. c’è un flusso storico che intreccia i singoli “piccoli
contrattempi del vivere”, lì allignano ingiustizie, violenza, vergogna. La
scrittura non conforta ma sa abbracciare con lo sguardo, interroga senza
cercare verità assolute, si fa cassa di risonanza fra inciampi e apnee, senza
trama e senza finale”. L’obiettivo manifesto della poetessa è quello di rendere
visibili e preganti le storie e i vissuti di chi vive ai margini, nei quartieri
periferici di questa società opulenta e qualche volta distratta, superficiale.
Gli indigenti, i precari, gli sfruttati non sono una massa indistinta: essi
sono donne e uomini, un corpo vivo e sociale, che cerca di affrancarsi alla
luce del sole, tentando magari di modificare qualche malsana abitudine
“attraverso il corpo e la lingua”. Santoro sa benissimo che la scrittura non
conforta, non è consolatoria, “ma sa abbracciare con lo sguardo”.
La scrittura pone domande, quesiti, interrogativi di vario tipo, crea un fermento, “senza cercare verità assolute”. E la scrittura di Flavia Santoro è un bisturi che sa entrare nelle vicende delle varie vicissitudini con compostezza, con precisione, con efficacia. Lo stile poetico del libretto “Raccontare la vita com’è” è limpido. Le poesie hanno un passo lungo, un incedere talvolta prosastico, i versi sono controllati, sono suasivi, hanno una potenza evocativa straordinaria. Santoro, poetessa civile, sa manifestare e maneggiare con vigore l’amore per l’esistente. Santoro dedica la sua voce a chi non ha voce, a chi vede sovente i suoi sacrosanti diritti violati, calpestati. Il canto dolente di Flavia è una sorta di denuncia vibrante per un operaio che trova la morte sul lavoro (“un tonfo un trombo uno strappo più sordo/muore giovanni infilzato dai ferri di scavo/muore bocconi tra pietrisco e fibre di amianto/prosa o poesia/ prosa o poesia/qual è la tua voce?”). L’intento della poetessa è chiaro: “per questo corpo che c’è/e non trova pace/oggi io scrivo”. È vivida, nella poetessa, la rammemorazione della vita contadina, fra filari di tabacco stesi al sole. La piccola Flavia di quel mondo contadino doveva nutrirsi, da quel mondo contadino voleva emanciparsi, lei che sognava i capelli alla Gigliola, mentre “i precari si sparpagliano sui treni/esplode l’uva fragola sulla maglia a righe regalo di mamma/- mamma dove sei?” Lavoro, riscatto, dignità sono le parole paradigmatiche dell’impegno morale e civile di Flavia. Epperò lei deve giocoforza osservare, in questo tempo avvilito, impazzito, che i soldati israeliani fanno selfie sulle macerie di Rafah e che in carcere, in Italia, al trentuno di agosto si sono già registrati sessantasette suicidi di esseri umani (“una catasta di esseri umani la cella/i cortili una pozza d’asfalto/il tempo una bolla/dovrò entrarci tutta intera/e conservare l’abitudine di essere sempre all’erta”).
È duro, pesante, il lavoro
notturno dei fattorini fra le due e le sette del mattino. Si deve lavorare
intensamente, caricare, consegnare, pedalare. Dieci euro per un’ora lavorata
(“pedalare sulle strade allagate dal ravone/pedalare nel vento furibondo di
scirocco/pedalare nella nebbia che ingoia la città/il servizio non si ferma la
piattaforma non lo ferma/pedalare pedalare pedalare/preferisco il rumore del
mare”). La poetessa esprime l’intimo amore per la vita migrante, errante. Al
valico Kuznica- Bruzgi i poveri migranti vengono tenuti lontani con i cannoni
ad acqua, puntati su di loro dall’ottuso potere dominante. Al confine fra
Polonia e Bielorussia i disperati della Terra si nascondono sotto cumuli di
foglie secche di betulla (“quante/foglie di betulla occorrono per nascondere
una/famiglia di quattro/senza nome in fuga da assad paralizzata dal
terrore/foglie lunghe sei centimetri e larghe quattro foglie/secche
accartocciate/quante?”). Flavia nei suoi accorati versi riesce a mostrare anche
un dolore intimo, profondo, lacerante. La poetessa ci parla dello sguardo
compassionevole della ginecologa e canta: “oggi sputo/la/madre/che/ non/ sarò”.
E aggiunge, “lontano dal mio purgatorio risuonano campane per/bambini mai
nati”. Nella scrittura di Flavia Santoro viene tracciato a chiare lettere il
mondo dell’esperienza, un universo di eventi che s’inseriscono nel tessuto
connettivo della vita. E, a volte, essi sconfortano, dolorano. E così la
poetessa ci ricorda la saponificazione dei corpi sulla battigia di Lampedusa,
il silenzio intorno al massacro di Gaza, le nuove armi di distruzione di massa,
la vergogna e la colpa di chi non trova lavoro, di chi lo trova e lo perde. E
ancora, “morire in una fabbrica tessile a prato/morire di fatica nei campi ad
andria/svegliarsi alle tre del mattino per l’acinellatura/dell’uva/tre euro
l’ora quarantanove anni quaranta gradi/paola clemente muore per/cause
naturali”.
Marcello Buttazzo

