ABITARE IL LIMITE

 


ABITARE IL LIMITE
Lecce, 18 giugno 2026, San Francesco della Scarpa, Ex Convitto Palmieri
Introduzione della Dott.ssa Caterina Renna a Pe(n)sa Differente Festival 2026 - XIX ed.

Buongiorno a tutte e a tutti.

Aprire un Festival come Pe(n)sa Differente, dentro un convegno scientifico dedicato ai disturbi della nutrizione e dell’alimentazione e all’obesità, significa assumere una responsabilità precisa: non separare ciò che nella vita delle persone non è mai separato.

La scienza e l’esperienza.
Il corpo biologico e il corpo vissuto.
La cura e la cultura.
La clinica e il modo in cui una società guarda, nomina, giudica, sostiene o isola la sofferenza.

Il tema che abbiamo scelto per questa XIX edizione è Abitare il limite.

Non lo abbiamo scelto perché il limite sia una parola rassicurante. Il limite può essere duro, ingiusto, doloroso. Può coincidere con la malattia, con la perdita, con la solitudine, con la discriminazione, con l’impossibilità.

Non siamo qui per celebrare il limite. Siamo qui per interrogarlo.
Perché viviamo in un tempo che tende a trasformare ogni limite in un difetto da correggere, in un ritardo da colmare, in un ostacolo da superare.
Corpi più efficienti. Prestazioni più alte. Connessioni più rapide. Vite più esposte.
Identità sempre più visibili, misurabili, confrontabili.
E tuttavia la vita umana non esiste senza limite. Il limite non è soltanto ciò che interrompe. È anche ciò che dà forma.
La pelle dà forma al corpo. Il confine rende abitabile una casa. La pausa permette alla parola di essere compresa. La soglia distingue e insieme mette in relazione. Senza limite non c’è esperienza. C’è dispersione.

Nei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione questa tensione appare con particolare forza. Il corpo diventa il luogo in cui si concentrano controllo e vulnerabilità, fame e rifiuto, esposizione e vergogna, desiderio di sparire e bisogno di essere riconosciuti.

Chi lavora nei servizi lo sa: non incontriamo mai soltanto un comportamento alimentare alterato. Incontriamo un corpo che è diventato un campo di forze: biologiche, psicologiche, relazionali, culturali.

Per questo la ricerca è indispensabile. Abbiamo bisogno di dati, metodi, evidenze, valutazione degli esiti, modelli organizzativi solidi, trattamenti efficaci, reti integrate.
Ma abbiamo bisogno anche di una responsabilità ulteriore: non ridurre la complessità dell’esperienza umana a una sola grammatica.
Un corpo non è solo un peso. Una diagnosi non è una persona. Un sintomo non è un’intera storia. La vulnerabilità non è una colpa.
La cura non è soltanto eliminazione del disturbo, ma costruzione di condizioni in cui la vita possa tornare a essere abitabile.

È qui che Pe(n)sa Differente trova il proprio senso.

Da diciannove anni questo Festival prova a costruire un luogo in cui clinica, ricerca, arte, prevenzione, educazione e cittadinanza possano dialogare senza confondersi.

Non perché arte e scienza siano la stessa cosa. Non perché la cultura sostituisca la terapia. Non perché la bellezza cancelli la sofferenza.
Ma perché nessuna disciplina, da sola, basta a comprendere ciò che accade quando una persona soffre nel proprio corpo, nella propria identità, nelle proprie relazioni.
Il welfare culturale, in questa prospettiva, non è ornamento.
È infrastruttura di salute pubblica. Crea contesti in cui ciò che è difficile da dire può trovare linguaggi, in cui ciò che è stato isolato può tornare nello spazio comune.
In cui la prevenzione non è solo trasmissione di informazioni, ma costruzione di immaginari, relazioni, appartenenza.

Anche la comunicazione, oggi, è parte della cura. Abbiamo imparato che parlare di disturbi alimentari, di salute mentale, di corpi, di sofferenza richiede precisione, responsabilità, misura. Non serve spettacolarizzare. Non serve semplificare. Non serve trasformare il dolore in racconto edificante.
Serve restituire complessità. Serve costruire linguaggi che non producano stigma.
Serve nominare senza ridurre.

Per questo, nei prossimi giorni, il limite sarà attraversato da molti sguardi.
Lo interrogheremo attraverso la ricerca scientifica, i simposi, i giovani ricercatori, la clinica dei servizi, il confronto interdisciplinare.
Lo incontreremo nelle mostre, nella danza, nella poesia, nella fotografia, nelle installazioni, nelle performance, nella musica, nelle azioni partecipate.

Non come eventi separati. Ma come parti di un’unica domanda: che cosa diventa possibile quando una comunità decide di non rimuovere il limite, ma di renderlo pensabile, dicibile, condivisibile?

Nei mesi scorsi abbiamo rivolto a molte persone una domanda semplice:

Dove ti fermi?

Le risposte raccolte non indicavano luoghi geografici. Indicavano luoghi dell’esperienza: il corpo, il tempo, la stanchezza, il desiderio, la ferita, l’ascolto, il dubbio, la soglia.
Forse è da qui che possiamo cominciare.
Non dal superamento del limite. Non dalla sua negazione. Non dalla sua idealizzazione. Ma dalla possibilità di sostare abbastanza a lungo da comprenderne la forma. Perché il limite non è soltanto il punto in cui qualcosa finisce. Può essere anche il punto in cui una conoscenza diventa più onesta.
Una cura diventa più umana. Una comunità diventa più capace di riconoscere ciò che la attraversa.

Benvenute e benvenuti a Pe(n)sa Differente 2026.
Benvenute e benvenuti ad Abitare il limite.