Ritanna Attanasi (classe ’94) vive a Lecce, si è laureata in Lettere Moderne presso l’Università del Salento. Nel 2021 ha pubblicato una raccolta di 23 poesie intitolata “Spiga Nera” per Pubblicazioni italiane. Dal 2022 ha intrapreso una collaborazione con “Nuovo Quotidiano di Puglia Brindisi”.
Nel maggio 2025 Attanasi ha
pubblicato un nuovo libro dal titolo “Pudori”, uscito per I Quaderni del Bardo
Edizioni di Stefano Donno. “Pudori”, inserito nella Collana Universo Salento a
cura di Angelo Sconosciuto, è arricchito dalle illustrazioni di Rodrigo Garcia
Canas. La copertina è impreziosita dall’opera “Calla” di Ana Trigo, ed è
l’espressione emblematica d’una purezza duratura e d’una fragilità che resiste
alle ineludibili forbici del tempo.
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| La copertina di "Pudori" nella collana poesia de IQdB |
“Pudori” è un fresco e
intensissimo libro, un poemetto di vibrante antropologia, che riesce ad unire e
a far convivere la prosa e la poesia con una naturalezza assoluta. Si tratta
d’una sorta di diario, ma a differenza dell’inclinazione diaristica qui, in
questo scritto, traspare un messaggio fluido, aperto, libero, universale, che
ci coinvolge tutti. Lo stile scritturale di Attanasi utilizza uno sguardo ad
ampio spettro sulle cose della vita, non si ferma a ciò che balena in
superficie, ma penetra nell’essenza con occhi da microscopio elettronico. La
poetessa conosce l’importanza di ogni mancanza, di ogni assenza. Lei conosce il
sapore e il significato rosso sangue e veritiero dell’amore (“L’amore è la mia
perversione”). Ritanna Attanasi è una donna del Sud e il Meridione compare con
tutte le sue luci, con il vento, con la pietra leccese, con la sua inerente
lentezza meridiana. È forte e al contempo delicata, fra queste pagine, la
consapevolezza del proprio sé: la condizione femminile e l’intimità vengono descritte
senza alcuna ritrosia, con una poesia d’inchiostro nitida, chiara. Anche la
fragilità, lungi dall’essere un impedimento, traspare in tutta la sua bellezza
umana. La fragilità dell’essere è la calia preziosa, il giacimento d’oro che ci
rende persone uniche e irripetibili.
Protagonista di “Pudori” è la
parola, che evoca, raffigura, espone, definisce. Una poesia che dà grande
rilevanza alla memoria, agli scandagli di memoria che permettono, tramite il
riferimento a parole giuste ed essenziali, di avere innanzi un quadro esaustivo
dell’esistente, mediante flash esistenziali. “Pudori” è un libro innovativo, di
ricerca. Attanasi, indugiando a più riprese e secondo diverse sfaccettature sul
concetto di pudore, lo trasforma in gesto poetico e politico. Il suo linguaggio
è elegante e, più che la mansione materiale della poetessa, possiamo apprezzare
la sua figurazione spirituale, che è un dono per ogni lettore.
Nell’introduzione a “Pudori”,
Antonio Errico, a un certo punto scrive: “La scrittura di Ritanna Attanasi è
una costante rivelazione di quello che si cela sotto la superficie dei
concetti, delle opinioni, delle convinzioni, delle esperienze, delle certezze.
Sotto la crosta delle parole che pronunciamo. Custodite nell’abisso protette
dall’onda. Protette dalla memoria, che seppellisce e disseppellisce ad ogni
verso, ad ogni parola. Qui la memoria è un tempo che si restringe e si dilata,
che invade e si ritira, che si impone, ostinatamente, e che fa da sfondo
all’espressione. La memoria è la condizione che genera il confronto tra le
circostanze e le situazioni, che innesca domande”. E ancora Errico tende a
puntualizzare che la scrittura di Attanasi è una scrittura tramata di domande,
sostanziata di domande. Dobbiamo dire che queste domande talvolta non hanno una
risposta univoca; epperò la poetessa s’adopera sulla via d’una rincorsa
plurale, complessa, d’un percorso tendente a far tralucere silenzio. Per Ritanna
Attanasi la poesia non è bellezza e non è finzione, è parola schietta, una
risorsa di narrazione del sé e della realtà circostante. È veramente vibrante
la ricerca di passione, che si riverbera nella descrizione d’un paesaggio
esistenziale adamantino e intimo (“Siamo andate a cercare il tramonto, ci siamo
prestate, abbiamo ubbidito a questo rischiamo selvaggio ed esigente del saluto
da parte del sole, questo trapasso dal sole al buio, l’ennesima luna
sospirante, la luce d’oro che lo illumina come facciata d’una casa di carparo,
una spiga dorata, assorbita, dallo scalpello sempiterno del sole, quel dio
eretico, l’eresia del sole sulla pelle dorata e distesa, l’unione di tutti i
sensi, l’armonia dipinta e splendente del suo volto appassionato, appagato da
ciò che aveva fatto fino ad allora”).
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| Un'illustrazione tratta da "Pudori" |
È pura la brama di voler percorrere lo spazio-tempo con uno spirito illeso e con una confortevole consapevolezza (“Ma io voglio andare su, nel cielo, giù, negli abissi, toccare, sparire, sopire, sperare, sussultare, svenire, scoprire, che da ogni direzione si muovono gli spiriti degli elementi, le anime in pena, illanguidire, a questo straziante macabro serpeggiare della vita, la più bastarda e deliziosa povertà è ricchezza”). La poetessa s’interroga su povertà e ricchezza. Si può fingere una morte, per un giorno poterla perfino sopportare. Nelle evenienze della vita desiderammo comunque amore (“Ho finto una morte,/perciò ho vagato, per scoprire/che ogni dove, ogni come, ogni quando/è governato dallo stesso moto umano”). Si può fingere una morte, “cercando di non affogare nelle/acque del male,/ nottate sprezzanti, carezze mancanti”.
Il desiderio è il cimento
effettivo che tutto muove, tutto dirige. “In questo desiderio bisogna stare”.
Il desiderio può essere rude, selvaggio. Noi umani dobbiamo coltivare l’obiettivo
manifesto di trasformare l’amaro in bocca continuamente in resurrezione. “Sono
giovane, incompleta/totalmente distratta, incurante/se in questo desiderio non
sussiste/l’ombra sonora dei suoi passi/d’improvviso avvicinarsi/avvinghiarsi a
me”. E poi “in questo desiderio bisogna stare/per ritrovarlo/e lentamente
andare”. Nel gioco sempiterno della sensualità non si deve rinviare la partita,
non si deve scappare. Si deve invocare, perdonare, amare. La corsa alla
sensualità è gioiosa, alluzzante, è lingua che scava a fondo, lingua che vuole
sondare i fondali, nel ventre. È lingua che strappa i vestiti di dosso, lingua
che rompe tabù, lingua che ama. Lingua che insiste, lingua che scardina i
mostri, lingua che stilla succhi gastrici dell’intera storia umana. Lingua che
se ne frega della dialettica qualunque. La memoria è vivida. Spesso i sogni
della poetessa contengono le immagini del padre eloquente e loquace e del
fratello piccolo. Attanasi indaga compiutamente il senso vero dell’esistenza e
sempre vigile è lo scavo fitto fitto nelle scaturigini della memoria: “a quella
ragazza vorrei parlare/a quella ragazza ho detto parole di un altro
mondo,/parole d’amore,/e le ho dato/memorie d’infanzia/da rottamare/in cambio
d’una parvenza/di donna”. Il canto del Sud è una canzone d’amore che la
poetessa proferisce, per l’innanzi, per sua contentezza, ma anche per nostra
contezza. Attanasi avverte il canto del Sud che evoca mistero, leggende, afa
perenne, luce ipnotica (“La gente seduci/alla controra/mentre tutto s’immobilizza”).
In questo Sud virente sbocciano i mandorli, “barlumi di vita/dopo una stagione
d’inverno”. La poetessa corre fra due binari come in una voglia continua (“I
tuoi occhi/mi strappano il sonno”). La poetessa corre fra due binari, ma
“L’acqua non va più via/Lo sguardo non va più via/Il passato non va più via”.
Attanasi è un’anima radiosa, a lei importa della luce. Lei ha stimmate di cuore
(“gola che deglutisce sospiri/scambiati di notte, nella notte
inconscia/s’aprono magnolie/bianche nel centro, rosa sugli orli,/sono baci
affamati”).
Il Sud viene descritto con
dovizia di particolari. Ed è una materia viva, vivente di accadimenti (“Marina
Serra senza riparo al vento/se non le rocce erose e bucate/erose dallo iodio,
erose dalle leggende,”). Questo Sud che gode d’un momento di pace durante
l’estate o totale solitudine dall’autunno alla primavera. Attanasi è donna di
virtù e d’amore. Se la poetessa riceve un abbraccio sulla scia d’una brezza
levigata, meno pungente di quella invernale, intende goderlo fino in fondo.
Attanasi è donna di questo mondo contemporaneo. Sa che i frutti che raccogliamo
sono amore che faticosamente seminiamo (“C’è il rischio di sottovalutare
piccoli scambi ricevuti, difatti volano via ma continuiamo a rintoccare come il
canto notturno della civetta”).
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| Un'illustrazione tratta da "Pudori" |
La poetessa è interrogativa.
Si chiede se saprà abbracciare. Intanto piove sulle pagine, sull’incertezza.
Piove pelle malinconica, pelle suadente, pelle ignorata, piove memoria. Piove
attesa. Gocce come lancette. Gocce come passioni. Attanasi prova la solitudine,
ama e odia lievemente. Soprattutto è una persona che sa amare (“Quest’amore/mi
ha dilaniato/fino a rendermi/essere umano/e amore/a mia/volta”). La Natura del
Sud è parlante. La poetessa scorge filari di vite sfilare e chiazze azzurre di
cielo. Il Sud tratteggiato da Attanasi non è una terra di maniera, non è una
terra da cartolina, ma è una contrada aspra e forte. È un Sud anche “che fa
fuggire i compaesani,/che fa maledire questa pervicace/maledetta/residenza di
nascita,”. Nonostante tutte le contraddizioni di questa terra chiamata Sud,
ogni vita vale la pena di essere vissuta. Attanasi persevera con abnegazione
nel suo mestiere di scrivere (“e batto i tasti sulla macchina da/scrivere e
imprimo inchiostro/sulla carta perché poesia non è/scrivere, non è bellezza, né
pace/è diluzione di un veleno”).
Marcello Buttazzo



