"Parlo da sola anch’io/prego". La poesia di Paola Maritati

 


di Marcello Buttazzo - 


Paola Maritati vive a Nardò. Laureata in scenografia teatrale e cinematografica all’Accademia di Belle Arti di Lecce, lavora nel teatro come scenografa, costumista e progettista teatrale. Firma progetti in campo sociale ed artistico, collabora con varie cooperative impegnandosi maggiormente sui problemi legati all’immigrazione e alla lotta di genere sul territorio Pugliese. Appassionata di arte, politica e fantascienza, ha due figli, Cosimo e Alice. Nel 2023 ha esordito con la raccolta “Lingua volgare” (Musicaos Editore), partecipando a diversi reading, incontri, rassegne.

La copertina del libro

Libro originalissimo, “Lingua volgare”, un po’ circo, un po’ paesaggio lunare, un po’ terra di filastrocche. In “Lingua volgare” Maritati ha saputo compendiare il moderno e l’antico, in un incedere fluente, fluido. L’autrice, in “Lingua volgare”, è stata la fautrice d’un linguaggio modernissimo, con chiari riferimenti a un vestimento originario (delle origini). Lei ha saputo nella sua prima opera inframezzare un linguaggio ricercato, aulico, con diciture lievemente brusche, creando un mix piacevole e attraente.

Dopo 3 anni dal suo esordio, torna alla poesia Paola Matirati con una nuova raccolta poetica dal titolo “Codice primitivo” (pubblicato nel febbraio 2026 sempre da Musicaos Editore). Il libro di versi, cinquantatreesimo volume della collana di poesia di Musicaos Editore, è stato anche proposto al Premio Strega Poesia 2026. 

“Codice primitivo” continua e amplia la poetica di Maritati, già significativa nella raccolta “Lingua volgare”. Lo stile letterario e scritturale dell’autrice è pienamente riconoscibile, ha una sua cifra precipua, perché sa alternare (anche in “Codice primitivo”) un lessico autentico, spontaneo, lineare, essenziale, con notazioni altamente ironiche, disinvolte, spigliate. In “Codice primitivo” Maritati, a volte, sembra prediligere il paradosso, il non- senso, ma sempre però in una condotta rigorosa e austera, con un linguaggio primevo e controllato. Talvolta Maritati appare un folletto che, nel suo eloquio scanzonato, non fa mai a meno del suo spirito pugnace, combattivo, del suo sentimento di libertà. E la libertà interiore, per un poeta, per una poetessa, è una mansione irrinunciabile.

Una nota distintiva di “Codice primitivo” (come, del resto, già avveniva in “Lingua volgare”) sono a fine poesia gli hashtag, che sono segnali di chiarificazione, di disvelamento, di smarrimento, piccoli e emblematici segni che completano le liriche, stabilendo delle direttive di intendimento (c’è da dire che, tuttavia, gli hashtag qualche volta servono a spiazzare il lettore). Maritati scrive poesie modernissime a verso libero, ricorre anche alla edificazione di filastrocche e di fiabe in cui s’appalesa il suo morbido sentire. La poetessa con l’uso sempre della parola appropriata sa scendere a fondo nei meati conoscitivi, s’addentra nei labirinti del quotidiano, con una verve rispettosa e al contempo provocatoria. La sua non è poesia consolatoria, è espressione fenotipica e impertinente d’un animo libero e franco. È poesia onesta che segue la scia della evocazione quotidiana, che non si fa mai assimilare e fossilizzare dai dogmi e dalle verità precostituite, che sa mettere in ridicolo l’odierna bulimica e deteriore società del compra, usa e getta, che sa frapporre all’impazzimento e al “delirio delle masse” una fondata consapevolezza del proprio sé. 

Quella di Maritati a pieno titolo è poesia antropologica, perché indaga finemente la natura degli uomini, delle donne, dei bambini, sa scavare nel profondo, sa far emergere sentimenti, sensazioni, emozioni, paure, principi, valori. Maritati non si esime dal suo mestiere di poetessa sensibile, attenta alle nuove frontiere del linguaggio e al contempo fedele al suo schema originario e primitivo. Dalle poesie di “Codice primitivo” emerge inoltre una sentita spiritualità della poetessa, molto antica, mitica, mai succube degli intendimenti fissistici e stereotipati degli insegnamenti canonici. 

A proposito di “Codice primitivo”, Luciano Pagano in una nota al libro scrive: “Un codice di indagine che racconta con ricercata e affilata spontaneità ciò di cui siamo fatti, con le emozioni, i gesti, le paure; un codice che è regola connaturata al nostro essere, un programma che diviene dialogo e non trattiene nulla delle convenzioni. Qui ci sono i rapporti quotidiani che transitano attraverso il potere e la poesia che transita attraverso i corpi, gli umori che suscitano reazioni incontrollate e desideri irrazionali; la verità poetica suggerisce che ogni testo, per essere vero, deve erompere come manifesto”. In effetti, Maritati scandaglia le venule della verità e tenta di renderla visibile con parole intellegibili. Maritati è una poetessa seria, serissima, perché ambisce tramite i suoi scritti a una sorta di resistenza poetica. Ci facciamo aiutare, ancora una volta, da Luciano Pagano, che così precisa: “La poesia di Poala Maritati diviene una riappropriazione del proprio codice originario, sorgivo, naturale, primitivo, senza che qualcuno scriva per noi le istruzioni del sentire e dell’agire, non solo poetico. Il “codice primitivo” diviene così un gesto di hackeraggio poetico, virus controcorrente che risale al “quore” del culto di un “Io” posticcio, che si crede intelligente perché accetta di essere artificiale”. 

“Codice primitivo” è dedicato “A Natura Maestra”. 

La poetessa, nonostante le evenienze di vario tipo, ha solo bisogno di un sogno (“Ma tanto per me, io/ho solo bisogno di un sogno/ripeto/respiro, sospiro, ferita”). Nell’era degli attestati, anche di partecipazione, si libera l’ironia corrosiva di Maritati (“Per altri invece sarà una dichiarazione/::la prova provata che non solo/han frequentato/ma che possono tornare a casa con un certificato/::che li metterà tutti in fila/per un pasto a buon mercato”). Maritati negli anni ha nutrito una vibrante passione civile, ha idee politiche molto precise, ma al contempo è anche critica con la sinistra da facciata, “la sinistra che t’accoppa”. La visione politica della poetessa è contro la bulimia dei predatori, fossero anche “vecchi pescatori/-amanti d’esplosiony-/che amano far strage/e non la pesca all’amo/quella antica, più civile”). In certi passaggi balena la tenerezza di mamma Paola per i suoi figli ragazzi Cosimo e Alice (Bambino, sorridi/ al giorno che è perso/e cade in rovina./Sorridi bambina,/intreccia i tuoi rami­_capelli/nel cielo”). Maritati è calata razionalmente nella ordinarietà, è donna di questo mondo (“Il mio è lo spettacolo del quotidiano/vivo, leggo e osservo questa vita/come un ospite/_in attesa di commiato”). La religiosità di Maritati è primigenia, per nulla dogmatica e per nulla obbediente ai dettami canonici (Chi prega,/parla da solo./Che poi ci sia un Dio,/o un muro/nessuno può confermare./Parlo da sola anch’io/prego l’oh_mio dio!/Chi mi può giudicare?”). 

La poesia è la sempiterna vicenda umana, una sorella della follia. Secondo Maritati, “i poeti sono dei selvaggi/raccolgono bocche aperte/dal cesto della follia”. La poesia può diventare per la concezione scanzonata di Maritati motivazione di gustoso sberleffo (“pare che il poeta/sia stato mulitato_/Rinvenuto/risulta rimasta/la sola mano destra./Gli Dei,/han fatto quello/che han potuto::/gli è stata attaccata alla testa”). Per i sette anni del figlio Cosimo, Paola canta versi delicati, d’immenso amore. A Cosimo mamma Paola solitamente però non dedica poesie, ma atti di devozione e di umana bellezza. La poetessa ritiene di essere priva di atto pratico e probabilmente per questo motivo recita (“Recito di come si vive/di come vivono gli altri/di come si amano e si odiano/si perdono/e poi/_vivono”). La poetessa afferma di essere la Madonna dell’antireligione, la non consolatrice, la vergine sublime, devota al dubbio atroce. E sconsolata scorge di vivo in questo mondo solo la ferita. Maritati narra le sue favole in versi, anche in rima, con acume e con freschezza. A volte sono favole della buonanotte, che lei forse inventa per dare un bacio e una carezza ai suoi bambini. Il tempo contemporaneo è una stagione di impacci, di impedimenti, e Maritati non crede nella crisi dell’uomo, ma nella cosiddetta “crisi del ventre” (“Mancano le donne/e la terra dentro o sotto i nostri piedi”). La poetessa esiste nell’illusione di essere un non morto, addirittura di non esistere, nella consapevolezza che l’universo ha il passo storto.  

Ritorna sovente il concetto d’una spiritualità e religiosità primigenie (“I Santi esistono, agora/sono in mezzo a noi,/animali raramente persone/tutti neonati”). Maritati ha una cultura naturalistica e panteistica, nutre un grande amore per la Natura (“Anche Jemania può far paura/per chi ancora stenta a credere/che in una conchiglia/possa/intera/custodirsi la Natura”). E anche l’Iroko è il calendario col guanto tutto verde (“l’Iroko è l’equilibrio che trasmuta in danza/il passo all’infinito, dell’ignoto la Promessa”). Negli accadimenti dell’esistenza è bene avere contezza del proprio sé, bisogna essere precisi come un chirurgo, purtuttavia “è alto, il prezzo da pagare/per chi vuol ribellarsi al brutto”. La propensione di Maritati alla scrittura di versi sotto forma di favola e di filastrocca è alacre: “C’è un girotondo di pini./ C’è tra i pini un girotondo di bambini./Dal centro la pipa di un saggio annuvola i piani,/la pipa è il fuoco dei giovani indiani/s’incendia la gheria, nascon carboni./ Calda di nuovo è la vita,/riposan le frecce, scoppiano risa”. 

Paola Maritati in una foto di Aristide Mazzarella

I versi di Maritati sono poetica del Sud, la sua terra salentina è vibrante di luce, è radiosa di albe. Può essere allettante fare il bagno al mare di notte al Capo di Leuca (“Il bagno al mare,/di notte è il suono/che annega nel rumore/di quelli che han paura”). Il mondo dell’esperienza è necessario più che mai maneggiarlo con molta parsimonia. “Nell’Accademia dell’Esperienza/la prima regola del manifesto/è osservare con imparzialità/il corso dell’e.v.e.n.t.o”. Nell’Accademia dell’esperienza ci si deve servire d’un linguaggio. In “Codice primitivo” campeggia la profezia della Sibilla Cumana (“Apollo ha conservato in un’ampolla/quel che rimane di una ragazza”). Una filastrocca per bambini può evocare casse piene di preziosi di pietra, sofà ricoperti di drappi di seta, stoviglie tutte d’argento. E come un rosario popolare si può cantare una filastrocca, una cantilena per Maria, che si ripete a metà agosto. Mamma Paola narra ai suoi Cosimo e Alice e a tutti i bimbi del mondo la storia dell’asino Hi- bo che desiderava volare. E Babbo Natale che tutto sa accontentò l’asino Hi-bo nella sua brama di volo. La naturalista Maritati, anche se qualcuno sostiene che l’acqua stia per finire, con antropologica introspezione ci invita a credere piuttosto “fermamente all’infinito/al ciclo continuo/alla nostra rigenerazione”. La poetessa ha fiducia negli slanci vitali e nelle forze di Natura. E così un seme d’angelo vagola per le terre, forse diventerà un albero di pino o una quercia, magari un cespuglio di oleandro. Pur avendo infinito amore per la Natura, la poetessa sa che “la pietà è un sentimento umano/non una possibilità dell’Universo”. Maritati sa amare in tanti modi. Può amare qualcuno alla luce del sole, ma anche come un reperto del tempo sotterrato, “uno scavo futurista/che riceve il dono del passato”.

Marcello Buttazzo