La cultura nasce dove c'è una comunità capace di pensare, custodire, immaginare

 

L'intervento di Giovanna Bino,  storica di genere e ispettrice del Ministero della Cultura
a Lucugnano, giovedì 28 maggio 2026 per il Premio Letterario - Borsa di Studio “Girolamo Comi”
concorso annuale dedicato agli studenti delle scuole secondarie (di primo e secondo grado) della provincia di Lecce organizzato dall'Associazione "Tina Lambrini – Casa Comi"

Buonasera alla comunità di Lucugnano!

Un saluto alle autorità, docenti, studenti, amici,

partecipare oggi a questa premiazione dedicata a Girolamo Comi significa parlare non soltanto di poesia o di memoria, ma del valore civile della cultura e della responsabilità che abbiamo verso il futuro delle nostre comunità.

Comi aveva compreso, con straordinario anticipo, una verità che oggi dovremmo consegnare soprattutto ai giovani: i territori non sono condannati dalla loro marginalità geografica, ma soltanto dalla rinuncia al pensiero.

Nel cuore di un Sud povero, agricolo e marinaro, lontano dalle grandi capitali culturali europee, Girolamo Comi fece una scelta controcorrente e profondamente rivoluzionaria: tornare nella sua terra e trasformarla in un luogo di produzione culturale, di dialogo, di relazioni intellettuali, di visione europea.

Mentre molti pensavano che il futuro esistesse soltanto altrove, Comi dimostrò che anche un piccolo borgo come Lucugnano poteva diventare centro di pensiero, laboratorio di umanesimo, spazio aperto al Mediterraneo e all’Europa.

Ed è questo il messaggio più potente che ci lascia: la cultura non nasce soltanto nei luoghi del potere. Può nascere ovunque esista una comunità capace di pensare, custodire, immaginare.

Ma oggi siamo qui anche per un’altra ragione: perché questo patrimonio non è andato perduto.

Vivono la Biblioteca di Comi, le sue lettere, i suoi appunti, la sua rivista, il suo Archivio. Vive un’eredità culturale che continua ancora oggi a parlare ai giovani, alla scuola, alle istituzioni, al territorio.

E questa eredità non sarebbe arrivata fino a noi senza una figura altrettanto importante: Tina Lambrini.

Tina Lambrini non salvò soltanto libri, documenti e archivi. Salvò una visione del mondo.

Custodì relazioni culturali preziose, testimonianze di un Sud vivo, colto, europeo, impedendo che tutto venisse disperso nel silenzio del tempo e lontano da Lucugnano.

Anche nei momenti di più grave difficoltà economica comprese il valore profondo di quella eredità e seppe trasmetterla alle future generazioni.

Negli anni più difficili, fece della Biblioteca uno spazio aperto di formazione, emancipazione e accesso al sapere; un presidio civile per tante ragazze che non avevano la possibilità di frequentare regolarmente la scuola e dove la cultura non era privilegio solo di pochi.

Il suo esempio ci ricorda una verità fondamentale: la cultura vive grazie a chi crea, ma sopravvive grazie a chi custodisce.

L’eredità culturale non appartiene mai a un solo tempo. Quando viene custodita e resa viva nella comunità, diventa forza civile, coscienza collettiva, elevazione sociale.

Perché dove un patrimonio culturale viene disperso, una società perde sé stessa.

E questo vale soprattutto per biblioteche e archivi, che non sono luoghi immobili della memoria né semplici depositi di libri e documenti. Sono organismi vivi della comunità: cambiano attraverso lo sguardo di chi li studia, li attraversa, li interroga, li rende nuovamente pensiero.

Ogni generazione aggiunge significati nuovi, crea connessioni, restituisce voce a ciò che sembrava silenzioso. È questa la straordinaria vitalità del patrimonio culturale: la sua capacità di trasformarsi continuamente senza perdere la propria identità.

Per questo la tutela della cultura assomiglia, in fondo, alla tutela della biodiversità: quando un archivio viene disperso o una biblioteca si spegne, non perdiamo soltanto carte o libri. Perdiamo memoria collettiva, relazioni, possibilità di futuro. Perdiamo una parte della nostra capacità di comprendere chi siamo e immaginare ciò che potremmo diventare.

Ed è forse proprio qui il cuore del messaggio che oggi possiamo lasciare ai giovani: le idee non sono astratte.
Le idee cambiano la società.
Un libro può cambiare una coscienza.
Una biblioteca può cambiare un paese.
Un archivio può restituire identità a una comunità.

Un luogo della cultura può diventare presidio civile contro lo spopolamento, l’indifferenza, la rassegnazione.

Il futuro del Sud nasce anche dalle menti dei giovani.

Nasce da ragazze e ragazzi che studiano, si formano, conoscono il mondo, ma che devono essere messi nelle condizioni di poter far rifiorire il proprio paese, la propria terra, la propria comunità.

Per troppo tempo il Meridione ha considerato inevitabile la partenza dei suoi figli migliori. Quasi fosse un destino.

Ma oggi la vera sfida è un’altra: trasformare i nostri paesi in luoghi dove il talento possa tornare ad abitare.

Perché un borgo senza giovani non perde soltanto abitanti. Perde immaginazione. Perde energia. Perde futuro.

E allora penso alle nostre piazze del Sud… e immagino quelle stesse piazze nuovamente popolate di giovani.

Giovani che leggono, progettano, lavorano, creano cultura, impresa, ricerca, comunità.Giovani che scelgono di vivere al Sud non per rinuncia, ma per scelta consapevole.

Perché la cultura non è intrattenimento. È una infrastruttura civile.

Ed è proprio nei piccoli paesi che può nascere una nuova idea di sviluppo: più umano, più sostenibile, più creativo.

Per questo il modo migliore per onorare oggi Girolamo Comi non è soltanto ricordarlo.

È continuare la sua opera. Non come esercizio della memoria, ma come responsabilità viva verso il presente. Perché ogni volta che un giovane rinuncia a studiare, ogni volta che un paese perde una biblioteca, ogni volta che un archivio si spegne nel silenzio… non perdiamo soltanto cultura. Perdiamo futuro.
E allora il rischio più grande oggi non è la povertà economica.
È la povertà di immaginazione.
E la povertà di immaginazione è la forma più pericolosa di arretramento civile.

E allora il compito che abbiamo, come comunità, è semplice e immenso insieme: non lasciare soli i nostri giovani; non rassegnarci allo spopolamento dei nostri paesi; non accettare che il talento debba andare via per forza.

Perché i nostri paesi non sono luoghi senza futuro. Sono luoghi che aspettano futuro. E il futuro del Sud non nascerà soltanto dalle opere pubbliche o dagli investimenti economici. Nascerà dalla qualità delle idee che sapremo custodire… coltivare… e trasmettere.

Giovanna Bino