di Marcello Buttazzo -
La scrittrice leccese Elisabetta Liguori collabora con il Corriere della Sera, cura laboratori di scrittura e percorsi di lettura. A cominciare dal 2005 ha pubblicato diversi romanzi importanti e significativi. Nel 2025 è uscito un suo libriccino di 11 poesie dal titolo “Offro il mio corpo”.
Il libello fa parte della collezione “I Distillati” della casa editrice Collettiva edizioni indipendenti. Si tratta d’una raffinata plaquette a cura di Simona Cleopazzo e di Stefania Zecca. A partire dal 2025, la collana di poesia “Prose minime” di Collettiva s’arricchisce così dei distillati, che stillano goccia goccia un umore, un pensiero, un intendimento. Una collezione di plaquette minimali nella grafica, dei libretti artigianali perché tale è il lavoro di chi scrive poesia. Chi produce poesie è intento a scavare pazientemente, come un artigiano, fra le pieghe delle parole, è attento a ricercare l’essenza del significato, è solerte nel togliere il superfluo che potrebbe appesantire la pagina d’inchiostro. Chi scrive poesie è molto devoto alla parola, alla sua mansione multipolare, cercando sempre di scovare e di far balenare ciò che veramente ha rilevanza.
La scrittrice Elisabetta Liguori è una maestra della parola, perché sa sempre scendere in profondità, nel fondo del fondo delle storie, sa indagare con passione i vari vissuti e con originalità offre al lettore i suoi scritti pregnanti d’umana bellezza. La scrittura di Liguori è vibratile d’amore, assetata di mondo. Nella parte finale della plaquette “Offro il mio corpo”, Liguori così scrive a proposito del suo legame d’elezione con la scrittura: “La mia scrittura non è l’ispirazione, non è l’illuminazione, il regalo inatteso. La mia scrittura non viene a me, sono io a recarmi da lei. La mia scrittura è un luogo. Il più comodo che conosco, quello a cui accedo con grande fatica, facendomi largo nella foresta a colpi di macete. A volte ci trovo l’altra, le altre, a volte nessuno. La scrittura non è casa mia, è una destinazione. Cambia aspetto ogni volta che ci arrivo. Mi offre nome e cittadinanza. È lontana, ma bellissima. So che mi aspetta sempre”. La plaquette “Offro il mio corpo” comprende una piccola manciata di poesie. Una tiratura limitata di poche pagine numerate e firmate a mano. Lo stile poetico di Liguori è essenziale, privo di qualsiasi orpello. Uno stile poetico elegante e fine, che non tiranneggia mai il verso, ma lo fa fluire con continuità e con estrema cura. Le poesie di “Offro il mio corpo” scorrono con linearità, come un racconto fremente, e mostrano, fra le altre cose, la grande umanità e la sapienza scritturale di Liguori.
Soltanto ho da chiedere
ai fornai
ai turnisti della voce
ai medici del pronto soccorso
a quelli che non dormono:
siete come me?
Nel tempo della notte spingo l’altare mio sotto la luce
mi fingo sola, ma siamo in due.
La misura minima,
la coppia che dura
l’unica che non uccide.
La poetessa ama i colori variopinti della vita. E, talvolta, capita che come stratagemma di salvezza lei possa perfino mentire (Mento sul colore dei mei occhi/Mento per chi mai li ha guardati/Mento per chi non può accorgersi che l’ho tradito/Mento perché so che non sarò punita”). Nell’attraversamento dell’esistenza ci si può rapportare con il proprio sé in vari modi. Dal lunedì al sabato si può fingere rigore nel buio, oppure vomitare luce. “Poi, la domenica,/ terra di nessuno,/l’anarchia diventa oscena”. Nelle varie evenienze, ciascun essere umano, per l’innanzi, fa i conti con la propria interiorità, con la propria identità. Narriamo agli altri, alle altre, storie e vissuti e incentriamo attenzione sul nostro sé (“La casa in decomposizione racconta favole/È la casa dell’altra/Tu sei l’altra, tua è la casa”). Liguori del suo lavoro porta con sé nell’intimo cicatrici e piume, “come una che di mestiere torca il collo ai polli/Io e i polli siamo nemici identici/loro hanno il becco, io la parola”. Si può provare paura, ad esempio paura di morire. Si possono di continuo proferire parole. Ma, a volte, abbiamo già detto tutto (“Meschino cucinarne di nuove, le parole ci sono già/ancora calde”). Alla poetessa può succedere di soffrire di insonnia e d’essere convinta che dormire in due non si può (“Alle volte penso di pensarti, invece è a me che penso/Non so se ricambi, non so se moltiplichi/Non so quale, tra noi due, è inutile all’altra/ dacché in questo letto non c’è posto per entrambe”). Negli accadimenti della vita, negli eterni giochi del plurale, è sempre favorevole avere una consapevole cognizione dell’esistente (“Ora che hai dato un nome all’altra, puoi dire che è/una sola/Non due/ Non duecento/Una sola vita, /un solo nome, ma largo il doppio”).
In “Offro il mio corpo” Elisabetta rammemora la figura del padre, che ballava con un braccio solo, stringeva in vita la sua dama con cinque dita. Ballerino incompreso, non sapeva fermare il ritmo (“abbiamo imparato a memoria i passi di quella/mezza danza,/oggi il miracolo è saper ballare da sole”). La poetessa offre il suo corpo alla scienza, offre il suo corpo alla visione, offre il suo corpo all’ascolto (“Non ha taciuto mai la domanda/Mai ha mentito il verso”).
Marcello Buttazzo


