di Stefano Blagho*
Se è vero che, come sosteneva Jean L’Anselme, “la poesia
la si riconosce quando la si incontra”, i componimenti di Mauro Marino non
potrebbero definirsi altrimenti. No, non serve cercare definizioni di
compromesso. Nonostante l’esplicita smentita del suo stesso autore, infatti,
siamo di fronte ad un lirismo che non ha bisogno di ulteriori giustificazioni.
I suoi testi, colpiscono immediatamente oltre che per la loro musicalità
intrinseca soprattutto per l’urgente consapevolezza di volere e tanto più di
dovere rivestire un ruolo sociale. La vera cifra lirica di Marino sta proprio
nella sua capacità di trasformare soggettivamente l’urto della realtà. La sua
parola non si limita ad incassare i colpi, ma dimostra che lirico è, prima di
tutto, sapere e dovere reagire alla violenza dell’esistere.
Chiaro ed esplicito appare tale intento sin dall’inizio
della raccolta, dal suo proponimento di tornare alla poesia civile giacché
accogliere versi non può essere cosa estranea alla realtà. Occorre tornare alla
parola politica perché è necessario recuperare il calibro di parole utili.
Per trovare la forza necessaria a questo ritorno, il
poeta scava nelle radici di quella energia antica del lavoro contadino perché
soltanto lì, nella terra, possiamo trovare la guida e la sapienza per vincere
la rassegnazione. In questo scenario, l’interrogativo rivolto al vecchio ulivo
su ciò che è già stato si scontra con la triste constatazione dell’assenza di
canto e della solitudine dell’uomo. Riecheggia certamente qui la bodiniana
amarezza di una vasta e desolata pianura che ci circonda. Tuttavia, in Marino,
tale amarezza non cede mai alla rassegnazione. Colpisce come vibri sempre nei
suoi versi una lotta costante, un pensiero rivolto ostinatamente alla speranza
che si ricomponga finalmente il senso di una comunità che non è più. Non c’è
più il grigio argento mosso dal vento: manca lo stimolo, manca il gruppo. La
solitudine descritta in questi versi non è mai romanticamente contemplativa, ma
dolorosa. È la fotografia di un atomismo sociale dove l'individuo resta isolato
proprio come un albero in mezzo ad una terra che ha dimenticato i propri riti.
Mossi a compassione dal morire dei nostri uliveti, dovremmo imparare proprio
dagli alberi a resistere al tempo e capire che tocca a noi. Il mandorlo, il
pesco, il fico, l’ulivo sono testimoni muti di un passato che non viene qui
celebrato per creare quell’immagine tanto idilliaca quanto stantia del Salento
che non trova praticamente riscontro nella realtà quotidiana. Essi non sono mai
né elementi decorativi, né simboli. E non sono nemmeno soltanto un lamento ecologico.
Sono riferimenti reali di un’identità sbiadita, di un passato da cui dovremmo e
siamo chiamati nuovamente ad imparare ad essere comunità. Perché perdendo gli
alberi abbiamo perso lo specchio in cui riconoscerci per sentirci ed essere
collettività. La loro fine anticipa la nostra, se non sapremo ritrovarci nel
“noi”.
Costante e amara è in questi versi la disillusione, il
senso di impotenza di fronte all’incertezza, all’indifferenza e alla culla
dell’abitudine. Viviamo in un tempo in cui tutto si ripete nell’ordinario rito
quotidiano, in cui siamo tutti abituati al detto fatto/ drogati d’illusioni, in
una realtà provinciale che non vuol rischiare nulla.
Può allora questo vuoto essere colmato dalla poesia? Pur
percependo con Marino la difficoltà di una risposta, leggendo i suoi versi
sentiamo farsi strada e affermarsi sempre di più la convinzione che sì, la
poesia deve essere la risposta. Non è una poesia che basta a sé stessa. Marino
rifugge le finzioni e gli esercizi di stile, i bei componimenti che rischiano
di immobilizzarci in un incanto barocco fermo, da cartolina, in eventi
culturali che nulla realmente smuovono, in giorni che si avvicendano monotoni
senza dare risposta/al ripetersi dei perché, in attimi che ingoiano il tempo.
La sua è - al contrario - una poesia che cerca di far rivolta. Dalle sue
pagine, infatti, risuona costante il richiamo all’attivismo, il desiderio di
una provincia che si scuota dal torpore, che non si accontenti degli odori e
dei profumi superficiali, ma affondi i denti e sappia assaporare
eucaristicamente la carne e l’essenza delle cose a nutrire/il nostro
sottrarci/la nostra ribellione. Allo stesso tempo, essa suona come uno scuoterci
feroce a ricordarci ‘dantescamente’ di essere umani: Ciò che non conosciamo sia
/ mira del nostro guardare. Sono poesie della sopravvivenza e poesie del
risveglio, quelle di Marino. Ci aiutano a resistere in un mondo malato di
fretta che non matura, non evolve. La poesia di Marino e la sua inquietudine di
fondo ci ricordano sempre che è possibile, anzi urgente, svegliarsi.
L’indifferenza non è sempre perdonabile. Noi tutti, ritrovando quello spirito
bambino, quasi da poeta-fanciullo, stringendoci in una solidale fratellanza
(l’Altro ci sia amico, fratello/nel cercare) siamo spronati a fare fogli di
poesia in quanto intrinsecamente figli di poesia.
Vicini l’uno all’altro, in una rinnovata comunità,
possiamo così attraversare le macerie di questo nostro presente prospettando un
futuro condiviso che appare, dunque, possibile. Marino non offre consolazioni
ma ci invita, con le sua poesie della resistenza, ad una responsabilità
precisa. Occorre restare vigili e ricostruire un legame umano che ci consenta
di tornare ad essere testimoni attivi di una vita che non può arrendersi all’
ombra.
| Stefano Blagho |
*Intervento di Stefano Blagho nel corso dell’incontro
dell’Osservatorio Poetico Salentino organizzato da Tina Cesari, a Maglie, nella
sede di Via Francesco Piccinno, il 25 febbraio 2026.

