Giuseppe Semeraro, "Materiali per un respiro"

di Marcello Buttazzo - Giuseppe Semeraro, attore, regista e poeta lavora in ambito teatrale da più di vent’anni. Vive a Lecce. Nel 2007 ha fondato la compagnia “Principio Attivo Teatro”. Ha scritto diversi libri di poesia. Negli ultimi anni sono stati pubblicati il volume “Apocalisse apocrifa” (Les Flaneurs, 2023) e, nel 2025, la plaquette “Due Corpi” (Collettiva). Nell’ottobre 2025 è uscito il libro di versi dal titolo “Materiali per un respiro”, edito da Il Convivio Editore, nella collana di poesia, prose e rarità “Occhionudo” a cura di Paolo Castronuovo. “Occhionudo” nasce nel 2019 come casa editoriale artigianale. Nel 2024 diviene una collana de Il Convivio Editore. Quando nasci dal sudore degli avi da un’elegia rurale guardi tutto dal basso dalla prospettiva di un filo d’erba. E così per tutta la vita anche volando, scenderai all’occhio delle erbacce allo specchio delle pozzanghere alla luce del tufo seguirai il passo notturno della volpe ed è questa la condanna guardare il mondo dal punto più basso per non perdere l’ago nascosto nel cielo.
La raccolta di poesie “Materiali per un respiro”, dedicata a Raffaella, anche se si divide in sezioni (Frigole, Terre, Madri, Morti, Preghiario), è un continuo canto d’amore, che scorre senza sosta. Poesia della delicatezza e della levità di volo, quella di Semeraro, che scava a fondo nelle pieghe più intime dell’esistenza. Una poesia elegante, guidata dal sacro fuoco della bellezza umana. Una poesia che sa menzionare dettagliatamente la vulnerabilità, che parla con discrezione della fragilità, la quale non è una iattura, ma una mansione preziosa che dona ricchezza spirituale alle persone. Poesia dell’essenziale, perché Semeraro sa scendere nel fondo del fondo della vita, facendo balenare alla luce del sole sentimenti, storie, vissuti. Come un fine archeologo, l’autore con i suoi versi mette in risalto parti conosciute e inconosciute del proprio sé, getta un ponte con il lettore, che prende le sue poesie come un dono. Possiamo dire che “Materiali per un respiro” sia un viaggio esistenziale universale. Il lettore può far entrare il suo mondo in compartecipazione, in sintonia con quello fecondo di Semeraro. Poesia del Sud, di case di tufo, di muri mangiati dal sole, d’una luna vecchia che passeggia di giorno, alla quale l’autore dichiara il suo amore. La raccolta è permeata d’una forte concezione francescana. Il filo d’erba, l’acqua, la pioggia di beatitudine sugli alberi, le nuvole che illuminano il mare di lampi, le stelle cadute sul petto, il grano che prede fuoco, le uova della allodola sono tutti elementi d’una esistenza minuscola, piccola. Una esistenza a misura di uomo e di donna, che è radice primaria. Il poeta sa fare brillantemente manutenzione della solitudine. La sua solitudine non deve essere intesa come tendenza al solipsismo, all’isolamento, perché lui è in comunione con la gente mediante i suoi scritti e la sua professione di attore. La solitudine del poeta è uno spazio sitibondo di silenzio, di meditazione, di comprensione dell’altro da sé. E in questo cantuccio segreto si può amare il giorno, la notte, le aurore, il tempo, gli umani. Il mestiere di vivere di Giuseppe Semeraro è quello dello scrittore (“Scrivere mi trascina/in un verbo/ tra il participio e l’infinito/una voce che morde la parola/un caso obliquo che sposta il tempo/in un presente ombra”). Lo stile scritturale di “Materiali per un respiro” è sostenuto, ricco di immagini, di metafore, di trovate lievi e immaginifiche. Nella sezione Frigole compaiono poesie d’una delicatezza estrema, morbide come piume. Versi che fanno risaltare la forza e la potenza della memoria, che inventa, occulta, sbiadisce, cancella, spesso mente, ricatta l’orgoglio e “a volte ti apre il pozzo degli avi/la caverna del primo bacio”. Versi che evidenziano la nostalgia per l’adolescenza, che “si lascia dietro il tesoro più grande a cui torneremo per tutta la vita, cercando lì, i nostri brandelli più luminosi, gli errori più divini, la nostra prima morte”. Il poeta avverte tutto il dolore e la ferita che sanguina in quest’epoca d’odio disordinato. La voce e la parola di Semeraro sanno diventare preghiera silenziosa. È la voce d’un bimbo “che bussa dietro la porta con occhi di lacrime secche e piedi bruciati dal freddo, si fa agnello che chiede il grembo di una madre”. A Frigole la vita scorre pianamente, “i cani al mattino tornano a casa lenti, i pettirossi tra i rami si lanciano in manovre ardite”. E poi “i bambini al tramonto dietro l’oratorio di Borgo Piave pregano tutto il tempo prendendo a calci una palla sull’asfalto bagnato, dribblando pozzanghere con scarpe spuntate e slacciate”. Una bambina insegnò al poeta la strada soffiando primavera (“m’insegnò a tenere sul dito la goccia sacra, il distillato della notte”). In Terre si manifesta ancor più l’amore di Semeraro per il minuscolo, per il semplice. Gli uccelli salgono veloci, arrampicandosi al cielo. Il poeta evoca la venustà degli eventi naturali: “Ottobre resiste all’inverno” e “guarda nel vento le rondini partire”. Terre come luoghi fisici precisi. Come, ad esempio, Taranto vecchia, dove tutto si tiene sul filo del miracolo, dove la precarietà dei suoi vicoli è retta da sbarre di ruggine (“qui la precarietà diventa danza/prima della caduta, equilibrio sulla lama”). Gli elementi naturali sono frammisti a movimenti introspettivi, così “le lucertole muovono sassi” e “i tendini dell’infanzia tornano al gioco”, “le rondini spalancano il pensiero/il vento ci prende per mano/ci sussurra di andare/di fare visita alla madre”. Il poeta è una grande anima, un’anima leggiadra. Lui sa ascoltare la musica delle pietre, il canto delle stelle, sente le lingue che escono dagli alberi, conosce il pianto delle conchiglie. Terre come sangue vivo, come esperienza vissuta (“Io me la ricordo la terra”). Il poeta ama il fango che i trattori spargono in giro per le vie del paese, la terra che resta sotto le scarpe, la terra che piove con lo scirocco, quella nera e umida dei morti (“amo la terra che mi tiene in braccio/e mi farà duro come un fossile/amo la terrà che mi terrà in bocca/e mi farà vita ancora/nel becco di un passero”). Terra anche dolente e violata, che alcuni giorni incensa di veleni l’aria. Terra d’acqua violentata (“Terra mia demente/bella come una vergine malata/scacciata, esiliata, randagia/paese morente in cancrena”). Semeraro prova disagio per questa opulenta società del benessere abnorme, della mondanità, dell’efficientismo a tutti i costi. Il poeta sa di non essere fatto per questo ballo futurista, per questa vanità salutista (“Io scrivo elegie rurali,/scrivo di rigogli che cantano sul gelso,/io sono solo un contadino/che ha sbagliato studi,/braccia rubate al volo”). Madri è un canto vivido d’amore, dedicato alla propria madre, a tutte le madri, a madre Natura. Un canto di tenerezza pensato per Victoria, che era madre, terra paziente, regale e mite, forza gentile, seno di vita (“dal tuo sorriso/le api facevano miele”). Dalla nudità della madre esala infanzia, un nettare di festa che determina batticuore. Nella sezione Madri s’intensifica sempre più il senso francescano della vita. Il poeta raccoglie all’alba la rugiada, sveglia le lucertole. Lui si sente ramo, germoglio sonnambulo, porta per mano la primavera (“Busso alle divine madri/alle gravide truppe di papaveri/alle muse di luce che aprono i fiori,/scoperchio le tane delle farfalle”). La madre del poeta è una figura adamantina, una figura fulgente, che potremmo definire mitica (“mia madre mi nasconde come nocciolo in pancia/e vuole farmi nascere fra i rovi/ma si corre in ospedale tra i campi di ciliegi/e fuori dal finestrino volano in processione i petali/questo mi raccontavi/di quando sono nato/insieme a un tuo grido”). La sezione Morti è un canto ininterrotto di chiaro nitore. Qui troviamo pulsante tutta la profonda umanità del poeta (“Preferisco dubitare della morte/vantando il mare/ e i prati di fine inverno”. E ancora “preferisco la gelida luce della luna/allo scandalo delle nostre certezze”).
I versi dedicati ai morti sono d’una tenerezza immensa, tanto che Semeraro scrive: “Questa primavera fiorisce sulla bocca dei morti”. L’assenza di una persona cara, amata, si può protrarre nel tempo, ma è “un’eco immortale più lontano del sole/una stella morta che qui fa ancora luce”. A un ragazzo morto nella notte Semeraro scrive parole di vibrante bellezza. È vero che molti corpi cadono prima dell’alba, ma è anche vero che “molti giovani eroi/restano per sempre vivi/nel cuore di una notte/che mai più farà giorno”. La notte del morire è fredda, “corre tramontata sulle guance,/il grano si china maturo al vento”. In Preghiario Semeraro riesce a penetrare nelle corde più amaranto dell’esistente. Una preghiera può essere evocata per rammemorare un segreto antico. Può capitare di uccidere un uomo in se stessi. Si può uccidere il silenzio col giudizio, l’amore col potere. Si può ammazzare con la menzogna. Si può anche stare in esilio fra le stelle, in ginocchio sul destino, pregare il sole, le aquile, rinascere nella danza. Una preghiera può essere sussurrata piano piano per esortare un figlio ad essere felice. Più della poesia con un figlio amato servono i silenzi fra le parole, gli esempi tra le contraddizioni (“Sii felice figlio mio/fammi seme nei tuoi occhi”). Una preghiera di venustà può essere rivolta a Santa Lucia, che risparmia sulla luce e tiene le parole al buio della notte /”Santa Lucia tienimi nel tuo scialle/nel tuo inverno della crescenza,/fai maturare il mosto nel tuo sonno/metti l’acino nel cuscino del tuo altare”). Si può cercare con gli occhi un interlocutore o un’interlocutrice per trovare una riva sopra l’abisso (“Sono salito sul bordo dei tuoi occhi/e ci sono caduto dentro/senza aggrapparmi”). Si può con amore prendersi cura dell’altro da sé e di se stessi, nutrire ogni nuovo fallimento, “facendo sacra l’impronta di ogni caduta/esponendo al tempo la cura di ogni ferita”. In compagnia dell’amico Fabio, Giuseppe vorrebbe invasarsi di sogni e lanciare lava sul progresso. Fabio è uno spirito alato, che canta alle balene, ai grandi mammiferi del passato. Semeraro è uomo di virtù che nel suo trasalimento di vita riesce d’urgenza a pregare l’angelo facchino, l’acqua che scioglie e diluisce, i fantasmi che vengono nel sonno (“Prego i semi dormienti, la vita latente/prego disperatamente questo me che non spera).