(Intervento
letto nell’ambito dell’incontro “Equinozi mediterranei”,
a cura di Giampaolo
Mastropasqua, Castello di Acaya
21 marzo 2026 – Giornata mondiale della poesia)
Ritrovarsi oggi qui, ad Acaya, in occasione della Giornata mondiale della poesia,
non è soltanto un gesto culturale. È, prima ancora, un gesto civile. È un modo
per dire che la parola poetica non appartiene al margine decorativo della vita,
ma al suo centro più vivo, più esposto, più necessario.
E in fondo non è casuale che questo incontro si svolga
proprio qui, in un piccolo paese del Salento, in questa estrema propaggine di terra che si
affaccia sul Mediterraneo. Il Salento, per la sua geografia e per la
sua storia, si può leggere su una mappa geografica come margine, come estrema periferia
meridionale italiana e dell’Europa occidentale: certo. Ma si può leggere anche
come centro pressoché esatto del bacino del Mediterraneo, con tutte le
differenze geopolitiche e culturali che queste due diverse prospettive possono
comportare. Ecco, in questa seconda prospettiva, il Salento ci appare allora
come soglia, approdo, sentinella. E Acaya, raccolta nella sua misura umana e
nella sua memoria antica, sembra oggi offrirsi a noi come una vedetta mediterranea della
parola.
L’espressione che ho appena usato richiama
naturalmente un’esperienza importante della nostra cultura letteraria: «Vedetta Mediterranea», il titolo di
quella rivista legata ai nomi di Oreste Macrì e Vittorio Bodini, due
intellettuali che hanno saputo pensare il Sud non come luogo di ritardo, ma
come osservatorio privilegiato, come spazio critico, come punto da cui guardare
il mondo in tutta la sua complessità. In quella formula – vedetta mediterranea –
c’è una visione: il Mediterraneo non come semplice geografia, ma come destino
storico, come civiltà plurale, come dialogo tra rive diverse, come intreccio di
lingue, miti, fedi, commerci, migrazioni, ferite, rinascite.
«Vedetta mediterranea» era appunto il titolo di quel battagliero
periodico d’avanguardia, attivo a Lecce quasi ottant’anni fa, negli anni della
Seconda guerra mondiale. Fra il 1941 e il 1943, la pagina culturale della
rivista, diretta da Ernesto Alvino, fu appunto affidata a due giovani
intellettuali salentini, all’epoca pressappoco trentenni: Macrì (1913-1998) e
Bodini (1914-1970), i quali avevano già mosso i primi importanti passi nei più
avanzati ambienti letterari del peiordo. Grazie alle loro idee e alla loro
progettualità, «Vedetta Mediterranea» si trasformò ben presto in una vivace
palestra di ricerca espressiva, aperta alle più innovative tendenze letterarie italiane
e straniere. Replicando le caratteristiche geografiche del territorio in cui
operava, la rivista era concepita da entrambi, con lungimiranza, come un
avamposto culturale proiettato nel cuore del Mediterraneo.
Dunque, Salento come vedetta mediterranea. Salento
come soglia. Parlare oggi di poesia del Mediterraneo significa parlare di una poesia che
nasce sulla soglia. Una poesia esposta al vento della storia. Una poesia che
conosce la luce e il lutto, l’ospitalità e il naufragio, il canto e la perdita.
Il Mediterraneo, infatti, è stato per millenni culla di civiltà, ma nel nostro
presente è anche diventato, troppo spesso, teatro di conflitti, confine armato,
distesa di separazioni, tomba d’acqua per migliaia di innocenti. Ed è proprio
di fronte a questa contraddizione che la poesia torna a interrogarci.
In uno dei suoi libri, lo scrittore Antonio Verri si
rivolgeva a sua madre, dicendole molto dolcemente, quasi per giustificare le
sue scelte di vita, con una lingua che sembrava custodire gli umori del sabir,
la lingua franca dei porti del mediterraneo: «Mi chiedi a che serve poesia /
parole stupide, madre, ma sonore / di quelle che dilizian dint’oricla».
Ecco: a che cosa serve la poesia, quando il mondo
brucia? A che cosa serve il verso, quando le persone si odiano, si
perseguitano, si umiliano, si uccidono? A che cosa serve una parola
apparentemente fragile, quando dominano la violenza, il rumore, la propaganda,
la semplificazione brutale?
Sono domande antiche, eppure sempre attuali. E la
risposta, se vogliamo cercarla onestamente, non può, non deve essere ingenua. Ovviamente
sappiamo che la poesia non ferma da sola una guerra. Non abbatte muri. Non
sostituisce la politica, la diplomazia, il diritto, l’azione concreta. Ma la
poesia fa qualcosa senza cui anche la pace rischia di restare una formula
vuota: custodisce ciò che è umano. Lo custodisce nella lingua,
nello sguardo, nella memoria, nella coscienza.
La poesia è un atto di resistenza civile innanzitutto perché resiste alla
degradazione del linguaggio. E quando il linguaggio si degrada, si degrada
anche la convivenza. Ogni guerra, ogni persecuzione, ogni disprezzo sistematico
dell’altro comincia sempre da un impoverimento della parola: dall’insulto che
prende il posto dell’argomentazione, dallo stereotipo che cancella il volto,
dalla formula che disumanizza, dalla menzogna ripetuta mille volte fino a
sembrare verità.
La poesia, al contrario, restituisce peso alle parole.
Le strappa all’automatismo, alla pigrizia, alla manipolazione. Ci obbliga a
chiamare le cose con il loro nome, ma anche a riconoscere che nessun nome basta
del tutto a esaurire il mistero di una vita umana. In questo senso, la poesia è
un atto di responsabilità. E, nell’ascolto dell’altro, nella comprensione della
parola dell’altro, è possibile ravvisare un esercizio di democrazia. Ci educa
all’attenzione, la poesia. E l’attenzione è già una forma di giustizia.
Potremmo dire, oggi, che la poesia è una forma laica e
profondissima di attenzione: attenzione al dolore, alla bellezza, alle ferite
della storia, alle voci marginali, ai sommersi, agli esclusi. Dove il discorso
pubblico semplifica, la poesia distingue. Dove il potere uniforma, la poesia mette
in risalto l’unicità. Dove l’odio produce masse indistinte, la poesia
restituisce nomi, volti, storie, destini.
Per questo la poesia è resistenza civile: perché si
oppone alla barbarie non soltanto denunciandola, ma salvando la complessità, il mistero, l’enigma
di ciò che è umano.
E se c’è un luogo in cui questa vocazione della poesia
si manifesta con forza particolare, questo luogo è proprio il Mediterraneo, che
è stato la culla della poesia. Il Mediterraneo è uno spazio in cui nessuna
identità è mai stata pura, isolata, autosufficiente. Tutto, qui, è nato
dall’incontro e talvolta dallo scontro. Il Mediterraneo ci insegna che la
civiltà non è chiusura, ma relazione.
E la poesia mediterranea, nelle sue molte lingue e
nelle sue molte tradizioni, porta inciso questo insegnamento. È una poesia che
sa che l’identità non è un santuario o una roccaforte, ma una voce. E una voce
esiste davvero solo quando sa ascoltare altre voci. E questo ce l’ha insegnato
anche un ‘cattivo’ maestro come Carmelo Bene, ovviamente a suo modo:
perlustrando l’ossimoro della poesia intesa come voce in ascolto (anzi,
abolendo la preposizione: l’ossimoro della poesia come voce-ascolto).
Pensiamo ai grandi poeti che su questo mare hanno
gettato i loro sguardi e i loro interrogativi. E la loro disobbedienza, anche,
il loro dire no: pensiamo al pensiero meridiano che ha uno dei suoi più
formidabili ambasciatori nel Camus dell’Uomo in rivolta. Pensiamo
a chi ha cantato l’esilio e la patria perduta, a chi ha nominato la guerra, a
chi ha dato parola ai vinti, a chi ha attraversato le rovine senza cedere al
nichilismo. Da una riva all’altra del Mediterraneo, la poesia ha spesso assunto
il compito di dire ciò che la storia ufficiale taceva: il dolore dei popoli, la
dignità degli oppressi, la nostalgia della convivenza, il desiderio ostinato di
una pace non fondata sull’oblio, ma sulla giustizia.
La pace, infatti, non è silenzio imposto. Non è
rimozione dei conflitti. Non è una tregua apparente ottenuta facendo tacere i
più deboli. Pensiamo a Gaza, oggi. La pace vera è un’opera difficile,
difficilissima, di riconoscimento reciproco. È voce in ascolto. È voce-ascolto.
Leggere una poesia, ascoltare una poesia, sostare
dentro una poesia: tutto questo oggi ha anche un significato etico e politico.
Significa rifiutare la superficialità come destino. Significa opporsi
all’anestesia emotiva che ci rende spettatori distratti del dolore altrui.
Significa salvare, dentro di noi, uno spazio in cui la sofferenza degli altri
non sia una notizia fra le altre, ma un appello.
Ed è forse questa la ragione più profonda per cui la
poesia continua a essere necessaria: perché ci impedisce di diventare degli
uomini vuoti, interiormente disabitati.
Vittorio Bodini, che del Sud e del Mediterraneo fu
interprete inquieto e lucidissimo, ci ha insegnato a guardare il paesaggio
meridionale non come cartolina, ma come enigma storico e morale. Nel suo
sguardo, la luce del Sud non era mai innocenza superficiale: era una luce che
metteva a nudo, che interrogava, che obbligava a vedere la faccia nascosta
della luna. E Oreste Macrì, con la sua apertura europea e mediterranea, ci ha
mostrato come la letteratura sia un grande sistema di corrispondenze, una trama
di relazioni capace di sfidare provincialismi e chiusure.
Richiamare oggi il nome di «Vedetta Mediterranea» qui ad Acaja significa allora assumere
fino in fondo una responsabilità: guardare il nostro tempo da questo lembo di
terra non per chiuderci in un orgoglio localistico, ma per aprirci a una
visione più ampia. Il locale, quando è autentico, non è il contrario
dell’universale: ne è una delle porte d’accesso. Da un piccolo paese del
Salento si può parlare al Mediterraneo intero, e attraverso il Mediterraneo al
mondo, perché ciò che conta non è la ‘dimensione’ geografica del luogo, ma
l’intensità dello sguardo che da quel luogo si leva.
Ecco perché un incontro come questo ha un valore
speciale. Perché ci ricorda che la cultura non nasce solo nei grandi centri.
Nasce anche nei paesi, nelle piazze, nelle comunità che decidono di dare
ospitalità alla parola. E quando una comunità si raccoglie intorno alla poesia,
compie un atto di fiducia: afferma che la convivenza fra le persone ha ancora
bisogno di profondità, di memoria, di condivisione.
Vorrei allora dire con chiarezza che celebrare la
poesia non significa sottrarsi alla realtà, ma entrarvi più profondamente. Perché
la poesia non è evasione: è immersione; non è ornamento: è conoscenza; non è un
lusso per tempi tranquilli: è una risorsa per tempi difficili.
C’è una fraternità che la politica spesso invoca e
raramente realizza. La poesia, invece, può prepararla nel punto più delicato e
decisivo: «l’immaginazione» (ecco, prendo in prestito il titolo di un’altra
rivista letteraria che arriva dal Salento, ancora oggi attiva, pubblicata dalla
casa editrice Manni). L’immaginazione ci aiuta ad avvicinarci alla vita
dell’altro, del prossimo, a sentirne il respiro, a comprenderne la
vulnerabilità. E senza questa immaginazione morale, ogni discorso sulla pace
resta astratto.
Per questo, di fronte alle guerre, ai nazionalismi
aggressivi, ai razzismi vecchi e nuovi, alle paure alimentate ad arte, la
poesia ha ancora una parola da dire. Non una parola di propaganda, non uno
slogan, ma una parola più esigente: una parola che scava, che connette, che
testimonia. Una parola che resiste. Resiste alla dimenticanza. Resiste alla
semplificazione. Resiste alla disumanizzazione. Resiste alla solitudine che ci
separa gli uni dagli altri.
E nello stesso tempo costruisce. Costruisce una lingua
più degna. Costruisce una memoria condivisa. Costruisce uno spazio interiore in
cui la pace possa diventare pensabile, desiderabile, praticabile.
Forse è proprio questo il compito che oggi possiamo
affidare alla poesia del Mediterraneo: non quello di consolarci falsamente, ma
di renderci più veri, più vigili, più capaci di incontro. Da questa vedetta mediterranea che è Acaja, la poesia ci invita a
guardare lontano. A guardare oltre la paura, il pregiudizio, la rassegnazione.
E ci ricorda che ogni riva, per quanto distante, può essere chiamata dalla voce
di un’altra riva.
E oggi, in questo luogo che guarda il mare e la
storia, possiamo forse dirlo insieme con semplicità e convinzione: abbiamo
bisogno della poesia non per abbellire il mondo, ma per salvarne la parte umana.
Abbiamo bisogno della poesia perché ci insegna che ogni parola autentica è già
un gesto di pace. Abbiamo bisogno della poesia perché ogni verso che riconosce
l’altro come fratello è un argine contro la barbarie.
Che Acaja, oggi, sia davvero questo: una piccola ma lucidissima vedetta mediterranea, un luogo da cui la parola poetica si leva non per separare, ma per unire; non per alzare muri, ma per gettare ponti. E che la poesia, in questo giorno e oltre questo giorno, continui a ricordarci che nessuna civiltà si salva da sola senza la forza della coscienza, senza la dignità della parola, senza il coraggio dell’ascolto.
Simone Giorgino
