Una poesia "carica di mondo"

 




"Una pistola al Luna Park"
di Monica Messa (RP Libri)
collana “L’anello di Mobius”
a cura di Antonio Bux.

di MARCELLO BUTTAZZO


Ho la felicità inceppata
come una pistola al Luna Park
-dieci colpi, cento lire-
era il prezzo della libertà.

*

Il crepuscolo è caduto
irrimediabilmente
su tutte le cose
e in questa nuova estate
si rintanano le lucciole.

Monica Messa è una raffinata poetessa pugliese. Ha pubblicato varie raccolte di versi (ricordiamo “Poesiole” nel 2018, “Seppie Ripiene- Poesie per poche lire (2018), “Il Logorio della vita moderna (2021)). Nel 2022 ha pubblicato la plaquette “/imagine: l’universo è nato dall’immaginazione”. Ha partecipato a diversi Festival. Alcune sue poesie sono state pubblicate in blog, riviste cartacee e online, in antologie nazionali e internazionali. È stata nelle redazioni delle riviste di poesia “La Vallisa” e “La Confraternita letteraria”. Alcune sue poesie sono state tradotte in albanese e in spagnolo. Cura un blog e una pagina Facebook. Nel novembre 2024 è uscita una nuova raccolta di versi di Monica Messa dal titolo “Una pistola al Luna Park” (edita da RP libri, nella collana “L’anello di Mobius”, sezione diretta da Antonio Bux).

Il mestiere di vivere di Monica Messa è quello di cantare le evenienze della vita, gli accadimenti che si succedono nel fluire quotidiano del tempo. La poetessa pugliese impiega un registro pulito, lineare, privo di orpelli e di ridondanze. La sua condotta scritturale è adamantina ed essenziale, senza alcuna edulcorazione di sorta. Una poesia vibratile, viva, alta, con un lessico sostenuto ed elegante. Una poesia molto curata nella forma e nello stile. La terra di Puglia di zolle marroni traluce intensamente (“A fine agosto, Monopoli è una brace”). Messa non indulge su ripiegamenti personali, ma apre lo sguardo a visioni universali, a un noi che rappresenta gli esseri umani.

In “Una pistola al Luna Park” comparare una varia e multipolare umanità, sitibonda di mondo. Su “Gli Amanti dei libri”, a proposito di “Una pistola al Luna Park”, Nicola Vacca ha scritto: “Il poeta si troverà davanti una poesia cruda, essenziale e crudele, una poesia carica di mondo che fa i conti con la vita, e Monica Messa ha il coraggio di andare oltre le parole e farle deflagrare. La sua è una poesia dinamitarda che intuisce con sensibilità gli squartamenti e i vacillamenti del nostro stare in un mondo che sta smarrendo le tracce dell’umano”. Questo tempo è ferito, avvilito. È tempo di lacerate corde. La missione morale della poetessa non è solo quella di esprimere e documentare la realtà effettuale, ma è anche soprattutto quella di scandagliare i vissuti, di documentare con spirito d’anamnesi l’esistente, di rivisitarlo e ravvivarlo con il medium della parola fotografica, centellinata. E la poetessa sa maneggiare con maestria la parola decantata.

Monica Messa sa pienamente che il suo travaglio personale coincide, per tanti aspetti, con lo scombussolamento del mondo. Un mondo che soffre e ha il fiato corto. Pertanto, l’incedere poetico di Messa non cede mai alla mera rappresentazione individuale ed egotica. Tutt’altro. La sua è poesia chiara, universale, d’ampia portata, che sa esprimere momenti salienti, che sa gettare uno sguardo d’assieme oltre gli steccati e i recinti del giardino personale, per esprimere il trasalimento del mondo. Talvolta il paesaggio (caratterizzato con una evidente ricercatezza linguistica) appare immoto, una sorta di non luogo, dove pullula una varia umanità. Il tempo che viviamo è terribile, tremendo. Questa diversa umanità è tratteggiata dalla poetessa con occhio sostanzialmente benevolo. Il tempo che respiriamo è ferino. Ma l’umanità, per Messa, è assolta. Siamo anime salve in un’era crudele.

“Una pistola al Luna Park” è anche la storia di Samir, ex infante demiurgo, che veste di bianco e porta kebab a domicilio. Samir ha un dolore addosso di levante e di randagio, “sulla barba ha dodici stelle/di miglio perlato”.

“Una pistola al Luna Park” è anche la storia della bambina di rame e di miele, che appende foglie alle orecchie e si sente una regina. Una bambina che ha patito una violenza inenarrabile. Una bambina che rammenta il tempo fanciullo, quando la madre guardava in televisione i film della Fiera con Amedeo Nazzari. Geremina Merdaoro, sedici anni, Rosa di Spagna, anima di pan bagnato, un tempo s’arrese sognando un lieto fine.

Nella raccolta, prevale una visione laica del fare poesia, un procedere schietto senza alcun infingimento. “Preghiamo che (non) ci sia un aldilà”. Una concezione sostanziale e veritiera del concetto di corpo, “il teatro dove ridono i sensi”. “Il corpo puzza, prende, invecchia, pesa”. C’è un’esortazione al proprio sé affinché la eventuale rabbia distruttiva, la “rabbia bastarda”, si trasformi in poesia.

Annarella, 11enne, coi capelli nuovi di chemio, sorride in debito di luce. “Troppo grande questo mondo/per le tue mani, bambina”. Bice ha gli occhi grigi e sa cantare. Bice ha capelli nuovi, castani. Ha 20 anni Bice e nessun fidanzato, “scrive diari, poesie, preghiere,/piange per un pino caduto”. “Bice non lo dice,/ma la sua ricerca si fa mare”.

Monica Messa ha uno sguardo disincantato sulle evenienze ordinarie. Da ragazzina ha traversato, a volte, un tempo azzurrato. Ora, da grande, stagione della disillusione, ha la felicità inceppata, “come una pistola al Luna Park”. Il libro di Messa è un viaggio fecondo, lucido, un sensibile attraversamento, anche nel mondo dell’infanzia e della prima giovinezza. La poetessa rammenta i tempi passati con nitidezza (l’era dei videogiochi, della carne in scatola, delle guide tv). E, forse, la poetessa sa veramente che fra le pieghe più intime dell’infanzia già barbagliavano e si prefiguravano semi fecondi della vita dell’avvenire. “La mia infanzia/è un’amica che vive lontano. Mi prende la mano/e scrive,/scrive di noi”. Nel passato affondano tracce di noi e scaturigini del futuro. Tanto che “c’è da chiedersi se siamo il fossile/o l’erba nuova”. In “Una pistola al Luna Park” campeggia un sentimento puro, di cristallo, dell’amore, dell’amore provato, dell’amore sentito, dell’amore esperito. L’amore della poetessa è un candido manto, che collide con “lo sporco della vita”. È palpitante nella raccolta di Monica Messa il paese natio, la terra di Puglia. Una terra mai di cartolina. Al Sud del Sud “ogni strada ha un volto e una voce di ottone”.

Al Sud del Sud la gente s’adopera e si muove fra il partito e il barbiere, parlando di cose minimalistiche, semplici (come, ad esempio, la pioggia attesa, il vino nuovo). Il paese è fondamentale, è l’esistenza che si compie. “Perché un paese ci vuole, un paese per morire da soli”.

Marcello Buttazzo