di Renato De Capua -
Uno sguardo di donna o di uomo, un lembo di cielo, sono finestre attraverso cui scrutare l’animo umano, con i suoi moti interiori e l’intimità della voce. Così l’orizzonte di un componimento poetico medita l’amore e genera un senso di profonda empatia. Ancor più oggi, data designata dall’Unesco come Giornata mondiale della poesia, una silloge poetica è il germoglio di un grande albero, preludio dei colori di questa nuova primavera.
È uscito il 21 marzo in tutte le librerie “L’idea che io ho di Dio” (Musicaos, 2026), un quaderno di versi inediti del poeta Salvatore Toma. Il libro, a cura di Luciano Pagano, si propone come ideale prosieguo del volume “Poesie (1970-1983)” (Musicaos, 2020), che raccoglie in maniera organica tutta l’opera edita dell’autore, sei raccolte apparse in piccola tiratura tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, quando nel Salento si respirava una fervente temperie letteraria, già a partire dalla generazione precedente.
Salvatore Toma, nato nel 1951 a Maglie, cominciò
a scrivere sin da giovanissimo, sia in versi che in prosa. Anche se morirà a
soli trentacinque anni, il 17 marzo 1987, la sua poesia sviluppa un percorso
tematico ed emotivo compiuto, una caratteristica autenticità. I testi
iniziarono a circolare presso un pubblico più esteso grazie all’attenzione
critica di Maria Corti, che nel 1999 curò l’antologia postuma “Canzoniere della
morte” per Einaudi. A questo si aggiungono due recenti tappe editoriali che
contribuiscono a collocare l’autore nel canone della letteratura nazionale: la
traduzione in catalano di alcune poesie nell’antologia poetica “Inútil fugir”
(Pont del Petroli, 2023), a cura del critico Joan R. Lladós, e l’inclusione di
Toma nel volume “Poesie dell’Italia contemporanea” (Einaudi, 2023), a cura di
Tommaso Di Dio. Il libro che oggi vede la luce, presentato in anteprima lo
scorso 14 marzo a Lecce, mostra i “primi risultati del lavoro in progress
sull’opera del poeta”, come annota Pagano in prefazione. E rispecchia
fedelmente l'impianto narrativo voluto dall’autore. Le ventuno poesie raccolte,
infatti, sono frutto della trascrizione di un quaderno a quadretti con
copertina a fiori rosa, che l’autore vergò di sua mano tra il 24 e il 29
settembre 1982, durante la sua permanenza presso l’ospedale Di Venere a Bari
nel quartiere Carbonara. L'opera può considerarsi, inoltre, anche una prima
chiave di accesso all’immaginario tomiano, poiché ritornano temi
caratterizzanti come la natura intesa come simbolo di quiete, il confronto tra
vita e morte e quello tra realtà e finzione.
Se dal titolo si evince che Dio è il leitmotiv
dell’opera, non bisogna immaginarlo come un’entità suprema e austera.
Tutt’altro. Nel microcosmo poetico di Toma è un Dio che affiora dal sogno in
tutta la sua leggerezza: un’“azzurrità infinita” sia terrestre che marina,
quasi una brezza da cui spera di essere accarezzato, un respiro vitale contro
l’influsso della dimenticanza. È un Dio di cui il poeta vorrebbe “respirare il
cielo”, quello a cui si rivolge con il “tu” di un’apostrofe.
Dalle vette celesti dell’osservazione di un
sogno, la riflessione su Dio riannoda le fila del tempo e risale all’infanzia,
analogia della semplicità e dello stupore per le piccole cose. C’è poi uno
slancio ulteriore che amplifica la semantica del vissuto e s’interroga su come
Regina, la donna che ama (presenza costante di queste pagine), abbia trascorso
quegli stessi anni. La distanza dell’incognita viene allora colmata dal
sentimento amoroso.
Non manca però il riscontro con la concretezza:
una sottesa invettiva contro le “campane assordanti”, le chiese lussuose, il
culto dell’esteriorità capace di fermarsi soltanto in superficie. Eppure il
tepore di questa “ricerca di celeste” prevale su una concezione temporale che
associa il passato a uno stagno, il futuro all’oscurità di un mistero.
Tra le immagini più evocative, due versi di
forte tensione sentimentale: “Ti dovremmo amare / con l’intensità di un addio”.
Un’analogia potente, che s’infrange sul filo della luce e della lontananza. C’è
il canto della bellezza del cosmo “nell’onda del mare / che cancella il mio
nome”, lì dove la stessa voce si spegne.
Leggere queste liriche significa perdersi nella
vastità di un sentimento, quasi una preghiera con cui riscoprirsi. In fondo,
tracciare un sentiero è uno dei compiti della poesia.
Renato De Capua

