Acaya, 21 marzo 2026 - Equinozi Mediterranei
Giornata Mondiale della Poesia
di ANTONIO PRETE
Il Mediterraneo, la sua luce, i suoi orizzonti marini, i suoi cieli avranno avuto un ruolo nella nascita di un pensiero che, come quello dell’antica sapienza greca, è conoscenza per via immaginativa. E unisce senso del limite e tensione verso lo sconfinamento, tiene insieme cura del visibile e interrogazione dell’invisibile, dell’oltre.
Ci sono due figure che Paul Valéry, proprio in uno scritto dedicato alla “pensée méditerranéenne”, al pensiero mediterraneo, vede come fondamento di un pensiero come quello greco: La luce e la misura. Valéry muove dalla sua educazione al “vedere” e al “pensare” congiunti, un’educazione da lui ricondotta all’infanzia e adolescenza passati su un porto, il porto di Sète. Per Valéry la luce e la misura sono gli elementi più propri che animano e fondano una conoscenza. Luce e misura come respiro di un sapere. Sulle rive del Mediterraneo l’antica filosofia greca dava forma sapienziale a questa compresenza di luce e misura. Luce che illumina, indaga, disvela, esplora, e misura che diventa criterio per le azioni, linea di comportamento, principio di una morale.
La poesia, nella sua origine, e nelle sue diverse esperienze linguistiche, proprie del Mediterraneo, è suono di un pensiero, e quel suono ha un ritmo, è animato da un ritmo. Da qui il nesso profondo, originario, tra poesia e musica. Ebbene, il ritmo è forse stato suggerito dall’andirivieni dell’onda sulla riva : è un’ipotesi fantastica. e affabulatoria, certo, che un critico come Blanchot riprende.
E tuttavia il Mediterraneo è anche il mare dove la bellezza e il tragico si confrontano: la nascita di Venere ha modulato in mille forme le fantasmagorie della bellezza, e allo stesso tempo il sapere mediterraneo ha nella tragedia, e nel dolore che ne è come il respiro, una delle sue figure prime. La bellezza e il tragico. Questa congiunzione, che attraverserà la poesia, è propria del Mediterraneo.
Baudelaire darà di questo nesso tra bellezza e tragico una sua splendida rappresentazione. Riapriamo, nei Fiori del male, i versi di una poesia, Un viaggio a Citera, che mette in scena, riprendendo una figurazione già frequentata dalla pittura, un viaggio verso l’isola di Venere, appunto Citera, l’isola della bellezza e dell’amore. Quando il veliero giunge, nella luce di un cielo splendente, in vista dell’isola, il poeta scorge su una riva un patibolo: vi è appeso il corpo di un uomo che i corvi già aggrediscono. Nel tripudio della luce marina, il tragico. Nello splendore della luce marina, il dolore. Nell’isola consacrata all’amore, l’oltraggio alla bellezza e all’amore. La bellezza e il tragico congiunti. Il poeta negli ultimi versi dice che in quell’immagine del corpo straziato esposto sulla croce a tre bracci ha visto la propria immagine: il dolore ci appartiene, siamo nel dolore.
Il Mediterraneo, come invita al confronto tra il limite e l’oltre, come mostra il nesso tra bellezza e tragico, così dispiega la relazione tra la voce fuggitiva delle stagioni e l’insondabile necessità, cioè il principio inconoscibile che è fondamento dello stare al mondo: da Empedocle a Hölderlin, il pensiero mediterraneo rimodula in mille forme questo nesso. La transitorietà e il fondamento, l’apparire e l’essere. Così anche il fiorire e lo sfiorire, insieme, nello stesso mostrarsi, nella stessa luce fuggitiva.
Nel Mediterraneo nascono i miti. Che attraversano le epoche, con le loro diverse rimodulazioni, i loro adattamenti, i loro travestimenti. Il mito, come la tragedia, sono fonti di un pensare che è interpretazione dell’accadere e esplorazione dell’ignoto.
Ecco il viaggio di Odisseo, che ha Itaca sempre lontana, e che di avventura in avventura, di approdo in approdo, fa esperienza della sospensione e dell’attesa come condizione propriamente umana. Il viaggio di Odisseo sta all’origine di quel cercare mediterraneo sempre in scarto nei confronti dell’assuefazione, dell’abitudine, sempre disposto al rischio. Un cercare che ha la mancanza – e per questo il desiderio – come suo ritmo. E questo viaggio che sempre riprende, questo viaggio che è dispiegamento dell’avventura e dell’azzardo – fino a quel “folle volo” poeticamente raccontato da Dante nel XXVI dell’Inferno – è la poesia, la poesia mediterranea, a tenerlo vivo nel tempo.
La poesia mediterranea, in tutte le sue configurazioni linguistiche diverse, è attraversata da questa tensione verso l’avventura, verso il rischio, verso l’oltre.
Sulle sponde del Mediterraneo si sono via via confrontate e ibridate lingue e culture; così anche nella poesia miti e figurazioni fantastiche, forme del sentire e modi espressivi hanno avuto sovrapposizioni, riprese, contaminazioni. Potremmo, da questo, riconoscere una poesia mediterranea, pur nella sua declinazione di epoche, lingue e forme.
Un tratto comune, appunto mediterraneo, è la dissipazione di ogni pretesa roccaforte di identità. Perché il labirinto e la danza, figure propriamente mediterranee, sono figure della instabilità, della non linearità, dello smarrimento possibile. Figure di un ricercare che è sfida e azzardo.
In questo senso un elemento ricorrente nella poesia delle varie lingue mediterranee è il movimento verso un’alterità: la dislocazione, l’esilio, l’approdo nella nuova terra, l’esplorazione dell’ignoto, l’interrogazione dell’altro.
È vero che, dispersosi il politeismo, nel Mediterraneo si sono affermate le fedi monoteiste, e con esse, le differenze, le trincee, le forme persecutorie, esclusive.
Le teologie ebraica, cristiana, islamica hanno avuto le loro astrazioni, e le loro violenze, da cui solo una reciproca interrogazione le può salvare da sanguinosi arroccamenti. Ma, pur nel diffondersi di queste tre fedi identitarie (anche se in ognuna di esse c’è una dimensione di apertura e riconoscimento dell’altro, o come nel caso del cristianesimo, di amore), la poesia nelle varie lingue mediterranee ha fatto da argine alla supremazia dell’intolleranza. Contro l’intolleranza, la poesia. E questo perché la poesia è di per sé, per sua natura, ospitale. Muove, infatti, dalla singolarità del vivente e accoglie nella lingua tutti i viventi, non ha fede né patria (“il mio corpo è il mio paese”, dice un poeta come Adonis). La poesia respira nella relazione con tutte le forme del visibile, fino a sospingere lo sguardo e la domanda verso l’invisibile, verso quel che l’orizzonte nasconde, verso l’oltre.
La poesia mediterranea mostra che nessuno è straniero all’altro, perché tutti siamo stranieri, e abitiamo la lingua, la quale vive dei riflessi e della memoria delle altre lingue, e delle relazioni con le altre lingue. Per questo anche la traduzione, la cultura del tradurre, l’esercizio del tradurre, hanno una storia mediterranea.
Quello che si dice della poesia, si può dire per la cultura e i saperi del Mediterraneo: alla molteplicità dei saperi e delle lingue e delle culture corrisponde il privilegiamento della erranza. E per questo, nella poesia, come negli altri campi del sapere e dell’arte, l’essere mediterraneo non ha il culto dell’autoctonia, il fantasma di autoctonia, perché è proprio del Mediterraneo essere in dialogo con altre culture: asiatiche, africane, slave.
Dalle rive e dai porti del Mediterraneo si sono da sempre mossi migranti. Nella nostra epoca le migrazioni hanno avuto una loro drammatica concentrazione. Drammatica perché nelle terre di approdo i poteri costituiti non hanno saputo, e spesso non hanno voluto, predisporre adeguati piani di accoglienza, forme di riconoscimento. Spesso l’approdo è stato negato a profughi e migranti che fuggivano da miseria, da guerre, da fame. E il Mediterraneo è stato trasformato nell’immenso campo tragico di naufragi. La poesia, per la sua natura ospitale, è figura che nel suo linguaggio, nelle sue forme, si oppone a questa negazione dell’altro.
Oggi il Mediterraneo è teatro sanguinoso di guerre. La tracotanza di poteri ha compiuto e compie devastazioni, stermini, distruzioni. È cancellata una storia millenaria di erranze, di nomadismo, di scambi e di incontri.
La poesia, nella sua lingua, nelle sue forme aperte ad accogliere i viventi, la loro pena, il loro desiderio, al di là delle appartenenze, in quanto viventi tra viventi, può forse essere, se non una risposta, almeno un paradigma in cui il pensiero cerca il nuovo, l’inatteso, il lontano, la forma nasce dall’ascolto di altre forme, e la vita appare nella sua ricca molteplicità, nella sua immensa coralità di voci e di esperienze.
La poesia mediterranea, nel suo concerto di lingue, di culture tra di loro in dialogo, nella sua tensione verso l’armonia di senso e suono, nella sua profonda relazione con il visibile e con l’invisibile, può forse dirci che un altro mondo, e un altro Mediterraneo, è ancora possibile.

