di ANNARITA MERICO
Il tarlo ha una propria indole:
tarlare per scavare, tarlare per nutrirsi, tarlare per essere. Intorno al suo
tarlare accade dispersione di polvere e aumento di cunicolo, entrambe tracce di
un universo in lungo e impietoso movimento di sottrazione, in vivida produzione
di materia metamorfosata, in oscena messa in opera di città di sotto. Città
apparentemente invisibili imbrogliate in scavo di memoria, di parola, di
colore, di volti, a Sud.
Avviciniamo questo tarlo alla parola. Parola che scava e intarla volute cerebrali sino a uscirne fuori con fare disobbediente e metro linguistico sfigurato e dedito a ricerca di nuove posture del cesello grammaticale, a forma inedita di costrutto, a scandalo di messe in relazione semantiche. Forse l’indole e in questo scavare che ha come meta lo scavare in quanto tale e non la direzione prefissata. S’appaiono così sensi, buchi di significato, linee d’orizzonte che riformulano la pagina e la narrazione di un progetto poetico cresciuto a lungo nel tempo cavalcando desiderio d’essere nel cambiamento.
Ostuni, Taranto, Costa Ripagnola,
la Murgia, gli ipogei, la vegetazione, le masserie, gli sterrati d’antichi
transiti, le sagre, i Santi. Tutto uno sfilare di cellule indaffarate a
ricucire, creare, smontare visioni fugaci e resti di pranzi imbambolati in
presenti fatti di futuri anteriori e imbrogli temporali, E’ come se la
scucitura della frasi, l’accavallo dei mondi creassero nuove lancette di tempo
e di sosta. Scendono, scarpe bardate come briganti, attenti agli agguati, tutti
gli attraversatori del tempo e delle
stagioni calcate come cappelli tra pietre e sentieri di mai colme partenze.
E poi, l’occhio retinato che
fissa fotogrammi piccoli come insetti e infiniti come memorie di bianca calce e
luoghi affacciati sui mari di dentro di coste tratturate da pendenze e secchi
pendii abitati dal vento e dalle marezzate dense di profumi. Si dipana, in
L’indole del tarlo, un intero scenario impastato di luoghi e volti incontrati
nella tensione della conoscenza di questo sudpuglia macerato in soglie di
accessi estremi e bocche latranti essenze di demoni e di viscere. Si sdipanano
i volti di Vittorio Bodini, Tonino Zurlo, Antonio Verri,
storie del vecchio sud. / Piccole storie di lune di ramiera /
giaculatorie dal macero, dall’eterno resistente. / Qui dove un fanale appeso al
nulla / invita la falena a millimetrare le difese / le insidie e quelle
lunghevelemosine / fuori dalle saracinesche mezze scese, mezze / di lato: le
nere madri nelle mandrie del rumine / (p.34)
L’indole del tarlo, silloge suddivisa in tre sezioni: amara e bella, stesso sangue spaesato, L’acqua dei grimori e un affastello di domande e dubbi in Sonniloquio.
E’ silloge che, attenta,
raccoglie sguardo per architetture in pietra fiorite in una terra che fa di
esse storia di antiche, umane presenze. Architetture testimoni del lavoro che,
da loro, è passato segnando lo scandire di una storia poco raccontata nei
libri, una storia fatta di cultura orale, di inciampi, di ripetizioni, di
attese e lacerazioni. E’ silloge che registra e racchiude noccioli di civiltà e
di passione per gli estremi di ogni malesangue
posto a infide latitudini dell’anima.
Che linguaggio, quale scrittura
poetica incarna il verso di Crastolla? Una parola, un costrutto poetico che
rifugge da ogni canone e si presenta come tela apparentemente carica di
incongruenze per poi, sciogliersi in sguardo finemente riconoscente alle trame
di territorio e di cultura in cui stana evocative radici identitarie protese
verso un futuro che preme per dire il passato, amandone continuità. Un verso
che si affida al rudere, al coccio, alla zolla arata, allo scoglio antico, al
martire locale e ne fa molla di collegamento con sfondo di Mediterraneo, con
storia recente eppure perduta, con diffide verso il ciò che è, con memorie non
comprese, con l’idea di un popolo che era accerchiato da senso di coralità. In
nome di difese comunitarie a cui la memoria delega parola poetica, vanno
dipanandosi le forme di un differente scavo dello sguardo. Uno sguardo che
tende a sommare, stratificare il passato per dirne presente rigonfio di echi,
di presenze di quanto è andato. Da un ferro arrugginito, da una pietra limata
emerge storia di funzioni cui quel ferro-pietra-oggetto rispondeva, una
particola di ruggine, una levigatezza su di un lichene, prende a dirsi e a dire
inebriando il contesto e diffondendo amore per le mani che l’avevano forgiata
in sapienza di andati saperi. Il progetto poetico di Luca Crastolla abbraccia
l’umile della storia, l’imperfezione emotivamente coinvolgente, gli slittamenti
di piano continuamente in agguato mostrano caleidoscopi di senso. La scrittura
mostra molteplici focus capaci di dirsi all’unisono. Rosari di pomodori, api
bottinare accumulatrici di quotidianità perdute, salsedini d’acqua, sarisse di
luce, mura allappate da strappi aurorali, un’infinita scorribanda per uno
sciabordio di immagini capaci di impollinare l’occhio lasciandogli cogliere una
qualità arsa del contemporaneo spaesamento.
…Molte sono le cose non dette / le indiziate / tornano morse alle
anche, tornano / dalle polveri che disidratano la storia / ma da quando tutto
volge capo a piedi / tieni una palude abitata dove era la lingua / un rincasare
spaesato. E ti dice restante / nei due modi in cui ogni cosa resta. Così /
chiedi alle pietre acute un rituale profondissimo / ad ogni modo incarnato e
scarno / (pg.48)
E’ un pensiero meridiano che
mostra la violenza di strappi operati dalle turbinanti povertà di imposte
economie che hanno scempiato questo sud mostrando squarci inferti nelle viscere
di un mondo violato. Aleggiano, dunque, nella silloge, stupori annebbiati per
una macchina linguistica e narrativa ancorata al territorio. Quella di
Crastolla è una macchina linguistica sapiente nel suo saper creare equilibri
tra visioni e rappresentazioni. E’ macchina linguistica attenta all’ascolto di
paesaggio a sud, paesaggio attraversato da culture letterarie, del lavoro e
culture storiche. E’ macchina che contiene segreti, immediatezze e forme
molteplici di indagine nel ritmo di ciò che scorre dinanzi alla fisicità dei
sensi prima di essere “tradotto” in prolifica parola.
Luca Crastolla
L’indole del tarlo
Delta 3 edizioni,
collana Plenilunio, 2025
Postfazione di Emanuela
Sica
pg 109 E 12,50

