venerdì 9 dicembre 2011

Intervista a Piero Marsili Libelli

Intervista a Piero Marsili Libelli fotografo - Lecce, 08.12.2011

Pierpaolo Spada


Piero Marsili Libelli, cosa faceva prima di diventar fotografo?

Ho studiato, poco. Avevo un padre con tre lauree, nobile, senese, decaduto. Abitavo a Milano, e praticamente, la sera, per guadagnare dei soldi, facevo il cameriere. Insieme a un amico, che tutt'ora lo è: Al Bano Carrisi. Poi, in quel periodo vidi un film di Antonioni che si chiamava Blow Up e decisi da quel momento di fare il fotografo. Mi dissi: voglio fare il fotografo”.

Quando è riuscito ad avere la sua prima macchina fotografica?

Questa è una storia lunga. Una storia peccaminosa che, però, ti racconto. Vidi Blow Up, il giorno dopo ero vestito esattamente come il protagonista del film. Però, non avevo la macchina fotografica. Abitavo a Milano, in via Brera. In un bar famoso, che io frequentavo, il Bar dell'Angolo, che ancora oggi c'è, una notte alle tre, entrai, c'era un giapponese completamente ubriaco che dormiva su un divano, con vicino una borsa. Lì, mi chiedo: ora o mai più. Ho guardato bene questa borsa. Mi sono fatto un esame di coscienza, ma non me ne fregava un cazzo. Ho preso la borsa e sono uscito, salutando tutti gli amici. E quindi. Il giorno dopo, avevo anche la macchina fotografica al collo che non sapevo, ancora, esattamente, cosa fosse. Non sapevo cosa fossero diaframmi, tempi ecc. Dovevo studiare e ho cominciato a comprare tutti i giornaletti specializzati e a studiare”.

Come ha usato quella macchina per la prima volta? Quale è stata la sua prima esperienza da fotografo?

Foto agli amici, alle amiche. E poi costava, fotografare costava. Dovevi comprarti il rullino, dovevi svilupparlo, dovevi vedere il provino, dovevi scegliere la fotografia. Non mi potevo sfogare molto, capito? Ero attento a spendere poco ma a imparare, comunque, tanto”.

L'arte non è stato quindi il suo punto di partenza.

No, assolutamente. L'arte è stata un'invenzione degli ultimi tempi. Però, quando io capì che questo era il lavoro della mia vita, che volevo vivere di questo lavoro, volevo campare con questo, guadagnare con questo, un giorno, siccome via Solferino era lì, mi presentai, chiesi di parlare con il direttore del Corriere della Sera, mi inventai un'altra storia. Non potevo inventarmi molte cose, avevo 18 anni. Però, mi venne in mente questa cosa: dissi, guardate io vivo a Parigi, faccio il fotografo a Parigi, vorrei venire ad abitare a Milano, sapere. Insomma, ho cominciato a presentarmi non come un semplice ragazzotto. Parigi faceva un certo effetto. Il direttore mi disse “va bene, ti metto alla prova”. Mi mise a fare la cronaca nera, tra Varese, Saronno, con un giornalista gay. E quindi fotografavo i morti dalla mattina alla sera, sulle autostrade, rapine, tutta questa roba. Le foto venivano, anche perché i morti stanno fermi”.

Poi ha deciso di dire basta. Perché?

Perché nella vita si va avanti. Era semplicemente il mio cammino, stavo camminando. Quando vedevo già delle mie foto sul giornale, io dicevo “ho fatto delle foto”. Mi interessava arrivare a questo, che le mie foto avessero una funzione. Io in quel momento stavo facendo il fotografo. Riconosciuto da altri, stavo entrando in una professione. Avevo la prova che stavo facendo il fotografo”.

Era partito con il mito di Antonioni e un giorno è riuscito a incontrarlo. Come è accaduto?

Finisco questo periodo di cronaca nera a Milano, parto al militare, vado a Palermo. Sempre queste storie d'amore che mi hanno distrutto la vita. Torno dal militare, decido di trasferirmi a Roma. A Roma, mia sorella aveva un amante avvocato che era amico di un redattore de L'Espresso. Mi presentano a L'Espresso. Per anni ho collaborato con questa rivista come fotografo di tutto il tempo sperimentale degli anni '70 e 80, da Carmelo Bene in poi. Faccio la mia prima mostra e arrivano degli amici che conoscevano Michelangelo Antonioni, i quali ho pregato di invitarmi Antonioni. E, guarda caso, quella sera, a questa mia prima mostra, arrivò Antonioni a braccetto con Marco Ferreri. Antonioni si presentò, disse “io sono Michelangelo Antonioni”, e io, naturalmente, risposi “lo so, io sono Piero Marsili”, mi fece i complimenti. Il giorno dopo, mi invitò a casa sua. Mi disse: “Che fai domani?”, io dissi “niente!”. Mi invitò a casa sua. Appena arrivato mi disse “ho un regalo per te”. Andò nella stanza e portò una scatoletta con una macchina fotografica, una Canon degli anni Sessanta, ancora tutta imballata, precisa, perfetta. Era di David Bailey, il fotografo che lo aveva ispirato per fare Blow Up e la regala a me. Quindi, puoi immaginare...Con Michelangelo, poi siamo diventati amici. Era molto curioso di quello che facevo. Gli piaceva andare nelle cantine, nei teatrini. Una volta mi pregò, addirittura, di portarlo alla festa di tutti gli impiegati della Coin, pensa un po'”.

A conti fatti, ritiene sia stato questo l'incontro che l'ha portata alla ribalta?

No, a me alla ribalta no mi ci ha portato nulla. Non c'è una ribalta. La ribalta sarà quando ribalterò dall'altra parte. Qui non si parla di successo. Lo sai bene, per noi fotografi, come per voi giornalisti, non c'è successo. In questo lavoro non finisci mai, non diventi famoso, non è il sommo attore. Noi lavoriamo sempre nei bassi fondi del mondo e continuiamo a esistere. Se la ribalta è questa, è solo quella di esistere. C'è l'esserci. Un continuare a ricercare, confrontarsi, a stare dentro la storia, questo è importante per noi, non siamo mica attori”.

Stare nella storia. Bene: quale è il suo rapporto con la fotografia digitale?

La fotografia digitale è stata una scoperta, straordinaria, non sono un romantico dell'analogico. L'analogico mi piace, venite a vederlo alla mostra. Ma non m'interessa più di tanto, il digitale è straordinario. Chi avrebbe mai pensato di scattare una foto e di poterla poi spedire in giro per il mondo in due secondi?”.

E adesso si ritrova a Lecce per esporre una mostra che ha come filo conduttore la libertà. E' una mostra autobiografica, una metafora della sua vita?

La “Libertà” non me la sono inventata io. Lo hanno inventato loro il titolo. A me non piace molto. Certo, se vai a vedere la mia mostra, vedi sicuramente un uomo libero. Libertà non c'è. Te la fai tu da solo. Non me la possono dare come compitino. Un giorno mi hanno fatto una domanda: lei che rapporto ha con la luce? E' come chiedere a un cuoco “che rapporto ha con il gas?”. Libertà è una parola grossa, non si mette come manifesto”.

Ha lo spirito e il temperamento di un giovane, ma lei ha dei rimpianti?

Sì, quello che il corpo mi sta lasciando”.

E un progetto futuro?

Sto cercando di vendere la mia casa a Trastevere, che non ce la faccio più. E c'è nell'aria, io e mia moglie che è una grande costumista, si chiama Catia Dottori, negli ultimi vent'anni ha fatto i più bei film italiani, abbiamo l'idea di venire a Lecce. Ma non lo so se ce la farò, perché il barocco è veramente tosto per la mia testa”.

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