giovedì 19 maggio 2011

Ciascuno per la sua Casa

Cronache culturali/

Il racconto della presentazione del romanzo “Da qui tutto è lontano”di Pierluigi Mele (Lupo Editore) avvenuta il 16 maggio con i detenuti della Casa Circondariale Borgo S. Nicola, Lecce

Pierluigi Mele

Cielo bigio, greve, ma senza pioggia. Lo foracchiano le gazze, planano sui muri di cinta a vegliare da lì su ogni cella. È il loro destino, col cielo cupo o lieve. Due cani nel cortile, erranti, insani, corrono dietro gli agenti e poi l’erba. Un commissario sorseggia il caffè al bar interno, scambia battute col personale penitenziario, intrattiene il tempo.

Nella Casa si sciopera anche quest’oggi. Le celle sovraffollate fanno rumore: i detenuti picchiano le pentole contro le sbarre, digiunano per un metro in più da respirare. Vivono in tre in celle di tre metri per tre. Sembra uno scioglilingua. Così, da un braccio all’altro della Casa, riecheggia la loro protesta ritmata, disciplinata nell’aria. I detenuti fanno il tifo alla decenza. Fuori lo sanno; non è vero che i governanti ignorano le condizioni di questa come di ogni Casa. Forse non è nelle corde dei governanti interessarsene. È una questione di umanità governare la reclusione, e a loro manca. L’umanità che è un dovere, non debolezza. Gli agenti lo sanno; ispezionano chi entra ed esce per il cancello, accorti, gentili. Custodiscono la quiete. I famigliari intanto fanno la coda, esibiscono i documenti, fumano e vanno per il parlatorio col loro carico di sporte. Gli incontri coi parenti reclusi sono quattro al mese, durano non più di due ore ciascuno su panche distanti tra loro, senza contatto di mani. Umanità all’opera.

La direttrice della Casa sorride. Ci accoglie tra faldoni e sedie ingombre di quadri avuti in dono; li ha dipinti un architetto in tuta sportiva, occhiali con la cordicella, barba ben curata. È un detenuto che frequenta un laboratorio teatrale. Tempo fa ha allestito uno spettacolo con altri suoi colleghi di ventura. La direttrice pare oggi più serena; quando la incontrammo la prima volta, in pieno inverno, si stringeva nel suo scialle contro il freddo. I termosifoni erano spenti: mancavano i fondi, niente metano. Anche oggi manca qualcosa, ci dicono i docenti che insegnano qui, mentre ci accompagnano tra i corridoi. Manca la carta, a volte l’acqua, a volte entrambe. Se fuori sapessero, ma fuori lo sanno. Ci fa strada lo psicologo che lavora dentro la Casa. È un uomo concreto che crede nell’immaginazione. È stato il tramite tra noi e il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria di Stato. Avanziamo così su scale e porte blindate, interminabili lungo le rampe.

Un labirinto di ingressi che è un rompicapo, ma ha la sua logica anche la pena; non tutti i detenuti possono incontrarsi tra loro. Dipende dalla natura del reato commesso: chi ha violentato una donna o un bambino, è un “infame” per gli altri reclusi.

Meglio evitare contatti con quelli che hanno spacciato, piuttosto che attentato alla proprietà o alla convivenza.

Ma quando entri da fuori, come ospite, non ti chiedi quale regola abbiano infranto quelli qui dentro. Non hai il tempo per farlo. Lo stesso tempo che manca ai detenuti.

Tu credi che vivere in cella sia il giusto modo per isolarsi e per dipingere, per esempio, o per leggere o per scrivere. No, manca lo spazio per farlo. Le celle sono di tre metri per tre e ci vivono in tre. C’è una televisione da condividere, a questa ci si consegna come ad una specie di stordimento. Si approfitta perciò dell’ora d’aria per restare con sé, per isolarsi e coltivare un passatempo, un nascosto talento. E così quelli qui dentro cominciano a scrivere o a leggere un libro che mai, forse, avrebbero aperto prima di ora. O si abbandonano al ricordo di affetti privati, a quello del sapore di una fragola o di un piatto dignitoso. Nell’ora d’aria fanno questo. Dappertutto penetra l’odore d’aglio e di cipolla, incessante impregna i vestiti, ammanta la Casa, rieduca alla nostalgia. Però hanno voglia di parlare, i detenuti, di confrontarsi con pensieri intelligenti e di intrecciarli ai tuoi senza pietismo. Sono informati, loro. Sanno fuori che succede, cosa manca e chi li aspetta. Loro vogliono soprattutto non perdersi nulla del domani.

Sono le 10.30 del mattino, ora hanno un libro in mano. Vi hanno letto una storia che somiglia alla loro. Parla del destino e della possibilità di ricominciare oltre un cancello. Ci sediamo in un’aula, le telecamere a circuito chiuso sorvegliano su tutto, insonni come falchi. Ma nessuno ci fa caso, è nella natura del luogo. Allora ci ascoltiamo a lungo, ci scambiamo pareri e bisogni con sconfinata naturalezza. Ci guardiamo negli occhi, siamo all’aperto della dignità. Alle 15.30 si ripete l’incontro con gruppi diversi. Ancora curiosità di ascoltarsi con la scusa di un libro. Questa volta ci sono cinque donne tra i detenuti: una di loro viene dal Paraguay e struscia la “s” tra i denti quando dice il suo nome. Un’altra, tra loro, mantiene china la testa e non parla mai durante l’incontro; alla fine strappa da dentro un sorriso che dice tutto e te lo regala. Ci stringiamo la mano anche con gli altri dentro la sala; un egiziano vorrebbe lasciarti un biglietto ma non si può. Lo potrà fare per posta, dicono gli agenti. Per posta ci rincontreremo con tanti, domani.

Riattraversiamo i corridoi, ciascuno per la sua Casa. I due cani del cortile ci seguono per la guardiola. Riprendiamo i documenti, il cancello si schiude e saliamo in macchina dritti per la città. Ci accoglie la pioggia che prima non c’era.

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