giovedì 19 maggio 2011

Ciascuno per la sua Casa

Cronache culturali/

Il racconto della presentazione del romanzo “Da qui tutto è lontano”di Pierluigi Mele (Lupo Editore) avvenuta il 16 maggio con i detenuti della Casa Circondariale Borgo S. Nicola, Lecce

Pierluigi Mele

Cielo bigio, greve, ma senza pioggia. Lo foracchiano le gazze, planano sui muri di cinta a vegliare da lì su ogni cella. È il loro destino, col cielo cupo o lieve. Due cani nel cortile, erranti, insani, corrono dietro gli agenti e poi l’erba. Un commissario sorseggia il caffè al bar interno, scambia battute col personale penitenziario, intrattiene il tempo.

Nella Casa si sciopera anche quest’oggi. Le celle sovraffollate fanno rumore: i detenuti picchiano le pentole contro le sbarre, digiunano per un metro in più da respirare. Vivono in tre in celle di tre metri per tre. Sembra uno scioglilingua. Così, da un braccio all’altro della Casa, riecheggia la loro protesta ritmata, disciplinata nell’aria. I detenuti fanno il tifo alla decenza. Fuori lo sanno; non è vero che i governanti ignorano le condizioni di questa come di ogni Casa. Forse non è nelle corde dei governanti interessarsene. È una questione di umanità governare la reclusione, e a loro manca. L’umanità che è un dovere, non debolezza. Gli agenti lo sanno; ispezionano chi entra ed esce per il cancello, accorti, gentili. Custodiscono la quiete. I famigliari intanto fanno la coda, esibiscono i documenti, fumano e vanno per il parlatorio col loro carico di sporte. Gli incontri coi parenti reclusi sono quattro al mese, durano non più di due ore ciascuno su panche distanti tra loro, senza contatto di mani. Umanità all’opera.

La direttrice della Casa sorride. Ci accoglie tra faldoni e sedie ingombre di quadri avuti in dono; li ha dipinti un architetto in tuta sportiva, occhiali con la cordicella, barba ben curata. È un detenuto che frequenta un laboratorio teatrale. Tempo fa ha allestito uno spettacolo con altri suoi colleghi di ventura. La direttrice pare oggi più serena; quando la incontrammo la prima volta, in pieno inverno, si stringeva nel suo scialle contro il freddo. I termosifoni erano spenti: mancavano i fondi, niente metano. Anche oggi manca qualcosa, ci dicono i docenti che insegnano qui, mentre ci accompagnano tra i corridoi. Manca la carta, a volte l’acqua, a volte entrambe. Se fuori sapessero, ma fuori lo sanno. Ci fa strada lo psicologo che lavora dentro la Casa. È un uomo concreto che crede nell’immaginazione. È stato il tramite tra noi e il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria di Stato. Avanziamo così su scale e porte blindate, interminabili lungo le rampe.

Un labirinto di ingressi che è un rompicapo, ma ha la sua logica anche la pena; non tutti i detenuti possono incontrarsi tra loro. Dipende dalla natura del reato commesso: chi ha violentato una donna o un bambino, è un “infame” per gli altri reclusi.

Meglio evitare contatti con quelli che hanno spacciato, piuttosto che attentato alla proprietà o alla convivenza.

Ma quando entri da fuori, come ospite, non ti chiedi quale regola abbiano infranto quelli qui dentro. Non hai il tempo per farlo. Lo stesso tempo che manca ai detenuti.

Tu credi che vivere in cella sia il giusto modo per isolarsi e per dipingere, per esempio, o per leggere o per scrivere. No, manca lo spazio per farlo. Le celle sono di tre metri per tre e ci vivono in tre. C’è una televisione da condividere, a questa ci si consegna come ad una specie di stordimento. Si approfitta perciò dell’ora d’aria per restare con sé, per isolarsi e coltivare un passatempo, un nascosto talento. E così quelli qui dentro cominciano a scrivere o a leggere un libro che mai, forse, avrebbero aperto prima di ora. O si abbandonano al ricordo di affetti privati, a quello del sapore di una fragola o di un piatto dignitoso. Nell’ora d’aria fanno questo. Dappertutto penetra l’odore d’aglio e di cipolla, incessante impregna i vestiti, ammanta la Casa, rieduca alla nostalgia. Però hanno voglia di parlare, i detenuti, di confrontarsi con pensieri intelligenti e di intrecciarli ai tuoi senza pietismo. Sono informati, loro. Sanno fuori che succede, cosa manca e chi li aspetta. Loro vogliono soprattutto non perdersi nulla del domani.

Sono le 10.30 del mattino, ora hanno un libro in mano. Vi hanno letto una storia che somiglia alla loro. Parla del destino e della possibilità di ricominciare oltre un cancello. Ci sediamo in un’aula, le telecamere a circuito chiuso sorvegliano su tutto, insonni come falchi. Ma nessuno ci fa caso, è nella natura del luogo. Allora ci ascoltiamo a lungo, ci scambiamo pareri e bisogni con sconfinata naturalezza. Ci guardiamo negli occhi, siamo all’aperto della dignità. Alle 15.30 si ripete l’incontro con gruppi diversi. Ancora curiosità di ascoltarsi con la scusa di un libro. Questa volta ci sono cinque donne tra i detenuti: una di loro viene dal Paraguay e struscia la “s” tra i denti quando dice il suo nome. Un’altra, tra loro, mantiene china la testa e non parla mai durante l’incontro; alla fine strappa da dentro un sorriso che dice tutto e te lo regala. Ci stringiamo la mano anche con gli altri dentro la sala; un egiziano vorrebbe lasciarti un biglietto ma non si può. Lo potrà fare per posta, dicono gli agenti. Per posta ci rincontreremo con tanti, domani.

Riattraversiamo i corridoi, ciascuno per la sua Casa. I due cani del cortile ci seguono per la guardiola. Riprendiamo i documenti, il cancello si schiude e saliamo in macchina dritti per la città. Ci accoglie la pioggia che prima non c’era.

mercoledì 11 maggio 2011

Il disegno dell'armonia

Per Vittorio Pagano

Antonio Errico

Occhi di gatto aveva, Vittorio Pagano. Pupille incandescenti che perforavano il buiore, penetravano nel tempo e nella terra per trovare le parole con cui dire il loro mistero. Occhi che si restringevano per impossessarsi dei particolari, per trattenere riflessi trasparenze rifrazioni, come per predisporsi ad una caccia, ad un agguato, o che si dilatavano per superare ogni barriera, per proiettarsi nella lontananza.

Così violavano confini, sfondavano sbarramenti , si approssimavano alle

soglie dell’aldilà,

soglie varcate, mai varcate, spazi

di pietà, d’empietà”.

Vedere la metamorfosi dell’esistenza sopra quelle soglie, era la sua tensione straziante, il suo azzardo, il suo tormento, la sua pena, il suo desiderio, la paura, la sua felicità , la sua tristezza. Pagano aveva l’ansietà della visione: far apparire le cose che non si vedono, provocare la loro epifania, evocare figure sprofondate nella memoria, o maturate nella fantasia, far riaffiorare quello che è sommerso, come per salvarlo dallo sfacelo dell’oblio. Lui sapeva bene che le creature che non sono – non sono più - restano vicine, si rifugiano in qualche parte di noi, per non essere abbandonate, per non abbandonarci, per farsi sentire ancora e per sentirci ancora respirare la vita che hanno respirato.

I morti vegliano sotto le nostre ciglia, diceva,

con una sterminata meraviglia

d’essere lì, da sempre, non risorti,

non ritornati, sempre lì”.

Con i suoi occhi attraversava la città notturna, svelava i nascondigli della sua anima, scivolava furtivamente dentro i vichi. S’inabissava in essa. Poi ne veniva fuori, stracarico di parole.

Vittorio Pagano sapeva perfettamente che le parole esistono già tutte, perché esistono già tutte le cose, perché quello che si conosce è stato nominato e quello che è sconosciuto non si può nominare. Che cosa può creare mai il poeta, allora, se non può creare le parole. Qual è il suo compito, il suo lavoro, il gioco, che cosa gli rimane di tentare, qual è la sfida o qual è la condizione che costituisce il privilegio o la dannazione del poeta.

Forse per Pagano tutto questo – il gioco, il compito, il lavoro, la felicità, la disperazione – consiste nella forma. Se non può creare le parole, la forma invece sì, la può creare. Così cerca una forma perfetta: che risuoni. Che innanzitutto abbia risonanza, come tinnire di monete nella tasca, come sonagliere di cavalli bardati per la fiera, come un canto che si alza nella sera.

Il suono delle parole è un elemento essenziale nella poesia di Vittorio Pagano. In una poesia – in ogni sua poesia- il corpo delle parole vibra, oscilla, genera onde sonore intense, frequenti, dense, che si propagano, si combinano ad altri suoni, acuti, gravi, ad altri timbri forti o leggeri.

L’aspirazione suprema di Pagano è l’armonia. Questa è la categoria che lo distingue, la facies che lo rappresenta.

Quello che diceva Paul Verlaine rappresentava un comandamento: “ de la musique avant toute chose”.

L’armonia è il movente e l’esito della sua scrittura. Forse, prima che della scrittura, del suo pensiero. E’ una struttura interiore, una movenza naturale. E’ il ritmo, la pulsione, la radice. E’ il genotesto. Il punto in cui si stringono i nodi psicologici, maturano gli stimoli, si formano le immagini, prendono sostanza le metafore, comincia a intrecciarsi la rete testuale. E’ il punto in cui agisce il rimosso e l’inconscio cercando di trovare accoglienza nella parola. Qui c’è il caos delle storie, la ressa dei fantasmi, il rutilare delle sfumature del senso, ci sono le passioni, i grovigli, i brandelli del sogno, le avventure, i misteri.

Qui c’è l’armonia per Pagano: una modulazione del pensiero che organizza il confuso, il caos originario, che dà forma all’informe, coscienza all’inconscio, comprensione all’incompreso, espressione all’inespresso, razionalità all’irrazionale.

A corto d’opera, irto d’aghi, morto,

al senso della forma che mi porto

indosso, en demodè”.

Una forma di poesia che non si differenzia da quella del pensiero e spesso neppure da quella dell’agire.

Una forma serrata, senza sbavature, imperfetta talvolta perché imperfetta è la vita. Una forma che procede per avvolgimenti, come se volesse circondare gli oggetti poetici con una fune che li immobilizzi, li renda ostaggi, preda di chi scrive. Una costruzione sorvegliata, raffinata; una tensione metrica costante che si sente nelle sillabe, che scorre di verso in verso, costantemente ritornante, ciclica.

Poi, sull’elemento naturale, su quella sorta di risposta istintiva al richiamo della musicalità, si innesta l’arte: quell’arte che è sapienza di costruzione, architettura di lessico, versi, metafore, appresa soprattutto nella bottega dei suoi poeti francesi, di quelle “ anime allo sbaraglio, ribelli a ogni regola della vita e della convivenza, strutturate di déréglément , corrose e corrosive”. A queste anime si era sentito vicino, probabilmente anche per un’affinità esistenziale oltre che poetica ( oppure le due cose sono una cosa sola?); aveva sentito dentro “ l’anarchia dei sentimenti, le aberrazioni fantastiche, la sensualità più torbida e intricata, i tumulti e le febbri, i vortici e i deliri” che “non appena si proiettavano nel misterioso angolo di rifrangenza degli ardori poetici, andavano naturalmente, spontaneamente a inquadrarsi in versi d’esatta scansione, in strofe di preciso disegno”.

Così diceva.

Forse i maestri non si scelgono mai per caso. Nella poesia di Vittorio Pagano accade esattamente questo: tutto va ad inquadrarsi in una esatta scansione, tutto rientra nell’ordine di una forma che il pensiero ha elaborato, ogni cosa – il particolare, il dettaglio, la minuzia , la parvenza, la percezione minima, la sensazione epidermica – rientra, va a sistemarsi, in un disegno che rappresenta un’idea dell’universo.

In quel disegno ci sono le cattedrali, le maschere, i putti, gli inverni, la madre, gli incubi, la terra , le Sirene negli occhi, i miti abbandonati, i sortilegi spenti, i suoi fantasmi tanto protetti, tanto amati. C’è la vita come tenera pietra, il randagio in cerca di fortuna, l’ipotesi – oppure la minaccia - di una risposta di sangue a una scrittura.

Nella scrittura di Pagano l’Io si altera, si deforma, si impone o si nega, sovrasta o si ritrae, si raddoppia, si moltiplica, si smembra, si annulla.

Gli occhi di gatto gli servono a scrutarsi dentro, a muoversi nell’oscurità dei sentimenti, nel delirio fantasticato, nel sogno, nell’amore, nella sua esistenza vera e in quella inventata, nella memoria labirintica e nella fantasia sfrenata, nelle realtà che accerchiano e nelle straordinarie fughe,

nelle sue verità di uomo, nelle sue menzogne di poeta.

Senza un demone dentro , come Vittorio Pagano non si scrive. Senza un’inguaribile inquietudine, una smania incessante, un’ansia che percuote, una cosmica paura della morte, un dolore impenetrabile, segreto, senza una lacerazione dell’anima, uno strazio del pensiero, un’intensità di poesia come la sua non si raggiunge.

Ha speso tutta la vita per complicare i suoi messaggi, per renderli indecifrabili a chi li degna appena di uno sguardo superficiale”, diceva Donato Valli in un ricordo appassionato.

Il risultato consiste in una poesia fatta di nodi semantici: concetti e sensi annodati, immagini, metafore , figure sovrapposte, moltiplicate, echi memorie oblii sguardi ombre attese sogni speranze desideri, tutti stretti in un nodo solo, in un solo groviglio d’essere.

A un filo s’è ridotto

l’àndito perseguibile, furente

se n’aggroviglia il piede che ci mente

provvidi scali- e il ponte umano è rotto” .

Pagano sente che la poesia avanza sempre più pretese, impone dedizione, assolutezza, devozione, consacrazione, clausura. Così smette di guardare fuori. Sprofonda dentro sé. Si inabissa. I nodi sono lì: in interiore. Sono fatti di rimpianti, di paure, di interrogativi che reclamano risposte. Non cerca verità, però, Pagano, dentro di sé, agostinianamente.

Dentro di sé cerca di rintracciare un senso, una ragione di quei nodi che si traducono in parole.

Finchè ha guardato fuori il senso si mostrava chiaramente, anche se spesso ambiguo, contrastante, tramato di crepe, fratture, incomprensioni.

Il senso era nel paesaggio, per esempio.

Era nella gazzarra provinciale, nell’estasi bizzarra, negli uliveti, nelle scogliere del Capo, nelle forme sbigottite del barocco, nella loro orditura di maschere e di putti, nei vicoli della sua città.

Dove andava il poeta, alle due del pomeriggio, nella città abbacinata dal sole? A cercare le parole?, un varco alla disperazione?, le parole, unico privilegio del povero?” si chiedeva la sua amica Rina Durante ne Gli amorosi sensi ( Manni, 1996).

Probabilmente sì, Pagano andava - quasi profugo, quasi disperato – a cercare parole per le sue cattedrali di versi, e la città, il paesaggio, gli davano parole, come un dono, o come la restituzione di un prestito di senso.

La relazione con il fuori da sé appare lineare: il pretesto si fa testo, l’occasione si fa verso, l’atmosfera diventa una condizione in cui il pensiero trova motivi e moventi per elaborare figurazioni.

Il processo poetico si fa più complesso, si carica di tensione, diventa smanioso, quando l’indagine, l’interrogazione, prendono la direzione dell’interiorità, quando la parola si ritrova a confrontarsi con il concetto di niente o di nullità, di attesa, di morte, di vuoto, di fuga: la fuga come tensione , spasimo costante, desiderio, aspirazione, sogno: fuga da chi, da cosa. Forse soprattutto – o solo – da se stesso.

Ho sognato di treni sempre in fuga,

con un viso di diavolo:momenti

sudati, insudiciati quando gli occhi

pensano… ed una pozza si prosciuga

nella sabbia incapace degli eventi,

nell’incavo lasciato dai ginocchi

troppo a lungo preganti”.

Ma tentare di fuggire da se stesso significa tentare di fuggire dalla propria morte.

Come ogni altra creatura, Pagano tenta istintivamente la fuga dalla propria morte. Come ogni altra intelligenza, ha la consapevolezza dell’impossibilità di tale impresa.

Però c’è qualcosa che un poco rassomiglia all’immortalità, o che forse almeno per un istante, per uno sguardo, un palpito, un trasalimento, un’emozione può far sentire l’indescrivibile sapore dell’immortalità.

Il sapore dell’immortalità è nella sensazione – qualcosa di preesistente al sentimento – dell’amore.

Allora Pagano si fa poeta d’amore.

La parola d’amore è strumento – quantunque incerto, quantunque precario – di approssimazione all’eterno.

Ha paura di perdere la parola d’amore, Vittorio Pagano; ha paura che gli si dissolva nel pensiero, che si consumi nei significati, che s’assottigli la sua consistenza, che il suo fuoco si spenga. Allora dice nell’ “ Anniversario di nozze” :

Ma i versi no, le mie parole,amore,

no!Se le perdo, le parole, amore,

io muoio, sento un rantolo che sfiora

la mia carne – e barcollo, e non riposo

più, non amo e non odio, e solo allora

la pazzia m’atterrisce e l’angoscioso

delirio è un tonfo nello stagno immoto”.

La domenica del 16 febbraio 1958, su “ La fiera letteraria” diretta da Vincenzo Cardarelli, escono quattro “ Ballate matrimoniali” che Nicola Carducci ha commentato in Vittorio Pagano. L’intellettuale e il poeta ( Pensa, 2004).

In queste ballate Pagano dà parola a ogni sfumatura della bellezza, all’affanno, allo spaurimento, al piacere, al desiderio ( e al pensiero di piacere e desiderio), alla seduzione, all’impulso, alla sensazione, alla grazia, al turbamento, alla fissità e al movimento del tempo dell’amore.

C’è dolcezza di memoria e ansia dell’attesa. C’è corporeità e metafisica nelle parole che dicono di nudità baluginante, di pelle d’ombra , di rimedi esausti elargiti “ in pegno della morte”.

Ecco, dunque, che ritorna il contrasto tra amore e morte, mentre la donna trasfigura in angelo, in “ parabola d’eterno”.

C’è in queste poesie d’amore di Vittorio Pagano, una condizione di felicità assente in qualsiasi altro suo verso, in ogni altra sua parola. C’è un respiro profondo, un ritmo quasi orante, una distanza dalle pene della vita, una serenità solo di tanto in tanto screziata dalla nuvola della finitezza che gli attraversa il pensiero: una nuvola che Pagano non vuole si soffermi e che quindi scaccia con un soffio di parole, per restituire i corpi e i pensieri alla purezza del raggio, alla contemplazione, all’esperienza amorosa e mistica.

A proposito delle quattro ballate Nicola Carducci dice che “ vien da pensare, senza contaminazione alcuna, al ‘Cantico dei cantici’ o, forse, più pertinentemente, al ‘Pervigilium veneris’”.

In queste poesie d’amore l’intensità figurativa di Pagano stempera i toni; il demone si acquieta, si fa buono; la parola del poeta si misura con il desiderio dell’uomo, l’esperienza dell’espressione con quella della seduzione, eros e logos si richiamano e si completano, cercano una sintesi, una compenetrazione.



Tutta la poesia di Pagano è sostanzialmente un’autobiografia . La scrittura è lo specchio di una identità che si cerca nella parola, che in essa trova il senso delle malinconie, dei turbamenti, di qualche felicità –

o la sua rapida ,tremolante impressione -, delle molte passioni, dei travagli, di scompigli interiori. L’Io è dichiarato e rappresentato in ogni sua manifestazione, nelle sue fughe sapienti o bizzarre, nei ritorni teneri, pensosi. Spesso la parola gli restituisce un’immagine che lo mette a disagio, lo disarma, lo sorprende, qualche volte lo inquieta, altre volte lo spaventa . Non si aspetta di essere nel modo in cui la poesia lo mostra. Non si aspetta la rivelazione così prepotente e bruciante delle sue verità intime, profonde. Non si aspetta che le parole possano avere una così forte risonanza interiore.

Non se lo aspetta, Vittorio Pagano. Perché quel poeta dal raffinatissimo mestiere, l’architetto di forme, il costruttore di rime sontuose , rimane un uomo stupefatto dalle cose, dagli eventi, dai fenomeni, dai suoi sentimenti, dalle parole che narrano quei sentimenti, il loro turbinio, il loro tormento.

Non si aspetta, Vittorio Pagano, che l’esperienza della poesia, che quella sostanza incorporea che sono le parole, possa disvelare l’essere fino al punto di sbalordirlo.


martedì 10 maggio 2011

La pagina de il Paese nuovo

Memoria di Rudiae











Foto aerea del sito del grande teatro arcaico di Rudiae

Affinché i leccesi non siano “peggiori degli antichi Saraceni”

Valentino De Luca*

«Rileggendo le pagine che ho scritto in questi otto anni, io mi sento come una stretta al cuore. Molti dei monumenti descritti oggi più non esistono; i moderni non sono, no, peggiori degli antichi Saraceni. Questi almeno distrussero le nostre città e i nostri casali ed abbatterono i monumenti, per soggiogare i loro nemici, e per togliersi ogni ostacolo che si parava davanti. Ma i moderni, ricchi di sapere e di civiltà, freddamente adeguano al suolo i pochi monumenti restati, o ne deliberano la distruzione nelle aule dei consigli municipali, senza curarsi delle grida dei pochi che vedono spegnersi in tal modo i documenti più sfolgoranti della nostra cultura artistica e intellettuale. Osservatelo nei fatti. Nei dintorni di Lecce esisteva un’antica città messapica, indi greca e poi romana, che rispondeva al nome di Rudia; e la contrada dove quella esisteva conserva ancora il nome volgare di Rusce. In questo periodo di tempo quanta distruzione! Moltissime tombe sono state scoperchiate e i cimeli dispersi; le mura di cinta in gran parte atterrate; e l’epitaffio sulla via di S. Pietro in Lama, nel quale si ricordava essere stata questa la patria di Quinto Ennio, è stato anch’esso ridotto in frantumi».

Cosimo De Giorgi, La provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, vol II, Lecce, G. Spacciante, 1888.


Da alcuni mesi gli organi di stampa riportano informazioni circa l’avvio e lo stato dei lavori di scavo sull’area archeologica dell’Antica Rudiae. Un ultimo intervento di Beppe D’Ercole su questo stesso quotidiano, in data 4 maggio u.s., dà notizia del ritrovamento di un “anfiteatro arcaico” come di una “scoperta strabiliante”.

Ben vengano e sinceramente si plaude ai primi risultati di tali scavi, in quanto utili a datare scientificamente per la prima volta la costruzione dell’anfiteatro, “arcaico” e di certo precedente a quello esistente e risalente al II secolo dopo Cristo nell’antica Lupiae, odierna città di Lecce.

Dai primi anni del 1600, importanti storici e conoscitori del Salento, hanno testimoniato che nella zona di Rudiae vi fossero ancora ben visibili i resti di un grande e sontuoso edificio con marmi, sculture, colonne e capitelli. Per lungo tempo, la zona è stata depredata, sconvolta e ne è stato modificato il terreno al punto tale da nascondere e sotterrare molte delle antiche rovine forse ancora presenti nel sottosuolo, impedendo di fatto lo studio archeologico sistematico dell’intera area.

Ad integrazione di una verità storica, è importante conoscere, senza esaltazioni di parte, le tappe cronologiche che hanno segnato negli ultimi quattro secoli la constatazione dell’esistenza dell’anfiteatro rudino.

1607 «Fuori della Città presso le mura, in un luogo, dove oggi si vede il convento dei Frati Scalzi di San Francesco, era a’ tempi passati l’Anfiteatro per gli spettacoli del Popolo, del quale, benche oggi nessuna parte ne sia in piedi, nientedimeno fra le cose guaste, e rovinate ne appariscono alcuni segni. Acquista di ciò fede al vero un Marmo antico ritrovato frà gli edifici sotterranei con la inscrittione che comincia OTTACILLA M. F. SECVNDILLA | AMPHITEATRVM. Non si legge più di questo nel Marmo, non essendo intiero, ma in molte parti spezzato, e lacero, mercè de gli anni, che à lungo andare rodono à guisa di tarlo di ogni cosa. Conservava gli anni addietro questo piccolo Marmo nel suo leggiadretto Museo, degno da vedersi per la varietà di Libri, e di molte cose antiche; il Signor Ottavio Scalfo Medico, e Filosofo singolarissimo, la cui acerba, et immatura morte oscurò una buona parte non solo la gloria delle Muse, ma tolse ancora al Mondo la maniera de i più nobili, e cortesi costumi. Oggi frà la compagnia d’altri Marmi si vede ricoverato dal Signor Vittorio di Priuli gentiluomo Leccese, sottile investigatore delle cose antiche, il quale infiammato di ogni virtuoso pensiero, si rende huomo singolare in ogni maniera d’alto, e liberale mestiere».

Peregrino Scardino (1560-1616), Discorso intorno l’antichità e sito della fedelissima città di Lecce, in Bari, nella Stamperia di Giulio Cesare Vent., 1607.

«Delle reliquie di questa città oggi non si vede altro che rottami di pietre e il sito dell’Anfiteatro; in cui non sono molti anni fu trovato un marmo, che oggi si conserva in casa del signor D. Vittorio Prioli in Lecce, con questa iscrizione: OTTACILLA M. F. SECVNDILLA | AMPHITEATRVM. Non si legge altro che questo nel marmo, non essendo intero ma in molte parti spezzato».

Girolamo Marciano (1571-1628), Descrizione, origini e successi della provincia d'Otranto, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1855.

1818 «La topografia dell’antica Rudia, patria di Ennio, vicino Lecce, fu tratta sin dal 1818, da Oronzo Costa [1789-1867], naturalista di Alessano, il quale, fra l’altro scoprì e disegnò il piccolo anfiteatro di Rudia, di cui si vedono ancora oggi gli avanzi nella Villa Aversini-Calabrese».

Luigi Mariano, Il poeta Quinto Ennio nelle orme di Rudia e Lecce, in «La gazzetta del Mezzogiorno», 14 ottobre 1853.

1871 «Nel 1871 a dritta della strada, che da Lecce mena a S. Pietro in Lama, nel fondo sativo Acchiatura, [di proprietà del Duca di S. Cesario, Carlo Marulli] e a poca distanza del sopra accennato Anfiteatro, alla profondità di 96 cent. trovai, scavando, un avanzo di fabbricato, il quale comincia da una camera con lastrico ordinario in parte, ma pieno di quadrelli di marmo di vario colore, di avanzi di mosaico figurato a meandri […] molti frantumi di marmo bianco, verde antico e cipollino, vi rinvenni; come pure un gradino di marmo bianco […] varie anfore graziosamente modellate, qualcuna intera, altre rotte; antefisse e tegole innumerevoli infrante; molti avanzi di vasi di vetro, pezzi di osso lavorato, volute di capitelli di pietra leccese; varii pezzi di una statua di marmo bianco, ed altri di cornice della stessa materia; una palla di pietra del diametro di cent. 80, avente un foro riempito di legno, nel quale è infisso il doppio prolungamento d’una maglia di ferro; e non poche conchiglie bivalvi e turbinate de’ nostri mari. […] Nella chiusura detta Panareo furono rinvenuti gli avanzi d’una casa con pozzo nero; la qual casa ha un’ampia camera, il cui pavimento si compone d’un rustico mosaico; sfondatolo alla profondità di un metro, vi rinvenni dapprima tre tombe, e poscia tre altre, laterali queste ultime alle pareti della camera stessa. Ciò determina la certezza che sulla città de’ più antichi tempi un’altra ne surse».

Luigi G. De Simone, Note japygo-messapiche, Torino, Stamperia Reale, 1877; vedi anche Sigismondo Castromediano, Relazione della Commissione conservatrice dei monumenti storici e di belle arti di Terra d’Otranto per l’anno 1871, Lecce Tip. Editrice salentina, 1872.

1905 «Per potere stabilire i rapporti comparativi tra l’Anfiteatro rudiano ed il nostro ho fatto rilevare la pianta topografica dei pochi resti oggi esistenti in quella contrada dall’amico sig. ing. Giuseppe Franco e dal geom. Pasquale Starace, il 22 maggio 1905; e l’ho riprodotta nella Tav. XIII. L’Anfiteatro di Rudiae è situato nella parte sud-occidentale dell’antica città, alla distanza di 300 metri dall’abitato della R. Scuola agraria, in contrada Panareo e nella Chiusura Anfiteatro del sig. Aversini, presso la via vicinale che da Lecce menava a Rudiae. Il fondo è oggi tutto piantato a vigna; e i lavori eseguiti per la piantagione hanno manomesso e distrutto. […] Rimangono in posto soltanto nei punti a, b, c, d, [rif. alla tav. XIII] le gradazioni della cavea con le quali si è potuto in certo qual modo circoscrivere il perimetro dell’ellisse; […] Il diametro maggiore di questa ellisse si è calcolato approssimativamente di m. 83 ed il minore di m. 66».

Cosimo De Giorgi, Lecce sotterranea, Lecce, Stabilimento tipografico Giurdignano, 1907.

1911 «Nello stesso anno [1911], nel fondo “Anfiteatro” furono rinvenute numerose tombe, che i proprietari dell’appezzamento, Sigg. Aversini, esplorarono, vendendo la suppellettile rinvenuta. Questa, rinchiusa in dodici casse, fu fermata e sequestrata dalla Soprintendenza alle Antichità sulla stazione ferroviaria di Brindisi e destinata al Museo di Taranto dove attualmente si trova. La suppellettile, tuttora inedita, si componeva di vasi figurati di dimensioni varie, verosimilmente databili tra la seconda metà del V e il III sec. A. C. ».

Mario Bernardini, La Rudiae Salentina, Lecce, Editrice Salentina, 1955.

1928 «[1928] una esplorazione completa non è stata ancora tentata, e la scoperta di molti frammenti architettonici dell’epoca romana, fatta da Pietro Marti [ispettore onorario dei Monumenti] nel 1928, confermano tale verità. Delle opere visibili, sono degne di considerazione: i Resti di un Anfiteatro, scavato nella roccia, e una larga ala di Mura».

Pietro Marti (1863-1933), Ruderi e monumenti nella penisola salentina, Lecce, Tip. La Modernissima, 1932.

1928 «Nel 1929, ebbi notizia che – nell’area archeologica dell’antica Rudiae, propriamente a destra della via provinciale – i contadini avevano estratto dal suolo alcuni ruderi architettonici e minacciavano d’infrangerli. Senza perdere tempo, sebbene molto indisposto e perfettamente estraneo alle attribuzioni ufficiali, mi recai sopra luogo e riscontrai notevoli avanzi di costruzioni romane. Era la prima volta che la patria di Ennio ci parlava in modo molto evidente della sua seconda vita civile. Fin allora, nessuno studioso di antichità rudiane aveva pensato di fissare i caratteri differenziali dei varii rinvenimenti. Tutto era passato col battesimo di messapico e gli stessi avanzi dell’anfiteatro, scavato nel vivo del banco calcareo, erano stati considerati quali ruderi di un teatro. […] Quei rinvenimenti , dunque, avevano per me una considerevole importanza storica, ed io – nel dubbio che non andassero dispersi o trasportati in altro ambiente, senza chiedere pareri o interventi di organi più o meno ufficiali – ottenni che venissero custoditi nel Museo Civico di Lecce. Li enumero per comodo degli studiosi: un Rocchio di colonna; un Plinto di pilastro con modanature; un Frammento di alta cornice, adorno di ovuli e di rosette; due Capitelli marmorei, con decorazioni zoomorfe; un Disco di tornio per la lavorazione della ceramica ecc. I soliti competenti intervennero per affermare che quei ruderi non presentavano caratteri di notevole importanza estetica, ma non vollero o non seppero neppure delibare il problema storico da me prospettato. Intanto, i contadini continuarono nella loro opera di devastazione, e chi aveva il dovere d’intervenire non ebbe neppure la visione che saggi di scavo nella zona circostante, là dove ancora si scorge una larga ala di mura quasi intatta e quasi ignorata, avrebbero potuto dare risultato di maggiori rinvenimenti.».

Pietro Marti (1863-1933), Ruderi e monumenti nella penisola salentina, Lecce, Tipografia La Modernissima, 1932.

1930 «La Brigata degli Amici dei Monumenti ha deliberato di promuovere e celebrare onoranze nazionali a Quinto Ennio, l’altissimo poeta latino nato a Rudiae nel 239 av. Cristo. […] Oltre che con discorsi e studi sul Poeta che “non ebbe altri maestri che le Muse” – come scrisse Marrone e ripetè Giovanni Pascoli – Ennio sarà ricordato in Lecce con la messa in luce dell’Anfiteatro di Rudiae, distrutto intorno al 1150, quando Guglielmo il Malo rase al suolo la patria del Poeta amico degli Scipioni che gli furono grati e gli elevarono nel recinto del loro sepolcro sulla via Appia, la statua che Tito Livio vide. Auguriamoci anche che tale divisamento richiami completamente l’attenzione del Governo Nazionale, geloso custode di tutto ciò che si riferisce alla grandezza Romana e ai Grandi che col loro genio e sapere la resero eterna nelle opere degli artisti, dei poeti, degli storici, dei filosofi, dei soldati. Ed Ennio fu artista, poeta, storico, filosofo e soldato della Repubblica che preparò l’Impero. […] Come sorse l’idea? Pubblichiamo il verbale dell’adunanza in cui la Brigata degli Amici dei Monumenti Salentini discusse di Ennio. “Verbale del 31 gennaio 1930. […] A completamento di queste proposte, che vengono approvate, il Rettore Principe Apostolico Orsini, che si compiace col Valentini, annunzia che egli, come Commissario dell’Ente Fascista per la conservazione e difesa dei Monumenti della provincia, ha stanziato nel bilancio dell’Ente per il 1930, la somma di lire 5000, primo fondo per la ripresa degli scavi di Rudiae. La Brigata plaude”. Così nacque l’idea delle onoranze a Ennio».

Oronzo Valentini, Onoriamo l’altissimo poeta soldato Quinto Ennio, in «Almanacco illustrato Terra d’Otranto, 1931», compilato da Clodomiro Conte, Lecce 1931.

1930 Oggi [1930], tutto è scomparso, meno la speranza di trovare qualche rudero nel terreno rimosso, e la fede nei pochi custodi delle grandi memorie di diffondere tra le nascenti generazioni il culto per il maggiore esponente della stirpe italo-greca. E parlo di fede, perché, pare, sia vivo e vitale, anche negli alti organi della cultura storica e letteraria, il proposito di mettere allo scoperto l’Anfiteatro o Teatro di Rudiae, e di procedere ad una celebrazione internazionale di Q. Ennio.»

Pietro Marti, Nella terra di Galateo, Lecce, Editrice “L’Italia meridionale”, 1930.

1931 «Gli scavi dell’anfiteatro rudiano. All’azione pratica e feconda dell’Ente [Ente fascista per la tutela dei monumenti della provincia di Lecce] – che ha già stanziato i primi fondi necessari per lo scoprimento dell’anfiteatro di Rudiae – non è mancata l’adesione del Ministero dell’educazione nazionale, sensibile a tutte le manifestazioni tendenti a rafforzare la coscienza della romanità nazionale».

Nicola Vacca, La rinascita di studi sul poeta Quinto Ennio. Il “nuovo Omero” dell’antico Salento, in «Il giornale d’Italia», 18 febbraio 1931.

1931 «1951. Nei pressi dell’anfiteatro fu rinvenuta una testa coronata di epoca romana raffigurante un sacerdote, coperta con toga e scolpita in pietra locale. Alt. m. 0,30. Sempre nel medesimo anno, venne in luce uno scudo su base rettangolare, rotto superiormente e scolpito pure in pietra locale. [segue descrizione]».

Mario Bernardini, La Rudiae Salentina, op. cit.


1955 «Nell’estate del 1955, eseguendosi alcuni lavori di scasso del terreno nel fondo denominato “Acchiatura”, sito nella zona centrale del comprensorio, a destra della strada provinciale che mena a S. Pietro in Lama, furono rinvenute varie iscrizioni. È da premettere che nel 1871, un benemerito studioso locale, il giudice De Simone, che s’interessava alle antichità salentine, e di Rudiae in particolare, segnalava di aver scoperto in questo fondo ruderi di costruzioni, frammenti di statue di marmo e di rivestimenti, capitelli e colonne di pietra locale, ecc. Questo materiale, rivoltato dall’aratro meccanico, è ricomparso in superficie, rendendo necessaria un’accurata esplorazione del fondo, che sarà eseguita con i prossimi scavi disposti a iniziativa dell’Amministrazione provinciale di Lecce, di concerto con la Soprintendenza alle Antichità di Taranto. È probabile che i capitelli e i resti delle colonne di pietra provengano dal limitrofo anfiteatro che si nota sul posto, a breve distanza dal fondo “Acchiatura”.

Mario Bernardini, Salento. Ritrovamenti di iscrizioni romane, in «Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Notizie degli scavi di antichità», 1957.

1981 Nella confinante località «Vescovado», a NW rispetto all’incrocio della strada romana, si riconosce la depressione ellittica dell’anfiteatro.

Esso misura al piede dell’arena m. 67,5 per l’asse maggiore e m. 43,5 per lasse minore e, come l’analogo monumento di Lupiae, sembra avere utilizzato in parte il banco di roccia.

Rosanna Corchia, Rudiae. Problemi archeologici: una messa a punto, in «Taras», 1981.

Valentino De Luca *Storico e già Ispettore onorario della Soprintendenza ai Monumenti per il Comune di Lecce