domenica 16 gennaio 2011

Loredana De Vitis - I fantasmi dell’Amore

Antonio Errico

Un amore quotidiano, contratto, avvilito, svuotato da ogni pulsione, da ogni energia, senza tensione, senza fantasia, legato alla catena dell’abitudine che devasta perfino la memoria, che avvelena il rapporto con l’altro, lo riduce a convivenza rattrappita, mentre si elabora un piano di fuga da se stessi , dalla propria angoscia quotidiana, dalla frustrazione del disamore, mentre tutto diventa irritazione, rifiuto, fastidio, mentre ogni cosa intorno, dentro, si impregna di un odore di morte. I giorni che diventano pesanti, che schiacciano, sprofondano nelle sabbie mobili della banalità, della noia. L’entusiasmo che si smorza, poi si spegne, poi lascia quel tanfo che si raggruma nella gola. L’eros che si fa carnalità dissacrante, offensiva, o che si mortifica nella virtualità che obnubila, stordisce, che tramortisce ogni sentimento e diventa oltraggio alla ragione, all’emozione.

Le Storie d’amore inventato di Loredana De Vitis, parlano di questo amore: di questi scheletri d’amore, di questa cenere. Cinque racconti d’amore corroso, schiantato sui muri della meschinità, dell’inedia, dell’ipocrisia, dell’apatia, inquinato dalla menzogna, asfissiato dal fumo che viene dalle sue rovine.

De Vitis usa un linguaggio secco. Parole non urlate ma sferzanti. Definitive e non rassegnate. Anzi: spietate, che squartano quel velo di finzione, che spesso si stende sulle storie finite, per non vederle, non farle vedere, per tirare avanti.

I soggetti narranti di questi racconti cominciano a parlare quando la storia è finita. Dicono della sua fine. Perché un amore si può raccontare solo quando è finito, oppure quando comincia a disfarsi. A quel punto, su quella soglia, sull’argine di un sentimento che frana, tra i rimasugli della passione, si può raccontare l’amore. Non si può raccontare nella presenza dell’altro, ma nella sua assenza, nella solitudine. L’unico racconto possibile dell’amore è la memoria dell’amore, e poco – o niente – importa se sia una dolce o amara memoria. Oppure si può raccontare il suo disfacimento; si può raccontare la rabbia, la delusione, il rancore, la rassegnazione, la disperazione. Raccontare è una maniera per dimostrare a se stessi di essere stati vivi, quasi a dispetto di tutto il morire che attraversa il presente. Allora si racconta l’amore quando è sofferenza, rammarico, rimpianto, anche quando è sale sulla ferita che si riapre, quando è ossessione, annichilimento, disperazione. Oppure quando è alibi, pretesto per dirsi che la solitudine che si vive è soltanto un transito buio tra la luce del passato e quella del futuro.

I personaggi di Loredana De Vitis sono irrimediabilmente, terribilmente soli. In questa solitudine raccontano. Soprattutto a se stessi. Come davanti ad uno specchio deformato. Si raccontano accerchiandosi, stanandosi. Dicono l’irreversibilità della fine. Dicono lo squarcio che si è aperto nell’esistenza, la lotta con i fantasmi che affollano il pensiero. Beffardi.

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