giovedì 30 dicembre 2010

Per L’amore fuggitivo

Antonio Errico

Ci sono due situazioni che hanno una straordinaria difficoltà di scrittura: la descrizione di luoghi e paesaggi e il racconto dell’amore. La ragione della difficoltà è identica: la loro stratificazione nella storia della letteratura. Per cui chiunque in una narrazione si ritrovi a doversi confrontare con queste situazioni, può farlo soltanto a due precise condizioni. Il mestiere o l’inconsapevolezza.

Con questo suo romanzo che s’intitola L’amore fuggitivo ( Edizioni Progetto Cultura), Pamela Serafino lo fa con raffinatissimo mestiere.

Cercherò di provare perché soffermandomi per qualche riga sulla narrazione dell’amore.

Dovrei dire innanzitutto che per tutta la lettura del romanzo mi è costantemente tornato in mente il famoso saggio di Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, soprattutto per quanto riguarda la semantica dell’assenza. Perché nell’ Amore fuggitivo tutto ha origine da un’assenza (una donna che si sottrae all’esistenza) e da un percorso di elaborazione del lutto che viene compiuto da un altro personaggio: Antonio. Non ho detto che Antonio sia il protagonista , come forse potrebbe apparire, con la consapevolezza, però, che sarebbe appunto un’apparenza. Perché il soggetto del romanzo semanticamente preminente è un altro. E dirò qual è tra qualche riga.

Prima vorrei pormi una domanda e tentare di darmi una risposta: da cosa è determinata la funzione dei personaggi di una narrazione. La risposta potrebbe essere: dalla significatività che assumono tanto nella storia quanto nella relazione con gli altri personaggi. Se si accetta questa risposta, allora il protagonista di questo romanzo è Giovanna. Perché senza Giovanna, l’altro personaggio - Antonio – non si reggerebbe. Perché senza Giovanna non si compirebbe il processo di maturazione di Antonio e Sara – l’assenza – sarebbe soltanto un’ombra improduttiva.

Giovanna è una straordinaria figura di donna d’amore. Che non chiede e dà. Con un sentimento di passione assoluto, totale.

Sara è un vuoto, una lontananza, un’ evanescenza. Giovanna, più di Antonio, fa i conti con l’assenza, forse con l’assente, la personificazione di un’assenza, con una separazione, una distanza.

Il suo è un amore innocente, incantato; disarmante.

Giovanna va alla ricerca di un significato dell’amore che non può avere significato ulteriore se non se stesso. Perché è l’amore il significato; non cerca significati, l’amore, non ne vuole; non può averne, forse. L’amore è il significato preesistente e superstite a qualsiasi significato che può avere un gesto, uno sguardo, un pensiero generato dall’amore.

L’altra condizione di difficoltà narrativa dicevo all’inizio, è costituita dalle descrizione dei luoghi- situazione. Ora, nel romanzo di Pamela, il luogo che fa da fondo e da sfondo della vicenda è una scuola.

E’ facile cadere nella retorica- in positivo o negativo – quando si parla di scuola. Ed è tanto più facile quanto più chi scrive ha conoscenza diretta di questo luogo.

Pamela riesce a farlo con un grado di realismo sorprendente, anche per quanto riguarda la fisionomia dei personaggi. Si prenda la dirigente, per esempio: una figura di totale fantasia che però sembra sia stata rapita dagli ambienti di qualche scuola per il tempo che dura la lettura del romanzo.

Volevo dire questo quando ho usato il termine mestiere. Questo e poi un’altra cosa: il mestiere c’è quando si è capaci di far amare un personaggio, e del personaggio di Giovanna il lettore s’innamora facilmente.



lunedì 27 dicembre 2010

L'aurora porta la lingua









Teatro/ Il pompelmo rosa, Asfalto Teatro

Oggi martedì 28 e domani mercoledì 29 dicembre, nell'ex Laboratorio di Saldatura del Cnos di Lecce, le ultime repliche per “Il pompelmo rosa” da Jack Kerouac per Asfalto Teatro.


“Se possibile scrivi “senza coscienza” in semitrance permettendo al subconscio di accogliere nel nostro linguaggio – disinibito, necessario, interessante e tanto “moderno” - quello che l’arte cosciente censurerebbe, e scrivi con eccitazione, velocemente sui crampi da penna o battitura secondo le leggi dell’orgasmo (come dal centro alla periferia). Vieni, da dentro fuori – fino al rilassamento e al detto”. È Jack Kerouac - citato da Rossano Astremo, in libretto pubblicato a Lecce nel 2006, per I libri di Icaro - il violentatore della prosa. E non solo della prosa, aggiungiamo noi, se violentare un canone significa liberarlo, accoglierlo nella possibilità.


Cigola il sipario nel vecchio laboratorio di saldatura delle Officine Cnos, come una grande porta che si apre svelando, di volta in volta, l’immaginario di un gruppo di “resistenza” che vuole, cerca e realizza un teatro profondamente traversato da una propria specifica lingua.

Il gusto per un teatro fatto di teatro dove gli attori, i costumi, i trucchi, le macchinerie, le scelte sceniche e quelle musicali scrivono un’autonomia ideativa profondamente radicale, perché mischiata di intuizioni e di scoperte cucite in libertà, fuori da qualsiasi soggezione teorica e critica.

Un teatro di regia che si fonda su una solidarietà costruttiva che chiama tutti all’esserci.

Questa volta Aldo Augieri, ha scelto Jack Kerouac, il mito di una scrittura totale dettata da un nomadismo (non solo quello tenuto ai titoli delle opere che più conosciamo) anche questo radicale nel condurre (la scrittura e) la vita al margine, nel bilico, sullo sprofondo della possibilità cognitiva e percettiva. Un osare che ha generato linguaggio ma anche profondamente modificato lo stile di vita di molti.

“Il pompelmo rosa”, è il titolo dell’opera che ha debuttato nei primi giorni di dicembre e che torna in scena per una nuova terna di repliche, le ultime due oggi 28 e domani 29 dicembre.

Una linea di luce in proscenio. Fioca. C’è il mondo, sullo sfondo, nel buio, nell’assoluto buio. Al Vecchio Angelo Mezzanotte è affidato il prologo per il successivo venire di “clown” narrativi che sono tessitura e trama delle visioni che Augieri declina nel suo teatro. Un gusto interpretativo fatto di vezzi e di atteggiamenti che muovono e motivano la “marionetta” viva che egli porta in dono, alla visione, affidandogli parole e movimenti. Un’andare e venire che scandisce il tempo, come se, dietro le quinte, l’attesa dell’entrata fosse punto d’arrivo d’un vagare infinito che congiunge il tempo della preparazione dello spettacolo alla sua “ultima” resa: è il teatro delle “poche sedie”, quello dell’avventura che detta la regola. C’è poca luce in questo allestimento, significativamente; con le parole nel flusso automatico della congiuntura beat, mai preoccupata della conseguenza. Sbirciare allora, tendere l'orecchio l'esercizio chiesto al pubblico. Il coro delle voci, le donne in scena, portano il trucco “rosa” delle geishe, sta a loro spingere la lingua, le parole nel suonare mischiando senso e “sentenze” utili al sempre perso noi!

Dove stiamo andando? Noi sentiamo il Tempo, l’odore della gente.

Valeva la pena che io venivo… stregone flippato. Ho imparato, imparato, le fantasie… Vagabondo, solibondo, cantabondo, lamentondo... Frammenti sentiti dalla scena ed altri a seguire, dal letterario sfondo di questa mirabile messinscena: “Che cos’è quella sensazione quando ci si allontana dalle persone e loro restano indietro sulla pianura finchè le si vede appena come macchinine che si disperdono? … È il mondo che ci sovrasta, ed è l’addio. Ma noi puntiamo avanti verso la prossima pazzesca avventura sotto i cieli” (da “Sulla strada”)

In ultimo un rammarico: peccato il limite del “mercato” teatrale in un territorio, il nostro, che insegue tutto che tranne i suoi talenti… Meriterebbero di più le “cose” di questa fucina, altre saldature, ma tant'è, onore al coraggio.

In scena con Aldo Augieri, Stefania De Dominicis (anche aiuto regia), Antonio Cazzato (anche scene e oggetti di scena), Claudia Di Palma, Daniele Sciolti (anche lui, alle scene), Giuliana Geusa, Roberta Sciolti (anche ai costumi). Le luci sono di Giuseppe Calabrò, i suoni (eccellente la scelta delle musiche) di Emanuele Augieri, trucco e parrucco di Anna Gabrieli. Il bel “vestito piumato” che sorprende in una scena di intensità aurorale è di Fiamma Benvignati.

Mauro Marino

lunedì 13 dicembre 2010

Segno dopo segno

Il Carmelo - Pinocchio di Massimo Pasca


Massimo Pasca in mostra con "Il cane che si morde la coda", a Lecce, negli spazi espositivi della Biblioteca Nicola Bernardini, nell'ex Convitto Palmieri. Il testo che vi proponiano compare sul n.5 di Modular(t)e, “supporto” critico a cura del Raggio Verde...

“Ho sempre disegnato partendo dall’astrattismo fino ad arrivare al fumetto guardando e ammirando artisti come Andrea Pazienza e Jacovitti” - racconta. Una predilezione per gli illustratori, ma anche una vera adorazione per artisti del calibro di Keith Haring ed Hieronymus Bosh, guardando alle straordinarie atmosfere metropolitane dei lavori del primo e al suo concetto di un’arte non elitaria ma per tutti, mentre di forte ispirazione è stato il magico universo pittorico del secondo...”


Antonietta Fulvio

Contornare i pensieri. Tratteggiare le emozioni. Descrivere con curve iperboliche situazioni e stati d’animo. Eclettico, e con una ironia socratica, Massimo Pasca, salentino di nascita e toscano d’adozione, sigla i lavori della sua ultima produzione pittorica con un titolo emblematico “Il cane che si morde la coda”. L’immagine inevitabilmente riporta all’idea del vortice inarrestabile riferito al tempo che gira, appunto, risucchiando ogni cosa e trasformando tutto secondo la legge del panta rei di eraclitea memoria.

Ma non è solo un riferimento all’invincibile dio cronos, alla ciclicità del tempo infinito che gira su se stesso come cane impazzito, la visione riporta il pensiero anche al paradosso che troppo spesso regola l’esistenza degli uomini, impedendone la crescita, in fondo il cane che si morde la coda non va da nessuna parte, pur correndo, resta paradossalmente fermo.


Evocare disegnando

Probabilmente, dopo questa lunga premessa, la curiosità tutt’altro che appagata chiede ulteriori delucidazioni. In effetti, un titolo non basta. Può servire come chiave di lettura, ma a concedere la password d’accesso allo spettatore c’è solo la visione. Solo osservando con attenzione le grandi tele di Massimo Pasca si ha la sensazione di riuscire ad entrare nel suo mondo cromatico, fatto di segni e di figure che provano a raccontare qualcosa che va ben oltre la fantasia che l’ha generata. Sembra quasi di vederlo mentre segno dopo segno - come la sequenza ininterrotta della linea di Cavaldoli si animava costruendo storie meravigliose rimaste impresse nell’immaginario collettivo - comincia a costruire il suo puzzle immaginifico, dove ogni singolo spazio sulla tela deve essere riempito, quasi ossessionato dalla smania di sconfiggere il vuoto, riempire l’assenza con una presenza. Una presenza non sempre immediatamente riconoscibile in un’immagine definita. È l’atto del disegnare, ciclicamente infinito, a costruire l’immagine, quasi a generare come tanti pixel che poi a guardarli da lontano costruiscono la visione sulla retina. Così i mille ghirigori, arabeschi e volute, simili a sguardi, oggetti misteriosi e profili umani, si ricompogono sulla tela in una sorta di “puntinismo multimediale” per dar vita all’“audioritratto di Van Gogh” in una originalissima versione contemporanea con iPod nel taschino, dove i segni simboli rileggono la figura dell’artista suggerendone la complessa personalità e non solo. Le forbici in alto rievocano sì l’episodio del taglio dell’orecchio, gesto che l’artista compì per lo screzio con Gauguin, ma spiegano anche il perché di quell’auricolare a mezz’aria, che non trova l’ideale sostegno, diventando al contempo metafora dei tagli ai fondi per lo spettacolo e, in particolare, alla musica. Ma la rilettura, coloratissima e carica di ironia del geniale artista olandese, è solo uno degli esempi di capolavori della storia dell’arte che Massimo Pasca ha voluto rielaborare e riportare a nuova vita, ricontestualizzandoli nel nostro tempo e nel nostro spazio.


...raccontando storie

Così accade che una Gioconda non sia poi tanto gioconda se dalla dimensione di “Madonna” nel senso stilnovistico del termine, nella nostra epoca si ritrovi ad essere invece l’ennesima donna costretta ad analgesizzare la propria personalità o ad aggredire per difendersi in una società fallocentrica e improntata alla violenza e alla guerra. “La Gioconda” leonardesca, (la “Monna Lisa”) più che posare chiusa nel suo sguardo assorto e misterioso, assume nel lavoro di Pasca un atteggiamento cinico e inquietante come la lama insanguinata che stringe tra le mani e collega il fatto al misfatto, l’evirazione del maschio, rappresentato dal membro maschile penzoloni all’amo, con un preciso riferimento all’episodio di cronaca di Lorena Bobbitt.

“I lavori di questa mostra - racconta lo stesso Pasca - nascono dall’esigenza di sottolineare l’importanza di certe storie o personaggi che mi piace rielaborare in chiave ironica e spesso amara come amo rielaborare immagini, già conosciute dal pubblico, perché capolavori della storia dell’arte”.


...con nuove illustrazioni

Con i suoi acrilici e il suo tratto fresco, incisivo quanto ironico, Pasca partendo da un’immagine classica come “La Gioconda” o “La dama con l’ermellino”, lo stesso “Autoritratto di Van Gogh” o “Il Giudizio Universale” nel battistero di Firenze costruisce nuove illustrazioni che diventano espressione di ribellione contro una società che non ha messo, come accadeva nel Rinascimento, al centro del proprio universo l’uomo, vi ha posto invece la sete di potere, la violenza, la sopraffazione, direttrici di quel cerchio che, poi inevitabilmente, si chiude su se stesso come il cane che si morde la coda.

Con la sua particolarissima tecnica riesce a riempire, in un horror vacui ricercato, tutto lo spazio pittorico con linee e curve che sono poi, a ben guardare, abbozzi di figure, occhi, gesti che scandiscono la tela in un ritmo simile a quello delle scale musicali, impaginando visioni disincantate della vita e dei rapporti umani.

Con suggestione le sue “creazioni” diventano la lente per scrutare e analizzare la società contemporanea tra vizi e virtù, le dinamiche sociali come gli stati d’animo sin dalle sue prime esperienze, quando nel 1998 nella Stazione Centrale di Pisa realizza su circa quaranta metri quadrati un lavoro sul tema dell’apertura delle frontiere. Dal “Geko Gigante” una tela di tre metri realizzata di getto in meno di due ore per la manifestazione Station to Station alla Stazione Leopolda di Firenze al suo “Ossimoro vivente” sotto le Logge dei Banchi, Massimo Pasca si esprime con disinvoltura su spazi dalle grandi e piccole dimensioni.


...e contaminazioni

Riporta in rime la sua visione dell’arte contemporanea raccontandola in alcuni video che gli valgono anche numerosi premi e riconoscimenti (Primo premio al Festival Uni-verso Corto, menzione speciale al concorso Io e il tempo Spazio Oberdan di Milano e Premio Raccorti D’arte a Pisa al Festival Raccorti, per due edizioni consecutive (2007, 2008).

Con una singolare proprietà dei mezzi espressivi, riesce a contaminare pittura e poesia come nella perfomance realizzata per “City From Below” a cura di Marco Scotini, presso gli stabilimenti Teseco di Pisa ed è chiamato come live painter al Festival della Creatività di Firenze nel 2007. L’utilizzo dei linguaggi artistici non si ferma alla pittura e al video. Appassionato di teatro, tra i suoi autori preferiti Dante e Carmelo Bene, Massimo Pasca ha firmato le scenografie di molte produzioni di rilievo, Chi ha paura di Virginia Wolf con la regia di Gabriele Lavia e per Music Boxe Live Show regia di D.Sala e F. Freyre riproducendo nel sotterraneo del Teatro delle Celebrazioni di Bologna il quartiere di un pugile metropolitano. Il suo agire creativo è stato soggetto della tesi “Unipasca” di Elia Marchi, e tra i suoi ultimi progetti “Beat e Pennelli” che lo vede in sodalizio con Andrea Mi dj con il quale porta in giro uno spettacolo di contaminazione tra musica elettronica e pittura live.


In live painting

“Vedo la tela come un palco sul quale esprimersi… in maniera veloce e quando faccio i live painting porto la teatralità della musica nelle performance”. Sempre e comunque alla base della creazione c’è l’istinto che traduce in gesto pittorico il proprio pensiero, il proprio sguardo sulle cose e sul mondo. Come in trance, l’opera per Massimo Pasca non è frutto di una complessa operazione concettuale a priori ma è energia creativa che si accende ed esplode. Un’avventura, un rischio da correre per dirla citando Georges Braque. “Spesso non so cosa farò sulla tela, il più delle volte non ho un canovaccio, quello che per me conta più di tutto è l’improvvisazione, la sperimentazione”.

Come accade nel jazz. E a proposito di musica, da oltre dieci anni si esibisce con uno dei migliori gruppi di reggae italiani, i Working Vibes che ha contribuito a fondare, facendo da spalla a band quali Manu Chao, The Wailers, Bandabardo’ e Negrita firmando, per questi ultimi, l’illustrazione di copertina del disco Helldorado.

Gli piace definirsi un live painter perché ama realizzare performance pittoriche dal vivo, in contesti come festival e concerti che amplificano l’azione catartica che la pittura da sempre esercita su di lui. “Ho sempre disegnato partendo dall’astrattismo fino ad arrivare al fumetto guardando e ammirando artisti come Andrea Pazienza e Jacovitti” - racconta. Una predilezione per gli illustratori, ma anche una vera adorazione per artisti del calibro di Keith Haring ed Hieronymus Bosh, guardando alle straordinarie atmosfere metropolitane dei lavori del primo e al suo concetto di un’arte non elitaria ma per tutti, mentre di forte ispirazione è stato il magico universo pittorico del secondo.


Una mente piena di immagini

Il segno è una metafora meravigliosa – scriveva Andrea Pazienza. E con la matematica del segno si può raccontare il mondo. Porre interrogativi e far riflettere con una sola immagine. Nelle illustrazioni “Gnam Africa” e “Buon Natal”, ad esempio, con immediatezza riesce a rendere l’idea di quello che noi uomini abbiamo fatto al continente africano, depredandolo e riducendolo a “terzo mondo”. O con riti e tradizioni come il Natale, dissacrato dal consumismo sfrenato e svuotato appunto della sua sacralità, dell’importanza del messaggio cristiano di pace.

Anche in Pene d’amore, il cuore-pene che piange diventa ironica metafora del rapporto sentimento/sesso che va oltre la sfera privata dell’intimità ma diventa metro di giudizio e peggio ancora gossip e strumento per fare politica, nel bene e nel male… e, infine, contro la morbosità di un’informazione che sfora il diritto di cronaca con spirito più voyeuristico che di critica, significativo è il lavoro mostr-media dove è rappresentata una miriade di schermi-occhi che scrutano ossessivamente: un chiaro rimando alla pressione mediatica che suscitano certi terribili episodi di cronaca nera dove l’informazione corre, talvolta, il rischio di asservire l’orrore alle cifre di un audience che obbedisce più alla logica dei numeri che alla ricerca della verità. In tal senso la pittura di Pasca è anche impegno sociale, urgenza di comunicare il proprio pensiero facendolo affiorare attraverso la spontaneità del segno perché al di là del godimento estetico l’arte non è fatta in fondo per suscitare turbamento?

“La mia mente è piena di immagini, di linee ma avrò sempre la possibilità di improvvisare...” questo il segreto della sua arte che pur attraversando l’arte classica, il surrealismo e la pop art è soprattutto “poesia in senso lato… perché poetare vuol dire fare”. Ripercorrendo la strada già tracciata dai primi uomini che nei primi graffiti sulle pareti delle grotte rupestri racchiusero, forse senza saperlo, il senso alla vita.


venerdì 3 dicembre 2010

In omaggio a Carlo Giuffrè

Personaggi/ Aldo Giuffrè, il Salento e Antonio L. Verri


Quando, nell’ospedale san Filippo Neri di Roma, il 26 giugno 2010, Aldo Giuffrè (Napoli, 10 aprile 1924) spiccò il volo terminale della sua vita, non me la sentii di dire neanche una parola. Era troppo forte il dispiacere per la scomparsa di questo grande amico del Salento, che aveva amato questa terra come la sua Napoli, e che qui aveva trovato il modo di ritemprare il corpo e la mente, grazie alle cure della moglie leccese, con la quale aveva vissuto insieme (28 anni) giorni bellissimi della seconda parte della sua intensa vita di attore e di scrittore.


Un comico dell'Arte

Maurizio Nocera


Aldo Giuffrè amava il Salento, anche grazie al buon Antonio L. Verri che, con l’amico Giovanni Pranzo Zaccaria, aveva saputo proporre all’attore napoletano un magico orizzonte di questa terra favolosa. Si erano conosciuti di persona, come sempre a cena (luogo – Mocambo a Sternatia – e tempo preferito dall’Antonio, ma un po’ anche dallo stesso Aldo). Si scrivevano di tanto in tanto delle lettere poi, come ogni estate, quando Giuffrè ritornava a Lecce, il rituale incontro e lo scambio dei doni che, come sempre, consistevano in libri, giornali, fanzine, pieghevoli, voli, cene, altro ancora.


La sua voce per l'Italia liberata

Aldo aveva 86 anni (compiuti il 10 aprile 2010) e nella sua vita di attore aveva interpretato vari personaggi, prima nella compagnia del suo unico maestro Eduardo De Filippo (da lui ritenuto quasi un secondo padre), col quale aveva debuttato nel 1942 in “Napoli milionaria”, successivamente in “Filumena Marturano”, e poi anche in “Questi fantasmi”.

È noto che il 25 aprile 1945 fu lui ad annunciare dai microfoni della Rai di via Asiago a Roma la fine della seconda guerra mondiale e la liberazione dell’Italia dal nazifascismo. La radio fu per lui sempre una grande passione e non pochi furono i radioprogrammi che interpretò, fra cui vanno indubbiamente citati “La fidanzata del bersagliere”, “Il compleanno di Pinter”, “Il malato immaginario” di Molièrè. Importante la sua presenza anche in televisione [si ricordi “La figlia del capitano” (1965), “Le avventure di Laura Storm” e, come conduttore, il varietà “Senza rete” del 1973]; occorre ricordare pure alcune commedie interpretate assieme al fratello Carlo, soprattutto dopo il 1972, anno in cui insieme diedero vita alla compagnia “Il duo Giuffrè”, che in 15 anni crearono un repertorio del tutto rispetto con titoli come “Pascariello surdato”, “Francesca da Rimini”, “A che servono questi quattrini”, “La Fortuna con la F maiuscola”.


Come i comici dell'Arte

La morte ha colto Aldo Giuffrè in un momento in cui pensava ancora al lavoro che, ultimamente, consisteva nello scrivere romanzi, per di più di buona fattura.

Il fratello Carlo, dando l’annuncio alla stampa della morte, ha affermato: «Siamo stati come i comici dell’Arte, affiatati tra noi, capaci di dividere e affrontare con vitalità la buona e la cattiva sorte, soprattutto pronti a improvvisare in scena, a recitare a soggetto, a diventare autori per […] disperazione […]. Andavamo a leggere le commedie nelle case degli amici. [… Ho] perso più di un fratello, una parte di me e del vero teatro napoletano e italiano» (v. «Corriere della sera», 28 giugno 2010, p. 31).


Il “sosia” di Scarpetta...

Un altro suo amico sincero, Gigi Proietti, ha affermato: «Era un uomo pieno di allegria, sapeva essere leggero e anche elegante. Sempre spiritoso, napoletano nel modo migliore. A Napoli, dove si producevano molti sceneggiati, molto teatro in studio, siamo stati insieme giorni e giorni. Ricordo quanta compagnia ci siamo fatta. Lui mi raccontava la sua città, quella dell’infanzia, quella della giovinezza. Mi descriveva il modo di vivere, gli usi delle famiglie, i cibi, le ricorrenze. Mi accompagnava a vedere i posti, notando i cambiamenti, apprezzando i sapori di casa propria con inesauribile amore per Partenope e per la gente che la abita./ In particolare, di Aldo, al di là della bravura professionale e della vera dedizione al mestiere, ricordo la capacità di descrivere i “tipi” della Napoli che aveva conservato nel cuore. Un esempio? Andavamo in una trattoria dove l’oste somigliava a Scarpetta. Lui lo faceva rivivere, il grande attore padre dei De Filippo, spiando le mosse di quel sosia, sottolineandole, riproducendole a mio uso e consumo. Uno spasso. E anche un modo di tornare indietro nel tempo con una nostalgia positiva, incapace di deprimere il presente pur rimpiangendo certo passato di smalto e giovinezza./ Una brava persona, Aldo. Putroppo ci ha salutati per sempre. Un vero dispiacere» (v. «Il Messaggero», 28 giugno 2010, p. 19). Da parte sua Luca De Filippo, figlio di Eduardo, ha scritto: «Con lui se ne va un altro pezzo fondamentale di quella generazione di uomini di teatro, che ancora oggi restano il riferimento costante per noi che facciamo teatro» (v. Ansa, 28 giugno 2010).


Le “virtù” dell'umiltà

E Ida Di Benedetto, sua partner in “Rosa Funzecà”, ha affermato: «Aldo Giuffrè era straordinario. Era una di quelle rare persone nel nostro mondo in cui la grandezza dell'attore coincideva con la grandezza dell'uomo. Era dotato di quell'umiltà che ha solo chi è davvero grande e di quell'ironia di cui è capace solo chi è molto intelligente. […] Era rimasto grandissimo anche se non aveva più la sua voce straordinaria e per questo era stato un po' messo da parte. Mi ricordo una grande allegria sul set di “Rosa Funzecà”. Aldo era talmente felice che lo avessimo chiamato per recitare il ruolo dell'usuraio. La verità è che quando c'era lui, in teatro come al cinema, era sempre un gran divertimento: raccontava barzellette, faceva apprezzamenti sulla bellezza femminile, aveva un modo di raccontare aneddoti così ironico che stavamo ore a sentirlo. […] Una delle prime cose che ho fatto in teatro l'ho fatta con lui, era “Il giorno di San Michele” di Elvio Porta. Poi abbiamo fatto insieme anche altre commedie. Le tournèe con lui erano sempre un divertimento. Aldo era un essere umano ed una personalità artistica di altissimo livello. Ci mancherà moltissimo» (v. Adnkronos, 27 giugno 2010).

Anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, napoletano come Aldo Giuffrè, nel telegramma alla moglie Elena, ha scritto: «[…] figura di rilievo della scuola teatrale napoletana e personalità di particolare simpatia e grande correttezza nella vita pubblica e privata» (v. «Corriere della Sera», 28 giugno 2010, p. 31).


Per il Salento e per Antonio L. Verri

Ma qui, quello che a noi salentini interessa, è quanto ebbe a dire la moglie, la leccese Elena Pranzo Zaccaria, nel momento della perdita del marito: «[Aldo] amava il Salento. Sentiva il fascino di questa terra che è unico [… come] la sua passione era [pure] la musica. Quando sentiva un’orchestra accordare gli strumenti, Aldo si commuoveva. […]. Suo padre era stato un grande contrabbassista. Era scomparso troppo presto. E lui l’aveva cercato per tutta la vita, anche in quel suono. […] In casa, fino all’ultimo, io ero Antigone ma lui sdrammatizzava tutto. È sempre stato fondamentalmente uno scugnizzo» (v. Anita Preti, “Aldo Giuffrè / Attore italiano”, in «Quotidiano di Lecce», 28 giugno 2010, p. 27).

Scrive la moglie che Aldo Giuffrè amava il Salento. Noi ne abbiamo le prove, quelle che traiamo dalla lettura di una bella lettera che l’attore inviò al presidente della Provincia di Lecce in occasione della richiesta dell’indicazione di una personalità salentina da premiare. Eccola: «al Presidente della Provincia di Lecce// dott. Lorenzo Ria// In risposta alla Sua del 3 gennaio (2000) non nascondo che sulle prime ero convinto di non poterla accontentare nel segnalarla un nome degno di essere inserito nella rosa della prossima edizione del "Premio Salento". Ma poi l'occhio mi è caduto su un volume di “On Board” numero zero del 1990 - che conservo fra i ricordi più preziosi e cari - e nel mio ricordo è esploso il nome di Antonio Verri. L'ho conosciuto e subito ammirato totalmente. Non si esibiva, non ostentava il suo indiscutibile valore, quasi si nascondeva. Ma più si ritraeva e più mi dava modo di conoscerlo perché era proprio quella ritrosia che lo svelava./ Ho collaborato con lui una sola volta con un modestissimo scritto per quel giornale – “On board” appunto - che era una specie di "legione straniera": ricco di firme illustri ma anche di personaggi pressoché sconosciuti, ugualmente dotati di uno straordinario, personalissimo, bagaglio culturale.// Antonio Verri di Caprarica./ Di aristocratica origine contadina./ Poeta. Apostolo e dispensatore di quella cultura che migliora la vita./ Amico, fratello di Umberto Eco e di George Astalos, ma anche di tipi originali, eccentrici, fuori della norma, come Edoardo De Candia./ Ha tentato, con bel successo, di esportare la ricchezza oggettiva del Salento./ In un'epoca in cui la comunicazione del pensiero veniva affidata alle lettere, Antonio Verri ha intrattenuto fitta corrispondenza con personaggi della cultura di varie parti d'Europa. E molti di questi hanno conosciuto il Salento, hanno apprezzato il Salento, hanno amato il Salento (come Astalos per esempio) grazie al fervore con cui Antonio Verri gliel'ha raccontato./ Forse con la segnalazione del nome di Antonio Verri arrivo buon ultimo, perché suppongo che a molti di voi, a cominciare da Lei, sarà emersa alla mente la figura fulgidissima di questo straordinario figlio della terra salentina, che ha fatto in tempo a farcela amare con le sue luci e le sue ombre.// Cordiali saluti// Aldo Giuffrè// 28 febbraio 2000» (v. retrocopertina di Antonio L Verri, «On Noard», Cavallino, 2004).


In morte di Antonio

E prima ancora del 2000, Aldo Giuffrè, di Antonio L. Verri, in occasione della sua tragica morte sulla Cavallino-Caprarica di Lecce aveva scritto ad un amico la seguente lettera: «C’è, nella Puglia meridionale, una striscia di terra ricca di doviziosa storia e di rossi tramonti. È il Salento./ E c’è Antonio Verri che del Salento è l’elegiaco aedo./ Vivo, presente, appassionato, fibrillante, con l’abnegazione di sempre, continua a trasmettere il suo anelito. Fervido e meticoloso cronista e religioso missionario di questo lembo di terra – che è magia è luce è imponenza è fantasia è magnificenza è preistoria che incanta – Antonio continua a prodigarsi nel dividere con gli altri il suo prezioso bagaglio di conoscenza, a trasmettere agli altri questo universo affinché ne diventino figli e amanti./ In tanti, da tante parti, lo seguono sempre affascinati, sedotti e grati per il preziosissimo arricchimento. E tutti vogliono incontrarlo ancora per sentire ancora i benefici effetti della grande lezione./ E quindi ci corre l’obbligo – morale oltre che sentimentale umano sociale culturale – di tenere sempre accesa la sua fiamma per tener desta la memoria della sua gigantesca figura e tramandarla alle nuove generazioni, anche con la speranza di scovare, di individuare qualche suo potenziale discepolo e inculcargli quell’amore, quella fede, quella liberalità.// Aldo Giuffrè// maggio 1993».


I romanzi di Giuffrè

Improvvisamente, nel 2003, ma la storia sappiamo che covava in lui da tempo, Aldo Giuffrè si fece scrittore, pubblicando quasi contemporaneamente due romanzi: il primo, nel febbraio, con la EditriceErmes, “In viaggio con Amore” (con la prefazione di Domenico Rea ed un lusinghiero giudizio di Dacia Maraini); il secondo, nel settembre dello stesso anno, con la Guida editore, “Amici come prima”. Anch’io li lessi entrambi e ne feci due brevi recensioni, all’ultima delle quali, Aldo ritenne opportuno inviarmi una lettera (Roma, 5.02.2004), nella quale mi annunciava l’idea di un nuovo romanzo: «Da qualche giorno ho messo mano al terzo romanzo. Storia di un viaggio lungo, faticoso, disagiato, drammatico… Un camion scassatissimo, ai tempi della Repubblica di Salò, trasporta una scalcinata compagnia di guitti dell’Italia del Nord-Est all’Italia del Sud. Il titolo (“I Coviello, protagonisti in provincia”) dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) contenere la tematica, cara a Pirandello, secondo cui la “provincia” non si riferisce a una posizione geografica ma a una “forma mentis”». Il romanzo come si sa vide la luce nel 2007, sempre edito da Guida di Napoli. Infine, sempre con lo stesso editore Guida, nel 2009, diede alle stampe il suo ultimo romanzo, “La meravigliosa storia di Antonio Maraviglia”, nel quale Giuffrè affonda il bisturi della memoria nell’inestricabile labirinto che è la vita.


La poesia... dagli uno sguardo

Una vita, quella di Aldo Giuffrè, piena di non poche cose, tutte degne di essere vissute: attore di teatro e di cinema, doppiatore, scrittore, e infine anche poeta. Nel 2005, in un incontro salentino per me indimenticabile, stavamo percorrendo le assolate strade del Salento, quando mi passò nelle mani un foglio dattiloscritto dicendomi «dagli uno sguardo». Era una sua poesia, questa: «La pace// La pace in un mondo devastato dall’odio./ La pace in un campo dove cresce solo gramigna./ In un cielo attraversato da avvoltoi./ In un mare infuriato di tempesta./ Uno sparuto gruppo di gente si muove e va a cercare la pace./ Ma dove?/ Nelle pozzanghere?/ In un terreno riarso, cosparso di bossoli?/ In una piccola bara bianca?/ Nel groviglio babelico di religiosi che sparano anziché pregare?/ Nei cuori induriti dei lutti?/ Nella lama d’un coltello?/ In un dito che s’accinge a tirare il grilletto?/ Dove andiamo a cercare la pace?/ In un striscione sbiadito su cui la parola “pace” si legge a stento,/ tanto è stata calpestata da un manipolo di forsennati che inneggiavano alla/ pace in ottusa obbedienza alle direttive di un partito politico?/ Marciamo verso la pace./ Marciamo verso la vita./ Non allontaniamoci, però, dai luoghi dove si semina la morte./ Perché è lì che dobbiamo parlare di pace. È lì che dobbiamo santificare la vita./ Siamo, l’abbiamo detto, uno sparuto gruppo di gente./ Siamo pochi. Siamo la minoranza./ Ma non siamo ancora indeboliti nella ferma volontà di andare a stanare la pace./ E forse non dobbiamo andare lontano./ La pace – se c’è – è dentro di noi./ E dunque è da qui che dobbiamo partire.// Aldo Giuffrè (22 gennaio 2005)».

Con la scomparsa di Aldo Giuffrè, il Salento ha perso un amico e sicuramente un suo grande estimatore.