mercoledì 26 maggio 2010

martedì 25 maggio 2010

Una monografia sull'opera di Antonio Massari

Per le Edizioni D’Ars di Milano, stampato dalla Tipolitografia Gamba, ha visto la luce la monumentale Monografia “Antonio Massari “Il meccanico delle acque” (Verdello – Bergamo, aprile 2010), con note di Pierre Restany, di complessive 930 pagine. Migliaia le immagini e diversi gli interventi critici che caratterizzano il volume, dal quale riprendiamo, dalla prima aletta della sovracoperta, il testo del famoso critico d’arte Pierre Resdtany. (M. N.)

Il meccanico delle acque
Pierre Restany

Io ho chiamato Massari, fin dal nostro primo incontro a Milano, «il meccanico delle acque» e lui ha sentito il bisogno di scrivermi a Parigi per dirmi quanto questo appellativo gli piacesse.
Del meccanico Massari ha in effetti la modestia e la precisione. In questi viaggi dell’inchiostro niente è lasciato al caso, il pittore programma e dirige il percorso con la minuzia di un marinaio che controlli la marcia del suo battello. E tuttavia l’universo fluido resta il regno dell’incessante ed imprevedibile sorpresa. Che tempesta in una goccia d’inchiostro, che naufraghi in una goccia d’acqua! È in seno al processo della cattura che l’artista rivela la sua sensibilità, i suoi riflessi, i suoi tic, le sue fissazioni, la sua follia marginale che è ancora, e sempre, poesia di sguardi e lampo dell’intuizione. Se egli ha del marinaio la precisione gestuale, il senso dell’economia assennata della manovra, la conoscenza del mezzo liquido, Massari diventa cacciatore di farfalle quando cattura l’immagine nella sua rete-assorbente.Vi rendete conto! La pesca alle farfalle preconcetta, prefabbricata! Si creano davanti a voi le condizioni favorevoli allo schiudersi sull’acqua delle ali della farfalla più rara, più diversa, più cangiante, secondo la relativa complessità del programma di base. Ed è allora che si produce lo scatto, il piccolo miracolo. Le cose cambiano bruscamente di dimensione, lo studio striminzito e sovraccarico diviene caverna di Alì Babà, il lavoro manuale diventa alchimia. E noi, le persone grandi disincantate, noi ci troviamo riportati nella freschezza originale della nostra infanzia. Invece di lanciare nei ruscelli le barchette piegate a forma di bicorno capovolto, frutti clandestini del nostro soggiorno forzato sui banchi di scuola, con quale gioia noi avremmo voluto poter manipolare la forza motrice dell’inchiostro rosso!Bisogna aver visto Massari al lavoro per afferrare il carattere allo stesso tempo necessario e sufficiente del processo di elaborazione che fa parte integrante del sistema del linguaggio. Come il pittore Mathieu realizzava una volta le sue calligrafie giganti in pubblico, così Massari cattura per noi e davanti a noi le ali delle farfalle dalle onde colorate di cui ha provocato l’emergere. Le tele informali di Mathieu si vendevano con l’avvertenza «attenzione, pittura fresca». Non vedo perché le «catture» di Massari debbano aspettare di essere asciutte per lasciare lo studio del loro autore.

Su Modernità del Salento di Antonio Lucio Giannone

Libri/ “Modernità del Salento. Scrittori, critici, artisti del Novecento e oltre” di Antonio Lucio Giannone, Congedo 2009

Modernità del Salento

Paolo Vincenti

Modernità del Salento. Scrittori, critici, artisti del Novecento e oltre” (2009) edito col numero 180 nella congediana collana Biblioteca di Cultura Pugliese, è l’ultima fatica di Antonio Lucio Giannone, docente di Letteratura Italiana Contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Lecce. Questo libro segue alcune pubblicazioni che, a sua cura, hanno visto la luce negli ultimi anni, come “Vincenzo Ampolo tra politica e letteratura. Il poeta e il letterato” (Congedo 2006), “In un concerto di voci amiche. Studi di letteratura italiana dell’ Ottocento e Novecento in onore di Donato Valli” , in due tomi, con M. Cantelmo (Congedo 2008) e “Salento da leggere. Proposte di lettura ed esperienze didattiche tra ‘600 e ‘900”, con E. Filieri (Lupo 2008). Questo volume, che Giannone dedica al suo maestro Donato Valli, raccoglie una serie di scritti apparsi negli ultimi anni in varie riviste e fogli salentini oltre ad alcuni interventi che Giannone ha letto in occasione di convegni di studi e conferenze varie.

Una terra “letteraria”

Con una notevole organicità, questi brevi saggi sono stati messi insieme in questo libro e divisi in tre sezioni tematiche come lo stesso autore spiega in una “Avvertenza” all’inizio dell’opera. Un libro, questo, che si segnala per una sua maggiore apertura divulgativa rispetto ad altri lavori del passato e che non mancherà di avere una ricezione immediata da parte di un pubblico ampio, ossia non esclusivamente composto dagli addetti ai lavori. Chi leggerà questo libro, che ha già ricevuto lusinghiere recensioni e unanime apprezzamento, potrà rendersi conto, scorrendone le pagine, di quanto sia ricco ed ampio il panorama culturale salentino, di come la nostra sia stata terra di illustri e brillanti intellettuali e possa utilmente candidarsi a patria delle lettere e delle belle arti che, qui più che altrove in terra pugliese, sono fiorite e continuano a fiorire.

La prima sezione tematica del libro è intitolata “Attraverso il Novecento”. Nel primo articolo Giannone si occupa dell’ultimo Giuseppe De Dominicis, il noto poeta dialettale Capitano Black, quello di “Spudhiculature”, la sua ultima raccolta poetica, forse messa in ombra, come dice lo stesso autore, dai suoi libri più famosi come “Canti de l’autra vita” e “Li martiri d’Otrantu”.

Nel secondo articolo , si occupa di “Mimì Frassaniti e le origini del futurismo a Lecce”, con un interessante carteggio, in Appendice, fra il Frassaniti e Tommaso Filippo Marinetti, il fondatore del movimento futurista.

Nel terzo articolo l’autore tratta un personaggio, vale a dire il romanziere Michele Saponaro, da San Cesario, del quale spesso si è occupato negli ultimi tempi e la cui riscoperta si deve proprio a Giannone e al suo staff di collaboratori della cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea dell’Università di Lecce. Alcuni dei suoi romanzi più riusciti, come “Peccato”, “Fiorella”, “Adolescenza”, “Io e mia moglie”, “Il cerchio magico”, diedero a Saponaro un grande successo, di pubblico e di critica, che lo portò alla ribalta nazionale. Giusto quindi l’impegno di Giannone nella riscoperta e nella valorizzazione di questa figura, come l’impegno, del pari molto apprezzabile, nella ricoperta della figura di Salvatore Paolo, autore di romanzi come “Il Canale”, “I Fibbia”, “L’età del ferro”, e del quale viene tracciato un profilo in un'altra parte del libro.

Un articolo viene dedicato anche a Carmelo Bene e a Vittorio Bodini e qui siamo nelle “alte sfere” della letteratura salentina di ogni tempo ed anche queste sono figure di intellettuali care a Giannone, diremmo , da tempi non sospetti.

A Bodini è collegata anche la rivista “L’esperienza poetica” di cui Giannone offre una scheda; e una colleganza, non solo omonimica di Bodini, nella triade dei 'Vittori' (insieme a Fiore), è quella con Vittorio Pagano, di cui i più importanti critici salentini, da Marti a Macrì, da Bonea a Valli, da Errico allo stesso Giannone, si sono occupati negli anni pur non riuscendo a riscattarlo ancora del tutto,così come hanno fatto con Bodini, da quella condizione di “esiliato in patria”, alla quale forse egli stesso si era consegnato, tirandolo fuori dalle nebbie di un oblìo, che è comunque ingiusto ed immeritato soprattutto per chi, scrivendo, proietta se stesso al di la dei limiti spaziali e temporali imposti dall’arco di una vita umana.

Del fare riviste

Un altro tema da sempre caro a Giannone è l’attività letteraria delle riviste salentine ed egli se ne occupa anche in questo libro con un saggio che ricostruisce il panorama editoriale del Salento dal 1970 al 2005, con riviste come “L’Albero”, “Caffè Greco”, “Pensionante de Saraceni”, “Apulia”, “L’Incantiere” e “L’immaginazione”, e un altro breve saggio in cui tratta specificamente de “L’Albero” di Oreste Macrì. In un ulteriore contributo si occupa dello specifico di altre due riviste, nate sempre negli Anni Settanta, più attente allo sperimentalismo di quegli anni, come “Gramma” e “Ghen”, e poi si occupa di Enzo Miglietta e del suo Laboratorio di poesia di Novoli. In “L’editoria letteraria nel Salento: le edizioni delle riviste”, tratta il tema delle edizioni e delle collane che negli anni sono nate dalle riviste letterarie, come germinazione di questi periodici culturali. Passa così in rassegna i titoli che sono usciti dalle edizioni de “L’Albero”, così come i libri usciti nella collana “I Quaderni del Critone”, e poi le collane legate ai “Quaderni del Pensionante” e ai “Quaderni dell ‘Incantiere”, e così via.

Dopo un profilo di “Francesco Politi, germanista e traduttore”, l’autore prende in esame “Gli studi novecenteschi di Gino Rizzo”, vale a dire i numerosi e generosi contributi dati alla cultura salentina e nazionale dall’indimenticato preside della Facoltà di Beni Culturali dell’Università di Lecce prematuramente scomparso.

L'Arte e la Critica

Inizia a questo punto la seconda parte del libro, “Tra letteratura e arte”, in cui Giannone tratta della scuola d’Arte di Lecce e della sua istituzione al pari con la vita letteraria salentina nella prima metà del Novecento. Emergono nello scritto, oltre al futurismo leccese, i nomi di artisti come Geremia Re, Temistocle De Vitis, Mario Palumbo, Michele Massari e poi quelli di Vittorio Bodini, Girolamo Comi, Cesare e Federico Massa, Vittorio Pagano, Francesco Lala, Giovanni Bernardini, Nicola Carducci ed altri, insomma i grandi protagonisti di quella stagione culturale nel Salento. L’autore si sofferma, proseguendo nella lettura del libro, su alcuni artisti come il matinese Luigi Gabrieli, il leccese Mino Delle Site, il sannicolese Cosimo Sponziello e i contemporanei Sandro Greco, Pietro Liaci e Giovanni Valletta.

Nella terza parte del libro, “Critica, narrativa e poesia”, vengono riproposti testi di critica letteraria, più che altro recensioni fatte da Giannone su alcune pubblicazioni uscite negli ultimi anni , come per “Da Dante a Croce. Proposte consensi dissensi”, di Mario Marti (Congedo 2005), o “Una disputa settecentesca tra scienza gioco e dialetto. Storia dellu mieru cunzatu cu lu gissu. [Storia del vino acconciato col gesso]”, di Donato Valli (Università degli Studi di Lecce 2006), oppure le recensioni critiche sull’ultima edizione de “La luna dei Borboni” di Vittorio Bodini a cura di Antonio Mangione (Besa Editore 2006), o su “Le ali di Hermes. Letteratura italiana tra regione e nazione”, di Emilio Filieri (Congedo 2007), su “Giocattoli rotti”, romanzo di Giuseppe Minonne (Sovera 2000), o su “Beccacivetta”, di Maddalena Castegnaro (Manni 2002), e ancora sul romanzo di Emilia Bernardini “Il sangue degli Orsini” (Piemme 2003), o su “Le figlie di Federico. Cronache e racconti dal Medioevo”, di Enzo Quarto (Besa Editore 2004), “L’oratorio della peste. Il segreto di Lecce” di Raffaele Gorgoni (Besa 2005), “Scommesse e altri racconti” di Giuseppe Cassieri (Manni 2006), “Altri giorni, altri racconti” di Giovanni Bernardini (Argo Editore 2008), o infine su “ Dissimiglianze, un ritorno” di Carlo Alberto Augieri (Manni 2004). Si offre, con questa terza parte, uno spaccato davvero aggiornato sulla produzione culturale salentina di questi ultimi anni perché chi lo voglia possa anche tirare un piccolo bilancio per capire lo stato dell’arte di questa penisola letteraria. Per concludere, questo libro non può mancare nella nostra biblioteca salentina.

venerdì 21 maggio 2010

Edoardo Sanguineti e Rina Durante

Ed io parlo, scrivo e fumo di Giovanni Bernardini

Il coraggio delle parole
Antonio Errico

Un diario: intimo, viscerale, impudente, impietoso, spietato. Rasoiate sul volto dell’ ipocrisia, dell’insulsaggine, della superficialità, della banalità, dell’insipienza. Un diario senza mediazioni, senza finzioni, un duello all’arma bianca con se stesso, con l’essere, l’essere stato, con i sogni, con gli errori, le passioni, le delusioni, le sconfitte, le vittorie. Una riflessione lucidissima sulla scrittura, sulla poesia. Niente domande. Perché c’è un tempo per domandare e uno per rispondere. Per Giovanni Bernardini ora è il tempo di rispondere, di rispondersi. Con poche parole: quelle che sono carne e sacrificio e sangue, tormento, felicità qualche volta (anche felicità). Parole come sentenze assolute e definitive, che non hanno appello, pronunciate per peccati che non possono avere perdono. Un peccato più grande di tutti, uno irrimediabile, lancinante, quello che a un certo punto si confessa quasi per l’orgoglio di un riscatto, o per liberarsi da un insopportabile sentimento di colpa, il peccato che commettono e la confessione che scagliano verso il cielo certi scrittori, come Fernando Pessoa, che hanno giocato sincero – come diceva Salvatore Toma- , che non hanno mai barato, che si sono consegnati alle parole, che hanno confuso la scrittura con la vita, che hanno sostituito il sangue con l’inchiostro. Questo è il peccato: aver scritto e non aver vissuto; aver immaginato le stelle in una notte di agosto e non averle guardate; aver detto l’amore e non aver amato, o aver amato di meno di quanto si poteva, di quanto si doveva. Ma o si fa così o non si è scrittori. La vita o si vive o si scrive, diceva Pirandello. Questo è il peccato che Giovanni Bernardini adesso confessa ad un giudice che non può essere altri che se stesso, in un libro che si intitola Ed io parlo,scrivo e fumo , edito da Lupo con un intervento di prefazione di Stefano Donno.

Un diario, dunque. Che un po’ ricorda , per certi moventi interiori , il Diario in pubblico di Elio Vittorini. Con una differenza sostanziale, però. Che quello era prevalentemente intellettuale, questo, invece, prevalentemente umano. Attraversato dall’umore nero, da una sincerità a volte pacata, altre volte rabbiosa, da una tristezza senza scampo, dalla stanchezza, dall’horror vacui, dall’inquietudine della vecchiaia, da una sovrastante sensazione di morte.

Tra i tanti libri che Giovanni Bernardini ha scritto, questo è il più coraggioso. Ma un libro con un coraggio così, quasi sfrontato, che non ammette alibi, né blande giustificazioni, lo si può scrivere solo quando si matura una saggezza granitica e amara, quando nessuno ti può togliere quello che hai avuto, quando quello che puoi avere ancora non ti riguarda, quando non ti seduce più nessuna vanità di gloria, quando ogni promessa della vita è un inganno della morte travestita, quando il passato si fa tanto lontano quanto il lumicino che si intravede nel bosco di una fiaba, quando il futuro è soltanto la carta buona che ti viene in una mano di poker. Allora si può scrivere un libro con questo coraggio. Quando si pensa che quelle pagine siano le ultime, che non si avrà mai più possibilità di dire altro. E’ un pensiero che accompagna Bernardini da anni. ( Finora si è sbagliato e io spero che continui a commettere l’errore). Come accade ad ogni uomo, in fondo. Questo diario comincia il 22 novembre del ’52: a ventinove anni, dunque. Si conclude il 31 dicembre del 2009, a ottantasei. C’è tutta una vita, qui dentro. Con quella dolorosa saggezza che serve per scrivere un libro coraggioso, Bernardini dice che di un’intera vita contano solo pochi giorni, anzi poche ore. Poi tutto il resto è silenzio. Così dice, come Amleto morente.

Probabilmente per le parole vale la stessa cosa: sono davvero poche quelle che contano veramente. Contano le parole essenziali, quelle che coincidono con un respiro, con un trasalimento, un batticuore. Contano quelle parole che hanno l’arroganza di sfidare l’indicibile, che non sguazzano nella pozzanghera del già detto, che rifiutano ogni artificio, che sanno essere come una pietra di fionda che frantuma il vetro del luogo comune, che sberleffano l’ imbecille apparenza. Probabilmente contano quelle parole che riescono a riprendersi la vita a cui avevano rinunciato in nome di quella inutile cosa che si chiama letteratura. Come fanno le parole di questo libro.


venerdì 14 maggio 2010

Giovanni Bernardini

È in libreria, da Lupo Editore “Ed io parlo, scrivo e fumo” ultima “fatica” letteraria di Giovanni Bernardini. Alla vostra lettura proponiamo il saggio che introduce il volume

Giovanni Bernardini è nato a Pescara, ha studiato Lettere a Firenze con Giuseppe De Robertis. Dopo la guerra, a Liberazione avvenuta, si laurea a Bari con Mario Sansone nel 1946. Si trasferisce nel Salento a Monteroni, dove vive tutt'ora

È quasi incredibile constatare di quali e quante risorse sia munita la natura umana o piuttosto a quali sotterfugi ricorra a fine d'incoraggiamento. In questa mia condizione di grande disagio fisico (oggi ho registrato un altro calo ponderale di 300 grammi) e psicologico, basta la prospettiva d'una lettura interessante o d'una sigaretta o d'una semplice sistemazione di piccole cose per provare un certo conforto e talora un briciolo di piacere. Natura, imprevedibile maliziosa ruffiana!”

Inquietudini!?

Stefano Donno


Spesso mi sono ritrovato a pensare sull’utilità o meno in generale, degli interventi prefattivi o post-fattivi all’interno di un lavoro editoriale. Generalmente se un libro che possiedo è provvisto di un elemento di tal sorta, sono solito saltarlo senza troppi problemi per andare subito al sodo della questione. Tutt’al più ci ritorno in seconda istanza, ma nella maggior parte dei casi ho un senso di profondo rigetto, vuoi perchè spesso non viene aggiunto alcunché; vuoi perché in qualche caso l’animo dello scrivente il contributo in questione, parla più del suo sentire che di quello dell’autore; vuoi perché in taluni momenti ci si trova dinanzi ad un vuoto sfoggio citazionistico spesso ricco di inutili rimandi; vuoi perché raramente risulta utile e/o propedeutico alla lettura.

Tranne se, ovviamente, la scrittura del pre/fattore o del post/fattore non viene sviluppata con rigore e si attiene scrupolosamente alla volontà di offrire al lettore una mappa quanto più esauriente possibile del percorso da seguire oltre che delle chiavi di lettura in grado di chiarificare cosa ci si debba aspettare da un testo. In questa specifica sede, forse, il mio intervento non sarà di grande utilità, non conterrà chiarissime esposizioni dotte o magnificenti citazioni, ma per quel che mi tocca da vicino, posso dire che farò di tutto per essere totalmente onesto e sincero, innanzitutto per una questione di personalissima onestà intellettuale a cui voglio aderire e a cui ho sempre aderito, poi perché dovrò affrontare un discorso che per più motivi reputo delicatissimo: per prima cosa perché si ha a che fare con del materiale incandescente come il tracciato biografico di una persona, e a monte di tutto perché queste mie parole vanno ad un uomo, prima che ad uno scrittore, che merita il più profondo rispetto sotto ogni aspetto


Singolare voce del Mezzogiorno

Mi riferisco a Giovanni Bernardini, uomo di lettere colto e raffinato, mite nei modi e tonante nella scrittura, facitore di versi intensi e prose robuste. Autore di oltre quindici opere letterarie tra poesia e narrativa, tra cui ricordiamo gli ultimi lavori dal titolo “Nel mistero del tempo”, del 2005 e “ I bruchi ovvero il ragazzo in fondo al mare”, del 2008. Nasce a Pescara, studia Lettere a Firenze con Giuseppe De Robertis, e dopo la guerra, a Liberazione avvenuta, si laurea a Bari con Mario Sansone nel 1946. Si trasferisce nel Salento dove vive tutt'ora, a Monteroni. Ha collaborato come pubblicista a riviste e periodici, i suoi scritti spaziano dai racconti, ai romanzi, ai testi più strettamente di carattere giornalistico sino alle poesie che oltre ad aver ottenuto il favore dei lettori, sono state oggetto di premi letterari, tra cui voglio ricordare quello del 1957: il "Salento".

Oltre che scrittore, Bernardini ha visto crescere generazioni di studenti nei licei leccesi e in più ha ricoperto anche, tra il 1992 e il 1993, la carica di Sindaco del comune dove vive (Monteroni di Lecce).

Giovanni Bernardini è uno protagonisti assoluti della Storia della Letteratura Salentina del ‘900, come dimostrato recentemente dal prof. Lucio Antonio Giannone (ordinario di Storia della Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi del Salento) nel suo ultimo lavoro per i tipi di Congedo dal titolo “Modernità del Salento - Scrittori, critici e artisti del Novecento e oltre” e sicuramente una delle voci più singolari e autentiche della letteratura del Mezzogiorno.

La sua produzione copre sessant’anni di lavoro scritturale fondato sulla ricerca del rigore linguistico organicamente inserito in una latitudine del senso dell’esistenza permeato dall’oscillante caducità e caoticità del vivere, a cui fa da “rassicurante dimora” la certezza di una forza amorevole e protettiva proveniente dal luogo degli affetti e delle memorie: la famiglia.

Bernardini non è uno scrittore periferico, come lui stesso in più di qualche occasione tende ostinatamente di affermare, proprio perchè questa sua “modestia” contrasta con una qualità di stile che solo un vero scrittore e non un semplice mestierante, è in grado di mettere nero su bianco. Questa è ovviamente solo una minima parte di quello che è e rappresenta Giovanni Bernardini. E ci si muove su piani di analisi che appartengono alle categoria della critica letteraria e della sua fenomenologia in questo circoscritto caso specifico. Sull’uomo Bernardini invece è tutto ancora da vedere, da scoprire, un viaggio di cui ancora non si conosce la destinazione. Ma solo per poco, credetemi, solo per poco! Il lavoro che la casa editrice Lupo ha pubblicato, nasce come “progetto di un volume diaristico in 3 parti” ovvero “I parte - Prime cronache”; “II parte – La divisa del paziente con Dopo la divisa”; III parte – Ultime cronache” che lo stesso Bernardini aveva pensato come opera da pubblicare post-mortem. Fortunatamente l’esito di questa pubblicazione vede l’autore ancora in vita, e ancor più interessante diviene l’intera operazione editoriale che così va assumere un’importanza e valenza davvero uniche. Si tratta di una serie di riflessioni, annotazioni, memorie, ricordi che coprono un arco temporale che va dal 1952 al 2009.


Scrittore irrituale

Per l’autore stesso consegnare alle stampe un lavoro di tal sorta, pare quasi inutile come se non potesse accogliere il favore di nessuno, e soprattutto di non essere in grado di suscitare alcun interesse per i lettori e per la critica. Anche in quest’atteggiamento si riconferma quanto in passato sostenuto da Giampaolo Rugarli quando l’ha definito “scrittore irrituale, problematico, imbarazzante per la confraternita dei letterati”. E forse davvero passerebbe inosservato un volume di questa tipologia, se lo si considerasse un mero lavoro di antropologia letteraria, quando in realtà vi è una perfetta sintesi di vita e letteratura, e dunque i linguaggi dei due piani si intersecano e si sublimano vicendevolmente. Insomma Giovanni Bernardini in questa sede diviene un unico organismo di granitica coerenza con il proprio linguaggio e pensiero, portando avanti un discorso interminabile sull'ironia, sull'amicizia, sugli affetti, sulle ipocrisie, sull’amore e la famiglia, sulle malinconie che a volte lo attanagliano.

La sua scrittura in queste pagine diviene più intimista, più introspettiva, più fine e ambiziosa. La sua prosa si fa sempre più pensata , il piano interpretativo a volte più astratto, senza che per questo dimentichi le problematiche dell'uomo: dalla critica all’instupidimento della gente generato dall’intrattenimento televisivo, sino alla guerra in Iraq e l’elezione del Presidente Obama, per poi soffermarsi a ripercorrere con la mente le sue vicinanze letterarie con autori del calibro di Dante Alighieri, Cesare Pavese, Italo Calvino solo per citarne alcuni tra i tanti nominati dall’autore, e etico-civili nonché intellettuali con Norberto Bobbio, passando poi in rassegna luoghi, visi e circostanze del mondo letterario ed editoriale salentino. Incredibile poi come con estrema lucidità descriva nel suo “La divisa del paziente e Dopo la divisa” la condizione del malato in cui si è ritrovato per ben due occasioni e il lavoro di controllo sul corpo del malato (sempre parlando della sua esperienza) all’interno delle strutture ospedaliere e da parte degli operatori ospedalieri stessi, confermando inconsapevolmente con questa testimonianza quanto sostenuto da Michel Foucault nel suo “Sorvegliare e punire” dove spiega come esista una sorta di potere che controlla il corpo nelle caserme, nelle prigioni e negli ospedali dove tutto è concentrato su tre categorie di controllo: supplizio, punizione, disciplina. Giovanni Bernardini con estrema franchezza e puntualità, parla anche in queste sue pagine autobiografiche della provincia, quella salentina, di come tutto sia marginale, di come i rapporti si sfilacciano avendo la consistenza di un’esile bambagia, delle ipocrisie del vivere locale e lontani dai grandi centri culturali italiani, dell’indifferenza che spesso regna in certi circoli culturali e accademici. E lo fa sostenendo dignitosamente l’assunto che il coraggio è comunque dalla parte di chi resta in “hac valle lacrima rum”, e non di chi se ne va. Il peso del trascorrere del tempo, e di come le difficoltà della vita spesso diventano pesantissime anche nei piccoli gesti quotidiani, viene annullato dal rapporto che il Nostro ha con la scrittura, che assolve non solo alla funzione auto- terapeutica, ma diviene strumento per riflettere sulle categorie della prosa e della poesia, e lente d’indagine precisissima del nostro essere nel mondo.


Traversare generazioni

Al termine della lettura di questi passaggi consegnati da Bernardini alla Storia, mi soffermo a pensare a quante volte gli stessi pensieri mi siano passati per la testa, e che non è una questione di età l’essere sensibili, onesti, generosi, amorevoli, ma è un fatto di humanitas nel senso più alto del termine, proprio come la intendevano i latini e cioè quella concezione etica basata sull'ideale di un'umanità positiva, fiduciosa nelle proprie capacità, sensibile e attenta ai valori interpersonali e ai sentimenti. Un modo di vedere le cose oggi come oggi assolutamente inappropriato, dove gli spazi e il tempo concesso ad ognuno di noi si riducono all’osso, e nemmeno gli affetti trovano più posto e una loro dignità. E mi soffermo a pensare come le coincidenze nel mondo editoriale spesso hanno una loro vita propria: questa mia piccola introduzione è sincera e priva di false celebrazioni, proprio perché ho letto, stimato e conosciuto Bernardini sin dai miei primi passi nel mondo culturale di questo territorio, quando nei primi anni ’90 partecipavo agli incontri di poesia dell’Incantiere a Lecce presso l’Ateneo vicino l’Obelisco, insieme anche a Walter Vergallo, Arrigo Colombo, e Carlo Alberto Augieri, o di quando andavo a trovare a casa Ennio Bonea in via Zanardelli nel capoluogo salentino, e mi consigliava di leggere dopo Vittorio Bodini, Salvatore Toma, e Antonio Verri, proprio lui, il Nostro. Due generazioni che si incontrano sulle pagine di un libro, due vite che si uniscono attraverso una calorosa e affettuosa stretta di mano, carica di reciproca stima e rispetto. Queste sono righe che ho scritto ascoltando in Internet su YouTube una canzone, quella di Francesco Guccini contenuta nel suo album “Via Paolo Fabbri 43” dal titolo “Canzone quasi d’amore”. Eccone alcuni versi: “Non starò più a cercare parole che non trovo/per dirti cose vecchie con il vestito nuovo, per raccontarti il vuoto che, al solito, ho di dentro/ e partorire il topo vivendo sui ricordi, giocando coi miei giorni, col tempo.../ O forse vuoi che dica che ho i capelli più corti/ o che per le mie navi son quasi chiusi i porti; /io parlo sempre tanto, ma non ho ancora fedi,/non voglio menar vanto di me o della mia vita costretta come dita dei piedi.../Queste cose le sai perchè siam tutti uguali/e moriamo ogni giorno dei medesimi mali, /perchè siam tutti soli ed è nostro destino/ tentare goffi voli d' azione o di parola, /volando come vola il tacchino... /Non posso farci niente e tu puoi fare meno, /sono vecchio d' orgoglio, mi commuove il tuo seno/ e di questa parola io quasi mi vergogno, ma c'è una vita sola, non ne sprechiamo niente in tributi alla gente o al sogno.../ Le sere sono uguali, ma ogni sera è diversa /e quasi non ti accorgi dell' energia dispersa/ a ricercare i visi che ti han dimenticato/ vestendo abiti lisi, buoni ad ogni evenienza, inseguendo la scienza o il peccato.../ Tutto questo lo sai e sai dove comincia/ la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia/ perchè siam tutti uguali, siamo cattivi e buoni/ e abbiam gli stessi mali, siamo vigliacchi e fieri,/ saggi, falsi, sinceri... coglioni!” Anche questa è per così dire un'invettiva come forse tutto questo lavoro del Nostro: Guccini rivendica infatti nella canzone il diritto di non dover "cercare parole che non trovo", rivendica la scelta di non dover dire "cose vecchie con il vestito nuovo", non nasconde di saper raccontare solo "il vuoto che al solito ho di dentro".

Questa è la mia dedica a Giovanni Bernardini, questa è la mia dedica ad un uomo ed a un grande scrittore che ha da sempre instaurato un dialogo immenso, silenzioso con la letteratura e i suoi più illustri rappresentanti, e con la vita resistendo, resistendo, e resistendo!

Dopo ciò da queste pagine il lettore potrà pretendere molto … può farlo, non rimarrà deluso!

sabato 8 maggio 2010

Antonio sulle mura messapiche di Muro Leccese













Fotografia di Fernando Bevilacqua

Antonio Leonardo Verri

Cara Madre,

sono da due mesi in questo posto, ho solo occhi per questo congegno, questo trabiccolo, come ormai lo chiamo (due grosse e belle ali, tenui e flessuose, ma nello stesso tempo compatte e senza cera) a cui lavoro anche di notte.

Notti intere, notti che in altri tempi, se ci penso adesso, avrò sicuramente perduto dietro a cose stupide, ad abitudini e a rinuncie che hanno di certo minato il mio corpo, o parti di esso, inciso obiettivamente sul mio, diciamo, spirito, o, e questo mi sembra più appropriato, sul flusso di parole che da molto tempo servo e dal quale, con molta probabilità, non sono servito.

Come già sai, anche se ti sei chiesta sempre il perchè, io continuo a scrivere, continuo a cercare parole che dicano, che facciano fede ai diversi e a volte strani momenti della mia vita, che molti dicono povera.

Coi risultati non ci siamo, ma questo non vuol dire. Il più delle volte le parole che affibbio alle cose non reggono (che mi stia di nuovo assalendo quel solito tremore, quel solito magone?), pare, ti dicevo, non abbiano, le parole, appigli di nessun genere, e come niente – come fosse la cosa più naturale del mondo – mi restano in mano. Me le ritrovo a mucchio – pensa con quale mia sorpresa – nelle palme congiunte: Oddio, un tempo, col vigore che avevo, le buttavo in aria, aspettandomi, a terra toccata, di assistere e di gustare una di quelle meraviglie che solo il caso sa così bene tornire. Se il magico risultato non veniva, le ributtavo, e così via.

Un tempo tutto questo era possibile – e posso dirti che a tutta birra mi gloriavo di una spigolosità di linguaggio, di una sonorità che in molte occasioni vendevo come mia -, oggi non più, oggi non più, oggi tutto questo non è più possibile dacché mi sono accorto che questa meraviglia sonora, guidata dal caso, non apporta un bel niente, nemmeno un effetto placebo, ai miei duri momenti, alle mie perdite e rinuncie, anzi una tendenziosità, uno sfinimento – questo lo conosci, come conosci il mio troppo stupore – l'ostinazione a leccare bruciature che non sono nate certo con me...

Comunque, alle parole condannato, parole uso. E devo confessare, registrare i vantaggi, nonostante il vuoto a volte a cui ti dicevo, che questo usar parole apporta al mio congegno. Dipende ormai da questi due quaderni (di parole, ma anche di segni e svolazzi) la costruzione del mio congegno, il portare a buon fine la mia impresa.

Cos'è questo congegno? Presto detto, non ho nessuna voglia di girarci intorno (sono già tanti i miei rovelli!), anche se quando te lo dirò, dapprima avrò quel tuo sorriso colmo di stupore, poi qualche frase preoccupata, mista a quell'accorata imprecazione che per il solito amore ti fai morire in gola...

Niente di grosso, madre, o qualcosa di grossissimo, nient'altro che un trabiccolo che in cielo dovrà portarmi, tutto qui, ecco, nient'altro...

Ecco, oggi non penso che a questo. A volte guardo con sgomento il trabiccolo: oddio mi dico, ma gliela farò, è tempo adesso? Poi quando qualcosa comincia ad andar bene, quando qualcosa di nuovo (qualche nota, qualche formuletta) c'è da appuntare sui miei quaderni, oh allora non so che cos'è lo sgomento, e tutto è furia, tutto brilla, e io sono vivo.

Ma a che serve poesia, dicevi un tempo: a che serve il cielo puoi dire adesso, a che questa immensa voglia di alzarsi, volare?... Colpa anche della vaghezza, madre, della vaghezza e della stupidità della terra, della sua porosità...

Spero solo di non restare coi miei quaderni, col mio stupore, con queste svuotate parole, con i miei propositi di volo: non altro che gioco, ripetizione, bisticcio...

Ecco, tutto qui, madre, nient'altro, nient'altro se non il solito vecchio cuore tagliato a spicchi, non ancora del tutto sbrecciato, inesploso, il solito vicariante corpo squassato dai vecchi soliti colpi di tosse, il solito inverno (col solito lardo, con le solite cotiche, col solito vino), il solito mattino che cola dall'argento dei cavoli e l'urgenza in ogni casa...

E il correre stolto, e il correre continuo, con ali bianche, quasi senza corpo, verso il solito albero d'oro, verso il solito profumato eldorado (...)

Antonio Leonardo Verri


(quello riportato è il Capitolo Quindicesimo de La Betissa, Storia composita dell'uomo dei curli e di una grassa signora, riedita da Kurumuny a cura di Maurizio Nocera)

Antonio Leonardo Verri

Alla nostra memoria

“A che serve poesia, dicevi un tempo: a che serve il cielo puoi dire adesso, a che...” la domanda senza interrogativo la volge ad Antonio L. Verri, l'amico-scudiero Fernado Bevilacqua, rimandando alla lettura del Capitolo Quidicesimo de La Betissa... Lo proporremo domani alla vostra lettura!

Quest'anno l'anniversario della morte di Antonio L. Verri, cade giusto come quella notte dell'8 al 9 maggio del 1993. Erano passati pochi minuti dalla mezzanotte quando Antonio prese il volo con quella sua Fiat 126 ("trabiccolo che in cielo lo porterà") e si schiantò sull'albero d'olivo ("con ali bianche, quasi senza corpo, verso il solito albero d'oro) sulla Cavallino-Caprarica.

Era sabato... e il giorno dopo sarebbe stata domenica... Una domenica di vuoto, di colpo smisero i clamori sulla rambla! Smisero! Vi proponiamo un piccolo stralcio da una bellissima riflessione che intera potete leggere in rete su www.salvatorecolazzo.it

“...Ed ad un certo punto, in quel Salento addormentato, decentrato, periferico, pieno di sogni polverosi, dove mai nulla accadeva se non quel continuo fisso battito verso i cieli, in quel Salento vedovo dell’orfismo del conte Comi di Lucugnano, travestito da Giovanni Della Croce; vedovo del lirismo surreal-ermetico barocco spagnolo di Bodini e del simbolismo raffinato di Pagano, geniale raccoglitore di gatti neri e cicche metafisiche (“non si può fare a meno dei sognatori, o dei conoscitori della volta del cielo, come non si può fare a meno dei librai e dei barboni”), alla fine degli anni ’70 apparve un nuovo profeta, il Pensionante de’ Saraceni, un contadino di Caprarica di Lecce, alto, barbuto, con un occhio strabico e dall’eloquio incespicante.

Era anche lui un irregolare, un maledetto, uno di quei “giocatori da superbisca” con la stecca, il gessetto e la sigaretta tra le labbra, sempre ai limiti del crollo nervoso, “ma disposto a giocarsi tutto nel giro di pochi minuti”.

Si buttò a capofitto nella letteratura, una full immersion di Vittorini, Pavese, Calvino, Gadda, Bodini, Sinisgalli, Scotellaro, Beckett, Jonesco, Whitman, Queneau, Joyce, i maudit francesi, fin quando capì che il “ladro di fuoco” rimbaudiano era lui: “A suo carico sono l’umanità, e perfino gli animali; egli dovrà far sentire, palpare, ascoltare le sue invenzioni; se quello che porta da laggiù ha forma darà forma; se è informe, darà l’informe. Trovare una lingua, un linguaggio universale”. E’ tutto lì il problema. E quindi dovrà accettare le sue insidie, addentrarsi in quella foresta di significati per riemergere con immagini figurali, nuovi linguaggi, strumenti avanzati, amalgama incosciente di dati, suoni, colori, segni, oggetti, che non avrebbero trovato mai una sistemazioni definitiva.

La sua opera si sarebbe nutrita continuamente di tutti i materiali possibili della realtà e dell’irrealtà , forse sarebbe servita a qualcosa, a qualcuno, o forse non sarebbe servita a niente. Comunque, lui , questo pensatore liquido e feroce, questo pensatore humoresque e tragico, che sentiva la necessità di una memoria fedele, e che era in ogni storia, - sasso, cristallo, salmone azzurro, cane, cervo, capriolo, vanga e trivello, fucina e gallo bianco voglioso di galline - avrebbe accettato di ferire e farsi ferire dalla realtà. Quello che è certo, disse, è che scrivere non è un mestiere innocente. “Per un narratore, - dice Salvatore Colazzo - per quanto sappia trattenere il respiro, sono troppe le crepe, le ferite: in lui la parola tende a moltiplicarsi ancora –“echi. Echi, solo echi”-, diventa concrezione che cresce e si autoalimenta, spurgo forse…” Del resto, Dio acceca chi vuole e illumina chi vuole, a colpi di luce sbieca. Noi, da oggi, dice, dobbiamo finirla sia con le seghe celesti che con la teoria degli amministratori della polvere che si moltiplica in modo impressionante. E continuò a coltivare, fino all’ultimo respiro, l’impossibile sogno di chiudere il Mondo dentro un libro, “un libro - scrive Astremo - infinito, fatto di parole meravigliose, splendenti, in continuo accumulo, in continuo divenire, attraverso un’azione di lavoro sul linguaggio quasi scientifica, mai sconclusionata, fortemente sentita” (...)

venerdì 7 maggio 2010

I proverbi di Taurisano di Vittorio Preite

Libri/

Vittorio Preite, Lavoro e proverbi nella società del bisogno Taurisano tra ‘800 e ‘900, Congedo


«Un’espressione parlante non nasce mai come proverbio, ma tale diventa dopo un vero e proprio processo di formazione, passando di stadio in stadio, fino a quello finale. All’origine c’è l’osservazione diretta di un fenomeno in ripetizione, che porta alla constatazione di una verità; di qui l’esigenza di codificarla, in modo che altri che non hanno avuto la stessa esperienza la conoscano. È a questo punto che la rima, che è già intervenuta per dare forza a quella verità, completa il compito rendendone più facile la veicolazione popolare, senza la quale non può dirsi proverbio»

Gigi Montonato


Guardare, poi dire

Maurizio Nocera


Il libro di Vittorio Preite, di Taurisano, rappresenta un condensato della storia della cittadina che è alle porte d’ingresso del basso Salento. A editarlo (Galatina, aprile 2010) è la Casa editrice Mario Congedo che, già da tempo, ha superato la soglia dei 2500 titoli; e tutto questo in soli 40 anni di esistenza essendo la Casa editrice galatinese nata nel 1970.

Dal punto di vista della veste editoriale si tratta di un libro cartonato in-8° grande, con la prima e la quarta di copertina (opera di Donato Minonni) stampate [nella prima è effigiata la cava “carcàra” (fornace atta alla produzione della calce), un tempo ubicata sulla strada Taurisano-Casarano; la quarta di copertina, invece, mostra lo stemma della città, ancora un scorcio della “carcàra” e poi un bel traino, di quelli che un tempo vedevamo attraversare le strade dei nostri paesi con alla guida i leggendari “travinieri”. Dice il proverbio: «Nnu bbonu travinièri/ vvèstia, rrote ‘u pinzièri» [Un buon carrettiere/ alla bestia e al carro ha il pensiero]; ma a me piace di più quest’altro proverbio (tratto sempre dal libro): «Travinièri/ matinièri» [Carrettieri/ mattinieri]. Anche i due fogli di risguardo hanno effigiate delle immagini: i primi due, tengono effigiata l’immagine di un forte cavallo da tiro che traina un aratro in ferro guidato da un contadino, mentre gli ultimi due fogli di risguardo mostrano la scena di alcune tabacchine che infilano le foglie di tabacco. Imponente è l’apparato iconografico. Le immagini (tutte in color seppia, ad eccezione di alcune in quadricromia, tratte da antichi codici) che illustrano i proverbi, come si usava nella forma dell’Enciclopedy, è frutto della ricerca della Casa editrice; vi sono inoltre allegati fuori testo altri tre album fotografici (forniti dalla redazione della rivista «Presenza Taurisanese» e da alcune famiglie taurisanesi, pur’esse citate) che mostrano quelli che erano gli antichi mestieri, le arti, i lavori e la vita della comunità. Non si esagera se si afferma che l’apparato iconografico del libro è veramente uno scrigno di conoscenze visive molto utile a chi ha voglia di conoscere e studiare la storia del passato di questa così interessante cittadina del Salento.


La prefazione di Gigi Montonato

Il libro è prefato da Gigi Montonato, direttore della rivista «Presenza Taurisanese» e poliedrico studioso della realtà meridionale, il quale, a proposito della definizione da dare ai proverbi, scrive: «Un’espressione parlante non nasce mai come proverbio, ma tale diventa dopo un vero e proprio processo di formazione, passando di stadio in stadio, fino a quello finale. All’origine c’è l’osservazione diretta di un fenomeno in ripetizione, che porta alla constatazione di una verità; di qui l’esigenza di codificarla, in modo che altri che non hanno avuto la stessa esperienza la conoscano. È a questo punto che la rima, che è già intervenuta per dare forza a quella verità, completa il compito rendendone più facile la veicolazione popolare, senza la quale non può dirsi proverbio» (p. 6). Nella stessa prefazione del Montonato è interessante leggere la descrizione tipologica che egli fa dei proverbi taurisanesi, alludendo al modello descritto da Nicola G. De Donno nel suo fondamentale “Dizionario dei Proverbi Salentini” («La Gazzetta del Mezzogiorno / Congedo, Galatina 2005). Si tratta di una duplice tipologia, che Montonato descrive così: «La prima comprende dei proverbi o tali immediatamente riconoscibili. È generalmente di carattere gnomico e sentenzioso, contiene indicazioni didascalico-precettive, in relazione a tempi e modi del lavoro, a condizioni ambientali, a modalità, a caratteri, a scadenze nei vari ambiti operativi, nonché le condizioni umorali dei lavoratori» (p. 9). «La seconda tipologia, veramente la più originale, è più compatta e comprende detti dal carattere a volte epidittico e a volte giocoso che nella comunicazione popolare sono autentici spot pubblicitari. In gran parte riguardano l’area borghese, degli artigiani e dei commercianti; in parte minore, i proprietari terrieri e gli agricoltori. Qui non si può parlare assolutamente di proverbi, ma neppure di modi di dire. Questi detti aprono nel sistema comunicativo popolare un filone d’indagine fino ad oggi inesplorato; obbediscono alla necessità di far conoscere un certo prodotto e il suo produttore ad un pubblico di massa» (p. 10).


I “legni” del relitto

L’introduzione al libro è a firma dello stesso autore, Vittorio Preite, il quale spiega i motivi che lo hanno indotto ad affrontare l’impegno della pubblicazione del libro. Il suo punto di partenza è la constatazione che la società contadina, quella che noi abbiamo vissuto fino agli anni ’70, si è ormai estinta, e di essa, oggi, restano solo frammenti di un relitto. Egli scrive: «Non tutto purtroppo è stato detto, alcune problematiche sono sicuramente trascurate […]. Non c’è la pretesa di essere stato esaustivo, ma solo accorto e capace di dare l’avvio ad un lavoro che risulterà utile a mantenere viva nella memoria collettiva e ad evitare perciò che il tempo cancelli definitivamente persone, costumi e modi di dire legati alle arti e ai mestieri della nostra società contadina […]. Ho cercato soprattutto di mettere in evidenza i processi di cambiamento legati all’ampia e diversificata realtà dei lavori tipici in cui in qualche modo si riflette la società contadina taurisanese del passato» (p. 24). Inoltre, l’introduzione di Preite ha un’altra sua importanza, relativa ad un’indagine statistica della società taurisanese, dalla quale si può facilmente evincere il tipo di stratificazione sociale da una parte, e dall’altra i tempi e le modalità di trasformazione della stessa società, da agricolo-pastorale ad artigianale-industriale. A tale proposito, interessantissimi sono gli esempi che egli adduce a proposito dell’avvio di un inedito processo di industrializzazione dovuto all’intraprendenza di ex emigranti (caso Scarlino) di ritorno che, sulla base di loro specifiche capacità imprenditoriali ed anche sulla base di dati economici oggettivi, sono riusciti ad avviare un’industria della produzione e della commercializzazione della carne veramente esemplare non solo per Taurisano, o per il Salento e la Puglia, ma anche per l’intera Italia.


La ricerca di Luce Ciullo

Mi ha poi commosso la menzione che Vittorio Preite fa di un grande taurisanese, purtroppo costretto oggi a vivere su una sedia a rotelle a causa di una brutta malattia che lo colpì circa trent’anni fa. L’autore scrive: «Con cura ho selezionato una buona parte dei proverbi, detti popolari e canzoni dalla raccolta inedita conservata dal prof. Luce Ciullo, il quale ha attinto alla “memoria storica” di numerosi concittadini anziani. Lo ringrazio per aver messo a mia disposizione un materiale tanto prezioso» (p. 24).

Ho conosciuto Luce Ciullo 40 anni fa in una scuola del Salento, lui insegnante di Geografia, io di altro. La nostra amicizia nacque subito e col tempo si consolidò: avevamo gli stessi interessi poetici e letterari. Luce è un buon poeta. Poi venne la malattia e lui scomparve ai miei occhi. L’ho ritrovato qualche giorno fa in occasione della presentazione del libro di Vittorio Preite e sorprendentemente vengo a sapere da lui che, in questi suoi tristissimi anni di forzata reclusione a causa della malattia, è riuscito a raccogliere e manoscrivere oltre venti mila proverbi, detti, motti, culacchi, canzoni e quant’altro taurisanesi e salentini hanno vissuto e conservato nella propria memoria individuale e collettiva. Si tratta di una bella storia sociale che sarebbe bene non perdere. Ovviamente il lavoro di Vittorio Preite non si limita solo al riporto dei proverbi, perché di ognuno di essi, egli fa la storia e la cronistoria, cita le possibili fonti originarie, cita i nomi di coloro che li hanno originati o che li hanno ripresi dal passato. Insomma, si tratta di un lavoro completo sotto i differenti saperi dell’umano sapere. E faccio qui un esempio per dare l’idea della mole profusa dall’autore per compilare il volume. Scrive: «“Trappìtu, parmèntu / mèju te cumèntu” [Trappeto e palmento / meglio del convento]. I lavoratori dei frantoi oleari e dei palmenti “hannu ffare e cose ggiuste” (devono comportarsi correttamente) secondo gli insegnamenti cristiani più di quanto non facciano i monaci. Il proprietario della materia prima da trasformare chiede, pertanto, il rispetto, da parte dei responsabili e delle maestranze impegnate negli stabilimenti, dei principali precetti cristiani, in quanto desidera giustamente di non essere derubato del frutto del proprio lavoro nel momento in cui lo vede finalmente giungere, dopo un anno di fatiche, a… “maturazione» (pp. 144-45). Il volume si chiude con un opportuno elenco dei nomi citati, che dà l’idea dello scavo compiuto dall’autore.