venerdì 23 ottobre 2009

Edoardo De Candia
















“La contrada del poeta” ed “Edoar Edoar” delle edizioni il Raggio Verde

“Edoardo De Candia nacque a Lecce nel 1933 da Giuseppe e Margherita Querzola. Il padre fu guardia carceraria proveniente dall’isola di Procida…”

Poesia sull’acqua, mare d’approdo e partenza. E, quando la Parola s’affaccia come grido disperato: «Carte!/chi vuole carte./ Carte dipinte di giallo,/ di rosso,/ carte di colore blu!/ Vuoi una carta anche tu?/ Ma insomma: Uei cu te la catti?/ dipinte… con… della solitudine,/ della sofferenza,/ carte dolenti…»

L'Arsapo
Francesco Pasca

Il mondo dell’Arsapo, così come descritto fra le nuvole di carta di un libro è la metafora di aspettative di chi gironzola fra le pagine dello stesso. La Contrada per l’Arsapo è la rivendicazione di un possesso che non vuole essere una concessione, ma l’appartenenza da sempre a quel Luogo. Chi si avventura per quella infinita e silenziosa porta: “…vede e non vede il piccolo principe/ sul viale del giardino/ […] volteggia nell’aria al traino di uno stormo di pettirossi/ […] nel cielo a spicchi di marangia,/ alla ricerca del suo pianetino/[…] verso tenere donne dal nord venute e amate tanto/…” (pag.47). Per quelle vie, margini di pagine, confini immaginari di parole, è facile incontrare quelle aspettative come il sentire il proprio reclamare. Ti è chiaro quel rivendicare. Questo è l’Arsapo. É questa la Contrada. Così è descritta per le Edizioni Raggio Verde, (ne “La contrada del poeta”) ISBN 978-88-8966345-5 - € 20.00, settembre 2008. Un libro solitamente si scorre. L’andare è rettilineo, la sosta è il tornare o il lasciare. Nelle centotrentaquattro pagine di questa Contrada descritta da Maurizio Nocera non v’è direzione. L’andare è libero, può iniziare con “i tuoi capelli sono stelle filanti” o con “Fuoco Odoacre, Fuoco!”. È trovarsi circondati dal “tu sapevi del nostro atroce destino” o da “figli, vostro padre uccidete”. È salire in alto, in alto, in alto, con “l’Arsapo che volò” o adagiarsi sul “crepuscolo nel mare di Gallipoli”. La direzione non è segnata. È l’Arsapo che guida con discrezione ogni Coscienza. È segnato, quel trovarsi, a pag. 41 “nel vecchio labirinto di nostro fratello indio il Minotauro” e fa ritornare sui propri passi a pag.39, “sotto gli sguardi feroci della superba Cornuta”. Questo è l’andare, così come è il trovare: “c’era il pane, quello della neve e quello della nave di Telemaco”. Ma cosa fa di concreto l’Arsapo-Angelo-Poeta tra le pagine di un libro? Non può passare inosservato il suo fare. Eccolo allora attraversare “i territori dell’effimero” con l’adagio di sempre (pag. 45) e: “pietre raccoglie […] Forme stravaganti hanno le pietre del Poeta:[…] Crescono le pietre … Crescono come rosario antico delle nonne”. Percorre un sentiero lungo da pag. 45 a pag. 52. Altre volte un altrettanto sentiero da pag. 13 a pag.21. Il suo ritmo è scandito dal salto di un serpentello di inchiostro dove la pausa è Verso, il tempo è il Senso. Il libro esce fuori dal libro, va collegarsi con altri testi, con altrettanti Versi che hanno il nome di altri Arsapi. Fuoco Odoacre, fuoco! Quanti sono gli Arsapi? Quanto occorre essere Fintotontopazzo per essere Arsapo? Quante volte occorre mostrasi Nudi dinanzi al mondo, ma non come finti-tonti-Re? Quanta strada occorre percorrere in quella Contrada? Quanto, in quel pendolo magnetico di Spigolozzi occorre sostare? Quante pietre, monoliti, come dice l’Arsapo a pag. 57, occorre scolpire? “Ar ha scolpito l’incontro della natura umana/ col suo equilibrio interno./ quale luminosa finestra che sa trafiggere i mali del mondo:/la disperazione, la noia, la stupidità”. Apprestandomi ad Uscire dalla Contrada come il “Fanalista d’Otranto”, ascolto: ”L’uomo al faro in bicicletta va/sul Colle della Minerva oltre il Ceppo/degli Ottocento eterni martiri/al collo la sciarpa sventolante…” (pag. 65) che dice … «attraversate anche Voi “la Contrada del Poeta”».
Edoar-Edoar la struttura percepibile. Dalle mie letture ho appreso che la formazione di un concetto, quella sorta di astrazione o di strana associazione di concetto alla stessa astrazione, è riconducibile sempre ad un’idea o a quante di queste se ne possono estrapolare, e, con altrettanta associazione, a quante se ne possono ricondurre alla propria realtà. Questa accettazione si fonda sulla capacità della mente umana di assecondare i micro aspetti di ogni esperienza e si può concretizzare in una visione condivisibile. Sensorialmente, bruttissimo termine, ma l’uso, è paragonabile ad uno schema formato unicamente dalle unità di percezioni, essenziali per ogni ricognizione, e si identifica con quell’esperienza, la mia in questo caso. Non sempre si ottiene, o per meglio dire, non sempre si incontrano Arsapi che attraversano questa forma concettuale e giungono o fanno giungere a risultati condivisibili. Dal momento che non è possibile universalizzare il dato sensoriale, quanto mi appresto a dire sembrerebbe una via d’uscita alla contraddizione, la mia. Spero che tutto ciò non lo sia, che il puramente personale sia pertanto condivisibile. Comincia qui l’arcano. Quella formazione del concetto, può sfuggire?! Quell’assecondare ogni micro aspetto di quell’esperienza può, concettualmente, non rendersi condivisibile? L’universo, l’esagerazione del termine, qualche tempo fa correva parallelo. L’Arsapo per un periodo non quantificabile fu eco ma non-parola definita, fu termine non identificabile dal mio sensoriale. il “La dell’oboe” così come è definito da Edgar Coons e David KraehenBuehl – (Informazione come misura di struttura in musica), in (a) quel tempo era ancora sub unità sfuggita alla coscienza perché non perfettamente inserita nel mio contesto culturale. Con Edoar-Edoar, dal colophon luglio del 2006, così si consegnava nelle librerie l’uscita del suo ennesimo libro. Edizioni ilRaggioVerde - per la collana “inediti” - diretta da Antonietta Fulvio. € 13,00 Del termine colophon ho un ricordo. È un dialogo su che cos’è il bibliofilo. Scrissi, poi, una lettera in tal senso in occasione del convegno tenutosi dal 22 al 30 novembre 2007, nella Sala "Teodoro Pellegrino" della Biblioteca Provinciale "Nicola Bernardini" di Lecce per la Mostra Antologica delle Edizioni Tallone. Riassumendo: «per noi bibliofili, l’importanza del libro è il colophon, come questo è presentato. Il colophon è data, è la sua identità, è didascalia ordinata, disegnata, è l’anima del libro. Il resto ne consegue». Perché dico questo e, a domanda, rispondo!? La struttura del libro, divenne, è percepibile. Non è il colophon, ma è come se lo fosse. Con l’Avvertenza di Edoar-Edoar, “Edoardo De Candia nacque a Lecce nel 1933 da Giuseppe e Margherita Querzola. Il padre fu guardia carceraria proveniente dall’isola di Procida…”, Nocera anche in questa occasione si consegna a noi prima come Storia, poi come infinite anime della stessa. Di Edoardo, credevo di conoscere tutto. Chi come me ha vissuto a Lecce negli anni '60 - '70 da apprendista pittore, non può aver dimenticato il matto, il fintotontopazzo, il possente vichingo. La lieve, sommessa e doverosa introduzione con il ricordare quell’isola di Procida, ebbe la capacità di ricordarmi altre fantasie riconducibili come la eco di quel Edoar-Edoar. Lecce, Milano, Londra, “Il Sedile”, “La Cornice”, “3A”, “BelleArti”. Il Mito dei miei giovani anni, il Mito dei Miti che è il Volo da Icaro in poi. Tutto divenne Avvertenza. Altrettanto magica è la lettera di Francesco Saverio Dodaro.(pag.7) Saverio mi appare ancora oggi come uno smarrito naufrago in quel “utero oceano della Verità, dove la calma è tempesta, il silenzio è urlo”. E’ sempre Dodaro a sollecitare quella eco: “Maurizio per favore, dì di non urlare. E di non inquisire”. “Il La dell’oboe”, in Edoar-Edoar, ha il giusto verso, non è più frammentario ed astratto, ma oggettivo e materiale. Nocera si identifica con lo stesso tratto-ritratto segnato dall’Edoardo nell’ottava pagina, la cui nona ne diventava l’inno alla Eco-Edoar. Tutto il carattere di Edoardo è scritto come quel segno. É prima scarno, poi breve, poi profondo, scuro, chiaro. É lo stesso mondo in fuga dell’amico descritto odori-cadute-voli-albe-disperazione-nero-nero-nero-sesso-rutto-scorreggia-vino-whisky. Naturalmente nel libro non mancherà anche a Voi, leggendolo, di essere attratti da Antonio Verri. Nel leggerlo, per me, quella eco divenne, è: “Edoardo, un cavaliere senza terra”. Un’eco di falò dove vengono descritti due giovani artisti (anche Saverio Dodaro) “come purissimi cavalieri, morbidi, buffi, curiosi, rigorosi …”. Dire cosa bruciassero diverrebbe la mia trasgressione. Da pag. 25 a pag. 35 c’è di quanto più gigantesco possa esserci. (testimonianza tratta da Sudpuglia, 3 settembre 1988, pp.137-148). Il libro di Maurizio Nocera divenne Storia, divenne Dialogo. Oggi per me è anche Immagine, è il “La dell’oboe” che saltella e si fa Verso-Suono. Edoar-Edoar è Sentire la Storia e non tralasciare, ma riferire: «Non vogliono la morte per i miei quadri, mi vogliono morto perché mi credono felice. Idioti!».(pag.32) Nel libro c’è il crono-Storico. Si narra una Lecce turbata dalle “irruzioni” di un fintotontopazzo dalla fine anni cinquanta sino alla morte di, del Vichingo, avvenuta nell’estate del 1992. Ma non v’è solo la crono-Storia. É anche Poesia scritta come il sussurrare di una frase delicata e dedicata alla propria compagna di nome Parola. È Poesia sull’acqua, mare d’approdo e partenza. E, quando la Parola s’affaccia come grido disperato: « Carte!/chi vuole carte./Carte dipinte di giallo,/di rosso,/carte di colore blu!/Vuoi una carta anche tu?/Ma insomma: Uei cu te la catti?/dipinte … con … della solitudine,/della sofferenza,/carte dolenti … » (pagg. 19-20). Sempre e comunque, l’Arsapo, ritorna a sussurrare la Parola, ad amarla. È segno “eroico” di Edoardo.(pag.21) Le foto tra disegni e citazioni, sono come l’episodio narrato in postfazione da Antonio Massari: Il bianchetto sul vetro:“…afferra da terra un blocco di ghisa, lo solleva ciclopico sulla testa, e lo scaglia contro il cristallo che con rumore esplode e va in frantumi. E dice: - Più pulito di così non sarà mai - “. Immenso è Edoardo, anche Lui Arsapo-Angelo.

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